
Questa particolare campagna elettorale ci consente di analizzare alcuni aspetti decisivi sia dell’attuale scenario politico sia, soprattutto, delle modalità attraverso le quali viene strutturata la propaganda elettorale. Il presupposto fondamentale della consultazione referendaria, che avrà luogo domenica e lunedì, è l’assenza di quorum. Tale particolarità, in un assetto ormai consolidato di affluenza bassa e di utilizzo dell’astensionismo come strumento per far fallire le consultazioni referendarie, unita all’importanza decisiva del quesito, ha caricato questo referendum di temi politici e ideologici ma anche culturali e relativi all’immaginario collettivo.
Una questione di grande importanza per la vita della nazione, una riforma di cui si parla da decenni e che fino a pochi mesi fa era sostanzialmente condivisa da due terzi delle forze politiche, si è trovata a risentire necessariamente dell’attuale fase - ancora novecentesca ma già sovrapposta alle dinamiche della nuova comunicazione politica - che identifica l’obiettivo comunicativo da conseguire con le strategie dedicate a convincere il proprio elettorato ad andare a votare. Si tratta della nota polarizzazione, un meccanismo circolare che si affida ai temi più estremi e divisivi per creare una reazione «di rabbia» e mobilitare l’elettorato di protesta a scapito di quello più riflessivo, meccanismo che nel suo dipanarsi crea le condizioni affinché l’elettorato sia sempre più polarizzato, protestatario, ideologico e sempre più in grado di respingere l’elettorato indeciso verso l’astensione. Si può spiegare con questa specifica dinamica la necessità per il fronte del No di impostare la campagna contro la persona di Giorgia Meloni ed esacerbando i toni all’estremo al fine di riaprire una battaglia elettorale che per mesi si stabilizzava su un rapporto di 60 a 40 per il Sì. Allo stesso modo si può leggere il paradossale messaggio che è servito al fronte del No per aprire ufficialmente la fase finale della sua campagna elettorale: con l’affluenza bassa vinciamo noi. Il paradosso in base al quale bisogna dire di andare a votare ma senza che gli altri se ne accorgano in realtà implica un tentativo più sottile: approfittare dell’endemico impulso, presente soprattutto nell’elettorato di destra, di punire la propria parte quando è al governo perché non è mai all’altezza delle aspettative. Si tratta di un utilizzo delle componenti emotive e irrazionali ben noto nelle tecniche della comunicazione politica anche se - a dire il vero - molto spesso sembra inspiegabilmente sottovalutato da chi al governo compie scelte per contenuti e tempistiche francamente sbalorditive.
Nella continua rincorsa a motivare un elettorato arrabbiato per definizione si sono registrati sia argomenti disconnessi da ogni relazione con la materia del referendum - col tipico gusto dei racconti guareschiani e con l’unico intento di saturare i media - sia l’uso retorico di affermazioni del tipo: «Se vince il Sì in pericolo le vite delle persone», «A rischio donne e gay», fino alle incredibili minacce pubbliche di «fare i conti dopo». Dopodiché sono comparsi i novecenteschi cortei del sabato pomeriggio, dalla scarsa partecipazione ma dai contenuti affidati alle frange più estreme, che non si sono sottratte all’utilizzo dell’armamentario primordiale più bieco. Dal rogo della Meloni in effigie, alla decapitazione del suo manichino, sino alla rappresentazione della stessa in modi e forme che non ci si aspetterebbe da chi ha dedicato la propria vita alla «lotta al body shaming e al maschilismo tossico», sono comparse le tecniche comunicative più tribali con un preciso scopo: riuscire a raffigurare e utilizzare messaggi di ostilità e odio al massimo grado, facendosi scudo del contesto carnascialesco e delegittimando ogni critica con il classico argomento passivo-aggressivo dello «scherzo».
Nulla di nuovo, anzi moltissimo di già visto, a ulteriore riprova che le narrazioni basate su «tossicità» e «patriarcato» sono meri strumenti di dominio nel contesto sociale e non certo riferimenti a vere emergenze. Vedremo quale sarà il risultato del referendum, ma fin da ora possiamo fare due considerazioni: la prima sulla spaccatura ideologica interna al Pd, la quale, se è vero che non avrà ripercussioni preoccupanti sulla tenuta elettorale, ne avrà senza dubbio all’interno della classe dirigente e sulle dinamiche del campo largo; la seconda sulla distanza tra la comunicazione politica che abbiamo visto all’opera negli ultimi giorni e il futuro basato sul ruolo dei social come terreno di impostazione dei temi, su smantellamento e sostituzione delle agenzie di validazione novecentesche e, come già sta accadendo in previsione delle elezioni di midterm negli Stati Uniti, sull’utilizzo dell’Ia per superare il concetto di «elettorato di massa». Certo, la strutturazione di messaggi di propaganda politica personalizzati e per un pubblico sempre più identificato implicherà anche nuove enormi possibilità di controllo e «guida» dell’opinione pubblica, ma se non altro non possiamo certo dire di provenire da una radiosa condizione in cui tale «guida» non fosse già presente.





