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Tra le vittime anche una donna siciliana. Atterrata a Maracay la squadra italiana per gli aiuti. Stanziati da Roma i primi 5 milioni di euro. Dagli Usa 250 soccorritori.
Francesca Mannina è la quarta vittima italovenezuelana deceduta nel sisma che ha colpito la nazione sudamericana. La donna di 42 anni, originaria della provincia di Palermo, è rimasta intrappolata nel crollo della propria abitazione, mentre cercava di scappare.
Il marito, Roberto Santilli, è invece riuscito a mettersi in salvo e ora si trova ricoverato in stato di shock. A dare la notizia della morte è stata la famiglia che ha postato sui social un messaggio dello zio e del fratello, quando la donna risultava ancora fra i dispersi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato che ci sono anche quattro feriti e circa 42 dispersi con cittadinanza italiana.
Intanto il Venezuela continua a tremare e una nuova scossa di terremoto di magnitudo 4.9 è stata registrata nel centro del Paese, a una quarantina di chilometri da Maracay nello Stato di Aragua. Il numero dei dispersi ha già superato le 50.000 unità, mentre i morti al momento sono 1.430 compresi diversi cittadini stranieri, tra cui molti portoghesi e spagnoli. Il conteggio attuale riporta 28 cittadini portoghesi, cinque spagnoli, tre brasiliani, e sette cinesi che lavoravano nei cantieri della capitale.
L’Italia è in prima linea per aiutare Caracas e sono già stanziati 5 milioni di euro che arriveranno subito a 10: 3 milioni sono destinati a organizzazioni della società civile italiane attive in Venezuela, mentre è in volo il secondo aereo di aiuti decollato da Pratica di mare con destinazione il Paese sudamericano. Il primo volo è atterrato all’aeroporto militare El Libertador, a Maracay con a bordo un team, formato da 97 persone tra soccorritori, sanitari, Vigili del fuoco e funzionari dell’Unita di crisi della Farnesina che ha come destinazione La Guaira, l’area delle operazioni di soccorso. Sono arrivati circa 1600 soccorritori da undici nazioni europee e sudamericane, ha raccontato il viceministro degli Esteri venezuelano Oliver Blanco, che prevede l’atterraggio di altri 25 voli di aiuti nelle prossime 24 ore. Israele ha mobilitato una missione di soccorso altamente professionale, formato da ex membri dell’Home front command per il recupero ed il salvataggio delle persone.
Gli Stati Uniti hanno riconfermato il loro totale sostegno al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez dicendosi pronti a inviare squadre di soccorso di 250 persone, attrezzature specializzate, supporto per i rifugi temporanei e assistenza umanitaria alle famiglie colpite. La Rodriguez, raccolta dei fischi in una visita ai quartieri devastati, ha detto di aver ricevuto un messaggio dal premier Giorgia Meloni: rimasta molto colpita dalle immagini della tragedia, prova profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, Paese che aveva aperto le sue braccia a chi arrivava e ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione.
L’esecutivo di Caracas ha limitato gli accessi alla zone più colpite, mentre il generale della fanteria di marina degli Stati Uniti, Kevin J. Jarrard, ha incontrato il capo della Difesa del Venezuela, il generale Gustavo González López per coordinare le operazioni di assistenza umanitaria. Il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato di Washington hanno dichiarato che stanno lavorando con gli alleati per aiutare il popolo venezuelano.
Gli ospedali di Caracas sono però al collasso e i servizi funebri paralizzati con i parenti che sono costretti a trasportare i cadaveri personalmente all’obitorio. Arrivano però anche storie di speranza come quella di un neonato di appena 18 giorni estratto incolume dalle macerie di un edificio dopo 32 ore o quella della quindicenne Camila Sofía Medina Rivas e la sua cagnolina Chanel salvate dopo più di 50 ore, mentre una donna è riuscita a partorire senza energia elettrica con l’aiuto di un gruppo di soccorritori provenienti da El Salvador.
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Roberto Speranza (Ansa)
Il tribunale di Rimini impone a dicastero della Salute e Aifa di indennizzare un uomo reso cardiopatico dal vaccino a mRna: «Prima dell’iniezione era sano».
Ancora una volta una sentenza mette in discussione i dogmi della scienza sugli effetti collaterali causati dai vaccini contro il Covid.
Stavolta a farlo è un giudice del Tribunale del lavoro di Rimini, Luciano Ardigò, che ha condannato, in base alla legge 210 del 1992 per i danni irreversibili da vaccinazione il ministero della Salute e l’Aifa a pagare un ingente indennizzo mensile a un cinquantunenne della provincia romagnola, affetto da una grave cardiopatia a seguito della terza dose di vaccino a mRna. La vittima degli effetti avversi avrà diritto a un vitalizio di circa 12.000 euro l’anno, ai quali si aggiungono 20.000 euro una tantum di risarcimento, più interessi e spese legali. La vaccinazione era obbligatoria, per il tribunale di Rimini questo rende un diritto accedere agli indennizzi di legge.
L’uomo, che nella vita fa il magazziniere, si era sottoposto a tre vaccinazioni anti Covid, l’ultima il 20 gennaio 2022. Dopo la terza dose, secondo quanto emerso del processo, il cinquantunenne aveva riferito «reazioni parestesiche agli arti inferiori», che si erano però risolte spontaneamente e senza danni permanenti. Secondo quanto stabilito dalla sentenza, però, quei primi sintomi erano solo l’inizio di un qualcosa di molto più grave.
Il 22 giugno 2022, cinque mesi dopo l’ultima dose di vaccino, l’uomo era poi stati colpito da un arresto cardiaco, con fibrillazione ventricolare trattata sul posto dai soccorritori del 118 con manovre rianimatorie e poi durante un ricovero ospedaliero, durante il quale i medici avevano individuato una «cardiomiopatia dilatativa», che aveva reso necessario l’impianto di un defibrillatore sottocutaneo.
Successivamente le analisi genetiche disposte durante il procedimento non hanno identificato varianti patogene o probabilmente patogene.
Tanto che, per il perito nominato dal Tribunale del Lavoro di Rimini non ci sono dubbi: sussiste una «probabilità apprezzabile» che il vaccino a mRna abbia causato una miocardite asintomatica, evoluta poi in cardiomiopatia dilatativa. Le indagini hanno escluso cause genetiche o tossiche preesistenti: l’uomo, infatti, era in perfetta salute prima dell’inoculazione. Il giudice ha così condannato il ministero della Salute e l’Agenzia italiana del farmaco.
Nella sua sentenza Ardigò scrive: «L’anamnesi familiare e patologica remota non segnalavano patologie degne di nota. La situazione attuale è caratterizzata dalla costanza di terapia medica e controlli; ha ripreso l’attività lavorativa con riferita prescrizione di limitazioni».
L’arresto cardiaco si è dunque verificato in un soggetto sottoposto a triplice dose di vaccinazione anti Covid, con vaccini a mRna: per il tribunale di Rimini la letteratura scientifica ha riportato che questi vaccini possono determinare reazioni avverse a livello cardiaco, tra cui la appunto la miocardite, «seppure con rischio inferiore a quello di contrarre la stessa patologia dopo l’infezione dal Covid».
Nelle motivazioni della sentenza, il giudice ha poi sottolineato che «sussiste correlazione patogenetica tra il danno miocarditico correlato all’attività del vaccino mRna, apprezzabile sulla base delle risultanze della diagnostica per immagini anche in assenza di un dato clinico o immunoistologico, e la successiva evoluzione in cardiomiopatia evolutiva manifestatasi con l’episodio aritmico raggiunge il grado di una probabilità apprezzabile».
Oltre a stabilire il risarcimento, il pronunciamento del Tribunale, avvenuto a maggio ma reso noto solo nei giorni scorsi, pone l’accento sulla sorveglianza dei vaccini a mRna, confermando - come riportato anche nei rapporti Aifa citati in aula - la possibilità di reazioni avverse a livello cardiaco.
L’avvocato Luca Ventaloro del Foro di Rimini, difensore del cinquantunenne ha ricordato così alla testa online La Nuova Bussola Quotidiana il drammatico malore che colpì il suo cliente: «Anche la stampa locale se ne occupò perché il mio assistito - che prima del vaccino era completamente sano come ha accertato anche il Cto del giudice - venne colto da infarto mentre era alla guida della sua auto con la moglie. Andò a sbattere contro il muro di una chiesa e venne soccorso, sotto la statua di Santa Teresa di Bambin Gesù, da un’infermiera che prontamente si recò presso il vicino bar a prendere un defibrillatore a uso pubblico che era stato installato pochi giorni prima. Quell’intervento gli salvò la vita».
Adesso un altro intervento, quello di un giudice, gli ha riconosciuto il danno subito.
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Un vecchio adagio pantesco recita: «Dentro a ogni contadino c’è l’animo di un pescatore». Una verità che si trova nelle ricette.
Quando si decide di approfondire oltre quanto ha reso onore all’isola del vento, ovvero il suo zibibbo e i capperi, è una serie di scoperte che manco in terraferma. Un vecchio mantra recita che «qui a Pantelleria dentro ogni contadino c’è l’animo di un pescatore, anche se c’è sempre tempo, dopo il lavoro nei campi, per una bella pescata».
Ci accompagna in questo viaggio la penna al dente di Silvio Palazzolo, un palermitano che ha scelto Pantelleria per amore, cuoco di professione che, a La Risacca, è pronto a girare per i tavoli aggiungendo come contorno ai piatti le varie storie che li accompagnano, come si può intuire dal suo bel libro Sapori di Pantelleria, un tuffo tra mare, terra e tradizione. Si parte con i capperi che, grazie al terreno vulcanico e al clima estremo, molto vento e poca acqua, sono dotati di caratteristiche che li rendono unici, ricchi di glucocapparina, un principio attivo che dona loro un profumo molto forte e un sapore aromatico e sapido. È l’unico cappero nazionale a fregiarsi del prestigioso marchio Igp europeo sin dal 1996. Va raccolto all’alba, prima che il suo bocciolo si apra ai raggi del sole. Maestranze dedicate che, spesso, coinvolgono l’intero nucleo familiare, facilmente identificabili, lungo i terrazzamenti, per gli ampi cappelli che li proteggono dal vento e dal Sole. Un tempo erano abbinati a feconde proprietà afrodisiache. Eclettici secondo il rinascimentale Panunto, al secolo Domenico Romoli, che li vedeva prodotti efficaci a combattere la malinconia. Nella farmacopea domestica dell’isola del vento, sono efficaci quali diuretici e depurativi nell’aiutare a mantenere salda la lavorazione nei campi lungo tutta la stagione. Lavorati in salamoia non vanno cotti, casomai aggiunti al termine della preparazione dei vari piatti in cui si mettono in gioco. Per chi fosse curioso di saperne di più, ecco il Museo del cappero, nei pressi del Lago di Venere (un gemellaggio che la dice lunga) voluto dall’emiliano Gabriele Lasagni che ha scelto Pantelleria quale patria adottiva. Nel suo capperificio Bonomo e Giglio, all’interno di un vecchio dammuso, varie sale raccontano le diverse storie che accompagnano il cappero pantesco. Vi è quella espositiva, quella fotografica, indispensabile per capire la storia e tradizione che accompagna questa coltivazione, e non può mancare l’esperienza sensoriale che affianca a quelli locali anche capperi di altri territori.
Capperi eclettici in cucina. Di maggior pregio i più piccoli, sodi, generalmente gustati crudi in insalata, mentre i più grandi, morbidi, spesso sbriciolati, si possono trovare a dare sostanza a sughi, salse, patè. Un esempio è l’ammogghiu, il pesto pantesco. Un intrigante battuto dal colore rosso dovuto all’ingrediente principale, il pomodorino locale, abbinato a capperi, foglie di basilico, prezzemolo, mandorle, un pizzico d’aglio, il tocco malandrino del peperoncino rosso. Se sapientemente preparato con l’uso del pestello nel mortaio, «dona un sapore specifico a molte varietà di piatti». Tradizione ben radicata è la «pasta cu pistu e pisci chi sarmenti», la pasta con il pesto e il pesce arrostito con i tralci di vite, uno degli abbinamenti più classici dell’isola. Proseguendo di tradizione non possono mancare i ravioli amari, una sorta di ossimoro goloso per contrapporli ai ravioli dolci (un riuscito mix di ricotta, uova, zucchero e scaglie di cioccolato). «Sono un viaggio nel viaggio che inizia con un inganno». Amari solo di nome, in quanto farciti di tumma (la ricotta locale) e menta. L’abbinamento classico è con il ragù di maiale. Sono considerati il piatto più iconico di Pantelleria, tanto che «la costruzione di un dammuso va avanti a forza di ravioli», considerato il premio meritato ai reduci delle battaglie edilizie sotto il solleone.
Altra identità pantesca è il cous cous, con un tocco originale che lo differenzia da quelli arabi o siciliani. Qua la differenza la fanno il brodo di pesce, generalmente scorfano o cernia, e il soffritto di ortaggi. Tradizione vuole che sia frutto di una contaminazione di lavoranti panteschi stagionali emigrati in Tunisia che poi hanno saputo riadattare a livello locale quanto scoperto nella terra ospite. Strategico l’uso della cucscussera una pentola di terracotta dedicata simile a uno scolapasta, il cui fondo va a sovrapporsi ermeticamente a una pentola di terracotta. Pur se la pesca non è mai stata l’attività principale dei contadini isolani, va ricordata la verdesca, un piccolo squalo che, una volta catturato, veniva portato su di un carretto lungo le diverse contrade per essere poi tranciato e venduto. Così come la cernia, «che è come il maiale e di cui non si butta via niente», neanche nel folklore locale, tanto che, se qualcuno lo si era visto «prendere una cernia», lo si intendeva in preda ai fumi di Bacco. Tornando a terra, immancabile è il maialino domestico, che non mancava in ogni casa, pardon, dammuso, con residence dedicato, il «zaccanu du purceddu». Al suo sacrificio finale si dedicava tutta la famiglia. Gli uomini a sezionarlo nelle sue piccole meraviglie, le donne poi a cuocerlo a dovere. A festeggiare la mattanza domestica immancabile il sanguinaccio, un sapiente mix di latte, amido e zucchero, impreziosito, da chi poteva permetterselo, con caffè e cioccolato. Una nota particolare per la salsiccia. Una volta spezzetta mascolinamente in vari pezzi e mixata amorevolmente con semi di finocchio e vino bianco, il tocco finale, quello di inserire pazientemente il tutto nel budello, era mansione dedicata delle donne anziane, di lunga esperienza. Quanto al resto, zampe e orecchie usate per dare sapore ai minestroni, mentre lo strutto era messo da parte per essere poi utilizzato nella concia di biscotti e mustazzoli. Il classico dolce natalizio in cui ancora una volta protagonista il gioco di squadra.
Mentre mani di mamma confezionavano la sfoglia farcita di miele zucchero e spezie, questa era stata preparata una settimana prima dalla forza maschile nel mescolare il tutto con un mattarello dentro il pentolone sul focolare. E, a proposito di tradizioni familiari, non possono mancare quelle che fanno da base all’unione di una comunità. Al pranzo di nozze ecco il brodo di gallina e il sugo di polpettine con gli ziti, la pasta locale. A seguire il gallo con un terragno ripieno di salsiccia di maiale, formaggio grattugiato, mollica di pane e mandorle. Immancabili mustazzoli per i brindisi finali. Un matrimonio è felice quando, alla coppia, segue meritata figliolanza e anche qui la tradizione detta le regole. Al momento del parto alla mamma veniva offerto un brodo di gallo, utile stimolatore alla necessaria montata lattea, mente il papà mangiava il collo del gallo, messaggio neanche tanto subliminale al neonato perché tenesse dritta la testa sul collo davanti alle inevitabili sfide che avrebbe affrontato via via crescendo.
I giorni di festa non possono cancellare quelli di lutto. Nelle famiglie colpite non si cuoceva nulla. Solidarietà voleva che le pietanze calde venissero portate da vicini e parenti, ovvero un brodo con polpettine, così come pasta con sugo. Anche sul lieto fine a Pantelleria non ci si è mai negati nulla, con un’antologia golosa che accompagna tutto il calendario. Originali gli sfinci di San Martino, sorta di frittelle di patate e farina ripiene di ricotta condita con zucchero e pezzetti di cioccolato, anche se il dolce bandiera di Pantelleria sono i baci. Non quelli cioccolatosi dal Dna perugino, ma croccanti cialde fritte farcite di ricotta dolce, come scorzette di limone o pezzetti di cioccolato. Modellate con uno stampo metallico di varia fatta, di cui ogni famiglia orgogliosa custode. «Sembrano un pizzo fatto a mano, accoppiate come in un bacio per racchiudere la sua crema». Talmente radicato nella tradizione che a ogni giovane sposa se ne faceva omaggio per un futuro felice e goloso.
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Il presidente di Grisport ripercorre la storia delle calzature per trekking e outdoor: «Oggi ne produciamo 4 milioni l’anno».
Alla guida di Grisport, Graziano Grigolato ha accompagnato l’azienda in un percorso di crescita che l’ha portata a consolidare la propria presenza sui mercati nazionali e internazionali, mantenendo salde le radici nel territorio e nella tradizione manifatturiera italiana. Imprenditore attento all’innovazione e all’evoluzione dei consumi, Grigolato racconta la visione che guida l’azienda, le sfide affrontate in un settore sempre più competitivo e le opportunità che si aprono per il futuro.
Presidente, come nasce Grisport e quale intuizione vi spinse ad avviare l’azienda nel distretto di Montebelluna?
«Ho fondato Grisport assieme a mio fratello Mario a seguito della nostra passione per il mondo dell’abbigliamento. Il fatto che fossimo nell’importante distretto dello “Sport system” di Asolo e Montebelluna ci ha aiutato. Siamo partiti con l’idea di creare una calzatura che fosse comoda, di design e all’avanguardia nella tecnica, realizzata con materiali di alta qualità ma, allo stesso tempo, economicamente parlando, accessibile a tutti. Le nostre prime collezioni erano composte da calzature outdoor e casual e, negli anni, puntando sulle nuove tecnologie, ma anche su innovazione e ricerca, abbiamo aggiunto al nostro core business anche la linea antinfortunistica».
Fin dall’inizio avete scelto di specializzarvi nelle scarpe da outdoor e trekking. Perché avete puntato proprio su questo segmento?
«Siamo stati “aiutati” dalle bellezze naturalistiche sparse nel nostro territorio e dalla voglia di evadere dalla città, nei fine settimana, delle persone. Che cosa c’è di meglio che trascorrere un sabato o una domenica all’aria aperta, in montagna o al lago? Così noi abbiamo fornito loro la principale attrezzatura, dato che, in caso di camminate di questo tipo, la sicurezza parte sempre dai propri piedi».
Oggi il mercato è molto competitivo. Qual è il valore aggiunto che distingue una calzatura Grisport rispetto ai principali concorrenti internazionali?
«Ce ne sono diversi. Innanzitutto, l’elemento del comfort, espresso con calzature di qualità, di design e all’avanguardia nella tecnica con una collezione che supera i 5.000 modelli. Per la linea outdoor, inoltre, vengono impiegati materiali resistenti e altamente performanti secondo la qualità Grisport e il nostro design made in Italy. La collezione Safety, invece, dà la possibilità di proteggere il piede da ogni minaccia del terreno e di camminare in sicurezza anche nelle peggiori condizioni, mantenendo lo stile outdoor tipico di Grisport. La linea City, infine, presenta diversi stili e ogni calzatura è realizzata secondo gli ultimi trend nel mondo della moda. Altri elementi caratterizzanti le nostre scarpe sono l’impiego di materiali di buona e alta fattura e il rapporto qualità-prezzo».
Quanto contano oggi ricerca, sviluppo e brevetti nella vostra strategia industriale e quali innovazioni hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni?
«Se non si fa ricerca si rischia di rimanere ancorati al passato e, di conseguenza, non stare al passo con i tempi. Grisport non pone attenzione soltanto agli ultimi trend del mondo della moda, come per esempio i colori più in voga della stagione, ma anche ai materiali che vengono utilizzati e a quelli richiesti dal consumatore. Di conseguenza, poi, arrivano lo sviluppo e i brevetti. Le innovazioni che hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni, invece, sono stati nuovi materiali performanti, design innovativi e processo grazie a macchinari e tecnologie».
Quante paia di scarpe producete mediamente in un anno e come è cambiata la capacità produttiva rispetto agli inizi dell’attività?
«Nel corso dei nostri quasi 50 anni di storia, siamo passati dalle 20.000 iniziali a 4 milioni».
Quali sono le principali novità di prodotto che state presentando nel 2026 e quali trend stanno guidando l’evoluzione del settore calzaturiero outdoor e safety?
«Per il 2026 Grisport ne ha presentate diverse. Per quanto riguarda il tempo libero abbiamo il neonato progetto Devisalby Grisport, creato da un team interno alla famiglia Grisport con la passione per la tecnologia, il design e il fantasy. Per tutti gli sport lovers c’è una serie di calzature perfette per andare in palestra o fare una corsa, dotate di un’intersuola particolarmente alto per favorire l’effetto ammortizzante durante la camminata o, più in generale, quando si fa attività fisica. La linea Walker è la novità per l’outdoor: scarponcini, alti o bassi, per uomo e donna. Uno degli ultimi trend che stiamo notando nel settore antinfortunistico».
L’export rappresenta storicamente una quota importante del vostro business. Quali sono oggi i mercati più dinamici e dove vedete le maggiori opportunità di crescita nei prossimi anni?
«Grisport si attesta al 25% della propria produzione per il mercato italiano, con il restante 75% destinato all’estero. Giappone, Scandinavia, Sud e Nord America sono i mercati dove Grisport ha iniziato la penetrazione da qualche anno e che ritiene ci possano essere maggiori possibilità di crescita».
Dopo quasi mezzo secolo di storia aziendale, qual è la decisione di cui va più orgoglioso e quale sfida ritiene ancora aperta per Grisport?
«Sono molto orgoglioso per l’impegno profuso nella sostenibilità, un tema che, al giorno d’oggi, non può non essere preso in considerazione. Non parlerei tanto di sfide aperte, quanto di impegno e dedizione che i miei dipendenti hanno messo, stanno mettendo e metteranno sempre in ciò che fanno».
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