Nel riquadro l'ex magistrato e giudice di Cassazione Carlo Maria Grillo (Imagoeconomica)
L'ex magistrato e giudice di Cassazione, Carlo Maria Grillo: «Due proposte: creare un sindacato alternativo all’Anm e chiedere alle toghe autonome di eleggere colleghi sorteggiati».
Analizzando i risultati referendari a bocce ferme, il trionfo del No mi sembra più una «vittoria di Pirro». Altro che «segnale forte e chiaro» (Gratteri); «una vittoria come quella della lotta partigiana» (Bachelet); «nuova primavera per il Paese» (Landini); «Bella Ciao» (magistrati democratici). Il popolo del Sì chiaramente ha perso, ma non deve fasciarsi la testa. Anzi, deve rialzarla subito.
A conti rifatti, meno di due milioni di voti (su 28.300.000 di effettivi elettori) hanno separato i due schieramenti. Con circa un milione di voti in più di quelli ottenuti, quindi, il fronte del Sì avrebbe prevalso. Sarebbe stato sufficiente che i «musulmani d’Italia» che hanno votato (circa 1.200.000, a detta di Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano, e di suo figlio Davide, che ne segue la scia) non avessero fedelmente eseguito l’ordine di scuderia. E che fossero stati meno determinati i tifosi del reddito di cittadinanza, speranzosi di riottenerlo con la caduta dell’attuale governo, come dimostra il crollo del Sì nelle regioni meridionali (anche in quelle a guida centrodestra), nonostante i voti di malavitosi, pregiudicati e delinquenti vari.
Gli italiani «residui» dunque, e cioè i non islamici e redditieri (di cittadinanza) per intenderci, hanno invece chiaramente espresso - e a larga maggioranza - la disistima, se non la sfiducia, per questa magistratura e quindi per questa giustizia da essa rappresentata, con buona pace dei magistrati bellaciaoisti, palesemente indipendenti e apolitici, dunque sicuramente «affidabili».
Ecco perché è stata, a mio avviso, una «vittoria di Pirro». L’Associazione nazionale magistrati (Anm) - a sostanziale guida «democratica» anche se col paravento di un presidente amico, scelto tra i magistrati dell’opposta fazione - non può prescindere dai risultati di questo referendum, apparentemente stravinto: deve farsene invece una ragione e darsi finalmente una regolata, visto che nessun governo ci è finora riuscito.
Ma non ci fidiamo. E per fortuna non è il solo antidoto. Infatti, considerato che la cordata per il No è stata di fatto tirata proprio dall’Anm, per non rinunciare all’abituale «occupazione» del Consiglio superiore della magistratura (Csm) - attraverso l’elezione pilotata di esponenti delle correnti che la compongono (e perciò a loro volta pilotabili) - sarebbe sufficiente recidere tale liaison dangereuse, cioè il cordone ombelicale che lega l’Anm (sindacato unico dei magistrati, rappresentandone formalmente oltre il 95%) al Csm, organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Occorre però muoversi non in ambito legislativo, percorso rivelatosi molto ostico, ma più callidamente. Operazione ardua, è vero, ma non impossibile.
Indicherò due vie alternative che ritengo entrambe percorribili. La prima l’ho personalmente imboccata nel 2015, con alcuni eroici colleghi giudici tributari. Pochi sanno che anche la giustizia tributaria (dal 1996) ha il proprio Consiglio superiore (ad imitazione del Csm per i magistrati ordinari) ma che, non essendo previsto in Costituzione, si chiama Consiglio di presidenza, come del resto quelli che governano la giustizia amministrativa e la giustizia contabile. Ebbene, giacché i cattivi esempi sono i più seguiti, alcuni importanti magistrati ordinari, che avevano già fatto parte del Csm, tutti in quota «Unità per la Costituzione», la premiata ditta Palamara per intenderci, costituirono l’Associazione magistrati tributari (Amt), sulle orme dell’Anm, occupando poi, attraverso essa e con la stessa sperimentata metodologia, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt). Con l’aggravante però che - a differenza dell’Anm, aperta a diverse correnti - l’Amt era di fatto espressione solo di quella sopra menzionata, con la ovvia conseguenza che chi non ne faceva parte non avrebbe mai avuto voce in capitolo, né potuto aspirare al «soglio» del Cpgt. Dopo aver tentato invano di far sentire voci dissenzienti all’interno dell’Amt, si rese inevitabile una scissione, dandosi vita ad una distinta associazione sindacale, l’Unione giudici tributari (Ugt) che, pur restando sempre minoritaria, ha fatto sentire tuttavia la propria voce sia a livello consultivo che propositivo, riuscendo anche a far eleggere propri esponenti in tutte le successive consiliature, compresa quella in corso.
Questa prima via, quantunque non agevole, la si è voluta ricordare e indicare proprio perché potrebbe essere intrapresa anche da quei magistrati ordinari che non si sentono rappresentati da questa Anm, geneticamente modificata ormai in soggetto politico, tanto da costituire e finanziare un Comitato per contrastare la proposta di una legge costituzionale ritualmente adottata dal Parlamento. Il potere giudiziario contro quello legislativo, pregiudicando il perfetto equilibrio tra i poteri dello Stato predicato da Montesquieu. La creazione di un’altra associazione, e non di un’ulteriore corrente dell’Anm - che col tempo si uniformerebbe alle esistenti, partecipando all’indegno e tristemente noto «mercato delle indulgenze» - è favorita anche dalla circostanza che solo il 25% circa dei magistrati iscritti all’Anm risulta aderire ad una delle quattro attuali correnti, forse perché non ne condividono appieno l’orientamento o per restare indipendenti, per non esporsi o altro.
Quindi la creazione di una diversa associazione di categoria potrebbe essere attrattiva per gli oltre 6.000 magistrati «agnostici», sempre che si munisse degli anticorpi per non diventare un duplicato dell’Anm con ogni sua negatività. Ci si riferisce soprattutto al «correntismo», degenerazione delle correnti, queste assolutamente indispensabili invece per assicurare la dialettica di idee e di valori. Sarebbe anche auspicabile che la costituenda associazione, per individuare i candidati al Consiglio superiore, facesse ricorso al tanto deprecato «sorteggio» in modo da fugare ogni tentazione di correntismo e di nepotismo. Ritengo, poi, molto importante che lo Statuto di tale nuovo soggetto - pur con le debite differenziazioni e peculiarità - esplicitasse la piena compatibilità e la non conflittualità con quello dell’Anm, rendendo così possibile l’appartenenza ad entrambe le associazioni. Ricordo, infine, che la presenza di due associazioni di categoria non è nuova per la nostra magistratura; infatti, quando vi ho fatto ingresso nel 1969, oltre all’Anm, era in vita, e lo è rimasta per quasi un decennio, anche l’Umi (Unione magistrati italiani), poi confluita nell’Anm.
La seconda possibilità di smuovere l’attuale critica situazione stagnante, in cui è adagiata la magistratura, prescinde dalla creazione di una seconda associazione di categoria, quindi appare a prima vista di più facile attuazione, ma invece è forse ancora maggiormente impegnativa sotto il profilo operativo, sebbene con l’attuale livello di informatizzazione e possibilità di incrociare dati, la ritengo tuttavia una strada percorribile. È un’utopia, ma potrebbe davvero recidere quel nefasto collegamento tra Anm e Csm, rispettando tuttavia l’art. 104 della Costituzione, che prescrive l’elettività dei componenti dello stesso. La considerazione di partenza è che non sono segreti né gli elenchi dei magistrati in servizio, né quelli dei magistrati iscritti all’Anm (da cui si possono evincere i non iscritti), così come quelli dei magistrati aderenti alle varie correnti. Tutti costoro infatti hanno autorizzato il ministero di Giustizia alle ritenute mensili sullo stipendio, relative alla quota d’iscrizione all’Anm e anche eventualmente ad una corrente. E allora, una volta raccolti i dati dei magistrati non iscritti all’Anm e di quelli iscritti ma non ufficialmente aderenti ad una corrente, ovviamente con ogni cautela per assicurare il rispetto della privacy, sarebbe sufficiente un interpello personale per sapere, innanzitutto, chi di essi acconsenta ad essere sorteggiato come candidato per il Csm; in secondo luogo, chi assicuri comunque di votare i candidati che risulteranno sorteggiati. Ovviamente il sorteggio dovrebbe essere assicurato con ogni garanzia e la massima trasparenza. Se si riuscisse a creare una banca dati ed effettuare un coordinamento del genere – ma, come ho detto, sembra utopico – una base di 5/6.000 magistrati assicurerebbe, con un’attenta regia di spartizione voti, l’elezione di quasi tutti e venti i componenti togati del Csm, espropriando così di fatto l’Anm della sua più importante funzione e di ogni prospettiva politica. E anche by-passando le «forche caudine» della legge costituzionale. Idee, suggestioni, forse utopie. Per non demordere.
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Donald Trump (Getty Images)
Oggi il premier in Aula su questione energetica e politica internazionale, ma la svolta su Hormuz smonta in anticipo il teatrino preparato dalle opposizioni. Cresce nella maggioranza l’ala ostile al lockdown.
Il ritorno in Parlamento di Giorgia Meloni, dopo il referendum e con il mondo intero con il fiato sospeso per la fragile tregua tra Usa (o meglio, Israele e Usa) e Iran, non sarà una passeggiata. La premier lo sa bene e affila le unghie: il momento è difficile, molto difficile, probabilmente il più cupo della sua esperienza a Palazzo Chigi: un po’ di sollievo sembrava arrivato dal cessate il fuoco accettato da Washington e Teheran, ma ci ha pensato il solito Benjamin Netanyahu, bombardando in maniera terribile il Libano, facendo strage di civili e colpendo anche un veicolo italiano dell’Unifil, a far riesplodere l’incendio.
Già previste le accuse dell’opposizione: «Siete un governo inginocchiato a Trump e Netanyahu». Accuse strumentali, ovviamente, perché Giorgia Meloni, in qualità di presidente del Consiglio, è stata, per il periodo in cui Joe Biden è rimasto alla Casa Bianca, alleata altrettanto fedele degli Usa come lo è oggi. Il problema però è politico: con Biden c’era da rispettare un’alleanza tra due Stati, con Trump c’è stata, e costantemente rivendicata, una affinità di idee, di vedute, una special relationship che è diventata tanto dannosa quanto era stata foriera di successi internazionali.
Netanyahu a parte, però, la tregua in Iran alleggerisce almeno un po’ il peso della vicinanza a Donald Trump: nessuno può prevedere se Giorgia, nella sua informativa (alle 9 a Montecitorio e alle 13 a Palazzo Madama), prenderà le distanze dalle scelte dell’amministrazione Usa, disinnescando i prevedibili attacchi da sinistra. Molto più probabilmente, soprattutto dopo l’attacco al contingente italiano in Libano di ieri, marcherà le distanze da Netanyahu, come del resto ha già fatto, anche in maniera netta, quando le autorità israeliane hanno impedito l’accesso al Santo Sepolcro di Gerusalemme al cardinale Pizzaballa e a padre Ielpo, Custode di Terrasanta. «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme», scrisse la Meloni, «è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri. Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa».
Ci vorrà molto di più, stavolta: vedremo se la Meloni utilizzerà parole di condanna chiare e nette nei confronti di un governo, quello israeliano, che ormai appare fuori controllo. Di certo le opposizioni non mancheranno di contestare al governo le parole pronunciate ieri a Budapest dal vicepresidente Usa Jd Vance a proposito dell’Ucraina: «Siamo rimasti delusi da gran parte della leadership politica in Europa perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto», ha detto Vance, «abbiamo avuto aiuto da alcuni partner: Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orbán, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti».
Detto ciò, la Meloni di certo non mancherà di sottolineare, a chi le contesterà l’«appiattimento» su Trump, che i trattati bilaterali tra Italia e Stati Uniti esistono dal secolo scorso, e sono stati sempre e comunque rispettati da qualsiasi governo sia stato in carica a Roma. Su questo terreno, la Meloni avrà gioco facile a rintuzzare i prevedibili attacchi di Pd e M5s. I dem sono stati al governo praticamente sempre, tranne poche parentesi, e sempre hanno mantenuto saldissimo il legame con Washington: basti pensare che nel 2022 Enrico Letta preferì concedere una vittoria sicura alla Meloni piuttosto che allearsi con il M5s di Giuseppe Conte, giudicato troppo filorusso: il centrosinistra si presentò diviso alle elezioni e perse una marea di collegi uninominali che altrimenti sarebbero stati contendibili. Per quel che riguarda lo stesso Conte, poi, per la Meloni sarà un gioco da ragazzi ricordare i bei tempi (lontani) di «Giuseppi» e quelli vicini del meeting culinario con Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump per le partnership globali.
Al di là del «il miglior amico di Trump sei tu», «no sei tu» (ah come cambiano in fretta i tempi, fino a poche settimane c’era la corsa ad accreditarsi come fedelissimi alleati del tycoon, oggi invece si cerca in ogni modo di prenderne le distanze), la sostanza del discorso della Meloni, le parole che gli italiani sono più ansiosi di ascoltare, riguardano la crisi energetica e le contromisure che ha in mente il governo, al di là del taglio delle accise prorogato fino al 1 maggio. Su questo tema la premier avrà solidi fatti da contrapporre alle parole dell’opposizione: la missione della presidente del Consiglio, la prima leader europea a recarsi nei Paesi del Golfo nei giorni più infuocati della crisi energetica, è stata una abile mossa diplomatica. La Meloni, ricordiamolo, ha incontrato in rapida successione i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Salman, Tamim bin Hamad Al Thani e Mohamed bin Zayed Al Nayyan. In Parlamento potrà esporre i risultati di questi incontri.
Buono anche il clima politico in casa Lega: Matteo Salvini è stato in prima linea, in questi giorni, contro ipotesi apocalittiche come razionamenti, lockdown energetico, smart working, patto di stabilità (attraverso le parole di Giancarlo Giorgetti) e con il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz questi spettri sembrano più lontani.
Intanto, ieri, la Meloni ha annunciato che «il decreto bollette è legge»: «Aiutiamo chi è più in difficoltà con il bonus sociale che sale a 315 euro, riduciamo gli oneri generali di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese, poniamo le basi per abbassare in modo strutturale il costo dell’energia».
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Luca Di Donna e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Sono trascorsi cinque anni da quando scoppiò la pandemia, eppure, a distanza di oltre 1.800 giorni, molte decisioni e appalti di quella stagione di emergenza, costata decine di migliaia di morti e decine di miliardi di euro, restano ancora avvolti nell’ombra. Grazie ai Dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio, a Palazzo Chigi si decideva in fretta, nominando plenipotenziari che scavalcavano le procedure amministrative assicurando uno scudo giudiziario ai vertici della struttura anti Covid. Risultato, a distanza di cinque anni ancora molte cose non sono chiare e molte responsabilità da verificare.
La commissione istituita all’inizio
della legislatura avrebbe dovuto fare luce sul periodo, ma tra reticenze e ostacoli fatica a procedere. Con qualche eccezione, come ad esempio l’audizione di ieri, in cui due imprenditori hanno raccontato la strana mediazione per la fornitura di mascherine sanitarie. A proporla sarebbe stato un legale dello studio Alpa, lo stesso per cui aveva lavorato Giuseppe Conte.
I lettori della Verità in parte conoscono il protagonista di questa faccenda, perché già tempo fa il nostro Giacomo Amadori si occupò dell’avvocato Luca Di Donna, raccontando il suo interessamento alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza. Ora però due imprenditori, prima Giovanni Buini poi Dario Bianchi, raccontano di essere stati avvicinati da un «collega di studio di Giuseppe Conte». E costui, in cambio di una mediazione, avrebbe richiesto il pagamento di una percentuale sui contratti di fornitura di mascherine. Una partita da decine di milioni, che per fornire una consulenza nell’affare avrebbe preteso il pagamento del 10%. Un ruolo nella vicenda lo avrebbe avuto anche un altro avvocato, collega di Di Donna, il quale avrebbe incontrato Buini dicendo che «qualora ce ne fosse stato bisogno avrebbero potuto agevolarlo o creare opportunità di lavoro con la presidenza del Consiglio, facendo riferimento alla vicinanza di Di Donna con l’allora premier» in cambio, ovviamente, di un compenso. Buini in commissione ha detto tempo fa di considerare la somma richiesta dai due legali – circa 13 milioni di euro su una fornitura da 160 milioni di mascherine – «palesemente una tangente».
Discorso più o meno simile quello di Dario Bianchi, cui Luca Di Donna fu presentato come un legale che avrebbe «potuto agevolare la risoluzione di un contenzioso, che all’epoca era in corso fra la sua azienda e la struttura commissariale». Gli incontri si svolsero presso lo studio Alpa e lo stesso Di Donna si presentò come «collega del premier». Nell’ultimo appuntamento il legale avrebbe detto che la vicenda si sarebbe potuta risolvere, ma solo sottoscrivendo un accordo che impegnasse l’azienda a pagare, con una somma pari al 10% del fatturato, le attività svolte in suo favore. «Non posso dire che sia stata una richiesta di tangente, ma di sicuro è stata una richiesta abnorme e ingiustificata», ha spiegato l’imprenditore, «alla quale non è stato dato seguito». Dopo aver detto no alla «consulenza», il rapporto con la struttura commissariale invece di risolversi si complicò, con un aumento di controlli sulle mascherine fornite dalla ditta.
La Procura di Roma ha indagato sulla faccenda, ma poi ha archiviato. Ora però pare avviata un’altra inchiesta da parte dei pm di Civitavecchia, competenti per il luogo in cui si sarebbero svolti i fatti. Di fronte a tutto ciò la domanda è piuttosto ovvia: durante il Covid, mentre morivano le persone, qualcuno ha speculato sulla tragedia, cercando di lucrare tangenti in cambio di presunte «agevolazioni»? Viene spontaneo anche un quesito: ha senso che Giuseppe Conte sieda proprio nella commissione che deve indagare sulla gestione dell’emergenza? Naturalmente l’ex premier e capo dei 5 stelle non è responsabile di ciò che hanno fatto o non hanno fatto persone a lui vicine, ma la sua presenza nell’istituzione che deve fare piena luce su un periodo in cui egli stesso è stato protagonista non contribuisce a favorire con serenità gli accertamenti dei fatti. «Conte usa la commissione come scudo» dicono gli esponenti di Fratelli d’Italia, mentre dovrebbe spogliarsi del doppio ruolo di testimone e commissario. In effetti, l’ex avvocato del popolo, in questo caso, sembra molto l’avvocato di sé stesso, più attento a tutelare la propria immagine che a fugare le ombre di un periodo buio.
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Ansa
Lo smottamento di Petacciato in Molise (4 km quadrati) rende inservibili strade e ferrovie sulla tratta adriatica. La Puglia è completamente tagliata fuori e si rischiano tempi lunghi per rimediare. Riunione con la Meloni: pronto un primo stanziamento.
Il giorno dopo la frana di Petacciato, il «risveglio» è ancora più burrascoso. L’Italia è spaccata in due. La Puglia è isolata. Il Molise inizia a fare la conta dei danni. Restano interrotte l’autostrada A14, la Statale 16 e la linea ferroviaria. Gli esperti dicono che quella del Petacciato, la frana più grande d’Europa, è imprevedibile ed è, quindi, necessario che si fermi. Il governo è già corso ai ripari. Infatti, nella seduta di oggi del Consiglio dei ministri sarà affrontata l’emergenza Molise attraverso l’adozione di un provvedimento che prevede un primo iniziale stanziamento di risorse finalizzato al ripristino della rete ferroviaria, dell’Autostrada A14 e della Statale 16. Lo si apprende da fonti di Palazzo Chigi.
La decisione è stata assunta nel corso di una seconda riunione, successiva a quella tenutasi ieri mattina, alla quale hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il capo del dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia Costiera, Sergio Liardo, e i vertici di Fs, Rfi, Anas e Autostrade per l’Italia. La Meloni ieri ha contattato telefonicamente il presidente della giunta regionale del Molise, Francesco Roberti e sta seguendo momento per momento l’evolversi della situazione. Intanto, in Molise da ieri le scuole sono rimaste chiuse e la situazione sembra paralizzata. Sono in corso le verifiche tecniche necessarie per valutare gli interventi volti al ripristino della viabilità. Il capo della Protezione civile sta monitorando gli sviluppi: «In Molise c’è questa frana storica, grande, enorme, che si è riattivata. Stiamo parlando di circa quattro chilometri quadrati di terreno. Si è purtroppo imposta l’evacuazione di una cinquantina di persone del comune di Petacciato e soprattutto è compromessa la viabilità della Statale 16, già intaccata dal crollo del ponte sul fiume Trigno, dell’autostrada adriatica A14 all’altezza di un viadotto (viadotto Cacchione, ndr) e della viabilità ferroviaria della linea adriatica che è stata deformata dalla frana che sta scendendo verso il mare». Adesso l’obiettivo è stabilire un ordine di priorità per gli interventi. Si punta - ha spiegato Ciciliano - «al ripristino della viabilità sia stradale che ferroviaria ma nel frattempo è necessario mettere in campo delle soluzioni alternative per evitare gli allungamenti incredibili dei tempi di percorrenza. Si deve fare un ragionamento sui passeggeri, quindi linea ferroviaria, trasporto leggero e trasporto pesante su gomma e, ovviamente, le soluzioni sono diverse perché il trasporto pesante difficilmente viene assorbito dalla viabilità locale, perché è una viabilità di piccole dimensioni e quindi si sta deviando in questo momento il flusso attraverso l’Autostrada del Sole e poi Napoli-Bari e Bari-Foggia per poter realizzare la migliore soluzione di questa contingenza». Il capo della Protezione civile ha ribadito che «l’asse adriatico è strategico, quindi è importante fare presto. Bisogna fare presto e fare bene. Ci sarà bisogno di più di qualche giorno per ultimare le valutazioni tecniche, all’esito delle quali, se tutto va bene e viene confermato che la frana è ferma e quindi si può lavorare in sicurezza, il ripristino della viabilità ferroviaria e stradale potrà essere precoce». Tra gli abitanti di Puglia e Molise la preoccupazione diventa palpabile soprattutto per le conseguenze future e per i problemi sulla viabilità. Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha sottolineato la necessità di interventi tempestivi: «Quella di Petacciato è una vicenda che non riguarda solo un territorio ma l’intero Paese. I disagi potrebbero protrarsi per settimane, col rischio concreto di lasciare isolata la Puglia e, più in generale, di spezzare in due l’Italia lungo uno dei suoi principali assi di collegamento. Questa è una prospettiva che non possiamo permetterci di sottovalutare. Chiediamo al governo interventi urgenti e immediati per la messa in sicurezza del fronte franoso e per il ripristino delle condizioni di normalità nel più breve tempo possibile». Le risposte sono arrivate nella serata di ieri al termine di un tavolo operativo, convocato al Mit dal ministro Matteo Salvini: potrebbe avvenire già nei prossimi giorni la riapertura dell’autostrada A14, in entrambe le direzioni, tra Vasto Sud e Poggio Imperiale e, non appena il monitoraggio della frana lo consentirà, anche della Ss16 dal km 531+800 al km 535+800 e della Ss709 dal km 0 al km 6. Intanto, è arrivato pure il via libera all’avvio dei lavori sulla linea ferroviaria adriatica e la circolazione potrebbe essere riattivata venerdì. Il Mit ha reso noto che il ministro Salvini ha preso visione della totalità degli interventi che serviranno per ristabilire la normale viabilità lungo tutto il versante e oggi stesso dovrebbe effettuare un sopralluogo.
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