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In ordine da sinistra: Pietro Gaeta, Francesco Minisci e Paolo Auriemma (Ansa)
Da Paolo Auriemma a Michele Prestipino: le chat dello stratega delle nomine mostrano chi usufruito dei suoi aiutini. A danno dei colleghi.
Tutti lo cercavano. Tutti gli scrivevano. Tutti chiedevano incontri o sostegni. E tutti hanno fatto carriera. Le chat del caso Palamara raccontano gli intrecci senza filtri. Con frasi di questo tipo quando ci si affidava al capocorrente di Unicost: «La mia carriera è nelle tue mani». Come fece Gaetano Sgroia, attuale presidente di sezione al tribunale di Salerno.
E con ringraziamenti quando si incassava il risultato, come quello di Francesco Cascini, che si contendeva la poltrona da pm a Piazza Clodio con il collega Carlo Villani: «Senza di te non avevo speranze». Della vicenda si interessò anche Cascini senior, Giuseppe, al quale Palamara scrisse: «Ora in Terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello». Qualche ora dopo, a battaglia vinta arrivarono i ringraziamenti: «Grazie Luca». Lo stesso Cascini senior, poi, diventò procuratore aggiunto a Roma. Palamara convinse il concorrente diretto Sergio Colaiocco a ritirare la domanda.
È una sequenza. Un filo diretto con il centro delle decisioni. Ed è proprio questa trama che aiuta a comprendere come funziona davvero il Csm quando è attraversato dalle correnti. In alcuni casi si potrebbe ritenere una coincidenza: ma tutte le toghe che hanno bussato alla porta di Palamara quando era componente del Csm (2014-2018) hanno fatto carriera in danno di altri magistrati. Pietro Gaeta compare nelle chat perché avrebbe cercato un’interlocuzione con Palamara tramite Pina Casella, in servizio alla Procura generale della Cassazione: «Ciao Luca sono in ufficio con Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai». E ancora: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Gaeta alla prossima settimana?». In quell’occasione Gaeta ottenne la nomina ad avvocato generale. Poi, ulteriormente promosso nel febbraio 2025, ha raggiunto la carica di procuratore generale della Corte di Cassazione.
E proprio con Gaeta si consuma un passaggio paradossale. Il magistrato è stato l’accusatore di Palamara nel procedimento disciplinare, creando una grottesca situazione che viene ricostruita così: il pm Gaeta chiese ai giudici (la famigerata Sezione disciplinare del Csm) la sanzione massima per l’incolpato Palamara, sulla graticola per una condotta, l’interferenza sul Csm, posta in essere dallo stesso Gaeta in concorso con l’incolpato Palamara. La vicenda arrivò in Parlamento tramite le interrogazioni di Maurizio Gasparri, ma i ministri Alfonso Bonafede e poi Marta Cartabia non hanno mai risposto. Di «polvere sotto il tappeto», per dirla come l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, insomma, ce n’è in abbondanza.
Paolo Abritti, all’epoca referente Unicost, indicò a Palamara i nomi per le presidenze di sezione a Perugia. Tra le richieste c’era quella per Carla Maria Giangaboni, avanzata con un messaggino stringato: «Giangaboni (Area) pst penale». Sarà proprio lei a finire sulla poltrona da presidente della sezione penale del tribunale di Perugia e a occuparsi poi proprio del procedimento contro Palamara. L’ennesimo cortocircuito. Non mancarono le segnalazioni. L’ex deputata dem Donatella Ferranti, ora in Cassazione (ruolo nel quale ha deciso di recente un ricorso dei sostenitori del No al referendum), si spese per due colleghi: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per pres sezione Viterbo. Cerca poi di parlare con Cascini. Mi raccomando per tutto anche Viterbo oltre Francesco». Le due frecce colpirono il centro del bersaglio. Oggi Turco, ulteriormente promosso a gennaio 2026, è presidente del tribunale di Grosseto. Francesco Salzano, invece, è andato in pensione nel 2025. Il tutto senza conseguenze.
Ci sono poi le intermediazioni. Michele Prestipino, citato nelle chat di Francesco Minisci (diventato procuratore di Frosinone a settembre 2025) si sarebbe speso per una collega: «Per presidente sezione tribunale Messina c’è Romeo, che Michele dice che è in quell’ufficio ed è molto brava». Pochi giorni dopo Minisci tornò sull’argomento: «Come si mettono le cose? Me lo ha chiesto Michele, ci tiene». Anche queste chat finirono in un limbo. Prestipino venne promosso viceprocuratore nazionale antimafia nell’aprile 2024 per poi dimettersi dopo un’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, la Romeo, che dopo aver ricoperto l’incarico pietito a Palamara, si è trasferita nello stesso ruolo a Catania. Anche le indicazioni diventano nomine stabili. Per Antonella Consiglio viene chiesta e ottenuta dall’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone la presidenza dell’ufficio gip di Palermo, ruolo nel quale di recente ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare (annullata dalla Cassazione) per l’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Laura Pedio, indicata chiaramente nelle chat con un «Greco la vuole?» e con un «è sua, capito?», in quel momento diventa procuratore aggiunto a Milano e, senza alcuno strascico per le chat, viene promossa alla carica di procuratore di Lodi nel settembre 2024. Ma era stato proprio Francesco Greco, ex procuratore di Milano, a fustigare pubblicamente il sistema descritto come quel «mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord… ci ha lasciati sconcertati». Uscirono poi i messaggi di confidenza tra Greco e Palamara, con tanto di appuntamento a Roma «al solito posto». Anche Francesco Cananzi, giudice in Cassazione, si mostrò molto critico e si era ripromesso di «rifondare la corrente e di scommettere nel rilancio di Unicst com polo moderato». Mandò un messaggio anche lui: «Luca puoi vedere di fare Falco per pst Chieti». Sepolcro imbiancato. Come quello di Massimo Forciniti, già presidente di sezione al tribunale di Crotone e consigliere del Csm con Palamara, autore di messaggi come «intervieni e vota Fidelbo», viene promosso a maggio 2025 presidente di sezione del Tribunale di Catanzaro. Onelio Dodero, oggi fortemente schierato per il No (in un’intervista alla Stampa ha paragonato il referendum a una scelta «tra Barabba… e Cristo», sostenendo che il sì «sgretolerà sempre di più la democrazia»), arriva alla Procura di Cuneo passando dalle chat della moglie Alessandra Salvadori: «A breve votiamo Cuneo. Tutto ok!» e «Grazie Luca! Davvero una bella notizia finalmente». Dodero è tuttora procuratore di Cuneo. Salvadori, invece, presiede una sezione del tribunale di Torino.
Perfino le richieste più insistenti non hanno intralciato le corse verso i posti più ambiti. Paolo Auriemma, pure lui per il No, scrisse: «Colaiocco continua a chiamarmi. Dice che domani si decide sulla nomina di procuratore aggiunto e mi sembra che abbia le idee abbastanza chiare […]. Però se mi dedichi cinque minuti risolviamo questo problema…». Nel febbraio 2025 diventa procuratore della Repubblica di Rieti. E l’elenco potrebbe continuare. Perché di magistrati che, nonostante le chat con Palamara hanno fatto carriera ce ne sono tanti. Basta rileggere i messaggi. Quante volte lo stratega delle nomine ha ricevuto richieste del tipo: «Posso chiamarti?». Perfino per delle richieste di intervento: «Luca vedi che c’è il proc gen che sta esagerando... prima diceva in giro che non andavo bene perché sarei del posto... adesso va dicendo che non vado bene perché sono senza polso». Il tutto in un sistema di relazioni che non si è fermato. E che, alla prova dei fatti, non ha fermato neppure le carriere.
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Nel riquadro Marco Tamburrino, gip e gup presso il Tribunale di Trento. Sullo sfondo una seduta del Csm (Ansa)
Marco Tamburrino, giudice per le Indagini preliminari e giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Trento: «Hanno creato un ulteriore potere, quello politico, che la magistratura non deve avere. Calamandrei 80 anni fa aveva capito il rischio di questa deriva. L’Alta Corte garantirà imparzialità e autorevolezza».
Ho deciso di votare Sì al referendum per avere, con l’eventuale approvazione della riforma oggetto di referendum, giudici autonomi, liberi e indipendenti da qualsiasi influenza politica o di corrente, essendo noi come prevede la Costituzione, soggetti solamente alla legge.
Io, così come altri colleghi, abbiamo deciso di uscire fuori dal guscio e dire che votiamo Sì per dare il preciso segnale che non tutti i magistrati sono schierati per il No alla riforma, nonché, almeno per me, per amore di verità, dignità della funzione e ruolo che svolgiamo, non condividendo i vari slogan della Associazione nazionale magistrati, che non sono in alcun modo veritieri. Non ho ritenuto, infatti, corretto che da magistrati si dicano cose non vere ai cittadini, perché la riforma non è contro la magistratura e non è a danno della cittadinanza.
La legge sottoposta a referendum, infatti, non crea alcuna dipendenza dei giudici dal governo o dalla politica, non essendo tale fatto previsto in alcun modo dalla normativa, anzi, a mio sommesso avviso, vuole creare giudici assolutamente laici ed eliminare il fenomeno che ha visto, nella storia repubblicana, la politicizzazione di una parte della magistratura. I magistrati devono, infatti, occuparsi di fare il loro lavoro, ovvero definire e gestire i vari procedimenti penali e civili, applicando la legge e rendendo il relativo servizio a tutti i cittadini, nel modo più efficiente possibile, senza derive politiche di alcun tipo. In questo consiste il nostro bellissimo lavoro, che viene svilito nella funzione, nonché nella dignità di indossare la toga, se si arriva a una deriva di tipo politico o in quella di chi giudica seguendo un’ideologia relativa all’appartenenza a una determinata corrente. La toga non deve avere, per me, il colore di nessuna «squadra».
Sono convinto che la separazione delle carriere serva per avere un processo penale più giusto e perché il pubblico ministero e il giudice fanno lavori che sono profondamente diversi tra loro. Il primo, nella fase delle indagini, cerca le prove anche tramite la polizia giudiziaria rispetto alla notizia di un fatto criminoso, di cui gli è pervenuta notizia.
Il giudice non cerca nessuna prova, nel corso del processo, ma ha di fronte a sé la tesi dell’accusa e quella della difesa, che ricostruisce il fatto in modo diverso. Il giudice, in tutto ciò, è come se si trovasse all’apice di un triangolo equilatero, con una tesi da un lato e un’altra all’opposto e deve adottare una decisione, in un contraddittorio che permette di far emergere i fatti come sono accaduti secondo la versione dell’accusa e quella della difesa.
Nel corso delle indagini, il giudice, invece, ha delicatissimi compiti, per esempio connessi con l’emissione di ordinanze di custodia cautelare in carcere, o misure cautelari non detentive, che possono spesso pregiudicare la libertà del cittadino. In tale ambito, la distanza del giudice dal pubblico ministero è essenziale, non potendo ammettersi alcun appiattimento sulle richieste del pm, essendo il vaglio analitico in tali casi del tutto necessario.
In gioco c’è la libertà personale, bene primario di noi tutti, e la garanzia dell’esame scrupoloso e attentissimo, sia da parte del giudice che del pm, è fondamentale. Non credo piaccia a nessun cittadino essere ristretto in carcere o agli arresti domiciliari, in esecuzione di provvedimento del giudice delle indagini preliminari che non abbia fatto un approfondito esame degli indizi a carico. In tal senso, la separazione delle carriere garantisce un pm da un lato e un giudice dall’altro, ciascuno nella sua sfera professionale, pienamente consapevoli del ruolo svolto.
Allo stato, osservo che il fenomeno del non corretto vaglio e del fenomeno che talora si vede del cosiddetto copia e incolla della richiesta dell’accusa nel provvedimento del giudice, con conseguenze anche gravi sulla libertà, non appare sanzionato in modo adeguato a livello disciplinare o sotto l’aspetto delle valutazioni di avanzamento in carriera.
Non è poi vero che il pm diventa un mero accusatore, mantenendo egli inalterata la sua peculiare funzione di parte del procedimento penale, potendo chiedere archiviazioni, rinvii a giudizio ecc., non venendo staccato dalla giurisdizione, come la campagna del fronte del No ha sostenuto, e non indebolendosi affatto.
Quanto al Csm, non è vero che lo stesso è un organo di rappresentanza dei magistrati e, infatti, l’elezione prevista in Costituzione doveva fare in modo che i giudici che componevano tale organo gestissero in autonomia e senza influenza politica alcuna i compiti assegnati, ovvero trasferimenti, avanzamenti in carriera, provvedimenti disciplinari, nomine di direttivi e semidirettivi ed organizzazione degli uffici.
Il medesimo professor Piero Calamandrei, nell’Assemblea costituente, aveva paventato, come conseguenza dell’elezione dei componenti togati, il pericolo di una deriva politica del Csm, cosa che poi, ahimè, circa 80 anni dopo, è accaduta. Il motivo? Perché i componenti magistrati del Consiglio sono attualmente tutti soggetti eletti da noi magistrati, ma iscritti ad associazioni private dette correnti, che sono legate a ideologie politiche
Ecco, dunque, che si è snaturato del tutto il compito del Csm, che deve garantire, secondo i Costituenti, l’autonomia e l’indipendenza di noi magistrati, sia rispetto al potere legislativo che all’esecutivo. Vi deve essere, però, anche una garanzia interna, ovvero fare sì che il Csm protegga il magistrato dai condizionamenti dei colleghi e delle correnti.
Il magistrato non deve rispondere a nessuno, non deve iscriversi a un gruppo nell’ottica di avere un «ritorno» dall’appartenenza, non deve rivolgersi a un capo corrente se vuole avere un incarico direttivo. Deve essere, lo ripeto, libero autonomo e indipendente da ogni condizionamento interno.
In tal senso, quindi, il sorteggio vuole evitare in concreto la degenerazione correntizia e riportare il Consiglio superiore a quello che era il disegno originario dei Costituenti, spezzando la possibilità che solo magistrati iscritti a tali associazioni possano accedere a tale organo. Il nuovo metodo garantisce un assetto democratico pieno all’interno del Csm, nella sua più ampia accezione, dando voce a chi finora non l’ha mai avuta.
Si vuole spezzare, con il sorteggio, il legame di appartenenza che lega il magistrato eletto al Consiglio superiore, con il magistrato elettore. Chi non vede, infatti, che l’eletto possa essere influenzato dal suo elettore, per ogni valutazione dinanzi al Csm? Ciò crea una stortura a danno del sistema.
Con il sorteggio, peraltro, anche magistrati liberi e indipendenti dalla deriva correntizia potranno accedere a Palazzo Bachelet, cosa assolutamente non possibile allo stato attuale. Il sorteggio, peraltro, è previsto per i componenti della commissione del concorso per accedere in magistratura, quindi, non si comprende perché per valutare l’ingresso di futuri giudici e le prove scritte e orali dei candidati si debba ammettere, mentre per i compiti di alta amministrazione del Csm no. Viene fatto tra magistrati non tra passanti, quindi tra soggetti qualificati.
Forse non si vuole che il potere correntizio diminuisca la sua influenza politica nel Csm, ma, di certo, il suddetto organo non può trasformarsi in un parlamentino dei magistrati, in contrasto con il potere politico e di governo. In tal maniera, infatti, si crea un ulteriore potere, ovvero quello politico che la magistratura non deve in alcun modo avere.
I Costituenti, infatti, hanno previsto che i giudici amministrino la giustizia in nome del popolo rendendo un servizio altissimo alla società e che siano soggetti solo alla legge non ad altro, inclusa la politica. Tentare di recuperare il modello originario trovo sia solo un bene non un male.
Quanto all’Alta Corte, l’istituzione della stessa garantirà una maggiore imparzialità ed autorevolezza, perché sarà composta da magistrati, avvocati e professori universitari sorteggiati tra una platea di professionisti di alto livello, che si occuperanno solo dei giudizi disciplinari.
Si crea, quindi, un organo autonomo e staccato dal Csm per giudicare gli illeciti disciplinari, senza che sia lo stesso ente che amministra a giudicare i suoi amministrati. In questo modo si vogliono ridurre le attuali distorsioni generate dall’appartenenza alle correnti dei consiglieri, che attualmente giudicano i magistrati con quel rapporto che lega eletto ed elettore, ed evitare che fatti di rilievo (ingiuste detenzioni per più di un anno, ritardi pluriennali nel deposito di provvedimenti) possano rimanere impuniti, come purtroppo è avvenuto.
Tutto ciò può rendere più credibile la magistratura. La campagna referendaria ha evidenziato il timore che in magistratura si vive nel dire Sì a questa riforma. Il fatto che molti colleghi contattati abbiano dichiarato di non volersi esprimere per paura di ritorsioni è indice di sistema viziato, per me da cambiare. È questa l’indipendenza e la libertà che c’è in una magistratura che dovrebbe garantire l’esercizio di diritti fondamentali e che parla di deriva autoritaria della riforma?
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Domanda asiatica in calo. Teheran colpisce infrastrutture energetiche. Shipping globale nel caos. La guerra aiuta la Russia. Shock energetico prolungato? I sauditi temono petrolio a 180$.
Nel riquadro l'ex presidente del Tribunale di Fermo Bruno Castagnoli (Ansa)
Bruno Castagnoli, ex presidente del Tribunale di Fermo: «Per tutto il dibattito abbiamo sentito dire che i sostenitori del Sì sono dei delinquenti. E che il Fronte del No è l’unico difensore della Costituzione. Un vero e proprio «furto» da parte di chi arriva a descrivere una riforma come un attentato».
Durante la campagna referendaria in corso abbiamo ascoltato, per la verità da entrambi i fronti, affermazioni non pertinenti ai quesiti referendari e francamente infelici, talvolta disdicevoli. Richiamo per tutte, sul Fronte del No, quanto affermato da un noto procuratore della Repubblica circa l’elettorato calabro, laddove si è affermato che gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere voteranno Sì. Un’affermazione che è sembrata riguardare tutti gli elettori e non semplicemente una parte, operando una summa divisio tra le persone per bene, che voteranno No, e le altre che voteranno Sì.
Ciò che, però, mi ha suscitato maggiore indignazione e tristezza è stato quello che definisco il «furto» della Costituzione da parte del fronte del No, in particolare dall’Associazione nazionale magistrati (si intende furto in senso allegorico, non essendo la Costituzione un bene mobile). Si è assistito, in particolare, da parte di magistrati a sventolii di Costituzioni cartacee, spesso accompagnati da spille orgogliosamente ostentate, a far intendere che la riforma costituzionale oggetto del referendum sia un attentato alla nostra Legge fondamentale, di cui il fronte del No sarebbe, invece, impavido e strenuo difensore, erede della Resistenza (quella con la R maiuscola). Mi permetto di dire che è proprio questa sua difesa a oltranza a offendere la Costituzione (che, non dimentichiamolo è stata anche il frutto di faticosi compromessi tra le forze politiche che avevano animato la Resistenza), cristalizzandola e costringendola in una dimensione atemporale e astratta, quasi che la Costituzione, come originariamente concepita, segnasse, sul piano dell’architettura istituzionale, la fine della storia, per mutuare il titolo di un libro del politologo Francis Fukuyama contenente la profezia, rivelatasi tragicamente errata, che con il crollo dell’Unione sovietica i principi liberali e capitalistici si sarebbero gradualmente affermati in tutto il pianeta.
Il fatto è che la Costituzione - definita da alcuni la «più bella» di tutte con un giudizio di tipo estetico che non appare pertinente, prevede la possibilità di una revisione delle sue norme, disciplinando il relativo procedimento (articolo 138), a eccezione della forma repubblicana dello Stato (articolo 139), evidentemente sul presupposto che tali norme possano essere adeguate o modificate tenendo conto, tra l’altro, di nuove esigenze e dell’evoluzione del tessuto sociale ed economico della nazione. La stessa previsione, contenuta nell’articolo 138, di maggioranze per la revisione costituzionale o per l’emanazione di leggi costituzionali, dimostra a evidenza l’inconsistenza dell’argomento secondo il quale ogni intervento in materia dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche e sociali, cosa che condurrebbe a un acritico immobilismo. È poi vero che la Corte costituzionale ha chiarito che «la Costituzione, pur considerando la magistratura come un unico “ordine”, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio superiore (articolo 104), non contiene alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di una carriera unica o di carriere separate fra i magistrati».
Tali nozioni giuridiche, al pari della Grundorm (norma fondamentale) di kelseniana memoria e della distinzione tra costituzioni rigide e flessibili, sono sicuramente sconosciute alla pletora di attori, comici e cantanti che ci deliziano con le loro boutade a favore del No, prive di ogni valore giuridico, e ad antagonisti, pro Pal e sigle varie, scesi in piazza a favore del No, forse convinti, ma a torto, che la Costituzione vigente (cioè quella non riformata) consenta loro non solo di manifestare liberamente e lecitamente il loro pensiero e di riunirsi pacificamente, ma anche di occupare immobili, di impedire di parlare a chi non la pensa come loro, di bruciare effigi di politici e di devastare beni pubblici e privati.
A proposito di vizi logici, è da porre attenzione anche a quello che consiste nell’opporsi alla riforma solo perché proveniente dall’attuale maggioranza parlamentare, non guardando, dunque, al merito della riforma stessa, ma a chi ne è stato promotore; vizio logico che è probabilmente alla base dell’altrimenti inspiegabile presa di posizione di procuratori della Repubblica e di giornalisti che, dopo il cosiddetto scandalo Palamara, si erano schierati a favore del sorteggio dei componenti del Csm e che ora rinnegano quelle prese di posizione con argomenti apparentemente sofisticati, ma in realtà speciosi (sorteggio secco, sorteggio temperato e altri di tale natura).
Se dunque il primo auspicio è quello che Dio, o la Provvidenza, o la sorte benigna (scegliete voi) o, più concretamente, il voto del 22 e del 23 marzo ci salvi da questi difensori del No e dalla loro appropriazione indebita della Costituzione, attuata attraverso argomenti volti a suscitare emozioni, ma privi di razionalità e di valore giuridico, mi permetto di formulare alcuni «avvisi ai naviganti», rectius elettori.
Ho già detto, richiamando concetti espressi dalla Corte costituzionale, che la separazione delle carriere non è contraria ai supremi principi della Costituzione; anzi, aggiungo, tale separazione è tale da rendere effettivo e percepibile, in particolare da indagati e imputati, il principio della terzietà del giudice previsto dall’articolo 111 della Costituzione, riformato negli anni Novanta senza che nessuno in quella occasione, come in numerose altre, invocasse l’intangibilità della Costituzione.
Quanto alla istituzione di due Csm (uno per la giudicante e l’altro per la requirente) si tratta di una conseguenza inevitabile della separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero, mentre l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare e l’introduzione del metodo del sorteggio per i componenti dei due Csm e di parte dell’Alta Corte appaiono, a loro volta, un necessario rimedio al fallimento della giurisdizione disciplinare esercitata dal Csm e al modo in cui sono state spesso operate da tale organo le scelte relative alla carriera dei magistrati. Ciò a cui si vuole porre rimedio è il fenomeno che è stata definito, non a torto, la degenerazione delle correnti. È indubbio che le correnti, inizialmente sorte quali portatrici di idealità e di visioni culturali diverse all’interno della magistratura, si siano trasformate in centri di potere, funzionali anche alla nomina dei consiglieri del Csm, condizionandone poi le scelte, come testimoniato, tra l’altro, dalle visite nei tribunali, prima delle elezioni, da parte di capi o di rappresentanti delle correnti, dirette ad acquisire consenso e voti, di cui si terrà poi conto nelle decisioni, trasformando impropriamente il Csm in un organo di rappresentanza di tipo politico dei magistrati elettori.
Tale fenomeno ha avuto inevitabili riflessi sulla giurisdizione disciplinare, evidentemente condizionata dalle correnti, con la conseguenza che - come ciascuno può constatare agevolmente leggendo le chat tra Luca Palamara e vari magistrati - molti incarichi sono stati conferiti anche a magistrati adusi a utilizzare in maniera massiccia tali chat, il tutto favorito da un editto dell’allora procuratore generale della Cassazione che ha ritenuto lecita l’autopromozione (rectius autoraccomandazione) dei magistrati, senza denigrazione degli altri concorrenti ai posti ambiti.
Quanto al sorteggio si tratta di un metodo che, oltre a evitare le avvilenti, per la magistratura, campagne elettorali che precedono la nomina dei componenti del Csm, appare improntato a trasparenza.
Non va dimenticato che impropriamente, quanto ai componenti laici dei Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare, viene operata, per ignoranza o per astuto calcolo dialettico, una confusione tra governo e Parlamento, dimenticando che anche nella Costituzione vigente i componenti laici del Csm sono nominati dal Parlamento in seduta comune, senza che mai tale prerogativa sia stata riferita, neppure per fini polemici, al governo.
Tralasciando problematiche ulteriori, capziosamente sollevate in ordine alle modalità del sorteggio senza neppure attendere le leggi ordinarie che dovranno adeguare le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare alla legge costituzionale oggetto del referendum, mi limito a richiamare alcuni principi fondamentali, spesso non considerati nel dibattito referendario:
1 la magistratura non è un potere dello Stato, ma un ordine autonomo e indipendente (articolo 104 Costituzione) e il potere giudiziario e giurisdizionale appartiene ai singoli magistrati (giudicanti e requirenti), trattandosi di potere cosiddetto diffuso, cioè attribuito non a una corporazione, ma ai singoli magistrati quando esercitano le loro funzioni;
2 il Csm non è un potere dello Stato, ma un organo, di rilevanza costituzionale, di alta amministrazione (si parla di amministrazione della giurisdizione), sia pure dotato di importanti funzioni, attinenti in particolare allo status dei magistrati (promozioni, trasferimenti, incarichi) e non è, come si è visto, un organo di rappresentanza politica dei magistrati; tantomeno è un potere dello Stato l’Associazione nazionale magistrati, onde impropriamente si evoca un conflitto tra poteri dello Stato con riferimento alle polemiche, spesso suscitate dall’Anm, tra quest’ultima e il governo o il parlamento in carica. Corollario di ciò e che la vera domanda da porsi è se la riforma costituzionale oggetto del referendum possa condizionare o influenzare i singoli giudici e i singoli pubblici ministeri nell’esercizio delle loro funzioni.
La risposta a tale domanda è sicuramente negativa, alla luce di una piana lettura delle disposizioni della legge costituzionale; solo in malafede e con un indebito processo alle intenzioni numerosi sostenitori del No fanno riferimento, come comodo antidoto a una discussione sul merito, a ipotizzate e non meglio precisate future iniziative della maggioranza parlamentare che in alcun modo sono insite nella riforma o preannunciate dalla stessa.
Spero, con questi «avvisi ai naviganti» e con queste brevi considerazioni, di contribuire a una vittoria referendaria del Sì che, lungi dall’indebolirla, consenta di cogliere un’occasione forse irripetibile per regalare all’Italia una magistratura più trasparente, indipendente anche da condizionamenti interni e più vicina alle esigenze dei cittadini.
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