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Il capo della Lega è morto a 84 anni. Ha cambiato la politica e oggi viene raccontato un po' diversamente da come era in realtà. Ricordi di chi lo ha conosciuto bene.
La sede dell'Onu a New York (IStock)
Passa il documento Lgbt che orienterà linguaggio e politiche. Ira di Pro Vita e Famiglia.
L’Italia affossa la definizione biologica di genere. Non è bastata la petizione organizzata online per ottenere il risultato sperato da Pro Vita & Famiglia. Anche il nostro Paese ha votato sì all’Onu sull’ideologia gender e ora Antonio Brandi, presidente dell’associazione, chiede che il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva la diretta responsabilità di indicare le linee guida alla delegazione italiana in Commissione, chiarisca il perché di quel voto.
Come spiega Brandi, infatti, «l’Italia ha vergognosamente votato sì alla proposta del Belgio di non intervenire, quindi de facto per boicottare e affossare, su un’altra proposta, quella degli Usa, dal titolo «Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata» che non chiedeva nulla di nuovo né di assurdo, ma anzi di ovvio, ovvero che la parola «genere» venisse interpretata nel senso scientifico, naturale e biologico del termine e nel senso che fu concordato a Pechino nel 1995, quando 189 Paesi, tra cui la stessa Italia, la sottoscrissero». Inoltre, il voto di ieri sullo Status delle Donne (CSW70) viene considerato un «tradimento» politico da parte di una maggioranza conservatrice che in campagna elettorale aveva parlato e promesso di difendere altri valori.
La decisione passata ieri nel Palazzo di vetro di New York ha fatto seguito al primo voto dello scorso 9 marzo quando l’Italia si è uniformata all’approvazione del documento finale che parla di aborto come «diritto», di donne trans equiparate alle vere donne e di finanziamenti a lobby Lgbt e transfemministe. Come sottolinea con rammarico Brandi, il documento che orienta le politiche di genere a livello globale per i prossimi anni, «per la prima volta nella storia, non per consenso unanime, ma con un voto». E già nella petizione online Pro Vita spiegava i tre punti principali di quel documento.
Il primo è l’espressione «salute sessuale e diritti riproduttivi», il linguaggio che l’Onu usa sistematicamente per introdurre l’aborto come diritto universale senza mai scrivere la parola «aborto». Senza riserve.
Nel secondo punto la parola «genere» compare decine di volte senza una definizione biologica vincolante. «Una porta lasciata aperta deliberatamente alle interpretazioni fluide», sottolinea la onlus. Infine, nel terzo punto si parla di soldi: finanziamenti pubblici garantiti, stabili e pluriennali alle organizzazioni femministe. Non come scelta degli Stati, ma come obbligo.
Inoltre, ricorda Brandi, da decenni impegnato nella difesa della vita, gli Stati Uniti avevano provato a correggere il testo con otto emendamenti, tra cui uno che chiedeva di definire «genere» come distinzione biologica tra uomini e donne. A mettersi di traverso l’Olanda che, a nome di tutta l’Unione europea, ha risposto chiedendo di bocciarli tutti in blocco. E così gli emendamenti sono stati respinti. Peraltro, prima dell’avvio della discussione, Pro Vita aveva chiesto al titolare della Farnesina di rendere nota la posizione italiana alla CSW70, anche con un camion vela davanti al ministero degli Esteri e appunto con la petizione pubblica senza però mai ricevere risposta da Tajani.
«L’Italia ha votato sì. In silenzio. Senza che il governo spiegasse nulla. E quel voto conferma che è in atto un tradimento da parte del governo, sulla scena internazionale, a discapito degli italiani, che nel 2022 hanno votato una maggioranza conservatrice, che si è sempre detta pronta a difendere la famiglia, la vita e la donna, ma che invece non ha avuto questo coraggio all’Onu», incalza il presidente Brandi. Pro Vita in sostanza non chiedeva all’Italia di votare contro l’Unione europea né di stravolgere anni di politica estera ma proponeva al nostro Paese «di tornare a Pechino 1995 e cioè a un documento che l’Italia ha già firmato, che nessuno ha mai formalmente modificato e che stabilisce in modo inequivocabile che “genere” significa uomini e donne e non fluidità».
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La politica italiana perde uno dei grandi protagonisti degli ultimi decenni: Umberto Bossi è morto ieri a Varese. Fondatore nel 1984 della Lega Lombarda, con l’approdo tre anni dopo al Senato della Repubblica divenne per tutti il «Senatùr».
(Ansa)
La svolta pop del premier scuote la sinistra da salotto tv devota alla par condicio (oppressiva). Ma la comunicazione è cambiata.
«Giorgia vuole diventare una Ferragni». La gastrite è ai massimi livelli e Stefano Patuanelli non si trattiene: «Invece che andare da Fedez poteva venire in Parlamento a parlare della guerra». Già fatto due volte in una settimana. L’uscita creativa stile Nicola Gratteri è il segnale di regressione comunicativa dei progressisti.
Nelle critiche di Movimento 5 stelle e Pd, titolari per decreto del messaggio ai «gggiovani», si legge un’invidia stizzita per essere stati sorpassati in tromba dal premier; un’oretta di intervista nel «Pulp Podcast» di Fedez è considerata più urticante di un intervento di Ignazio La Russa sul 25 aprile. La sinistra ribolle, le girano i Melonez. E tutto questo ha un significato: il presidente del Consiglio ha fatto centro.
Era stata invitata come Elly Schlein e Giuseppe Conte per parlare di Iran e di referendum: ha risposto sì, mentre loro hanno risposto no o non hanno neppure degnato di una risposta la richiesta via mail. Con un salto di qualità organizzativo: sono stati Fedez e Mr. Marra (lo youtuber Davide Marra) a entrare a palazzo Chigi, dove è stato allestito lo studio con fondale damascato color viola a supporto dell’insegna fluo del video podcast. Un dettaglio non da poco che contribuisce alla legittimazione del più informale e moderno metodo di divulgazione (anche) politica: quello senza l’intermediazione dei giornalisti.
Per la sinistra è un formidabile schiaffo culturale, una retrocessione ai segnali di fumo mentre la comunicazione per chi ha meno di 40 anni ormai passa dai canali crossmediali. Oggi quotidiani, televisioni, comizi e pure propaganda social devono fare i conti con il mondo dei podcast e dei canali alternativi alla narrazione mainstream. Oggi quella che Hegel definì «la preghiera mattutina dell’uomo moderno» parlando dei giornali, è tutt’al più una smorfia, perché i cittadini si informano, verificano, approfondiscono facendo lo slalom fra i media tradizionali dopo la Waterloo della pandemia e la guerra in Ucraina rappresentata da immagini tratte dai videogiochi.
Meloni in podcast è un cambio di paradigma, qualcosa di mai visto in Italia semplicemente perché abbiamo dormito per un decennio. Nel 2016 Barack Obama si fece intervistare non dal New York Times ma da Buzzfeed, inaugurando la strada del futuro, percorsa anche da Joe Biden e da Donald Trump, che ha collezionato milioni di ascoltatori privilegiando come interlocutore il podcaster Joe Rogan mentre Kamala Harris occupava i teatri. Negli Stati Uniti i podcast politici di Tucker Carlson e Ben Shapiro su YouTube e Spotify hanno più abbonati di quelli delle grandi testate.
L’idea del salto di qualità meloniano è stata del coordinatore web e social media di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, che sottolinea: «Tutto questo con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato». Non banale il commento di Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nell’osservare stile vecchio e nuovo: «Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti. Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. Meloni ha fatto una mossa intelligente».
Il fonte del No ha perso un’occasione, l’opposizione si è fatta trovare addormentata, prigioniera degli slogan che piacciono alle redazioni. E la diffusione dell’intervista della premier, la sua parcellizzazioni in reel, la deflagrazione in mille rivoli su tutte le piattaforme social sta ottenendo un riscontro notevole. Meloni ha raggiunto un pubblico nuovo, moderno, estraneo al linguaggio tradizionale. Ieri il dato delle visualizzazioni su YouTube (mentre andavamo in stampa) aveva superato quota 700.000. La sua mossa del cavallo crea immediatamente un problema nuovo: l’anacronismo della par condicio nel mondo multimediale. Fu inventata da Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 per imbavagliare Mediaset nell’era berlusconiana, diventò legge nel 2000. Ora è un calesse con le ruote quadrate che, come ha sottolineato ieri Maurizio Belpietro, necessita di pensionamento per evidenti limiti di età.
Meloni che spiega la separazione delle carriere («Quanti sono i casi in cui il giudice accoglie proposta pm? Per l’arresto 95%, per le intercettazioni 99%. O abbiamo pm infallibili oppure il giudice è condizionato»); Meloni che ribadisce un’ovvietà dimenticata («Non si va a votare su di me ma per migliorare la giustizia in Italia»); Meloni che sconfessa la ridicola deriva illiberale («In Europa 21 nazioni su 27 hanno la separazione delle carriere. Per una vita mi hanno detto che devo essere europeista e quando lo sono gridano alla deriva illiberale») fa un’operazione di verità che va oltre il pregiudizio.
In «Pulp Podcast» la premier demolisce anche le superficiali frottole di Alessandro Barbero: «Se io provassi a fare una legge come la descrive lui il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe. Queste tesi surreali sono una mancanza di rispetto nei confronti di Sergio Mattarella che questa riforma ha controfirmato». Tutto ciò mentre alcuni iscritti all’albo dei giornalisti bivaccano su Facebook da giorni e fanno propaganda per il No allo scopo di salvaguardare il loro rapporto privilegiato (e subalterno) con la casta dei pm. Hanno la tessera ma sono meno credibili di Fedez.
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