Ansa
Bruxelles contro la misura per calmierare i prezzi dell’elettricità alle aziende in cambio di investimenti in rinnovabili. Per la Commissione sono aiuti di Stato.
Bruxelles impone scadenze stringenti per attuare la transizione energetica ma al tempo stesso se un Paese riesce a dare alle proprie imprese forniture di energia elettrica a prezzi calmierati, ecco che si mette di traverso. È quanto è accaduto all’Italia che con lo strumento dell’Energy Release puntava a proteggere le aziende a forte consumo di energia elettrica, come la siderurgia, la carta, il vetro, la chimica, dalla volatilità dei prezzi di mercato e al tempo stesso incentivare la realizzazione di impianti green. Il meccanismo prevede che il Gse, il Gestore dei servizi energetici, ceda energia a un prezzo calmierato a fronte dell’impegno a costruire impianti rinnovabili pari al doppio della capacità rispetto all’energia ricevuta a basso costo. Una formula perfetta, senonché per la Commissione Ue questo si configura come aiuto di Stato.
Oltre al fatto che non è chiaro a chi giovi l’altolà di Bruxelles, quale sia il fine, il punto di caduta, sembra un accanimento contro l’Italia che, è noto, ha costi energetici tra i più elevati d’Europa ed è quindi in difficoltà ad attuare il Green Deal. Fatto sta che alla fine il governo è stato costretto a introdurre dei correttivi che hanno alterato l’efficacia della misura sicché l’Energy Release è diventato più costoso sia per le imprese che costruiscono in proprio gli impianti, sia per quelle che si affidano alle utility o ai fondi di investimento. Il risultato, come riporta Il Sole24Ore, è che tanti contratti sono stati rescissi o rifatti alla luce di previsioni di costi più alti. C’è anche un altro aspetto che rende l’intervento della Commissione ancora più paradossale. Il nuovo meccanismo introduce un sistema di calcolo più complesso e più burocrazia, mentre si parla in continuazione proprio di snellire le procedure. L’impianto originale dell’Energy Release prevedeva che il Gse assegnasse alle imprese energia ad un prezzo di molto inferiore a quello di mercato cioè a 65 euro al MWh, per un triennio. In cambio l’impresa si impegnava a realizzare impianti di rinnovabili con capacità doppia rispetto a quella assegnata e restituendo in 20 anni, l’energia ricevuta al prezzo di 65 euro. Un sistema virtuoso che proteggeva le imprese energivore dai rincari dell’elettricità e al tempo stesso spingeva alla creazione di nuova capacità green. Con i diktat della Commissione, l’Energy Release rischia di trasformarsi da un vantaggio competitivo per il settore manifatturiero in un’operazione finanziaria complessa. Il nuovo meccanismo tiene in considerazione il margine di guadagno che le imprese avranno dalla differenza tra il prezzo di mercato e i 65 euro e prevede che tale differenza venga restituita insieme all’energia ricevuta. Con la riduzione della marginalità, per le aziende sarà più difficile mantenersi competitive, specialmente rispetto a concorrenti extra Ue che non sottostanno ai medesimi vincoli normativi. Inoltre Bruxelles ha reso l’iter di accesso alla misura più farraginoso, richiedendo sforzi amministrativi supplementari. Sono stati introdotti costi accessori legati alla gestione del rischio e alle garanzie fideiussorie che le imprese devono prestare per partecipare al meccanismo. Mentre prima dei correttivi voluti da Bruxelles, le utility e i fondi chiedevano commissioni per la realizzazione di un impianto attorno a 3 euro a MWh, ora sono raddoppiate fino anche a 7-8 euro. Il costo dell’energia «scontata» salirebbe da 68 euro a MWh a 72-73 euro.
L’impatto non è omogeneo sul sistema industriale. Le grandi imprese mandano giù il rospo ma procedono, mentre le pmi (quelle della plastica sono le più numerose) entrano in affanno e spesso rischiano di perdere il contratto con un fondo o un’utility per costruire l’impianto. Bruxelles ha previsto per chi è rimasto senza un partner, un’asta in cui le imprese indicano il prezzo che sono disposte a spendere e gli sviluppatori di impianti quanto possono accettare. Sarà il mercato a formare il prezzo marginale che potrebbe anche essere alto. L’ennesima beffa di Bruxelles.
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2026-01-26
Giornali, sport e dossieraggi. Così il Qatar neutralizza gli scandali che lo riguardano
Tamim bin Hamad Al Thani (Ansa)
- Nonostante le inchieste, l’emirato continua a rafforzare la sua rete di influenza in Europa e Usa. Per gli Al Thani, cultura e turismo sono investimenti strategici.
- L’analista Benjamin Weinthal: «Un ex primo ministro si vantava di avere giornalisti sul libro paga in molti Paesi. Eppure la Cnn collabora col regime. Le donazioni alle università americane superano quelle di ogni altro governo straniero».
Lo speciale contiene due articoli
La strategia di influenza del Qatar non poggia su costruzioni ideologiche complesse, ma su un principio diretto e sistematico: trasformare la ricchezza dello Stato in accesso al potere, prossimità alle élite e capacità di orientare il contesto informativo. Politica, istituzioni, media, cultura, università e sport diventano così i vettori di una proiezione di soft power che opera in profondità, spesso senza bisogno di esporsi in modo esplicito. I fatti emersi negli ultimi anni mostrano come questa strategia agisca su più livelli. Secondo ricostruzioni investigative, un’operazione di intelligence riconducibile a Doha avrebbe preso di mira la donna che accusa il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, nel tentativo di raccogliere informazioni personali utili a minarne la credibilità e a orientare la narrazione mediatica attorno a un procedimento giudiziario in corso. Un passaggio che segna il superamento della semplice influenza reputazionale, sconfinando nell’interferenza informativa su dossier altamente sensibili.
Sul fronte europeo, le indagini giudiziarie hanno prodotto riscontri concreti. In Belgio, il cosiddetto Qatargate ha portato al sequestro di ingenti somme di denaro contante e all’ipotesi di acquisti di influenza finalizzati ad attenuare le critiche dell’Unione europea verso Doha e a incidere su votazioni e risoluzioni del Parlamento europeo. Accuse analoghe sono emerse anche in Israele, dove investigatori hanno esaminato presunti flussi di denaro legati al Qatar che avrebbero coinvolto figure vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu, con l’obiettivo di diffondere messaggi favorevoli a Doha nel dibattito pubblico interno. Anche in questo caso, il terreno di gioco non è quello della diplomazia ufficiale, ma quello della comunicazione e dell’influenza indiretta. Un capitolo centrale riguarda il controllo del contesto mediatico, soprattutto in Europa. Un passaggio chiave è rappresentato dall’ingresso del fondo sovrano Qatar Investment Authority nel capitale del gruppo francese Lagardère, che controlla testate storiche come Paris Match, Le Journal du Dimanche ed Europe 1, oltre al colosso editoriale Hachette. Formalmente si tratta di un investimento finanziario; sostanzialmente è un ingresso diretto nel cuore dell’ecosistema informativo europeo, in una fase in cui l’editoria attraversa una crisi strutturale che la rende particolarmente vulnerabile ai capitali esteri.
Inoltre, il Qatar, principale finanziatore e protettore di Hamas, ha costruito una potente architettura di soft power attraverso lo sport, utilizzandolo come piattaforma globale di legittimazione politica e reputazionale. Il caso più emblematico resta l’acquisizione, nel 2011, del Paris Saint-Germain da parte di Qatar Sports Investments. L’operazione ha trasformato un club di tradizione nazionale in un brand globale, proiettando l’immagine del Qatar al centro dell’élite calcistica europea e creando un canale permanente di relazioni con sponsor, media, istituzioni politiche e circuiti finanziari internazionali. A questo si aggiunge il ruolo del BeIN Media Group, che controlla diritti televisivi sportivi strategici in Europa, Medio Oriente e Stati Uniti. Il possesso dei diritti di grandi competizioni non è solo un affare commerciale, ma uno strumento di influenza: inserisce Doha nei flussi mediatici globali, rafforza legami economici con le grandi reti televisive e crea dipendenze strutturali che rendono più difficile mantenere una distanza critica.
Il punto di massima esposizione globale è stato raggiunto con l’organizzazione dei Mondiali di calcio 2022. Per settimane, il Qatar è stato al centro dell’attenzione planetaria, riuscendo – nonostante le polemiche su diritti dei lavoratori, corruzione e libertà civili – a presentarsi come attore globale moderno e indispensabile. Lo sport ha funzionato da schermo reputazionale, capace di assorbire e attenuare critiche strutturali. Questo soft power sportivo si intreccia direttamente con media e politica. Sponsor, pubblicità, diritti televisivi ed eventi creano un ecosistema in cui l’influenza non viene imposta, ma normalizzata. In questo senso, lo sport non è un settore separato, ma un moltiplicatore che rafforza l’intero impianto di influenza. Nel campo della comunicazione strategica, la società Portland Communications è stata accusata di aver commissionato modifiche favorevoli a contenuti informativi online, incluse voci di Wikipedia, a beneficio di clienti statali come il Qatar. Un intervento apparentemente marginale, ma cruciale nel plasmare il contesto informativo di base da cui attingono giornalisti, analisti e, sempre più, sistemi di intelligenza artificiale.
Sul piano economico e istituzionale, Doha ha investito centinaia di milioni di dollari in asset strategici occidentali come CityCenterDC e ha acquisito una quota di minoranza in Monumental Sports and Entertainment, entrando nei principali ecosistemi sportivi e fieristici statunitensi. Allo stesso tempo, Brookings Institution ha confermato di aver ricevuto finanziamenti dal Qatar per il Brookings Doha Center, prima di interromperli nel 2017 a fronte delle crescenti critiche sulla commistione tra ricerca e interessi statali. In questo contesto europeo si inserisce anche l’Italia, dove la presenza del Qatar si è consolidata in modo meno visibile ma strutturale, attraverso acquisizioni mirate di asset simbolici nei settori della moda, dell’hotellerie di lusso e del real estate di pregio. Attraverso veicoli riconducibili alla Qatar Investment Authority e alla galassia finanziaria della famiglia Al Thani, Doha ha progressivamente messo radici in comparti chiave dell’economia italiana ad alta densità relazionale. L’operazione più rilevante resta l’acquisizione della maison Valentino da parte di Mayhoola for Investments, che ha portato sotto controllo qatariota uno dei marchi più iconici del made in Italy, centrale non solo sul piano industriale ma anche culturale e mediatico. Parallelamente, il Qatar ha investito nel settore alberghiero di fascia alta acquisendo strutture simboliche come l’Hotel Gallia a Milano e l’Hotel Excelsior a Roma, storicamente frequentate da capi di Stato, grandi manager e delegazioni internazionali. A questi si aggiungono investimenti immobiliari di pregio in palazzi storici e complessi direzionali nei centri di Roma e Milano, oltre al controllo di ampie porzioni della Costa Smeralda, dove Doha ha rilevato resort, hotel e infrastrutture turistiche di altissimo livello. A livello multilaterale, il Qatar ha annunciato un pacchetto di sostegno da 500 milioni di dollari alle Nazioni Unite, rafforzando la propria prossimità istituzionale e accumulando capitale reputazionale nei circuiti della governance globale. Contestualmente, Qatar Holding ha investito 375 milioni di dollari nell’operazione che ha portato Twitter X sotto il controllo di Elon Musk, assicurandosi una posizione di rilievo in uno dei principali snodi dell’informazione digitale globale.
«Doha usa società di sorveglianza per spiare politici in Occidente»
Benjamin Weinthal è un giornalista investigativo e writing fellow presso il Middle East Forum.
In che modo la strategia di influenza del Qatar è diversa dalle solite forme di diplomazia pubblica e perché può essere vista come un modello «industriale» di soft power?
«Le mie ricerche hanno scoperto che il regime del Qatar usa società di sorveglianza per screditare politici Usa come i senatori Ted Cruz e Tom Cotton e altri che vogliono mettere sotto pressione i Fratelli Musulmani e si oppongono a Hamas o interferiscono con l’agenda islamista radicale del Qatar. Ho ottenuto in esclusiva dei documenti su una presunta operazione di spionaggio del Qatar contro i legislatori statunitensi all’inizio del 2024 e ho pubblicato il materiale. Per questo penso che l’uso del soft power da parte del Qatar sia pieno di corruzione e attività illegali (vedi il ruolo nella corruzione dei funzionari Fifa). L’ex primo ministro Hamad bin Jassim si è vantato dicendo: “Abbiamo giornalisti sul nostro libro paga in molti Paesi”. Il Middle East Media Research Institute (Memri) ha rivelato per primo la dichiarazione di HBJ sulla corruzione dei giornalisti. La libertà di stampa non esiste in Qatar e i media controllati dallo Stato non possono criticare l’emiro Al Thani. È una forma di cattiva condotta giornalistica che la Cnn e l’agenzia di stampa tedesca Dpa abbiano aperto uffici a Doha e stiano collaborando col Qatar su progetti legati ai media. L’emittente statale qatariota Al Jazeera promuove le ideologie dei Fratelli Musulmani e di Hamas. Non si è ancora registrata come agente straniero, come richiesto da un ordine del Dipartimento di Giustizia Usa. Perché? Perché il potere di lobbying del Qatar è enorme a Washington e si sta diffondendo in tutti gli Usa. Il Qatar è sensibile ai rapporti del Memri che dimostrano il suo ruolo cruciale negli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti».
È un salto qualità il presunto coinvolgimento del Qatar in operazioni di interferenza informativa legate a procedimenti giudiziari internazionali come quelli della Corte penale internazionale (Cpi)?
«Le attività del Qatar contro la Cpi e Israele sono state rivelate dal Guardian a novembre. Secondo l’articolo, il regime del Qatar ha assunto una società di intelligence britannica per screditare una dipendente musulmana della Cpi e subordinata del procuratore della Cpi caduto in disgrazia, Karim Khan, perché lei lo aveva accusato di abusi sessuali. L’uso di società di sorveglianza è in linea col modus operandi del Qatar. Secondo quanto riferito, il Qatar ha pagato due società di intelligence per ottenere informazioni sensibili sulla vittima, comprese quelle relative a suo figlio. Khan ha accusato il premier israeliano e l’ex ministro della Difesa di crimini di guerra. Esperti di diritti umani e di crimini di guerra, come lo specialista militare statunitense John Spencer, hanno criticato Khan e la Cpi per aver mosso accuse infondate contro Israele».
Perché il controllo diretto o indiretto dei media europei, come il gruppo Lagardère, è una questione centrale nella proiezione dell’influenza di Doha?
«Nasser Al-Khelaifi, un uomo d’affari qatariota e proprietario del Paris Saint-Germain, è stato accusato l’anno scorso di aver presumibilmente comprato un voto di un fondo di investimento qatariota nel cda del gruppo Lagardère nel 2018. Il controllo sul Psg permette al Qatar di avere un’influenza tra le élite della società francese. Un ex funzionario dei servizi segreti francesi mi ha detto: “Un esempio sono i giornalisti che vengono invitati nella sala Vip del Psg e hanno contatti con persone famose, come i politici. Questo ha un valore e loro ricompensano il Qatar con una pubblicità positiva”. Gli sforzi del Qatar per comprare più squadre di calcio di primo livello non hanno sempre avuto successo. Dopo che ho parlato dell’antisemitismo di HBJ, la famiglia Glazer, proprietaria del Manchester United, ha deciso di non vendere il club al Qatar. Un giornalista sportivo del Manchester Evening News ha riportato la mia notizia sul materiale Memri che ha rivelato le osservazioni antisemite di HBJ sul controllo ebraico dei mercati petroliferi».
In che misura lo sport ha funzionato come scudo reputazionale per il Qatar?
«Nel 2022, l’Ap ha riferito che un ex funzionario della Cia, Keven Chalker, e la sua società, Global Risk Advisors, hanno aiutato il Qatar in vista dei Mondiali 2022 spiando i funzionari calcistici dei Paesi concorrenti. La terribile situazione dei diritti umani e del lavoro in Qatar ha causato la morte di 6.500 lavoratori migranti. Le operazioni di influenza del Qatar sono state recentemente smascherate dal governo Usa, che ha dimostrato come il Qatar abbia versato 6,6 miliardi di dollari in donazioni e contratti alle università statunitensi, più di qualsiasi altro governo straniero. Molte delle università statunitensi, tra cui Georgetown, Cornell e Northwestern, che ricevono generosi finanziamenti dal Qatar, hanno enormi problemi di antisemitismo nei loro campus e tendono a nascondere l’islamismo estremista. La credibilità delle istituzioni è crollata perché sono contaminate dal denaro del Qatar».
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Isabella Tovaglieri (Ansa)
L’eurodeputata rivendica il no della Lega al Mercosur: «Le imprese ci criticano? Il loro nemico non siamo noi, è Bruxelles. Il governo ha ottenuto impegni dalla Commissione, ma avremmo preferito una vera reciprocità»
La chiamano la «signora dei codici» perché Isabella Tovaglieri fa della sua passione giuridica - è uno degli avvocati più affermati nel panorama italiano - una sorta di carburante per la politica. Sta a Strasburgo, eletta con un profluvio di preferenze per il secondo mandato, nel gruppo dei Patriots, i «Patrioti». Parola che a lei piace molto perché da leghista considera le patrie, i territori e le comunità i «luoghi» della vera azione politica. E con questo spirito ha vissuto le fasi del voto sul trattato del Mercosur senza il timore di rompere un accordo politico nazionale: lei ha difeso gli interessi degli agricoltori e dei territori. Ma ora c’è un’altra sfida lanciata sul piano legale dalla Commissione che, incurante del voto dell’Eurocamera che ha rimandato i trattati alla Corte europea, vuole attuare l’accordo in via provvisoria. Ecco cosa ne pensa l’avvocato delle cause difficili: no al Green deal, no al velo islamico, no al Nutriscor, ai grilli e alla carne coltivata. Ma no anche a chi vorrebbe, sull’altare dell’export senza se e senza ma, sacrificare il valore agricolo.
La Lega è soddisfatta per il rinvio dell’accordo col Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo: quali sono i motivi?
«La Lega è sempre stata al fianco degli agricoltori e dei consumatori, senza accettare compromessi sul rispetto della reciprocità degli standard produttivi e sulla sicurezza alimentare. L’accordo con il Mercosur introduce quote a dazio zero o agevolato su una serie di prodotti agricoli “sensibili” che possono destabilizzare alcune filiere agricole. Ricordiamoci che parliamo di mercato interno europeo, ormai non ci sono veri confini nazionali sui problemi di mercato. Mi preoccupa soprattutto la quota a dazio zero di 60.000 tonnellate di riso. L’Italia, primo produttore europeo di riso, sarebbe la più colpita, anche alla luce del fatto che da anni combatte contro la concorrenza sleale del riso asiatico».
Confindustria ha criticato chi si è opposto al Mercosur. Che cosa risponde?
«La Lega è e resta il partito che difende l’industria e la manifattura, pilastri fondamentali dell’economia italiana ed europea, ma allo stesso tempo ritiene inaccettabile che lo sviluppo delle relazioni commerciali internazionali avvenga a scapito di settori altrettanto strategici come l’agricoltura e l’allevamento, già fortemente sotto pressione a causa dell’aumento dei costi di produzione. Il vero nemico dell’industria oggi non è certo la Lega ma Bruxelles, con le sue sciagurate politiche green che stanno portando alla deindustrializzazione del continente. Contro queste politiche ideologiche lottiamo da anni e siamo riusciti a portare a casa degli effettivi miglioramenti: penso al recente voto sulla Due Diligence, che ha smontato questo provvedimento assurdo. Difendere l’industria con serietà e concretezza è possibile, anche senza dover abbandonare l’agricoltura».
All’Eurocamera i partiti di governo sono andati in ordine sparso. Questo crea divergenze in seno all’alleanza?
«La vera questione da indagare non è la posizione della Lega, che è sempre stata coerente sul Mercosur, ma la scelta di una parte significativa della maggioranza del Parlamento europeo di votare contro Usrula von der Leyen».
Come spiega il cambiamento di atteggiamento del nostro governo sull’accordo Mercosur? Ci sono stati davvero quei radicali miglioramenti o si è scambiato il sì al Mercosur con un prolungamento del Pnrr e un’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo?
«Immagino che quella del governo sia stata una valutazione del Mercosur su un tavolo di diversi dossier. La cronaca degli eventi delle ultime settimane in ambito internazionale non lascia dubbi. Ho apprezzato il lavoro del nostro esecutivo nella trattativa finale e non parlerei di uno “scambio” quanto, piuttosto, di una fiducia su una serie di impegni di von der Leyen: dalla proposta sull’utilizzo per l’agricoltura di alcune economie del prossimo bilancio pluriennale europeo agli impegni per rafforzare i controlli doganali. Elementi positivi, che stanno però ancora nella penna dei legislatori europei, sottoposti a una trattativa che si preannuncia sofferta tra Parlamento e Consiglio. Avremmo preferito un vero concetto di reciprocità degli standard nel testo dell’accordo, piuttosto che i soli elementi di salvaguardia che, sulla carta, si attivano quando il mercato è già minacciato o sono ancora da circostanziare».
Si è data molta importanza alla parte agricola del trattato, ma dentro ci sono altre questioni cruciali: il litio dell’Argentina ora in mano ai cinesi come il petrolio, e c’è la necessità della Germania di smaltire le auto che non vende più in Europa. La Von der Leyen si è costruita un alibi per mascherare il vantaggio che concede ai tedeschi?
«È evidente che i Paesi europei a vocazione manifatturiera sono più favorevoli rispetto a quelli con un’importante tradizione agricola. Un accesso privilegiato alle terre rare, unito alla possibilità di aumentare le esportazioni, fa indubbiamente gola alle potenze industriali. Tuttavia, l’accordo può essere penalizzante per un Paese come l’Italia che ha la fortuna di essere peculiare sia nel suo comparto industriale che in quello agricolo».
È vero che la Von der Leyen ha cercato in tutti i modi di ignorare, anzi di scavalcare il Parlamento?
«Riteniamo che il comportamento della Commissione non sia stato sempre corretto ed è anche per questo motivo che abbiamo promosso la richiesta di parere alla Corte di Giustizia, insieme a una mozione di sfiducia della Commissione. Von der Leyen ha infatti preso in giro sia gli agricoltori che l’Eurocamera: prima della fine dell’anno era stato promesso che l’accordo non sarebbe entrato in vigore prima della ratifica del Parlamento, tuttavia, all’inizio di quest’anno, quando si è deciso di procedere alla firma dell’accordo, tale impegno è venuto meno».
Il voto sul Mercosur ha diviso i parlamentari per nazioni. È un duro colpo alla narrazione anti-sovranista?
«Tutti i gruppi politici si sono spaccati, tranne i Patrioti che, a parte qualche astensione, sono rimasti uniti. Ma il dato più sorprendente è il voltafaccia delle forze politiche che si definiscono più europeiste: oltre 100 eurodeputati tra socialisti, popolari e liberali hanno votato insieme a noi, sconfessando la retorica europeista per tutelare le proprie economie nazionali, rivelandosi di fatto sovranisti a tutti gli effetti».
Si è avuta l’impressione che la Von der Leyen abbia cercato di chiudere il Mercosur come risposta antagonista a Donald Trump. Non c’è un eccesso di retorica sui benefici effettivi di questo trattato?
«Trump c’entra poco con il Mercosur, in quanto l’Europa sta negoziando l’accordo dal 1999. Piuttosto la politica Usa sui dazi può aver dato una patente di urgenza all’intesa, ma si tratta di un aspetto comunicativo e non sostanziale. Sui vantaggi che deriveranno dall’accordo potrebbe esserci un eccesso di ottimismo: come hanno evidenziato anche alcune analisi della Commissione europea, l’intesa rischia di accentuare la vulnerabilità di alcuni comparti strategici, senza benefici tangibili per l’intero sistema produttivo, tanto che la sua entrata in vigore dovrebbe portare a un aumento risibile del Pil nell’Ue, stimato allo 0,1%».
Ci si preoccupa dei dazi americani, ma nulla si dice dell’offensiva commerciale cinese arrivata in Europa a un surplus commerciale di circa 400 miliardi di euro. Nessuno se ne preoccupa?
«Noi ce ne siamo preoccupati, eccome. Come componente della commissione Industria ho fatto diversi interventi in Aula e presentato più di un’interrogazione sulla penetrazione economica della Cina in Europa, mettendo in guardia Bruxelles dalle proprie politiche miopi e autolesioniste. Non posiamo infatti prendercela con l’aggressività di Pechino quando, con il Green deal, abbiamo favorito il suo surplus commerciale, spalancando le porte del continente all’invasione di auto elettriche, batterie e pannelli solari. Ma ciò che è più grave non è che la nostra bilancia commerciale sia totalmente squilibrata, ma che Pechino abbia accesso a un numero crescente di settori chiave, vitali per la nostra autonomia strategica».
Pare che anche in Sudamerica ci sia dello scontento sul trattato Mercosur: le multinazionali della soia non sopportano i pur blandi vincoli ambientali Ue. È così?
«In generale, i sistemi produttivi ai due lati dell’oceano sono molto diversi. Un delta che è ulteriormente aumentato con le norme ambientali europee degli ultimi anni e, in generale, con l’iper-regolamentazione di Bruxelles sulle imprese. Anche su quelle agricole. Sappiamo che solo una parte relativa degli operatori dei Paesi del Mercosur è in grado di soddisfare questi standard e ci preoccupano molto le dichiarazioni dei rappresentanti governativi di quei Paesi sulle clausole di salvaguardia, vissute come quasi come un inutile orpello piuttosto che come impegni ai quali allinearsi».
Che giudizio dà della von der Leyen e della sua Commissione?
«Il rinvio del Mercosur alla Corte di Giustizia è una grande sconfitta per Von der Leyen, che ha investito gran parte del suo capitale politico per chiudere questo accordo ed è stata sconfessata proprio da quelle forze che l’hanno sostenuta per due mandati. I nodi stanno venendo al pettine e le politiche sconsiderate di questa Commissione, dalla direttiva case green allo stop al motore endotermico, fino alla corsa al riarmo, stanno dimostrando tutta la loro criticità e pericolosità. Noi della Lega abbiamo sempre fatto un’opposizione coerente, non per partito preso, ma perché siamo consapevoli che, senza un cambio di rotta, l’Europa rischia di implodere, travolta dalla globalizzazione, dall’instabilità geopolitica e soprattutto dall’incapacità dei suoi governanti».
Donald Trump e Keith Kellog (Youtube)
L’ex inviato della Casa bianca: «Il fulcro degli accordi sono le garanzie di sicurezza L’Europa vuole sostenere Kiev ma non è unita. La Groenlandia? Necessaria per noi».
Parla dalla sua casa di Alexandria, a pochi chilometri da Washington, mentre la città è ricoperta da una coltre di neve di due metri e fuori la tempesta non accenna a calmarsi. Il generale Keith Kellog è stato inviato speciale per la Casa Bianca in Ucraina fino al 31 dicembre 2025. Lui conosce bene Trump e, prima di iniziare questa intervista, ci tiene a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti non va temuto, ma capito.
Generale, è appena tornato da un’altra città innevata, Davos. Dopo il forum, c’è stato il primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre. Un’altra arriverà presto”: la pace in Ucraina è vicina?
Vorrei iniziare dicendo che il presidente Trump ha sempre voluto porre fine alla guerra. Lui è un uomo pacifico e, conoscendo il numero di vittime sui campi di battaglia, donne e i bambini uccisi negli attacchi terroristici, scuole e ospedali bombardati, Trump non vuole altro che tutto questo finisca. Dal febbraio 2025, gli ucraini a Gedda, in Arabia Saudita, hanno concordato un cessate il fuoco completo e globale: anche loro comprendono quotidianamente gli orrori della guerra, sono stanchi e vogliono che tutto questo finisca. Putin, dopo i colloqui a Mosca con Steve Witkoff e Jared Kushner, ha continuato a discutere di cambio di regime e di aspirazioni territoriali. Witkoff a Davos ha affermato che c’è solo una questione irrisolta per raggiungere un accordo e arrivare alla pace. Tuttavia, una delle due parti non vuole questo accordo, e non si tratta di opportunità economiche, ma di libertà, sovranità e soprattutto di una pace giusta e duratura. Quindi, purtroppo, mi sento di dire che non siamo vicini alla pace.
La questione irrisolta è la cessione del Donbass: è un sacrificio che l’Ucraina può fare?
Il fulcro dell’accordo di pace sono le garanzie di sicurezza realistiche che questa volta, a differenza di Budapest, Minsk e Istanbul, forniscano all’Ucraina risposte adeguate e rapide per contrastare la minaccia russa. E, soprattutto, che queste garanzie siano ratificate da un trattato approvato dal nostro Congresso. Con queste condizioni, il popolo ucraino potrebbe accettare di modificare i propri confini territoriali: tuttavia è necessario comprendere che l’articolo 73 della Costituzione richiede un referendum ucraino per farlo. Ci sono stati negoziati anche per la creazione di una zona demilitarizzata come quella esistente oggi tra Corea del Nord e Corea del Sud e, più recentemente, è stata sollevata anche la questione di una zona di libero scambio economico, eventualmente controllata da terzi. A mio parere, la linea di contatto è congelata. Ogni parte dovrebbe arretrare di 15 chilometri, creando una terra di nessuno di 30 chilometri (la gittata della maggior parte dell’artiglieria), così sia Ucraina sia Russia potrebbero proclamare la vittoria e mettere fine a questa guerra.
Lei è un generale, ha vissuto molte guerre, tra cui quella del Vietnam. Sarà una pace duratura o rischia di essere solo fumo negli occhi dei russi, pronti ad attaccare di nuovo in men che non si dica?
Torniamo alle garanzie di sicurezza. Se gli Stati Uniti forniscono armi, addestramento, supporto di intelligence e sorveglianza e la Coalizione dei Volenterosi schiera gli uomini sul campo in punti chiave dell’Ucraina, trasformando gli 800.000 uomini dell’esercito ucraino nella Sparta d’Europa, allora sì, la pace potrebbe durare. Una volta stabilito un cessate il fuoco è estremamente difficile ricominciare. Le truppe di entrambe le parti verrebbero smobilitate e tornerebbero a casa, a una vita pacifica e normale. Le perdite della Russia in questa guerra sono catastrofiche. Oltre 1,2 milioni, milioni di morti e feriti con scarsissimi successi sul campo di battaglia. I progressi si misurano in metri e non in miglia, e la resilienza del popolo ucraino, che subisce attacchi notturni di missili e droni, e il freddo mortale senza riscaldamento ed elettricità, dimostra la loro forza. Allora perché Putin dovrebbe volerci riprovare e fallire di nuovo? Putin deve capire che non sta vincendo questa guerra, che il grande impero sovietico non esiste più, e concentrarsi maggiormente su come tornare a far parte della famiglia delle Nazioni per il bene del suo Paese e del suo popolo.
Può spiegare perché Zelensky ha «rimproverato» l’Europa? Dopotutto, l’Ue è sempre stata vicina all’Ucraina, fornendo armi e denaro...
Dopo 4 anni di guerra e 90 miliardi di dollari di aiuti dall’Europa, il presidente Zelensky si chiede perché non siano state arrestate più petroliere russe, perché l’Europa non stia bloccando la fornitura di componenti europei per i missili russi e non stia creando un forte esercito europeo. Le sanzioni non vengono applicate, l’Europa continua ad acquistare petrolio dalla Russia e ad alimentare la macchina da guerra. L’Europa vuole assistere e proteggere l’Ucraina, ma non è completamente unita. Credo che quello che stia cercando di dire Zelensky è che dopo un anno dal forum di Davos, nulla è cambiato veramente. Le sue città vengono attaccate quotidianamente, ma soprattutto i suoi cittadini stanno morendo. Putin deve temere l’Europa, non solo Trump.
Dopo giorni di altissima tensione, Trump ha dichiarato che non attaccherà la Groenlandia. Sembra che un accordo sia stato raggiunto. L’Europa si è arresa agli Stati Uniti?
Il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha discusso con il presidente Trump sulle possibili soluzioni alla questione della Groenlandia. Groenlandia e Danimarca hanno continuato a dichiarare che questa è una loro decisione. Non si tratta, tuttavia, di una questione nuova. L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia risale al XIX secolo, quando l’allora Segretario di Stato William H. Seward, reduce dall’acquisto dell’Alaska dai russi nel 1867, lanciò l’idea di acquistare la Groenlandia e l’Islanda dalla Danimarca. Nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale, il presidente Harry Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per l’isola, sebbene la Danimarca respinse l’offerta. Trump espresse pubblicamente per la prima volta il suo interesse per l’acquisto della Groenlandia durante il suo primo mandato nel 2019, paragonando un potenziale acquisto a un «grande affare immobiliare». Ma l’idea è stata rapidamente bocciata dalle autorità groenlandesi e danesi, che hanno insistito sul fatto che l’isola non fosse in vendita. Le implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sono enormi. Il Golden Dome, che proteggerebbe noi e l’Europa dagli attacchi con missili balistici intercontinentali, deve essere affrontato. Questo è un passo positivo per gli Stati Uniti, ma anche per la Nato. Il presidente Trump ha espresso chiaramente l’uso negativo della forza militare, che avrebbe dovuto allentare la tensione e il calore delle discussioni. È necessario trovare rapidamente un coordinamento e una soluzione praticabile alle sue preoccupazioni. Trump non è una persona paziente, ma sono certo che si troverà una soluzione che soddisfi entrambe le parti. Il primo ministro Meloni si è espresso molto chiaramente su questo punto e si è rifiutato di inviare truppe italiane in Groenlandia per una presunta difesa. È fiduciosa che la comunicazione sia la strada da seguire ed ha ragione.
Poi c’è l’altro fronte: Gaza. L’Unione europea non ha ancora aderito al Peace Board. La tensione sulla Groenlandia ha danneggiato le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti?
In un certo senso sì, ma anche questo passerà. Il primo ministro Meloni ha dichiarato che, nella sua attuale configurazione, all’Italia è vietato dalla Costituzione di aderire al Peace Board. La situazione di Gaza è al centro dell’attenzione dell’amministrazione e verrà risolta.
Canada, Venezuela, ora Groenlandia... alcuni accusano Trump di tendenze imperialiste. Ma può spiegare cosa ha in mente il Presidente degli Stati Uniti?
Il presidente Trump è la persona più attiva che io conosca, e posso assicurarle che ha sempre a cuore l’America e i suoi cittadini in ogni sua azione. Quest’ultima «Strategia per la sicurezza nazionale» pone l’accento sull’emisfero occidentale, il nostro emisfero, per garantire la sicurezza del nostro Paese. La sua politica di frontiera ha ripulito il flusso di immigrazione illegale dal nostro confine meridionale in tempi record. Con la sua azione per rimuovere Maduro dal narcotraffico negli Stati Uniti e la distruzione delle navi che trasportavano fentanyl e altre droghe illecite nel nostro Paese, il presidente sta salvando innumerevoli vite. Con questa mossa Trump ha impedito a Russia e Cina di operare in quell’area e di creare minacce alla nostra sicurezza nazionale.
In qualità di inviato speciale della Casa Bianca in Ucraina, ha seguito i negoziati con Mosca. Può spiegarci cosa significa negoziare e trattare con Putin?
Inizialmente, sono stato designato Inviato Speciale per la Russia e l’Ucraina. Il 29 gennaio 2025, ho informato il presidente del mio piano per porre fine a questa guerra. Durante il briefing, Trump ha stabilito che si sarebbe occupato lui in prima persona della Russia e che io avrei dovuto concentrarmi su Ucraina ed Europa. In seguito, si è scoperto che, dopo la mia nomina, la Russia si è opposta a un soldato della Guerra fredda come negoziatore, insinuando che le mie azioni sarebbero state contrarie alle idee massimaliste russe. Per quanto riguarda Putin, non dimentichiamo che è un agente del Kgb nel profondo e che le tattiche negoziali russe sono discussioni senza fine per mettere in ginocchio l’avversario. Pertanto, tutti i miei colloqui si sono svolti con la leadership politica e militare ucraina, che è sempre stata disposta a sostenere e ad accogliere la posizione degli Stati Uniti. Le ultime informazioni provenienti dagli Emirati Arabi Uniti lo scorso fine settimana riguardano la completa capitolazione della regione del Donbass e il congelamento della linea di contatto lungo Kherson e Zaporizhia. L’Ucraina non accetterà e nemmeno noi dovremmo. Vorrei concludere recitando una citazione attribuita a Winston Churchill: «Si può sempre contare sugli Stati Uniti per fare la cosa giusta, dopo che hanno provato tutto il resto».
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