Samarcanda e la luna condividono la fama di Ulugh Beg, sovrano timuride, matematico e astronomo, nipote di Tamerlano. Nel XV secolo, mappò 1.018 stelle dal suo futuristico osservatorio e fece costruire in piazza Registan una madrasa che divenne un’istituzione per la matematica e le scienze. Sulla Luna, un cratere a lui intitolato, gli rende perpetuo omaggio.
Città oasi della Via della seta, crocevia di merci, idee, credenze e invenzioni tra Oriente e Occidente, Samarcanda svela nella purezza formale delle sue architetture, essenziali e maestose, la vocazione matematica di chi l’ha resa famosa. L’arco alto 37 m della madrasa Ulugh Beg omaggia il Sapere, la facciata risplende con eleganti geometrie azzurre e stelle che si stagliano su un fondo color del deserto e la cupola, lucente di azzurro, omaggia il cielo. Di fronte, la madrasa Sher-Dor stupisce per la presenza, vietata nell’iconografia islamica, di due tigri che inglobano visi umani e due cervi, mentre sfavilla di oro la madrasa Tilya-Kori. Si può pranzare con vista cupole nel ristorante Emirhan, con ottimo cibo tradizionale.
Porta il nome della moglie favorita di Tamerlano l’immensa moschea di Bibi-Khanym dirimpetto al mausoleo omonimo. A pochi passi, il Siyob bazar è una profusione di spezie, frutta secca, caftani e sciarpe ricamate con i colori accesi dell’Uzbekistan. Ma è la morte a Samarcanda ad ammantarsi di sublime bellezza nel mausoleo di Tamerlano, impreziosito da decorazioni iraniane e dall’immensa cupola celeste. Un’immersione mistica nel blu e nel turchese è la necropoli Shah-i-Zinda, il re vivente, una via sulla quale si affacciano mausolei timuridi ricoperti da maioliche tra le più belle dell’arte islamica. Si trova nella parte meridionale della collina di Afrosiab, la stessa dove gli scavi e il museo Afrasiab raccontano l’origine di Samarcanda, con affreschi del VII secolo dopo Cristo a testimoniare la precoce vocazione cosmopolita della città. Patrimonio dell’umanità dal 2001, la città ha ospitato lo scorso anno la quarantatreesima Conferenza generale dell’Unesco che, per la prima volta dopo 40 anni, si è tenuta fuori Parigi.
Fascino solo un po’ fané, piscina a mosaico e decorazioni in stile, nel quattro stelle Karvon Plaza. Frequentato anche da locali, il colorato ristorante Samarkand, che propone plov, riso speziato con carne, e ottimi shashlik, spiedini grigliati di manzo, montone o pollo marinati.
Da Samarcanda in poco più di due ore col treno veloce Afrosiyob, si raggiunge Bukhara, città costruita in mattoni di fango che le conferiscono la calda tonalità del deserto. Da sempre vivace centro spirituale e culturale sulla Via della seta, l’anno scorso ha ospitato la prima edizione della Biennale di arte contemporanea organizzata dalla Fondazione per lo sviluppo dell’arte e della cultura dell’Uzbekistan con installazioni tra madrase e caravanserragli.
Patrimonio dell’umanità e settima città santa dell’islam legata al sufismo, Bukhara conserva la più antica madrasa dell’Asia Centrale voluta da Ulugh Beg nel 1417 e una grande tradizione artigianale. Si va dai tappeti (grande scelta da Sabina Burkhanova), ai tessuti ricamati alle miniature: il centro storico è un bazar diffuso disseminato di antichi crocicchi. Nel suo atelier, il maestro Davlat Toshev insegna l’arte della miniatura e racconta la filosofia sufi racchiusa nelle sue opere. Illustra il Suzani, l’arte del ricamo uzbeko, Sanjar Nazarov, alla quinta generazione, mentre rappresenta la sesta Samiev Numon, che realizza colbacchi di pelo. Lo sguardo accarezza il complesso Lyab-i-Hauz con il suo specchio d’acqua centrale, la maestosità di Miri-i-Arab, madrasa ricoperta di maiolica, di fronte alla immensa moschea Kalyan con il suo minareto alto circa 46 metri avvolto da un pizzo di geometrie e scritte cufiche. La luce a Bukhara è soffusa e sembra provenire dalla terra, conferendo agli edifici il senso di una morbidezza che ricorda quella della sabbia, come le mura dell’antica cittadella Ark. Si pranza nell’atmosfera di un’antica casa ebraica al ristorante The Old House.
Nella capitale Tashknet si tocca il sogno nostalgico del modernismo sovietico nei numerosi edifici brutalisti in cemento dalle geometrie azzardate e, come contraltare, ci si lascia incantare dalla ceramica artistica di Rakhimov’s Studio e dal ricamo di Medina Kasimbaeva nella sua Suzani school. Con la certezza di avere ancora molto da vedere. Info: www.acdf.uz. Per l’organizzazione del viaggio: info@passatempo.it
L’ospitalità si fa ambasciatrice della vivace vocazione artistica di Napoli. Quello che era un «salotto» napoletano per eccellenza, l’Hotel Britannique Naples a Chiaia, è oggi il de Bonart Naples Curio Collection by Hilton, 5 stelle del Caracciolo Hospitality Group, vocato alla valorizzazione degli artisti contemporanei napoletani e campani, proprio come indica il nome, crasi tra Bon e Art.
Le 72 camere (di cui 6 suite) e gli spazi comuni ospitano 150 opere realizzate appositamente da 50 artisti che interpretano leggende e miti partenopei. Un hotel-galleria, dove il soggiorno diventa un viaggio nell’arte contemporanea.
A cominciare dalla lobby-hall, dove il potente linguaggio segnico di Sergio Fermariello svetta nel suo «Totem» : il guerriero con il suo cavallo, simbolo totemico, sintesi estrema della figura umana e matrice del suo animo, in potenza eroe malefico o salvifico, incanta l’ospite come un mantra primordiale. La città accoglie con un’energia primigenia che tutto può perché è all’origine di se stessa.
Rappresentata, certo, anche dalla sua icona per eccellenza, il vulcano, esaltato nei colori delle opere di Gennaro Regina in «Rosso Vesuvio» e «Bianco Vesuvio» collocate nell’American Bar, e in «Sirena 2019» nella Lobby Verde. Regina gioca con il repertorio dei tramonti nostalgici, dei chiari di luna romantici, dei paesaggi iconici, dei miti fiabeschi. L’uso di collage con carte geografiche racconta il suo vissuto, figlio di un celebre antiquario napoletano. Perché Napoli è storia, stratificazione, gioco degli opposti. Ne coglie la poesia la fotografia artistica di Luciano Romano, con «Scala #1776» nella Lobby Blu. Lo spazio fisico si tramuta in spazio emotivo attraverso l’eleganza di questa scala di Palazzo Albertini di Cimitile, colta e resa con lo sguardo scenografico di un fotografo nato con il teatro, ma che è anche protagonista della vita urbana con «Song» e «mare»: 14 ritratti di musicisti napoletani scattati sulle spiagge del litorale napoletano per la fermata della metro Scampia.
Grazie a questo legame con l'arte e all’impegno nella promozione della cultura del territorio, la casa d'aste Finarte ha scelto de Bonart Naples per la sua sede napoletana, dove organizza incontri con esperti e collezionisti.
Napoli vive nell’hotel e ne riempie le visuali: il Ristorante The Macphersons Rooftop, con cucina mediterranea, e The NiqBar Rooftop, luogo di cocktail ricercati, offrono esperienze del gusto affacciati sul Golfo più celebre del mondo. Volutamente, le suite sono dedicate ai miti napoletani: Partenope, Ovo, Diamante, Sibilla, ‘Mbriana e Donna Regina (www.caracciolohospitality.com).
Partendo dal mito si esplorano alcuni luoghi che ne echeggiano la memoria. Come Caponapoli, la Collina Sacra, dove la leggenda vuole fu sepolta Partenope, la sirena dea protettrice di Neapolis. Qui sorsero l’acropoli greco-romana, il tempio di Demetra, poi la cittadella monastica e la Real Santa Casa degli Incurabili. Meditazione, ascetismo, preghiera, ma anche ricerca, carità e cura: nel 1522 Donna Lorenza Longo, nobildonna aragonese, fondò un ospedale dove, disse: «Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sia aperto» e dove nacque la prima scuola di ostetricia. Oggi il Museo delle Arti Sanitarie ne ripercorre l’epopea con il capitolo dedicato al medico santo Giuseppe Moscati, all’Orto Medico e alla strabiliante Spezieria- Farmacia Storica degli Incurabili, disegnata da Domenico Antonio Vaccaro nel 1729: un viaggio nel Settecento più misterioso tra simboli massonici, oltre 400 vasi originali, intagli dorati che rimandano alla pratica ostetrica e all’alchimia, il maestoso vaso marmoreo della Teriaca, l’antidoto delle meraviglie.
Echeggia origini leggendarie anche il complesso monumentale di Donnaregina, con il Museo Diocesano di Napoli: un unico itinerario tra il gotico della chiesa trecentesca e il barocco di quella seicentesca, anche in questo caso dall’origine legata all’universo femminile. Nel 1320 tre nobili sorelle della casata Toraldo, Donna Albina, Romita e Regina, innamorate dello stesso uomo, per non recarsi offesa, decisero di indossare il velo e fondarono tre monasteri.
E leggendaria è la pizza da Salvo a Chiaia, espressione di una cultura da salvaguardare ma in evoluzione, che cambia in base alla stagionalità e alla ricerca delle materie prime. La pizza del passato, del presente e del futuro. Assolutamente alchemica.
La poesia viaggia in treno. Il ritmo culla i pensieri, i paesaggi si susseguono e, mentre catturano l’attenzione, liberano l’immaginazione. Soprattutto se i vagoni propongono le suggestioni e le velocità del passato. Come, nel nord della Spagna, il Costa Verde Express, treno di lusso con vagoni restaurati degli anni ’20, suite Grand-Classe dotate di bagno, carrozze lounge bar e ristorante. Unisce, a scartamento ridotto, Santiago de Compostela a Bilbao, attraversando Galizia, Asturie, Cantabria e Paesi Baschi, lungo un itinerario di sei giorni. Ma offre anche un tragitto di soli tre giorni tra Oviedo e Bilbao o viceversa.
L’appuntamento è all’Hospital de los Reyes Católicos di Santiago de Compostela, lussuoso Paradores con vista sulla Cattedrale, fondato nel 1511 come ospizio per poveri e pellegrini. Si affaccia su Piazza dell’Obradoiro, dove il suono della cornamusa tradizionale, la gaita galiziana, accoglie i pellegrini che arrivano da ogni luogo tra canti e lacrime di gioia. Da questo lastricato, dove converge il cammino più famoso della Cristianità, si irradia una devozione festosa. Il prologo perfetto del viaggio. Con il bus gran turismo, che affianca il Costa Verde Express, si raggiunge il convoglio alla stazione di Ferrol. A bordo, tra boiserie, velluti, ottoni, dettagli Liberty e Deco, non stonerebbe incontrare Hercule Poirot in persona.
Dal grande finestrino della suite sembra di entrare nei giardini dalle ortensie giganti e negli orti che il treno lambisce. I declivi boscosi svelano a tratti la costa scura, dove il mar Cantabrico ha scavato profondi fiordi che proteggono i borghi dei pescatori da un mare impetuoso che si insinua nelle foci dei fiumi creando le rías, luoghi di incontro, molto pescosi, di acqua salata e dolce. Come a Viveiro, che vanta la rías più grande del Mar Cantabrico. La sera, nel vagone ristorante è protagonista ancora il mare, con acciughe, polipo, aragosta e tonno. La mattina è la campanella ad avvertire che la colazione è servita. Sferragliando, si arriva alla ría di Ribadeo, confine tra Galizia e Asturie, Riserva della biosfera. Numerosi i punti panoramici sulla scogliera e maestosa Playa de las Catedrales, spiaggia dove l’oceano e il vento hanno pazientemente scolpito formazioni rocciose alte più di 30 m. Poetica Luarca, candido villaggio di pescatori, che sembra sfiorare il volo dei gabbiani. L’ecclettismo architettonico si è sbizzarrito invece a Gijón, con la Laboral Città della Cultura, fucina di creatività contemporanea. In città la spiaggia di San Lorenzo, dalle atmosfere d’antan, è frequentata da surfisti e famiglie. Tra le vie del centro d’obbligo una sosta in sidreria per gustare questo nettare a base di mele, patrimonio culturale delle Asturie che ne producono 40 milioni di bottiglie l’anno. È poi la volta della capitale Oviedo, in bilico tra i monti Cantabrici e il Golfo di Biscaglia, con il centro medievale attorno alla cattedrale gotica del Santo Salvatore e, come contraltare, cento statue bronzee moderne disseminate tra le vie. Tante le prelibatezze che le sono valse la nomina di Capitale spagnola della Gastronomia per il 2024.
Il giorno dopo, il bus del Costa Verde Express sale fino a Los Picos de Europa nel Parco Nazionale de Los Picos, dove pascolano placide le mucche e le capre dal cui latte nascono i prelibati formaggi asturiani. Punto di ingresso al parco è maestoso il Santuario di Covadonga, dove nel 722 Pelagio sconfisse i Mori, dando inizio alla Riconquista e dove riposa in una grotta.
A ritroso si viaggia anche in Cantabria, nel museo di Altamira che riproduce la «Cappella Sistina» del Paleolitico, e a Santillana del Mar, villaggio nato nell’VIII sec. attorno alla Chiesa Collegiata di Santa Giuliana.
Conserva la sua nostalgica signorilità Santander, capoluogo della Cantabria, oggi mecca di surfisti e un tempo meta dell’aristocrazia europea.
Ultima tappa è Bilbao, la città più grande dei Paesi Baschi. Il Casco Viejo, il quartiere storico, con la grande Piazza Nueva, regno dei pintxos, gli stuzzichini baschi, si affaccia all‘altra sponda del fiume Nerviòn, dove il ponte di Calatrava e il Museo Guggenheim testimoniano la creatività del presente, mentre i cantieri dei quartieri a venire strizzano l’occhio al futuro. Ma i treni non possono abbandonare i loro binari e, per il Costa Verde Express, è tempo di ripartire, questa volta verso Santiago. Info: www.renfe.com.





