I movimenti sono così fluidi da sembrare una danza che trasforma la sauna in un palcoscenico con la scenografia della piscina esterna ispirata alle terme giapponesi. Mattia Fortunati Rossi, maestro di sauna pluripremiato (campione italiano nel 2023), sventola con vigore le spugne bianche, disegna cerchi nell’aria che diffondono ondate bollenti di aromi, turbini vorticosi di vapore prodotti da sfere di neve che sembrano essersi impregnati della resina dei boschi o degli agrumi di Sicilia. La sauna diventa un tappeto di Aladino che vola seguendo la rotta dell’olfatto. L’Afuguss, così si chiama questa pratica delle gettate di vapore in sauna, all’Hotel Solvie di Falzes è pura arte.
Proprio all’arte del benessere, che a tratti sconfina nella sensazione onirica, è consacrato questo albergo, ultimo nato nella famiglia dei Winklerhotels. Inaugurato lo scorso anno, ha aspetti rivoluzionari: la reception rompe un tabù e diventa contigua al garage che, per eleganza e cura, vi dialoga perfettamente. Falzes è famosa per trovarsi su un poggiolo molto soleggiato della Val Pusteria e tutto l’hotel è un inno alla luce che lo inonda dalle pareti di vetro affacciate sul giardino, dove i grandi specchi d’acqua delle piscine riflettono il cielo. «Il concept di design segue un’interpretazione dello spazio aperta e inondata di luce, caratterizzata da forme morbide ed ellittiche», spiegano Stefan Ghetta e Astrid Steinwandter, direttori creativi del progetto. La forma ellittica ricorrente accarezza la vista, l’ariosità rilassa. Anche il tempo si dilata: «Le lancette della colazione si spostano fino alle 11.30 per consentire di gestire liberamente il tempo; il pranzo è leggero con piatti e snack salutari che cambiano ogni giorno, le cene a base di prodotti locali e stagionali», spiega Julian Winkler. L’aperitivo, per chi lo desidera, si spoglia dell’alcool con formule e sciroppi esclusivi del creativo barman Gaborl.
Le 87 camere e suite, di cui 45 nuove suite, hanno nuance naturali come il biondo madreperlato del faggio, le tonalità dell’acqua e della terra, linee semplici ed ellittiche, arredi artigianali e vetrate che diventano pareti di luce. L’acqua è al centro del giardino di 5.000 mq con la infinity pool riscaldata (c’è anche un laghetto con piattaforma per lo yoga). Ma è anche a un passo dalle nuvole: immersi nella piscina al quinto piano, si ammira Falzes dall’alto con la chiesa linda di San Ciriaco, il campanile rosso così appuntito da sembrare una punta di matita che buca il cielo, gli alpeggi di velluto e i boschi.
L’area saune, ricca di trasparenze, comprende zone relax e saune di vario tipo, dove ogni giorno si eseguono tre gettate di vapore e un peeling con sale o zucchero nella sauna Vapor-experience. L’area ideale per famiglie è attorno alla piscina coperta, dove la sauna aromatica alle erbe evoca un tuffo nei prati altoatesini. Karin Reichegger, spa manager e insegnante di yoga, si è occupata personalmente della messa a punto di trattamenti esclusivi e olistici, come il Vegeto dynamic, una dolce mobilizzazione che mira al riequilibrio energetico. Per chi lo desidera, ci sono corsi di yoga e qi gong.
All’aperto il «bagno» nei boschi è un’esplorazione guidata in natura dove il tatto diventa protagonista. Numerose le escursioni organizzate dall’albergo in quota con guida, anche oltre i tre mila metri, e in bici. L’Hotel Solvie si trova a quindici minuti di shuttle (gratuito) da Plan de Corones, dove ricavato nell’ex stazione a monte a 2.275 metri, il museo Lumen racconta la storia e l’eroismo della fotografia di montagna. Il ristorante contiguo AlpiNN è una moderna stube di cristallo che nasce dal progetto Cook the mountain dello chef Norbert Niederkofler. Vicino si trova anche il Messner mountain museum Corones, dedicato all’alpinismo tradizionale, nell’architettura firmata da Zaha Hadid.
Dall’hotel in dieci minuti di shuttle si raggiunge Brunico, con i suoi negozi affacciati alle strade di pietra. Anche Falzes incanta, con il percorso di Landart costellato di opere; il sentiero «Le pietre raccontano» per scoprire la geologia locale; la passeggiata alla malga Haidenberg; il tour in bici lungo la Strada del Sole con sosta al laghetto balneabile d’Issengo. Oppure la visita all’azienda Bergalia, per conoscere il mondo degli oli essenziali alpini. La sera, rientrati, attendono bagni di calore e di acqua al cospetto del tramonto.
Informazioni: www.wrinklerhotels.com; www.suedtirol.info/it.
Samarcanda e la luna condividono la fama di Ulugh Beg, sovrano timuride, matematico e astronomo, nipote di Tamerlano. Nel XV secolo, mappò 1.018 stelle dal suo futuristico osservatorio e fece costruire in piazza Registan una madrasa che divenne un’istituzione per la matematica e le scienze. Sulla Luna, un cratere a lui intitolato, gli rende perpetuo omaggio.
Città oasi della Via della seta, crocevia di merci, idee, credenze e invenzioni tra Oriente e Occidente, Samarcanda svela nella purezza formale delle sue architetture, essenziali e maestose, la vocazione matematica di chi l’ha resa famosa. L’arco alto 37 m della madrasa Ulugh Beg omaggia il Sapere, la facciata risplende con eleganti geometrie azzurre e stelle che si stagliano su un fondo color del deserto e la cupola, lucente di azzurro, omaggia il cielo. Di fronte, la madrasa Sher-Dor stupisce per la presenza, vietata nell’iconografia islamica, di due tigri che inglobano visi umani e due cervi, mentre sfavilla di oro la madrasa Tilya-Kori. Si può pranzare con vista cupole nel ristorante Emirhan, con ottimo cibo tradizionale.
Porta il nome della moglie favorita di Tamerlano l’immensa moschea di Bibi-Khanym dirimpetto al mausoleo omonimo. A pochi passi, il Siyob bazar è una profusione di spezie, frutta secca, caftani e sciarpe ricamate con i colori accesi dell’Uzbekistan. Ma è la morte a Samarcanda ad ammantarsi di sublime bellezza nel mausoleo di Tamerlano, impreziosito da decorazioni iraniane e dall’immensa cupola celeste. Un’immersione mistica nel blu e nel turchese è la necropoli Shah-i-Zinda, il re vivente, una via sulla quale si affacciano mausolei timuridi ricoperti da maioliche tra le più belle dell’arte islamica. Si trova nella parte meridionale della collina di Afrosiab, la stessa dove gli scavi e il museo Afrasiab raccontano l’origine di Samarcanda, con affreschi del VII secolo dopo Cristo a testimoniare la precoce vocazione cosmopolita della città. Patrimonio dell’umanità dal 2001, la città ha ospitato lo scorso anno la quarantatreesima Conferenza generale dell’Unesco che, per la prima volta dopo 40 anni, si è tenuta fuori Parigi.
Fascino solo un po’ fané, piscina a mosaico e decorazioni in stile, nel quattro stelle Karvon Plaza. Frequentato anche da locali, il colorato ristorante Samarkand, che propone plov, riso speziato con carne, e ottimi shashlik, spiedini grigliati di manzo, montone o pollo marinati.
Da Samarcanda in poco più di due ore col treno veloce Afrosiyob, si raggiunge Bukhara, città costruita in mattoni di fango che le conferiscono la calda tonalità del deserto. Da sempre vivace centro spirituale e culturale sulla Via della seta, l’anno scorso ha ospitato la prima edizione della Biennale di arte contemporanea organizzata dalla Fondazione per lo sviluppo dell’arte e della cultura dell’Uzbekistan con installazioni tra madrase e caravanserragli.
Patrimonio dell’umanità e settima città santa dell’islam legata al sufismo, Bukhara conserva la più antica madrasa dell’Asia Centrale voluta da Ulugh Beg nel 1417 e una grande tradizione artigianale. Si va dai tappeti (grande scelta da Sabina Burkhanova), ai tessuti ricamati alle miniature: il centro storico è un bazar diffuso disseminato di antichi crocicchi. Nel suo atelier, il maestro Davlat Toshev insegna l’arte della miniatura e racconta la filosofia sufi racchiusa nelle sue opere. Illustra il Suzani, l’arte del ricamo uzbeko, Sanjar Nazarov, alla quinta generazione, mentre rappresenta la sesta Samiev Numon, che realizza colbacchi di pelo. Lo sguardo accarezza il complesso Lyab-i-Hauz con il suo specchio d’acqua centrale, la maestosità di Miri-i-Arab, madrasa ricoperta di maiolica, di fronte alla immensa moschea Kalyan con il suo minareto alto circa 46 metri avvolto da un pizzo di geometrie e scritte cufiche. La luce a Bukhara è soffusa e sembra provenire dalla terra, conferendo agli edifici il senso di una morbidezza che ricorda quella della sabbia, come le mura dell’antica cittadella Ark. Si pranza nell’atmosfera di un’antica casa ebraica al ristorante The Old House.
Nella capitale Tashknet si tocca il sogno nostalgico del modernismo sovietico nei numerosi edifici brutalisti in cemento dalle geometrie azzardate e, come contraltare, ci si lascia incantare dalla ceramica artistica di Rakhimov’s Studio e dal ricamo di Medina Kasimbaeva nella sua Suzani school. Con la certezza di avere ancora molto da vedere. Info: www.acdf.uz. Per l’organizzazione del viaggio: info@passatempo.it
L’ospitalità si fa ambasciatrice della vivace vocazione artistica di Napoli. Quello che era un «salotto» napoletano per eccellenza, l’Hotel Britannique Naples a Chiaia, è oggi il de Bonart Naples Curio Collection by Hilton, 5 stelle del Caracciolo Hospitality Group, vocato alla valorizzazione degli artisti contemporanei napoletani e campani, proprio come indica il nome, crasi tra Bon e Art.
Le 72 camere (di cui 6 suite) e gli spazi comuni ospitano 150 opere realizzate appositamente da 50 artisti che interpretano leggende e miti partenopei. Un hotel-galleria, dove il soggiorno diventa un viaggio nell’arte contemporanea.
A cominciare dalla lobby-hall, dove il potente linguaggio segnico di Sergio Fermariello svetta nel suo «Totem» : il guerriero con il suo cavallo, simbolo totemico, sintesi estrema della figura umana e matrice del suo animo, in potenza eroe malefico o salvifico, incanta l’ospite come un mantra primordiale. La città accoglie con un’energia primigenia che tutto può perché è all’origine di se stessa.
Rappresentata, certo, anche dalla sua icona per eccellenza, il vulcano, esaltato nei colori delle opere di Gennaro Regina in «Rosso Vesuvio» e «Bianco Vesuvio» collocate nell’American Bar, e in «Sirena 2019» nella Lobby Verde. Regina gioca con il repertorio dei tramonti nostalgici, dei chiari di luna romantici, dei paesaggi iconici, dei miti fiabeschi. L’uso di collage con carte geografiche racconta il suo vissuto, figlio di un celebre antiquario napoletano. Perché Napoli è storia, stratificazione, gioco degli opposti. Ne coglie la poesia la fotografia artistica di Luciano Romano, con «Scala #1776» nella Lobby Blu. Lo spazio fisico si tramuta in spazio emotivo attraverso l’eleganza di questa scala di Palazzo Albertini di Cimitile, colta e resa con lo sguardo scenografico di un fotografo nato con il teatro, ma che è anche protagonista della vita urbana con «Song» e «mare»: 14 ritratti di musicisti napoletani scattati sulle spiagge del litorale napoletano per la fermata della metro Scampia.
Grazie a questo legame con l'arte e all’impegno nella promozione della cultura del territorio, la casa d'aste Finarte ha scelto de Bonart Naples per la sua sede napoletana, dove organizza incontri con esperti e collezionisti.
Napoli vive nell’hotel e ne riempie le visuali: il Ristorante The Macphersons Rooftop, con cucina mediterranea, e The NiqBar Rooftop, luogo di cocktail ricercati, offrono esperienze del gusto affacciati sul Golfo più celebre del mondo. Volutamente, le suite sono dedicate ai miti napoletani: Partenope, Ovo, Diamante, Sibilla, ‘Mbriana e Donna Regina (www.caracciolohospitality.com).
Partendo dal mito si esplorano alcuni luoghi che ne echeggiano la memoria. Come Caponapoli, la Collina Sacra, dove la leggenda vuole fu sepolta Partenope, la sirena dea protettrice di Neapolis. Qui sorsero l’acropoli greco-romana, il tempio di Demetra, poi la cittadella monastica e la Real Santa Casa degli Incurabili. Meditazione, ascetismo, preghiera, ma anche ricerca, carità e cura: nel 1522 Donna Lorenza Longo, nobildonna aragonese, fondò un ospedale dove, disse: «Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sia aperto» e dove nacque la prima scuola di ostetricia. Oggi il Museo delle Arti Sanitarie ne ripercorre l’epopea con il capitolo dedicato al medico santo Giuseppe Moscati, all’Orto Medico e alla strabiliante Spezieria- Farmacia Storica degli Incurabili, disegnata da Domenico Antonio Vaccaro nel 1729: un viaggio nel Settecento più misterioso tra simboli massonici, oltre 400 vasi originali, intagli dorati che rimandano alla pratica ostetrica e all’alchimia, il maestoso vaso marmoreo della Teriaca, l’antidoto delle meraviglie.
Echeggia origini leggendarie anche il complesso monumentale di Donnaregina, con il Museo Diocesano di Napoli: un unico itinerario tra il gotico della chiesa trecentesca e il barocco di quella seicentesca, anche in questo caso dall’origine legata all’universo femminile. Nel 1320 tre nobili sorelle della casata Toraldo, Donna Albina, Romita e Regina, innamorate dello stesso uomo, per non recarsi offesa, decisero di indossare il velo e fondarono tre monasteri.
E leggendaria è la pizza da Salvo a Chiaia, espressione di una cultura da salvaguardare ma in evoluzione, che cambia in base alla stagionalità e alla ricerca delle materie prime. La pizza del passato, del presente e del futuro. Assolutamente alchemica.





