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2026-04-07
Carburanti aerei, Commissione Ue: «Le riserve coprono 90 giorni, ma la composizione è nazionale»
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«Gli stock di emergenza variano tra Stati membri, serve coordinamento sulle carenze di jet fuel». Lo ha dichiarato la portavoce della Commissione europea Anna-Kaisa Itkonen da Palazzo Berlaymont, rispondendo a una domanda sulle carenze di carburante per aerei negli aeroporti europei.
«Comedian», di Maurizio Cattelan (Ansa)
Il tradizionale concetto del bello, espressione di creatività e maestria e mezzo di gratificazione estetica, è stato abbandonato al punto da spacciare per «opera» anche un crocifisso di plastica immerso nell’urina.
Un interrogativo nasce spontaneo alla lettura della pagina della Verità del 4 aprile scorso, in cui è riportata la veemente e sacrosanta invettiva contro l’arte cosiddetta «post moderna» (ma estensibile anche a buona parte di quella definibile, più genericamente, «moderna») tratta dal recente libro di Silvana De Mari Dizionario minimo di difesa dell’ovvio.
Vien da chiedersi, infatti, come sia avvenuto che il tradizionale concetto di arte, comunemente intesa (al di là di talune astruserie filosofiche) come strumento di gratificazione estetica e/o di stimolazione morale dei fruitori, sia stato abbandonato al punto da rendere possibile contrabbandare come opere d’arte quelle segnalate, in particolare, dalla De Mari: la Merda d’artista di Piero Manzoni, la raffigurazione in travertino del «maxi escremento» (piazzata davanti alla sede centrale della Cassa di risparmio di Carrara) di Paul McCarthy, il Piss Christ (un crocifisso di plastica immerso nell’urina contenuta in un bicchiere) di Andres Serrano, gli «impacchettamenti» di monumenti, effettuati dai coniugi Christo e Jeanne Claude. «Opere», queste, alle quali potrebbero aggiungersi, fra le numerose altre, anche almeno un paio di quelle di Maurizio Cattelan: la maxi scultura rappresentante una mano con il dito medio alzato, che fa bella mostra di sé a Milano, in piazza Affari, e la banana vera attaccata ad un muro, presentata la prima volta, nel 2019, a una mostra d’arte a Miami Beach e poi in numerose altre.
Per rispondere al suddetto interrogativo occorre partire dalla constatazione che tutti coloro che hanno prodotto e producono opere del genere di quelle di cui si è fatta menzione lo hanno sempre fatto allo scopo di farle apparire come coraggiose «provocazioni» nei confronti del comune modo di pensare, bollato come «borghese» e pregiudizialmente considerato come caratterizzato da gretto e ottuso conformismo, accompagnato da sordido attaccamento agli interessi di bottega. L’origine del fenomeno può farsi risalire, grosso modo, alla seconda metà del XIX secolo, in cui, non a caso, si diffuse, come parola d’ordine tra i poeti e gli artisti definibili «di avanguardia», quella costituita dall’espressione «épater le bourgeois» (sbalordire il borghese). Il che significava, nell’essenziale, metterlo davanti a quella che egli doveva essere indotto a riconoscere come la propria miseria intellettuale e morale, offrendogli però, al tempo stesso, il modo di potersi, almeno in parte, riscattare proprio con il recepire il messaggio insito nell’opera d’arte che gli veniva proposta per, quindi -si sperava - acquistarla o farla acquistare ad un prezzo adeguato al suo presunto valore.
Ma - ci si potrebbe ancora chiedere - se il fine era solo quello di vendere a prezzo adeguato le proprie opere, perché ricorrere alla «provocazione» piuttosto che offrire, invece, prodotti che fossero, in partenza, conformi al presumibile gusto dei potenziali acquirenti? Può rispondersi che, a partire dalla rivoluzione francese, era progressivamente venuta meno, fin quasi a scomparire, la grande committenza artistica che era stata, nel passato, soprattutto quella ecclesiale, reale e nobiliare. Una committenza, quella ora detta, che sceglieva essa gli artisti ai quali conferire gl’incarichi e imponeva loro, senza alcuna remora (all’insegna del «prendere o lasciare»), le sue condizioni, tanto economiche quanto attinenti alle caratteristiche dell’opera che si voleva ottenere.
Con la quasi scomparsa di tale committenza, gli artisti si erano trovati sempre più nella condizione di non essere cercati da alcuno ma di dover essi stessi offrire le proprie opere alla massa indifferenziata e anonima dei possibili acquirenti, venendo incontro a quelli che erano presumibilmente i gusti in essa prevalenti.
Ciò, per tutti quelli soltanto mediamente dotati (cioè la maggioranza), consentiva solo di sbarcare in qualche modo il lunario, restando limitata ai pochi più capaci o fortunati la prospettiva di acquisire fama e ricchezza. Di qui l’intuizione, da parte di alcuni per i quali tale prospettiva appariva irrealizzabile, che il risultato poteva forse raggiungersi per altra via, e cioè appunto quella della «provocazione». Questa comportava sì il rischio dell’iniziale, generalizzato rifiuto, ma lasciava, per converso, la porta aperta alla speranza che, tra i mercanti o i critici d’arte, qualcuno, volendo apparire più intelligente degli altri e fiutando al tempo stesso la possibilità dell’«affare», mostrasse di aver scoperto, nella «provocazione», le caratteristiche, fino ad allora incomprese, della vera e grande arte.
In tal caso, se la faccenda era ben condotta, il gioco era fatto. Per non apparire meno intelligenti dell’autore della scoperta e/o per partecipare anch’essi all’«affare» da lui intravisto, molti altri si affrettavano a condividere il suo giudizio, così accrescendo la propria reputazione di «esperti» e avvantaggiandosi, talvolta, del maggior valore attribuito alle opere del novello, presunto genio dell’arte di cui si trovavano in possesso, avendole in precedenza acquisite, per calcolo o per fortunate combinazioni, a poco prezzo. Col passar del tempo, constatatosi il sempre più frequente successo, in fama e in danaro, di tale espediente, sempre più numerosi diventarono coloro che vi facevano ricorso.
Il che però comportava la necessità di elevare progressivamente, perché la «provocazione» facesse presa sul pubblico, il livello della «trasgressione» da cui essa doveva essere caratterizzata. Se all’inizio, infatti, poteva risultare sufficiente la trasgressione di qualche regola formale tra quelle generalmente ritenute vincolanti, proseguendo sulla stessa strada occorreva che essa investisse qualcosa di sempre più sostanzioso, fino a raggiungere i fondamenti stessi della tradizionale nozione di «opera d’arte», oltre che, meglio ancora, i più diffusi sentimenti morali e religiosi e le più elementari ed ovvie regole della sociale convivenza. Ed ecco, quindi, come si è arrivati, passo dopo passo, alle truffaldine stravaganze di cui si è detto all’inizio.
Si diceva una volta che «ogni bel gioco dura poco». Quello della «provocazione» come «arte» è durato anche troppo. Per vederne la fine c’è solo da attendere che compaia all’orizzonte - e una volta o l’altra comparirà - un novello ragionier Fantozzi che, rompendo con voce potente la cappa del neoconformismo, ripeta, su tutta la paccottiglia pseudo artistica che ingombra spazi pubblici e privati suscettibili di migliore utilizzazione, il suo celebre e drastico giudizio sul film La corazzata Potëmkin.
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Salone Margherita (iStock)
Via Nazionale vuole cedere immobili costosi da gestire, come il teatro famoso per il «Bagaglino». Sul mercato pure le sedi.
C’è un punto a Roma in cui finanza e varietà si incontrano. È in via Due Macelli, a due passi da piazza di Spagna, dove ha sede il Salone Margherita, la cui proprietà appartiene a Banca d’Italia. Lustrini e grisaglie, balletti e messe cantate come ironicamente venivano definite le assemblee dell’istituto di emissione. A officiare il rito era il governatore, che un tempo non rilasciava interviste e non parlava che in rarissime occasioni ufficiali.
Ora Banca d’Italia riproverà a venderlo insieme a cinque ex filiali: Asti, Enna, Imperia, Novara, Varese. Base d’asta complessiva: 12,25 milioni. Cinque solo per il Salone Margherita. Le manifestazioni d’interesse entro aprile. Bankitalia si è dimostrata un venditore molto paziente. Fin troppo. Dei 106 immobili messi sul mercato 15 anni fa - tra ex filiali, appartamenti per il personale ed edifici vari - è riuscita a cedere i due terzi. Un fondo privato avrebbe impiegato molto meno. Ma si sa: il passo delle banche centrali è solenne, maestoso, talvolta pigro. Il problema, adesso, sono gli ultimi stabili che aspettano compratori con rassegnazione silenziosa dei mobili dimenticati in cantina. Enna, chiusa dal 2008. Asti e Imperia, spente dal 2009. Novara e Varese, inutilizzate dal 2016.
Nel frattempo, qualcuno le ha dovute manutenere. Qualcuno ha pagato le bollette. Qualcuno ha continuato a versare denaro pubblico su edifici che guardavano il soffitto in attesa di essere venduti. L’obiettivo adesso, spiegano da via Nazionale è completare l’iter entro la fine dell’anno. Almeno per le filiali più datate. Nel frattempo si stanno chiudendo Livorno e Brescia. Nel lotto delle cinque ex filiali, la valutazione più alta spetta a Varese: 4,75 milioni. Sorge nei pressi di Villa D’Este e del parco che la circonda. È bello, è vincolato, e chi lo compra non potrà farci granché, ma almeno starà vicino a qualcosa di meraviglioso. Consolazione paesaggistica di pregio. Ma nessuno dei cinque immobili ha la storia del Salone Margherita. Affascinante.
Il Salone Margherita appartiene alla Banca d’Italia dal 1894. Prima ancora che aprisse ufficialmente. L’inaugurazione è del 1898, sebbene l’attività risalga in forme diverse al 1890. Siamo nel pieno dello scandalo della Banca Romana, quando la finanza italiana dimostrò che la creatività contabile non è un’invenzione recente. In mezzo al terremoto il barone Lazzaroni si ritrovò nella scomoda posizione del debitore insolvente. La Banca d’Italia acquisì l’immobile come recupero crediti. Risultato: l’istituzione più austera del Paese diventò proprietaria di quello che sarebbe diventato il tempio del café-chantant.
C’è qualcosa di vagamente surreale in tutto questo. I fratelli Marino, imprenditori napoletani con il fiuto giusto, lo presero in gestione nel 1901. Vollero importare a Roma il modello del Moulin Rouge. Musica, spettacolo, cena servita durante lo spettacolo. La Ville Lumière sul Tevere. Il nome fu scelto in omaggio alla regina Margherita di Savoia, figura amatissima dell’epoca. Un’operazione di puro marketing: battezzare un teatro come la regina significa avere già una recensione positiva incorporata nell’insegna. Il Salone si dotò fin dall’inizio di una particolarità che lo rende unico ancora oggi: le cucine interne. Quattrocento posti tra platea, palchi e galleria, e una brigata pronta a servire mentre sul palco si cantava e si ballava. Nella sua lunga vita il Salone ha ospitato i grandi del varietà italiano. Ettore Petrolini, genio comico senza tempo. Lina Cavalieri, talmente bella che i suoi ritratti finirono sulle scatole di sapone di mezzo mondo.
Ma per il grande pubblico della seconda metà del Novecento, il Salone Margherita è indissolubilmente legato a un solo nome: il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore. Dagli anni Settanta e per decenni, quella piccola sala liberty a due passi dalla Scalinata di Trinità dei Monti è diventata un set televisivo. Satira politica, soubrette, travestiti illustri, ministri della Repubblica presi in giro con affetto feroce. Il Bagaglino era un’istituzione nell’istituzione prodotto tra le mura di un teatro di proprietà della Banca d’Italia. Un connubio sorprendente.
Nel 2020 la società di gestione ha restituito l’immobile. Il teatro non ospita più regolarmente spettacoli. Qualche mostra, qualche evento istituzionale. Nel frattempo via Nazionale ha continuato a a tenere in ordine il gioiello liberty nel cuore di Roma. Ora il bando, e forse la vendita.
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2026-04-07
Dimmi La Verità | Stefano Graziosi: «Gli scenari in Iran allo scadere dell'ultimatum di Trump»
Ecco #DimmiLaVerità del 7 aprile 2026. Il nostro Stefano Graziosi analizza cosa potrà accadere stanotte allo scadere dell'ultimatum di Trump all'Iran.






