iStock
È errato affidare la predica ai laici. Non è così che la Chiesa deve adattarsi ai tempi.
La Santa Sede, come avete letto ieri sulla Verità, avvisa i vescovi tedeschi: «I laici non possono fare l’omelia». Il Dicastero per il Culto ribadisce che i laici non possono tenere l’omelia nella celebrazione eucaristica: «La proclamazione della Parola è inseparabile dalla missione sacramentale ricevuta dai ministri ordinati e dal legame tra Parola e Sacramento».
Ricorda anche che i laici possono essere coinvolti in diverse forme di annuncio e preghiera tipo, ad esempio, il catechismo. Bella botta ai vescovi tedeschi che ogni tanto se ne escono con delle idee un po’ strane e soprattutto teologicamente e liturgicamente infondate.
L’omelia (dal greco omilìa) significa riunione, conversazione: nella liturgia cattolica fatta dal celebrante viene subito dopo il Vangelo, come parte integrante della Lettura. Addirittura, prima del Concilio Vaticano II, il termine indicava la predica tenuta normalmente dal vescovo o raramente da un altro prelato.
Il concilio di Trento (1545-1563) indicò l’obbligo che i ministri della Chiesa nutrissero «il popolo loro affidato con parole salutari, secondo la loro e la propria capacità, insegnando quelle verità che sono necessarie a tutti per la salvezza e facendo loro conoscere, con una spiegazione breve e facile, i vizi che devono fuggire e le virtù che devono praticare». Lo stesso Vaticano II, nella Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium in modo ancora più esplicito recita: «L’omelia deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura… tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta». E specifica: «L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante, e secondo l’opportunità anche al diacono, mai però a un laico».
Questa disposizione così chiara ha un fondamento che risale ai Vangeli: chi ignora o vuole ignorare tali fondamenta risulta ignorante in ambedue i casi. Nel primo perché ignora, cioè non ha studiato; nel secondo caso nel senso dispregiativo, cioè viola i principi di educazione, decoro e rispetto nei confronti della storia della Chiesa. Che questo lo facciano dei vescovi di una comunità cattolica importante come quella tedesca ci dice il livello di inconsistenza teologica che ormai pervade anche coloro che guidano la Chiesa nel massimo grado dell’ordine sacerdotale: l’episcopato.
Dicevo poco sopra che la questione è legata alla storia della Chiesa e della teologia (c’è una materia specifica che si chiama «omiletica» e che insegna l’arte della predicazione), in quanto la predicazione è affidata da Gesù stesso agli apostoli, che sono coloro che dovranno predicare il Verbo a tutte le genti. Questo passaggio di consegne in gergo teologico si chiama traditio cioè «tradizione» che deriva dal latino e significa «consegnare». Ha il compito di trasmettere nel tempo le Verità rivelate che risalgono all’insegnamento di Cristo e degli apostoli, sviluppate e definite dalla storia della Chiesa con l’assistenza dello Spirito. Come tale, la Tradizione è considerata fonte della rivelazione, insieme alla Scrittura (vedi l’opera del domenicano francese Yves Congar, La tradizione e le tradizioni). Ne esite anche una traduzione tedesca per i vescovi teutonici che magari non leggono il francese.
Esiste un caso nei primi secoli della Chiesa in cui a un laico, il celeberrimo teologo Origene, fu affidata in alcuni momenti la predicazione, ma non crediamo che nel laicato cattolico tedesco esista un equivalente del filosofo greco che fu, tra l’altro, direttore della Scuola catechetica di Alessandria, dove visse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo. C’è poi una questione di tipo teologico ulteriore: è vero che la Chiesa è «comunione» (dal greco koinonìa, che nella tradizione cristiana indica l’intima unione spirituale tra i credenti e Dio), ma questa comunione avviene all’interno di una struttura gerarchica guidata dal sacramento dell’ordinazione nei suoi tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi. A loro è affidata la salvaguardia e la trasmissione delle verità di fede, la traditio.
Ora, c’è da chiedersi perché i vescovi tedeschi abbiano commesso un errore così marchiano. Forse per l’idea che per adattarsi ai tempi e attrarre alla fede più persone occorra, in qualche misura, ammiccare a una Chiesa dalla struttura più democratica? Forse perché mancano i preti? Se fosse per quest’ultima ragione, sarebbe comunque meglio arrivare a una Chiesa anche residuale ma che annunci le verità del Vangelo, piuttosto che una Chiesa riempita da chicchessia, con magari anche l’onere della predicazione. Certo è che più la Chiesa si adatta in modo inadeguato e superficiale ai tempi, e più coloro che cercano un senso religioso alla propria vita lo cercheranno altrove: perché una Chiesa che parla solo di cose umane e non del mistero di Dio e della Trinità, perderà quell’aspetto di «fascino religioso e mistico» del quale è alla ricerca spasmodica l’uomo del nostro tempo.
Continua a leggere
Riduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti analizza le ripercussioni della lite tra Trump e la Meloni, da Rutte all'Iran.
True
2026-06-25
L’inglese è diventato antico. Grazie all’IA agli studenti si insegna in lingua madre
iStock
La strategia è stata messa a punto da due professori a Firenze. Con la traduzione simultanea nel proprio idioma, gli universitari comprendono i concetti più complessi.
Università di Firenze, dieci minuti di lezione in «urdu» a una dottoranda pachistana sull’elettromagnetismo. Crudeltà? No felicità. «Lei aveva le lacrime agli occhi perché sentiva parlare la lingua della sua mamma».
Nel raccontare l’aneddoto il professor Jacopo Parravicini si emoziona per avere toccato una delle corde più sacre e identitarie di una persona: la lingua madre. Lo ha fatto bypassando il piatto conformismo lessicale dell’inglese, lo ha fatto grazie all’Intelligenza artificiale in una delle sue applicazione più virtuose. È il dito che indica il futuro, è la rivoluzione gentile prospettata da due docenti per superare «uno scoglio che rischia di produrre un’internazionalizzazione cosmetica, dove l’inglese è l’etichetta per scalare i ranking ma compromette la formazione».
Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca) adottano e vorrebbero ufficialmente implementare nell’ateneo fiorentino un metodo alternativo, geniale nella sua semplicità, a conferma che l’uovo di Colombo non è difficile farlo stare in piedi ma covarlo. Durante la lezione il prof parla in un microfono, l’IA traduce e lo studente collegato via app (costo 70 euro) ascolta tutto nella sua lingua, in meno di tre secondi e con le sfumature più sottili. Comprensione totale. Un salto di qualità che va a risolvere un problema poco pubblicizzato perché cardine del pensiero globalista: la fragilità dell’inglese planetario, la sciatteria indotta nell’imparare qualcosa (qualunque cosa) senza quelle meravigliose sfumature che solo la lingua dei padri, elaborata dalla storia e dalla cultura, sa restituire.
Oggi lo scenario è chiaro e quella della statistica è una sentenza. Secondo studi compiuti in Paesi ad alta competenza linguistica come Svezia e Olanda, i «non madrelingua» necessitano dal 51% al 91% del tempo in più per leggere e scrivere testi. In aula fanno il 40% in meno delle domande. E chi impara in lingua madre, nei test dà il 73% di risposte corrette in più rispetto a chi ha appreso l’inglese in corsi specializzati. Un abisso, quasi una discriminazione silenziosa accettata sull’altare dell’English medium instruction (Emi) che si adagia come zucchero a velo sulla fasulla narrazione del mondo senza differenze. Ora l’IA può rimettere le cose a posto passando al metodo Umnia, parola studiata dai due scienziati italiani, crasi di università e del termine latino omnia, tutte le cose.
«La Scienza moderna nasce con Galileo Galilei che scrive in italiano, eppure perfino a Firenze ci sono dieci corsi di laurea interamente in inglese», spiega Parravicini. «Oggi la lingua della Scienza è l’inglese, lo abbiamo accettato con fatalismo. Fra i docenti, anche chi ha una conoscenza molto buona, da un paio d’anni passa ogni frase attraverso l’IA per migliorare gli scritti. Noi pensiamo in un modo e ChatGpt o altri sistemi ci danno correzioni migliori, lo fanno anche francesi e tedeschi. A maggior ragione vale per gli studenti, questa applicazione può davvero migliorare il valore di ciò che si spiega e di ciò che si comprende. Bisogna uscire dall’automatismo pigro internazionale=inglese».
Vent’anni fa si è deciso per conformismo di sacrificare l’efficienza sull’altare dell’internazionalizzazione, creando quello che viene definito «carico cognitivo». Parravicini lo spiega con una metafora da trekking. «È come fare una corsa in salita con uno zaino pesante sulle spalle. Se ti alleni fortifichi i muscoli, ma per quanto ti alleni le tue performance saranno sempre inferiori a quelle di chi non ha lo zaino sulla schiena. Il carico non è azzerabile a livello cognitivo profondo, quello della lingua madre. E la fatica mentale sarà sempre superiore a quella di chi riceve nozioni, esempi, approfondimenti in lingua madre».
Gli stessi insegnanti sostengono che non basta esprimersi in una lingua straniera per migliorarla. Entra in scena il fenomeno della «fossilizzazione»; non si impara perché non serve sapere di più. Così il cambio di passo diventa mondiale. All’Università di Stanford, dove gli asiatici sono una moltitudine, si sono accorti che le lezioni di robotica di un professore texano in slang sarebbero poco comprensibili per uno studente di Boston, figuriamoci per un giapponese o un filippino. Così gli studenti già usano i sottotitoli sul parlato dei prof, adattando uno strumento inventato per i disabili.
Secondo Parravicini e Biffi è necessario uscire dal compromesso al ribasso, incamminarsi sul miglioramento in tutti i sensi. E non sono soli. Al Politecnico di Karlsruhe, uno dei migliori d’Europa (dove studiò Karl Benz, l’inventore dell’automobile), da anni trattano 50 lingue europee in tempo reale. Il laboratorio di Data science è diretto dal luminare Andreas Wagner, gli studi del quale sono ritenuti decisivi anche da papa Leone XIV, che ha dedicato agli sviluppi dell’IA parte dell’enciclica «Magnifica humanitas».
Per ora il progetto pilota fiorentino viene sviluppato in conferenze, seminari, sistema museale; poi dovrebbe essere allargato ad alcuni singoli corsi universitari. La rettrice dell’ateneo, l’ingegnere Alessandra Petrucci, ci crede. Altri, più impermeabili al cambiamento, no. A settembre è previsto un Congresso nazionale di Fisica per dare un perimetro giuridico all’Umnia. Rassicura Parravicini: «Non pensiamo di sostituire nulla, come una videoconferenza non sostituisce una telefonata. Vogliamo semplicemente allargare gli orizzonti con l’IA». E tornare a dare un senso alla meravigliosa complessità del mondo.
Continua a leggere
Riduci
iStock
Nel rapporto annuale sulle dipendenze presentato da Mantovano emerge che nel 2025 ben 350.000 under 18 hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale. Pure i minorenni attratti dal gioco d’azzardo sono in aumento: il 64% ha ammesso di aver puntato.
La Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia del 2026, presentata ieri mattina in una conferenza stampa dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, racconta uno spaccato complesso, che va ben oltre quello dell’uso di sostanze stupefacenti.
Che resta però il pericolo principale, soprattutto tra i giovani. Nel 2025, si legge infatti nel documento, quasi 350.000 studenti under18 hanno riferito di aver utilizzato almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno, pari al 23% della popolazione scolastica minorenne, dato in aumento rispetto al 20% del 2024. Cannabis e cocaina continuano a rappresentare le sostanze più diffuse, mentre si osserva «una crescente diffusione di prodotti ad alta potenza e di Nuove sostanze psicoattive (Nps), in particolare cannabinoidi sintetici e nuovi oppioidi».
In particolare, tra gli studenti di 15-19 anni, dopo la flessione osservata tra il 2022 e il 2024, si osserva una ripresa dei consumi di numerose sostanze.
Secondo il dossier infatti, tra 2024 e 2025 cala leggermente il consumo di cannabis e derivati (da 21% a18%); sale quello di oppiacei (da 1,2% a 1,5%); è stabile quello di cocaina (da 1,8% a 1,9%) e stimolanti (da 2,4% a 2,7%); sale il consumo di allucinogeni (da 1,2% a 1,9%); è stabile quello di Nuove sostanze psicoattive (da 5,8% a5,7%) e di cannabinoidi sintetici (da 3,5% a 3,6%), mentre scende il consumo di psicofarmaci Spm-senza prescrizione medica (da 12% a 11%). Il dato sui farmaci riguarda quasi 180.000 minorenni, con prevalenze quasi doppie tra le ragazze.
I numeri complessivi, evidenzia Mantovano, coinvolgono «un adolescente su quattro» e sostanzialmente, «sono quelli di una pandemia che ha una particolarità: quella di non essere percepita come tale. È come se al tempo del Covid ci fossimo disinteressati delle caratteristiche del virus e della sua diffusione».
Fortunatamente, ha spiegato ancora il sottosegretario, il devastante Fentanyl «non attecchisce in Italia» ma questo ha anche una spiegazione ben precisa: il calcolo criminale. A fronte di un quantitativo delle diverse sostanze stupefacenti immesse sul mercato oscillante tra le 160 e le 220 tonnellate ma sono davvero minimi quelli di oppioidi. Mantovano ha sottolineato che in Italia è in atto da due anni e mezzo un piano specifico di contrasto a questa sostanza ma va anche considerato che «la diffusione dipende soprattutto da un calcolo criminale, nel senso che il Fentanyl è un oppioide che causa una dipendenza immediata anche con assunzione di quantitativi minimi e uccide il consumatore. Il che dal punto di vista della logica del mercato criminale non è una grande prospettiva» per chi opera in questo traffico.
I decessi correlati all’assunzione di sostanze sono in crescita, e secondo quanto riferito dal sottosegretario i numeri sono sottostimati. La relazione parla di 249 morti causate da sostanze stupefacenti, contro i 231 di un anno prima. Il 39% è attribuito all’uso di oppiacei; il 35% a cocaina (33%) e crack; il 2% ad altre droghe e il 24% a sostanze non specificate. Le principali cause del decesso sono intossicazione acuta letale (28%); danni d’organo (19%); incidente stradale (16%); suicidio (11%); traumi accidentali (9%).
Il rapporto non si concentra solo sulle droghe, ma anche sulle nuove dipendenze, legate all’uso della tecnologia. Secondo il documento, «quasi 230.000 studenti minorenni hanno mostrato un utilizzo problematico di Internet, caratterizzato da difficoltà nel controllo del tempo trascorso online e dalla tendenza a trascurare sonno e relazioni sociali». Per quanto riguarda il cyberbullismo il 47% dei minorenni ha riferito di essere stato vittima di episodi online, mentre il 32% di aver assunto in prima persona comportamenti offensivi o aggressivi in rete, fenomeno più frequente tra i ragazzi. L’1,4% ha partecipato ad almeno una challenge online nella propria vita, mentre il ghosting resta un’esperienza molto diffusa sia come comportamento messo in atto (30%) sia come esperienza subita (29%). Quanto al gaming: «Il 17% degli studenti minorenni ha mostrato profili di gioco a rischio, spesso associati a irritabilità e difficoltà di regolazione emotiva quando impossibilitati a giocare». Infine, il gioco d’azzardo tra i minorenni raggiunge i livelli più elevati osservati negli ultimi anni: «Il 64% degli studenti under18 ha riferito di aver giocato almeno una volta nella vita e il 59% lo ha fatto nel corso dell’ultimo anno».
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un video messaggio ha commentato il rapporto parlando di «una realtà molto complessa, che richiede un approccio a 360 gradi e il coraggio di risposte lungimiranti. Risposte che abbiamo tentato di dare in questi anni, partendo dalle priorità». A partire da quella fondamentale, i fondi per intervenire. Meloni ha evidenziato come «con questo Governo il sistema nazionale contro le dipendenze può contare sulla dotazione economica più robusta di sempre, oltre 160 milioni di euro solo nel 2025. Risorse fondamentali per sbloccare le assunzioni nei Serd, sostenere il lavoro delle comunità di recupero, investire nei programmi di prevenzione, garantire la libertà di cura su tutto il territorio».
E dalle 21 di stasera, in occasione della «Giornata internazionale contro le droghe», nelle ore notturne la facciata principale di Palazzo Chigi si illuminerà di blu fino alla mezzanotte di domani, proiettando in bianco le parole «No alla Droga».
Continua a leggere
Riduci





