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2026-05-25
La nuova cortina di ferro digitale: così la Cina sfida gli Usa sul fronte tecnologico
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Riduci
Ieri gli specialisti dell’Esercito hanno fatto brillare tre ordigni a Orbetello, Eboli e Livorno. Le operazioni e la storia dei bombardamenti sulle tre località durante la Campagna d'Italia.
Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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- Uno scheletro di Stegosauro è stato recentemente venduto per 44,6 milioni di dollari. Quella che pochi anni fa era un’attività per scavatori occasionali è oggi un mercato che coinvolge fondi di investimento e gallerie d’élite.
- Il paleontologo: «Un tempo la compravendita era selvaggia, ora molti Paesi stanno introducendo regole stringenti. Però negli Usa chi rinviene un reperto nel proprio terreno ne può ancora disporre liberamente».
Lo speciale contiene due articoli
È stata un’asta destinata a passare alla storia, o forse, considerato l’interesse crescente per questo genere di «opere», a segnare solo un precedente destinato ad essere superato. Sono passati due anni da quando Sotheby’s a New York batté, in una seduta animata da offerte al rialzo, la cifra record di 44,6 milioni di dollari, ma se ne parla ancora. Non si trattò di gioielli o quadri ma nientemeno che ossa, anche se preistoriche: fossili di dinosauri. Benvenuti nel Jurassic Cash! Era luglio 2024, quando il miliardario Ken Griffin, fondatore del colosso degli hedge fund Citadel, sborsò quella cifra record per aggiudicarsi Apex, lo scheletro di uno Stegosauro eccezionalmente conservato, rinvenuto in Colorado. Apex polverizzò le stime iniziali (che oscillavano tra i 4 e i 6 milioni) e superò il precedente record di Stan, un Tyrannosaurus Rex venduto nel 2020 per 31,8 milioni di dollari all’Abu Dhabi Natural History Museum.
Un tempo i dinosauri dominavano la Terra grazie alle dimensioni mastodontiche, oggi, a milioni di anni dalla loro estinzione, questi giganti della preistoria sono tornati protagonisti di un ecosistema altrettanto spietato: il mercato globale dei beni di lusso. L’analisi condotta di recente da Bloomberg nel podcast Odd Lots, dal titolo significativo Inside the Booming Market for Dinosaur Fossils, accende i riflettori su un business che ha smesso di essere una nicchia accademica per trasformarsi in una delle asset class più calde, speculative e affascinanti del momento. Si stima che il mercato di dinosauri nel mondo, per gli anni 2024-2025, valga all’incirca 70-80 milioni di euro, di cui quello italiano costituisce una piccola fetta: vale circa 3 milioni. Un mercato trasversale, di cui fanno parte lotti che costano una fortuna.
In ballo ci sono cifre da capogiro che sollevano una domanda: perché le ossa di dinosauro stanno finendo nei salotti dei multimilionari e nei portafogli dei fondi d’investimento invece che nei musei pubblici? Nel caso di Apex l’acquirente ha subito detto che non era sua intenzione collocarlo nell’atrio della propria mega-villa, ma che lo avrebbe prestato a un museo statunitense, come riportato dal Wall Street Journal.
Come spiegato dagli esperti del settore, tra cui Salomon Aaron della prestigiosa galleria londinese David Aaron (specializzata nell’intermediazione di questi reperti biologici), il mercato dei fossili sta vivendo una transizione epocale, strutturandosi sulla falsariga di quello dell’arte contemporanea o delle antichità di pregio.
Fino a pochi decenni fa, il commercio di ossa di dinosauro era un settore informale, popolato da appassionati, scavatori amatoriali e istituzioni accademiche con budget limitati. Oggi la compravendita è regolata da intermediari finanziari, gallerie d’élite e case d’asta internazionali. Per determinare il valore di un fossile entrano in gioco criteri rigorosi che ricalcano il concetto di «provenienza» nell’arte. Non basta trovare un osso: occorre dimostrare legalmente dove e quando è stato estratto. I venditori moderni forniscono video integrali dello scavo, documentazioni notarili sulla proprietà dei terreni e certificazioni scientifiche.
Un altro fattore cruciale è la completezza e l’integrità dello scheletro. Trovare un dinosauro intatto al 100% è quasi impossibile; per questo, il valore commerciale è strettamente legato alla percentuale di ossa originali rispetto a quelle riprodotte tramite stampanti 3D o resine. Più la «materia prima» è autentica, più il prezzo sale in modo esponenziale.
Dietro l’acquisto di un miliardario c’è una filiera complessa. La figura del «cacciatore di dinosauri» si è professionalizzata. Sapendo che nel mondo c'è una platea di miliardari, dai «tech bro» della Silicon Valley, ai magnati asiatici o ai banchieri di Wall Street disposti a tutto pur di accaparrarsi ed esibire un predatore preistorico nelle proprie sedi, il numero di cercatori privati è esploso.
Le regole del gioco, tuttavia, cambiano radicalmente a seconda della geografia. Negli Stati Uniti, la legge prevede che tutto ciò che viene trovato su un terreno privato appartenga al suo proprietario. Questo ha creato una vera e propria corsa all’oro nel West americano (Montana, Wyoming, Colorado), dove i proprietari di ranch preferiscono vendere i diritti di scavo al miglior offerente privato piuttosto che collaborare gratuitamente con le università. Al contrario, in Paesi come la Mongolia, la Cina o il Brasile, i fossili sono considerati patrimonio nazionale e l’esportazione è severamente vietata. Ciò non toglie che esista un florido e rischioso mercato nero, contro cui le agenzie doganali internazionali combattono costantemente.
Il boom di questo mercato non è privo di feroci polemiche. La comunità scientifica internazionale lancia da anni grida d’allarme rimaste spesso inascoltate. La paleontologia è una scienza comparativa: per comprendere l’evoluzione, il comportamento e l’estinzione di una specie, gli scienziati hanno bisogno di studiare, scansionare e confrontare quanti più esemplari possibile. Quando uno scheletro finisce nella collezione privata di un magnate, l’accesso a quel pezzo di storia della Terra viene precluso alla scienza. Alcuni studi stimano che oltre la metà degli scheletri di T-Rex conosciuti al mondo si trovi oggi in mani private.
Tuttavia, i sostenitori del mercato privato offrono una prospettiva differente. Molti collezionisti privati, come lo stesso Ken Griffin, scelgono di finanziare gli scavi (che richiedono milioni di dollari in logistica e tecnologia) e spesso concedono i pezzi in prestito a lungo termine ai grandi musei pubblici. Inoltre, le gallerie d’arte sostengono che la commercializzazione fornisca capitali che altrimenti lo Stato non investirebbe nella salvaguardia di reperti che, altrimenti si perderebbero. «I fossili che vengono scoperti sono quelli che vengono lentamente portati alla luce a causa dell’erosione e degli agenti atmosferici», spiega Cassandra Hatton, specialista di reperti scientifici e storici di Sotheby’s. «Si può scegliere se affidare lo scavo a un paleontologo professionista oppure perderli per sempre, a voi la scelta».
Dal punto di vista puramente economico, valutare questi beni resta una sfida monumentale. Se nel 1997 il T-Rex Sue venne acquistato dal Field Museum di Chicago per 8,3 milioni di dollari (grazie al supporto di sponsor come McDonald’s e Disney), i balzi in avanti odierni dimostrano che le normali leggi della domanda e dell’offerta non si applicano a questa categoria di acquirenti. Per i multimilionari, possedere un dinosauro è uno stravagante «status symbol» che supera l’acquisto di un jet, di uno yacht o di un quadro di Picasso. Rappresenta il possesso di un tempo remoto, un frammento di eternità. Ma c’è anche un mercato più abbordabile dove piccoli oggetti da collezione si possono acquistare per poche decine di euro su Ebay. I dinosauri, dopotutto, non sono mai stati così vivi.
«Spesso è un agricoltore a segnalare. In Italia trovati esemplari interi»
«I fossili di dinosauro potenzialmente sono presenti in tutto il mondo, ma di solito le ricerche dei paleontologi si concentrano lì dove ci sono già testimonianze di reperti. Quindi si seguono le indicazioni geologiche, per capire quali possono essere gli strati di rocce dove è più probabile rinvenirli. Ma spesso le scoperte avvengono su segnalazione degli agricoltori che lavorando la terra portano in superficie le ossa». Filippo Bertozzo, paleontologo all’Istituto di Scienze naturali di Bruxelles, uno dei più ampi e prestigiosi in Europa, ci guida alla comprensione di questo mondo.
Dove sono stati rinvenuti i maggiori reperti di dinosauro?
«Quelli che si sono preservati quasi intatti sono stati rinvenuti in Cina, Nord America, Argentina, Tanzania, Marocco, Francia, Spagna e Italia».
Dove in Italia?
«Nel nostro Paese sono stati rinvenuti quattro dinosauri. Quello rinvenuto a Pietraroja, nella zona del Benevento, lo Scipionyx samniticus, noto anche come Ciro, è stato il primo dinosauro trovato in Italia, nel 1980, ed è celebre a livello mondiale per l’incredibile stato di conservazione dei suoi tessuti molli e organi interni. La sua fossilizzazione è considerata un unicum paleontologico poiché ha conservato tracce di organi di cui muscoli, fegato, intestino e perfino cartilagini. Questo eccezionale stato di conservazione ha permesso agli scienziati di ricostruire perfino la sua dieta a base di piccoli pesci e carne. Poi c’è quello rinvenuto nel 1994 nel Villaggio del Pescatore a Duino vicino Trieste; era un grande erbivoro dal becco d’anatra vissuto in un ambiente che allora aveva un clima tropicale. Nello stesso sito sono stati trovati altri esemplari a conferma di un vero e proprio branco. A Saltrio, vicino Varese, è stato scoperto il dinosauro più antico mai rinvenuto in Italia che risale al Giurassico inferiore. Si tratta di un predatore lungo fino a 8 metri. Sui monti prenestini nel Lazio è emerso un sauropode erbivoro dal collo lungo vissuto nel Cretaceo. In Italia sono state rinvenute numerose impronte di questi giganteschi animali in quanto nel Mesozoico la penisola era quasi interamente sommersa dal mare e questo ha favorito la formazione di estesi banchi di fango costiero dove i dinosauri hanno lasciato numerose impronte».
Dalle uova di dinosauro si possono prelevare gli embrioni? È realistico quanto narrato nel film Jurassic Park?
«Anche se è conservato intatto l’embrione all’interno delle uova, entrambi fossilizzati, il Dna è andato perso da milioni di anni. Quindi, no non è possibile riprodurre in laboratorio i dinosauri come nel film Jurassic Park».
Chi ama il fossili dove può acquistarli?
«La Fiera dei fossili di Tucson è la più grande al mondo. Lì si trovano esemplari fossili di tutte le dimensioni. Ci sono anche gruppi che restaurano gli scheletri e vendono i calchi».
Il mercato dei fossili è simile a quello dei reperti archeologici?
«Ha regole diverse. Alcuni paleontologi fanno da consulenti per i venditori di fossili. Fino a qualche anno fa il mercato era selvaggio, ora tanti Paesi stanno proteggendo il proprio patrimonio naturalistico e hanno intensificato i controlli. Negli Stati Uniti però chi trova un reperto nel proprio terreno ne può disporre come crede. Ma i reperti che invece vengono rinvenuti nelle aree federali appartengono allo Stato che ha regole rigide per le autorizzazioni agli scavi».
Nonostante la mole di reperti rinvenuti, la causa dell’estinzione di questi giganti resta ancora oggetto di dibattito?
«Sono stati fatti passi in avanti. Ora abbiamo un quadro ampio sulla causa della loro estinzione che quasi sicuramente fu originata dall’impatto di un meteorite nella regione dello Yucatan, in Messico. Ne seguì una apocalisse climatica e geologica con giganteschi tsunami, terrificanti onde oceaniche che coprirono intere regioni e ceneri che avvolsero il pianeta causando un collasso dei vari habitat e un inverno nucleare. Un impatto devastante superiore a centinaia di milioni di volte un’esplosione atomica, che determinò tra gli altri fattori l’estinzione di questi animali. Un piccolo gruppo di dinosauri riuscì a sopravvivere ma fu soggetto nei millenni successivi a un’evoluzione. La disponibilità di cibo si ridusse e determinò l’estinzione degli esemplari più grandi. Gli eredi di quegli animali sono oggi gli uccelli, anche la gallina. Non ci dimentichiamo che c’erano dinosauri con le piume».
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Riduci
Vladimir Putin e Angela Merkel nel 2021 (Ansa)
Il generale: «Kiev sostituisce i droni agli uomini, ma non basterà. Merkel ha ideato la trappola di Minsk, non può trattare con Putin».
Generale Fabio Mini, ex capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa, e già comandante della missione internazionale in Kosovo. Oggi molte cosa sono cambiate, nel momento in cui Trump annuncia il ritiro di 5.000 uomini dalla Germania. L’Europa deve fare da sola?
«C’è un errore di fondo che ci portiamo dietro da tanti anni. Noi europei abbiamo sempre pensato che gli americani fossero qui con le loro forze militari per farci un favore, o per affinità valoriali, quando invece è sempre stata una questione di interessi».
Cioè?
«Durante la guerra fredda c’erano due grandi potenze in equilibrio, e l’unico problema per entrambe era avere un teatro di guerra che non intaccasse i rispettivi territori. Questo teatro era l’Europa, il campo di battaglia perfetto. Non eravamo candidati alla liberazione: eravamo condannati ad avere la guerra sulle nostre teste. Il pericolo sovietico era reale, e il prezzo della sicurezza era quello di fare da campo di battaglia».
In Europa le spese per la difesa sono decollate ovunque. È sostenibile questo riarmo europeo?
«No, perché si sta pianificando solo il versante finanziario, peraltro a debito. La base dev’essere industriale: occorre avere capacità di produzione reale che faccia fronte ai consumi “di guerra”. Gli Stati Uniti, solo sostenendo l’Ucraina, hanno già ridotto di un quarto le loro riserve strategiche di armi e munizioni. Né loro né noi europei abbiamo le capacità produttiva di lungo periodo per bombe, munizioni e logistica».
Quindi il riarmo tedesco non la preoccupa?
«No, perché la Germania non ha i soldi neanche per partire. Semplicemente si prepara a fare debito, e con il debito non si comprano armi e non si costruiscono fabbriche. L’industria bellica, per essere davvero efficiente, deve trovare fondamento nella prosperità economica, altrimenti ti ritrovi con una locomotiva senza vagoni. Le automobili tedesche, per esempio, non potranno competere con quelle cinesi: sono 50 anni indietro».
Come si immagina la nuova Nato, mentre proprio Berlino si candida a guidarla?
«La Nato diventerà semplicemente una Spa, cioè un’agenzia mercenaria fornitrice di materiale militare, spaziale e di comunicazione, a disposizione di chiunque volesse fare la guerra. È un’idea che circola da anni. Se davvero gli americani si ritirassero, la Nato non potrebbe fare altro che questo. E comunque il 90% di quegli asset, ricordiamocelo, sono americani».
Intanto la minaccia russa sta crescendo, anche nella retorica di Mosca.
«Lei la chiama minaccia, io percezione. E chi gestisce le percezioni è la comunicazione. Si dice dappertutto che la Russia sta perdendo la guerra perché non avanza. Io dal primo giorno ho detto: questa non è una guerra di invasione. Non perché i russi siano buoni, ma perché non hanno la capacità di conquistare e mantenere territorio. Non può farlo la Russia, e nemmeno l’Europa, perché mancano le forze e le strutture organizzative».
Come fa a parlare di «percezione», quando stiamo vivendo la peggiore corsa agli armamenti degli ultimi decenni, e Mosca ordina esercitazioni nucleari al confine con Paesi Nato?
«Mi preoccupa molto la retorica nucleare portata avanti da una parte dello Stato Maggiore russo. E allo stesso tempo mi preoccupa la postura provocatoria degli Stati baltici, finalizzata ad ottenere ciò che vorrebbe Zelensky, vale a dire l’innalzamento della tensione e il coinvolgimento europeo».
Se non difendersi, cosa dovrebbe fare l’Europa?
«Dissuasione sì, ma integrata con altri mezzi. Occorre rendere l’avversario partecipe e collegato alle nostre vicissitudini - diplomazia, ma anche interdipendenza economica, finanziaria e sociale. Se uno è dipendente dall’altro, tutti e due hanno l’interesse comune a non far precipitare l’equilibrio».
Il primo passo per arrivare a una distensione sarebbe togliere le sanzioni alla Russia?
«No, il primo passo è mettersi a tavolino e discutere con serietà. Questa cosa l’ho detta in tv dalla Gruber all’inizio della guerra, e non mi ha chiamato più. Ai negoziati si va non soltanto con la lista delle pretese, ma anche con la lista delle cose che si è disposti a cedere. E a questo punto non ci siamo mai arrivati».
Chi può fare da mediatore con Putin? Angela Merkel?
«No. Merkel è una di quelli che ha partorito gli accordi di Minsk, che erano soltanto delle prese in giro, un trucco delle tre carte. Servono personaggi non affetti da russofobia, privi di pregiudizi culturali. Purtroppo non aiuta l’erosione del diritto internazionale cui stiamo assistendo negli ultimi anni: tutti gli accordi sugli armamenti sono saltati, e nessuno ha più voglia di riscriverli. Io ho lavorato in un mondo che aveva comunque una sua base giuridica. Oggi non c’è più nulla. Servirebbe una costituente, una convenzione per un nuovo ordine internazionale».
E l’Onu?
«Delegittimata. Alcuni Paesi autoritari, che contano molto nel palazzo delle Nazioni Unite, ne hanno minato la credibilità. Il sistema del veto incrociato poi, si è rivelato un’autocastrazione».
Il primo ministro britannico Starmer, intanto, ha sospeso le sanzioni sul petrolio russo.
«Credo che questa mossa sia frutto di un accordo con l’Unione europea, conseguenza dello shock energetico di questi mesi. Gli inglesi hanno fatto il primo passo sulle sanzioni, gli altri Paesi europei seguiranno. C’è qualcosa di ipocrita in tutto questo, ma sono cose che accadono in ogni guerra: si tratta di scambi commerciali».
Al di là dei mezzi materiali, pensa che gli europei abbiano il coraggio per impegnarsi in una guerra ad alta intensità, come prospetta Ursula Von der Leyen, rinunciando agli agi del welfare?
«Non credo, e sarebbe ingiusto imporgli di scegliere tra guerra e pensioni. Mancano gli organici nelle forze armate, nessuno vuole arruolarsi. Gli ucraini sostituiscono la forza lavoro con i droni, ma non basta».
Perché?
«La guerra non si può fare in smartworking. Il robot può sparare al tuo posto, ma per controllare e mantenere il territorio conquistato devi andarci con gli stivali. Stabilire relazioni con le istituzioni, fare in modo che la presenza militare venga accettata dalla popolazione. Per far questo serve l’uomo, non basta la macchina».
E a livello culturale, dopo 80 anni di pace, gli europei sono pronti a sacrificarsi?
«Nel Novecento c’è stato il nazionalismo, con tutte le sue conseguenze nefaste. Ma se mettiamo da parte le degenerazioni, amare la patria e volerla difendere è un sentimento positivo».
Ebbene?
«A me non sembra che gli europei amino le loro classi dirigenti e le istituzioni europee. Si può imporre un dovere di difesa della patria quando l’amore per la bandiera è ai minimi termini?».
Come se lo spiega?
«Forse la narrazione cosmopolita, la retorica della cittadinanza europea, ha reso l’ideale di patria obsoleto. E la storia non torna indietro. Il problema è che, se nei cittadini non c’è questo afflato, allora la guerra diventa soltanto un grande affare economico».
Un affare?
«Certo, e vale per tutti i Paesi, dall’Occidente, alla Cina, alla Russia. Il rischio oggi è che la guerra non abbia alcuna visione strategica, nessuna condivisione, ma solo una dimensione materialistica, che non ha niente a che vedere con il patriottismo».
Lei viene accusato di essere un generale pacifista. Cosa risponde?
«Ma quale pacifista. Sono un amante della pace, che è ben diverso. Uso la ragione, guardo i dati, penso a cosa è accaduto in passato, e poi parlo. Se essere pacifista significa solo scendere in piazza e rinunciare alla sovranità nazionale, allora non ci siamo proprio».
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