Immagini dell'attentato al Bataclan, del 13 novembre 2015 (Ansa). Nel riquadro, Mohamed Bakkali, uno degli uomini condannati per il massacro
Mohamed Bakkali, condannato a 30 anni per gli attentati del 13 novembre 2015 e a 25 per un altro attacco, godrà di sei permessi della durata di 36 ore ciascuno.
«E quindi hai partecipato al secondo attacco terroristico più mortifero della storia europea?». «Sì, ma niente di serio». Si ride per non piangere, parafrasando una celebre battuta di Tre uomini e una gamba. La notizia che Mohamed Bakkali, uno degli uomini condannati per il massacro del 13 novembre 2015, ha ottenuto il diritto a un permesso di uscita dal carcere in cui è detenuto, in Belgio, lascia in effetti spazio a poche altre reazioni possibili.
L’uomo potrà temporaneamente uscire dal carcere di Ittre, a Sud di Bruxelles, dove sta scontando una condanna a 30 anni. «Il tribunale ha preso questa decisione nonostante l’opposizione dell’accusa», ha affermato la procura della capitale, «l’accusa non ha diritto di appello e la decisione è quindi definitiva. Spetta al direttore del carcere attuarla». La decisione consentirà all’uomo di uscire dal carcere sei volte per 36 ore ciascuna.
Eppure, Bakkali non è uno sprovveduto capitato per sbaglio in un gioco più grande di lui. Degli attentati del Bataclan è stato organizzatore attivo. E non è l’unico attentato in cui è coinvolto.
Nato il 10 aprile 1987 a Verviers, nella provincia di Liegi, in Belgio, Bakkali cresce in una famiglia marocchina ben integrata. Ottiene un diploma professionale e lavora nella carrozzeria del padre. Nessuno contesto di degrado, quindi. Eppure, secondo una parabola abbastanza tipica degli jihadisti, ben presto Mohamed viene iniziato alla delinquenza comune, cominciando a compiere piccoli reati. Uno dei suoi soci commerciali in quel periodo è Khalid El Bakraoui, che insieme al fratello Ibrahim commetterà poi gli attentati suicidi del 22 marzo 2016 nella metropolitana e all’aeroporto di Bruxelles.
Anche Bakkali entra ben presto nelle maglie della rete islamista. Prima del Bataclan, è tra gli organizzatori dell’attentato al treno Amsterdam-Parigi del 21 agosto 2015. L’assalto, progettato e messo in atto da Ayoub El Khazzani, viene scongiurato da tre passeggeri statunitensi. In vista di quell’attacco, Bakkali aveva portato in auto dall’Ungheria a Bruxelles Abdelhamid Abaaoud, il coordinatore dell’assalto al treno e poi degli attentati parigini di pochi mesi successivi.
Durante la preparazione degli attacchi del 13 novembre allo Stade de France, ai dehors del centro e al Bataclan (132 morti e 413 feriti), Bakkali trasporta in auto diversi terroristi, trova loro dei veicoli e degli appartamenti, oltre a intrattenere costanti contatti telefonici con loro. Quando Salah Abdeslam fallisce la propria missione suicida-omicida e si avventura nella sua rocambolesca fuga nel cuore dell’Europa, fra errori marchiani delle forze dell’ordine mobilitate dopo la mattanza, alla fine si rifugia in una casa al terzo piano del civico 86 di rue Henri Bergé, a Schaerbeek, nella città metropolitana di Bruxelles. L’appartamento è stato affittato a settembre da Fernando Castillo, nome fittizio dietro cui si cela per l’appunto Bakkali. Il quale viene arrestato il 26 novembre 2015 ad Anderlecht e condannato, il 17 dicembre 2020, a 25 anni di reclusione per l’attentato al treno e a 30 anni per il Bataclan. Durante il processo, il fratello Abdelmajid, ascoltato come testimone, si permette persino una lamentela, avendo «l’impressione di scontare un pregiudizio, di essere già condannati in anticipo».
Un’accorata richiesta di garantismo che ora trova finalmente soddisfazione. Il permesso di cui godrà Bakkali, in accordo con la legge belga, consente ai detenuti di lasciare la prigione per un massimo di 36 ore per prepararsi al monitoraggio elettronico o persino alla libertà vigilata. A seguito di questa procedura, Bakkali dovrà comparire davanti ai tribunali belgi a settembre per un’udienza sulla sua richiesta di libertà vigilata, possibile dopo aver scontato un terzo della pena. Contattata dalla radio France Inter, la Procura nazionale antiterrorismo ha dichiarato di «riconoscere» il tribunale di Bruxelles come «indipendente e sovrano» nelle sue decisioni, ma ha dichiarato anche di «condividere la preoccupazione che tali decisioni hanno suscitato, in particolare nei confronti delle vittime». Ricordiamo: 132 morti e 413 feriti. Ma niente di serio.
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Riduci
Andrea Mountbatten Windsor (Getty Images)
Già sotto inchiesta per aver girato documenti riservati a Jeffrey Epstein, una nuova denuncia apre a verifiche anche sulle «altre attività».
Scotland Yard sapeva già che il «Lolita Express», il Boeing 727 di Jeffrey Epstein che trasportava ragazze e uomini d’affari in giro per il mondo, era atterrato almeno 90 volte nel Regno Unito, ai tempi della scandalosa amicizia del faccendiere pedofilo con Andrea d’Inghilterra, fratello minore di Re Carlo. E dopo l’uscita degli Epstein files, sapeva anche che alcune ragazze erano state introdotte perfino dentro Buckingham Palace.
Ieri però, la polizia britannica ha aggiunto un nuovo tassello al già impresentabile casellario giudiziale dell’ex principe, aggravandone la posizione: stando a quanto riferito da Sky News Uk, il terzogenito della regina Elisabetta è oggetto di un’indagine preliminare non soltanto per cattiva condotta in pubblico ufficio ma anche per sospetti reati sessuali. Una donna, pur non avendo ancora presentato denuncia formale, ha dichiarato di essere stata vittima di traffico sessuale organizzato da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e portata, diversi anni fa, nella ex residenza di Andrea vicino al castello di Windsor. I fatti sarebbero avvenuti nel 2010, dunque dopo la prima condanna e detenzione del faccendiere. In conformità con le linee guida britanniche, le forze di polizia non hanno fatto esplicito riferimento al figlio di Elisabetta d’Inghilterra ma hanno riferito di «un uomo sulla sessantina del Norfolk».
La polizia di Thames Valley non ha ancora avuto la possibilità di ascoltare la presunta vittima ma ha già incontrato il suo avvocato Brad Edwards, che in passato ha anche assistito Virginia Giuffre, attivista americana e principale accusatrice di Andrea d’Inghilterra. Già, perché questa non è la prima volta che Andrea è citato in giudizio per crimini sessuali: Giuffre, che si è suicidata l’anno scorso, lo aveva inizialmente menzionato a marzo 2011 in un’intervista al Daily Mail, circostanziando le accuse a dicembre 2014; ad agosto 2021 i legali della donna hanno depositato formalmente la causa civile Giuffre v. Prince Andrew. Pochi mesi dopo, a marzo 2022, l’accordo extragiudiziale: il figlio della defunta Regina Elisabetta ha pagato il silenzio di Giuffre 12 milioni di sterline, senza ammissione di colpevolezza ma con pesanti ripercussioni sulla monarchia.
La pubblicazione degli Epstein files a fine gennaio da parte dell’amministrazione Trump e l’uscita postuma, a ottobre 2025, del memoriale Nobody’s Girl hanno fornito riscontri fondamentali alle accuse di Giuffre, culminati con il clamoroso arresto, lo scorso 19 febbraio, dell’ex principe. Rilasciato 11 ore dopo, Andrea è stato privato da Re Carlo, in modo definitivo, di tutti i suoi titoli reali e onori (oggi all’anagrafe si chiama Andrew Mountbatten-Windsor) e mandato in «esilio» in una residenza di campagna a Sandringham, nel Norfolk. Anche l’ex premier Gordon Brown, a febbraio, ha sollecitato la polizia britannica a interrogarlo, chiedendo alle autorità di indagare per verificare se l’ex Altezza reale avesse utilizzato voli dei reali o basi della Royal Air Force per facilitare i traffici sessuali legati a Epstein; ma fino a ieri Andrew Mountbatten, che ha sempre negato ogni illecito, è stato sottoposto a indagini esclusivamente per cattiva condotta in pubblico ufficio.
Tuttavia, mentre Scotland Yard indagava sulle accuse secondo le quali il principe, quando era emissario commerciale in Asia per conto dei governi laburisti di Tony Blair e Brown (tra il 2001 e il 2011), avrebbe trasmesso a Jeffrey Epstein e ad altri uomini d’affari briefing riservati, dai milioni di file desceretati dal Dipartimento della Giustizia americano emergevano anche clamorose rivelazioni sulla sua condotta sessuale. I documenti declassificati raccontano che avrebbe fatto entrare a corte alcune ragazze, potenziali vittime di traffico sessuale. Almeno una giovane, hanno rivelato i file, è stata portata a Londra a bordo del Lolita Express, consentendole l’accesso al palazzo reale, con tanto di tour a Buckingham Palace. Per farla circolare a corte, sarebbe stato usato il nome in codice «Lady Windsor»: si tratterebbe, ipotizzano i media inglesi, della stessa donna che a breve potrebbe denunciare penalmente Andrea.
La polizia di Thames Valley ha detto di aver perquisito due indirizzi nel Berkshire, a circa 50 miglia a Ovest di Londra, e a Norfolk, a poco più di 100 miglia a Nord-est della capitale britannica, entrambe residenze di Mountbatten. Gli agenti stanno lavorando anche con la National Crime Agency per ottenere materiale non secretato dagli Stati Uniti. Anche il Dipartimento di Giustizia Usa, insieme con un gruppo di coordinamento delle forze di polizia britanniche, sta setacciando i files per ottenere ulteriori informazioni relative all’indagine nel Regno Unito. «Il nostro team di detective ed esperti sta lavorando meticolosamente attraverso una mole significativa d’informazioni che sono arrivate dal pubblico e da altre fonti», ha dichiarato il funzionario di polizia Oliver Wright. «Ci impegniamo a condurre un’indagine approfondita su tutto i livelli, ovunque possano portare», ha dichiarato.
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Riccardo Ponzio (Imagoeconomica)
Cambia il nome di una commissione della consulta degli studenti a Roma e i politici di sinistra, fermi ancora agli anni Settanta, impazziscono impartendo lezioni di democrazia.
A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la decisione presa dalla consulta provinciale degli studenti di Roma dovrebbe essere vista come semplice buon senso. Da tempo, infatti, era presente una commissione denominata «antifascismo e memoria storica». Ovviamente è sempre stata presidiata dalla sinistra, spesso quella più dura, che ha fatto dell’antifascismo e di una certa retorica sulla Resistenza un vero e proprio credo da difendere a ogni costo.
Da un po’, però, le cose sono cambiate: alle ultime elezioni, infatti, la consulta è passata al centrodestra, guidato da Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Forte del consenso degli studenti, Azione studentesca, insieme alla maggioranza di centrodestra, ha deciso di cambiare il nome della commissione. Basta antifascismo, meglio utilizzare la parola democrazia. Democrazia e memoria storica. Che non suona nemmeno male visto che la democrazia dovrebbe unire chiunque faccia politica.
Il motivo di questa scelta è presto detto. La guerra civile è passata da un pezzo. Certi valori, quelli democratici appunto, sono stati introiettati da tutti gli studenti. E poi nemmeno i padri costituenti vollero utilizzare la parola «antifascismo» nella nostra Costituzione. Continuare a usarla oggi è solo anacronistico. Oppure ideologico. Noi, gli antifascisti, quindi buoni, contro di voi, i fascisti (o presunti tali), cattivi.
Alla gran parte degli studenti, del nome della commissione importa poco o nulla. Nessuno (o quasi) si sente appartenere a una di queste due categorie. Fuori dall’ateneo, però, la polemica è montata. A scendere in campo tutta gente che la scuola ha smesso di frequentarla da parecchio tempo. Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura del Comune di Roma, è intervenuto dicendo che «l’Antifascismo non può essere oggetto di trattative, rimozioni, interpretazioni da parte di chiunque». E poi Claudio Marotta (Sinistra civica ecologista), consigliere in Regione Lazio che, su Fanpage (e dove se no?) commenta così il cambio di nome della commissione: «Saremo al fianco degli studenti che si mobiliteranno. L’antifascismo non è una parola da sostituire: è la radice dalla quale la nostra democrazia nasce e si legittima». Nando Bonessio, capogruppo in assemblea capitolina di Alleanza verdi sinistra, mette in dubbio la legittimità di questa decisione, «assunta in violazione delle regole democratiche della Consulta e senza il voto dell’assemblea degli studenti».
In realtà non c’è stata alcuna violazione delle regole. Semplicemente, convocare l’assemblea plenaria, composta da tutti i rappresentanti delle scuole di Roma, è praticamente impossibile. La vecchia consulta, per capirci, lo ha fatto solo una volta, all’insediamento. Solitamente, la plenaria nelle consulte grandi non viene quasi mai convocata: si preferisce, per rendere il lavoro più snello, votare un consiglio di presidenza che porta avanti le delibere. Tutto regolare, tutto democratico.
Spiega alla Verita Riccardo Ponzio, a capo di Azione studentesca: «I vecchi maestri della sinistra dovrebbero imparare dai giovani studenti che non pensano al passato ma hanno i piedi ben piantati nel 2026 e sono affamati di futuro. Le nuove generazioni vogliono una scuola che li prepari alle sfide della società, non un modello di istruzione fermo al 1968 e allo sventolio della bandiera rossa dell’antifascismo militante».
Colpisce comunque che, tra i più acerrimi nemici di questa delibera, ci siano coloro che non stanno più tra i banchi di scuola da un pezzo. Ma che forse sono un po’ nostalgici...
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Il fondatore e presidente emerito di Brembo Alberto Bombassei (Ansa)
Intesa con Ningbo per la diffusione su larga scala in Cina della piattaforma innovativa.
Accelerazione sulla dorsale Brembo-Cina. Il gruppo bergamasco ha annunciato una partnership con Ningbo Huaxiang Electronic, formalizzata attraverso accordi di joint venture, per localizzare nel mercato cinese Sensify, la piattaforma di frenata intelligente sviluppata dall’azienda italiana.
Non si tratta di una cessione di controllo né di una vendita di asset industriali: Brembo resta protagonista del progetto e l’operazione viene presentata come un passaggio necessario per diffondere su larga scala una tecnologia destinata ai veicoli di nuova generazione.
Certo, il tema tecnologico c’è. Sensify non è un componente qualunque. È una piattaforma brake-by-wire, priva di fluido, che combina hardware, software e capacità di adattamento al veicolo. In altre parole, contiene competenze chiave in uno dei settori più sensibili dell’auto del futuro: la gestione digitale della sicurezza, dell’elettronica e dell’interazione tra meccanica e software. Localizzarla in Cina significa entrare nel più grande mercato automobilistico mondiale, ma anche esporre parte dell’ecosistema tecnologico a un contesto in cui la linea tra collaborazione industriale, trasferimento di know-how e costruzione di capacità domestiche è spesso sottile.
Il caso Stellantis è esemplificativo, anche se diverso. Il gruppo ha investito 1,5 miliardi di euro in Leapmotor, diventandone azionista strategico, e ha dato vita a Leapmotor International, joint venture 51% Stellantis e 49% Leapmotor, con diritti esclusivi per vendere e produrre fuori dalla Greater China i prodotti del costruttore cinese. Nel 2026 la collaborazione è stata ulteriormente rafforzata. Qui il flusso tecnologico appare in parte invertito: non è solo l’Europa che porta know-how in Cina, ma anche la Cina che porta piattaforme elettriche, velocità di sviluppo e costi competitivi in Europa. Il punto, però, resta lo stesso: l’industria automobilistica occidentale sta accettando una dipendenza crescente da architetture, fornitori e partner cinesi.
Anche l’Italia conosce bene questa dinamica. Ferretti, simbolo della nautica di lusso, passò sotto il controllo del gruppo cinese Weichai nel 2012, con un investimento complessivo da 374 milioni di euro e una quota del 75% dopo la ristrutturazione del debito. Negli anni successivi la presenza cinese si è ridotta, ma Weichai è rimasto un azionista centrale del gruppo. Pirelli è un altro precedente emblematico: l’ingresso di ChemChina nel 2015 fu letto anche come accesso cinese a tecnologia e competenze nel settore degli pneumatici premium; nel 2023 il governo italiano è poi intervenuto con il Golden power per limitare l’influenza di Sinochem sulla governance del gruppo.
La lista non si ferma qui. Negli anni gli investitori cinesi sono entrati in dossier come Ansaldo Energia, Terna, Snam, Cdp Reti e in varie partecipazioni industriali e finanziarie italiane.
Certo, nel caso di Brembo non si tratta di una vendita, ma di una collaborazione. Una joint venture non equivale a perdere il controllo dell’azienda. Inoltre, produrre e vendere in Cina senza un partner locale è spesso difficile, soprattutto in un settore dominato da costruttori e supply chain cinesi. Ma il tema vero è la protezione del vantaggio competitivo. Anche perché nell’auto elettrica e connessa il valore non sta più soltanto nel singolo pezzo meccanico, ma nell’intelligenza di tutto il sistema. E se la frenata diventa software, il trasferimento di competenze non riguarda più solo una fabbrica: potrebbe interessare il cervello del veicolo.
Di certo, però, ieri a Piazza Affari il mercato ha dimostrato di apprezzare l’accordo voluto dall’azienda della famiglia Bombassei. Ieri il titolo di Brembo è salito del 4,62% a 10,86 euro.
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