Luigi Perina (Imagoeconomica)
Luigi Perina, ex presidente del Tribunale di Vicenza: «Da presidente di tribunale, ho visto magistrati prosciolti che hanno reiterato condotte scorrette e ritardi. Con l’Alta Corte, prevista dalla riforma, la funzione disciplinare (libera dalle correnti) diventa trasparente».
Ho svolto il servizio quasi quarantennale di giudice del lavoro in primo grado e, poi, come presidente della Sezione lavoro in tribunale e Corte d’appello; infine sono stato presidente del tribunale di Vicenza sino al 31 dicembre 2025. Ho rivestito cariche associative, compiti istituzionali di addetto alla formazione decentrata e di componente del Consiglio giudiziario.
Svolgendo queste funzioni ci sono stati momenti in cui è emersa l’importanza dell’appartenenza o meno a un gruppo associato, in positivo o in negativo, e di cui parlerò più avanti. Prima di tutto espongo alcune riflessioni su due questioni referendarie: il sorteggio dei componenti del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
La questione del sorteggio non può essere affrontata seriamente senza chiarimenti necessari sui concetti di rappresentanza e di rappresentatività. Vi è una netta distinzione concettuale tra rappresentanza e rappresentatività: la prima consiste nella delega data, tramite le elezioni, dai cittadini a soggetti che esercitano il potere decisionale, come il Parlamento e gli enti territoriali, allo scopo di garantire che il comando politico sia legittimato dal consenso popolare. Del tutto diverso è il concetto di rappresentatività, che sta a significare la capacità di un organo di riflettere effettivamente le diverse componenti della società interessate all’amministrazione (della giustizia nel nostro caso) all’interno delle istituzioni. Il Csm è un esempio tipico del concetto di rappresentatività in un organo amministrativo. È un errore inescusabile per gli esperti di diritto collegare l’elezione dei componenti togati del Csm al concetto di rappresentanza. Infatti, la rappresentanza politica è tipica delle assemblee parlamentari nonché degli enti territoriali e non si attaglia al Csm. Non esiste nella Costituzione questo concetto con riferimento al Csm. Per il Csm non vige il concetto di rappresentanza politica perché non è un parlamentino della magistratura, bensì un organo rappresentativo di alta amministrazione.
I sostenitori del No alla riforma non tengono conto di questo concetto e ragionano sulla natura «quasi parlamentare del Csm» in modo che il sorteggio violerebbe l’autonomia e indipendenza della magistratura, rendendo debole il Csm e quindi «prono» alla politica. Corollario di questa natura «quasi parlamentare» sarebbe perciò la necessità di avere doti politiche per poter svolgere le funzioni di consigliere: questa affermazione è un’invenzione funzionale alla tesi dei «No alla riforma» sul metodo del «sorteggio». Non trova riscontro nelle norme, nella giurisprudenza della Corte e nemmeno nella storia del Csm e dei membri togati eletti. Il conseguente concetto di autogoverno di chi ritiene assolutamente necessaria l’elezione diretta dei togati travisa le norme costituzionali. Infatti l’articolo 105 indica quattro delineate e tassative funzioni del Consiglio, non esemplificative, né prese a caso: le assunzioni, le assegnazioni delle sedi e i trasferimenti, le promozioni, gli aspetti disciplinari. Per esercitare queste quattro attività non è necessaria la competenza politica ma serve solo l’ordinaria preparazione, sapienza e diligenza del magistrato, nulla più (altro che «parlamentino» della magistratura!).
Opinare diversamente vuole dire svilire il disegno dei Padri costituenti i quali, da un lato sono stati attenti a evitare incursioni esterne sulla giurisdizione, difendendo l’autonomia dei magistrati da «appetiti» dei poteri esecutivo e legislativo, da «allargamenti e incursioni» di questi poteri nell’ordine giudiziario; dall’altro lato i Costituenti hanno voluto difendere i singoli magistrati da se stessi, cioè da sudditanze e incursioni dall’interno della magistratura. Preoccupazione, quest’ultima, assai esplicita nei lavori della Assemblea costituente. Per i Padri fondatori ciò che importa è fissare nell’articolo della Costituzione, «come quattro chiodi», i punti essenziali su cui è competente il Consiglio e nei quali non può ingerirsi il ministro. L’altra primaria preoccupazione è stata quella di evitare il carattere elettorale delle decisioni inerenti queste quattro materie (i «quattro chiodi»). I Padri costituenti che espressamente si sono pronunziati sulla questione (da Meuccio Ruini a Orazio Condorelli a Oscar Luigi Scalfaro) si ponevano il problema dell’elettoralismo, ossia del rischio che l’elettoralismo potesse arrecare alla autonomia del singolo, creando interdipendenze tra magistrati, tra elettore ed eletto (con il possibile «do ut des»). Infine, esclusero che indipendenza e «rappresentanza» fossero legate insieme. La scelta per funzioni esclusivamente tecniche e amministrative dei componenti dell’organo di «autogoverno» rendeva appropriata la dizione «designati» oppure «nominati», proprio per l’assenza di orientamenti politici da rappresentare. La parola «eletti» venne poi provvisoriamente utilizzata, mutuandola dalla legge ordinaria allora vigente sul Consiglio della magistratura (ereditata dal precedente regime). Ed è rimasta provvisoriamente nel testo, come indicato dal presidente Umberto Terracini nei verbali di fine novembre 1947, in attesa di ri-discussione che non è mai avvenuta (la Costituzione è stata promulgata un mese dopo, il 1° gennaio 1948). Dai lavori sopra citati si ricava che il termine utilizzato non aveva una precisa connotazione: le parole «eletti», «designati» o «nominati» non avevano un’accezione politica o elettoralistica ed erano quasi sinonimi. I Costituenti non intendevano legittimare l’autogoverno dei magistrati come parlamentino rappresentativo della categoria; al contrario si sono preoccupati che le questioni di competenza funzionale relative ai magistrati non fossero condizionate da influenze politiche esterne o interne. Ritenevano così di aver salvaguardato l’indipendenza dei singoli, senza danneggiamenti possibili, eliminando il «sottobosco» di lettere (oggi sms e messaggi su chat), raccomandazioni, promesse, assicurazioni, ecc. L’autogoverno così inteso è compatibile con il sorteggio dei «governanti» all’interno di un corpo elettorale, quello dei magistrati, idonei in quanto hanno superato un selettivo concorso pubblico. La riforma referendaria non incide minimamente sul principio che regola il Csm che è la rappresentatività, cioè la proporzionalità tra la componente laica e togata.
Passando all’esame del secondo tema (l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare) va rilevato che una delle quattro funzioni del Csm è quella di dirimere le questioni disciplinari, ossia una funzione più vicina a quella giudiziaria che a quella meramente amministrativa. Quindi nessuno scandalo, né arretramento del tasso di democrazia deriva dal prevedere che questa funzione sia esercitata da altro organo separato dal Csm. La gestione concreta di questo potere, l’entità dei procedimenti trattati (pochi obiettivamente), le condanne (pochissime) e le assoluzioni (molto elevate) sono di per sé sintomatiche di come i giudizi disciplinari siano trattati in modo «domestico»; l’associazionismo correntizio qui si manifesta in tutta la sua forza. Pertanto la proposta di esternalizzare la funzione disciplinare non può che rendere più trasparente ed efficace la questione della responsabilità del singolo magistrato. Nella mia esperienza semidirettiva (presidente di sezione in tribunale e in appello) e direttiva (presidente di tribunale) sono venuto a conoscenza diretta dei disciplinari dei colleghi degli uffici da me presieduti: pochissimi casi, relativi ai ritardi nel deposito delle sentenze e delle ordinanze (spesso molto consistenti nel numero e nella durata). In taluni casi si trattava di condotte reiterate.
Taluni sono finiti con il proscioglimento, con la formula della lieve entità (di lieve a mio avviso vi era solo il giudizio della Sezione disciplinare), oppure di condanna alla sanzione minima (a mio avviso una specie di buffetto sulla guancia). In questo modo nella sostanza talune di queste persone sottoposte ai procedimenti hanno trascorso gran parte del tempo della loro attività con continui e consistenti ritardi, di fatto impuniti. A volte anche la pura e semplice lentezza nelle procedure disciplinari così come la velocizzazione delle stesse sono frutto di esigenze correntizie o di altro tipo, ossia «punitive» o «quasi premiali» dell’incolpato, tenuto conto della incidenza dell’illecito disciplinare su conferme, progressioni in carriera, trasferimenti del magistrato, decisi dal medesimo Csm. Per esperienza diretta nel caso di un mio esposto disciplinare, la lentezza della procedura, a mio avviso, può essere stata condizionata dai profili associativi più che da un’esigenza di tutela del singolo magistrato, con rilevanti danni alle persone che denunciano questi fatti e all’esercizio corretto ed ordinato delle funzioni dell’ufficio.
Accenno, infine, alla mia esperienza quadriennale di componente del Consiglio giudiziario (anche se svolta come indipendente), in quanto ricca di episodi in cui l’aspetto tecnico e quello latamente politico di appartenenza alle correnti talvolta si incrociavano. Da ultimo alcune considerazioni sui contenuti e sui toni dell’attuale dibattito referendario. Alcuni sostenitori del No alla riforma, che vuol dire mantenimento del meraviglioso e funzionante status quo, possono essere paragonati, a mio avviso, alla classe, alla casta, alla corporazione degli scribi della civiltà israelita. Alcuni sostenitori del «No alla riforma costituzionale» parlano di onestà di chi voterà per il No e per converso di disonestà di quelli che voteranno Sì. Un poco come facevano gli scribi con quelli che non la pensavano come loro, ossia che erano da loro ritenuti non ortodossi o puri, e dunque non fedeli alla tradizione e alle regole dell’ebraismo. Trovo assonanze nelle parole di molte persone che manifestano l’attuale situazione di difesa statica e a oltranza della Costituzione così come fosse un testo sacro, sottoponendo a continue critiche e stigmi le opinioni di coloro che manifestano un diverso modo di affrontare queste tematiche. Gli scribi erano nella società ebraica una casta potente; erano chiamati i dottori della legge, una classe di intellettuali formata con studi che duravano moltissimi anni. Spesso associati ai farisei, avevano funzioni assai diverse: erano gli interpreti ufficiali delle scritture, responsabili della stesura di documenti legali e dell’insegnamento della legge di Mosè. Essi si ritenevano custodi della Verità delle Scritture, e perciò dell’impossibilità di esprimersi in modo difforme dall’interpretazione che loro stessi davano.
Per gli scribi bestemmia chi dice e sostiene diversamente; la bestemmia è contro la Divinità, l’Essere supremo e va sanzionata con la pena capitale. Anche questa tendenza distruttiva dell’avversario, in senso figurato ovviamente, a mio avviso è manifestato dall’acredine e accanimento di alcuni esponenti del «No alla riforma», che forse non si giustifica altrimenti se non con la presunzione di essere unici possessori della verità (come gli scribi, appunto) e di considerare gli altri come ignoranti, faziosi o collusi.
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A Roma, all’incontro Non solo 8 marzo, organizzato da Giornaliste Italiane, familiari di vittime di femminicidio hanno raccontato come segnalazioni e leggi non siano bastate a fermare gli assassini. Tra le voci, proposte per cambiare cultura e rafforzare l’applicazione delle norme sul codice rosso.
«Bisogna fermare questa strage». L'urlo arriva da una sorella che non ha più una famiglia. Elena Tiron ricorda Gabriela Trandafir e la nipote Renata, madre e figlia uccise nel 2022 a Cavazzona, nel Modenese. Undici denunce presentate contro l'uomo che poi le ha assassinate. Undici segnalazioni che non sono bastate a evitare la tragedia. La sua testimonianza è una delle più dure emerse all'incontro Non solo 8 marzo. Storie di donne e giustizia negata, organizzato dall'associazione Giornaliste Italiane al CeoForLife, in piazza Montecitorio, a Roma.
Un appuntamento che ha voluto riportare al centro tre vicende simbolo di quella che i familiari delle vittime definiscono senza mezzi termini «malagiustizia»: Noemi Durini, uccisa nel 2017 nel Leccese dal fidanzato; Marianna Manduca, assassinata nel 2007 in Sicilia dall'ex marito; e Gabriela Trandafir con la figlia Renata, uccise a Castelfranco Emilia dal marito della donna. Storie diverse, con un elemento in comune: le segnalazioni precedenti alla violenza che non sono riuscite a fermare l'escalation. La madre di Noemi Durini ha puntato il dito contro il sistema dei benefici penitenziari. «Basta permessi premio a chi uccide le donne», ha detto, annunciando una proposta di legge popolare per eliminarli nei casi di femminicidio. «Siamo determinate e stiamo già raccogliendo le cinquantamila firme necessarie». Carmelo Calì, cugino di Marianna Manduca, ha insistito sulla prevenzione culturale. «L'importante è entrare nelle scuole e cambiare la cultura dei ragazzi, altrimenti non andiamo da nessuna parte».
All'evento era presente anche il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. «Ogni femminicidio spacca il cuore. Le leggi ci sono e sono state rafforzate ulteriormente, ma bisogna puntare l'attenzione sulla valutazione del rischio, perché da questo dipende tutto il resto. Abbiamo messo a disposizione gli strumenti legislativi, ora tocca ai magistrati». Il tema dell'applicazione delle norme è stato sollevato anche dalla giornalista Rai Vittoriana Abate, che ha ricordato il caso Durini sottolineando come «intervenire tempestivamente può essere vitale» e come i giudici non sempre valutino correttamente la violenza di genere. Luca Pipitone, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Roma, ha ricordato che i casi di violenza sulle donne «sono all'ordine del giorno» e che la formazione degli operatori è centrale nella gestione dei reati legati al codice rosso.
Tra gli strumenti citati, l'ammonimento del questore: nel 2024, secondo i dati della Polizia di Stato, l'ottanta per cento dei soggetti ammoniti non è tornato a commettere reati. Il magistrato Valerio De Gioia ha ricordato come il legislatore abbia potenziato il codice rosso, introducendo strumenti come il reato di femminicidio e il braccialetto elettronico. Eppure, come hanno sottolineato i familiari delle vittime, tra le norme scritte e la loro applicazione resta spesso uno scarto difficile da colmare.
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Enrico Grosso (Imagoeconomica)
Il vice di Matteo Zuppi rinuncia all’evento: «Suggerire un’opzione elettorale non mi compete». Ma poi si sbilancia lo stesso.
Mi si nota di più se vengo o se non vengo? Prima che da Sant’Agostino, monsignor Francesco Savino dev’essere stato folgorato da Nanni Moretti. Non solo per le sue posizioni politiche ma anche per gli approcci modaioli. Ieri il vicepresidente della Cei era atteso a Roma al congresso di Magistratura democratica, il braccio armato dell’Anm, front line del No al referendum sulla giustizia. Ma alla kermesse della sinistra giudiziaria non si è fatto vedere.
Ha rinunciato all’ultimo momento. Ha scoperto il «non expedit» solo qualche ora prima di salire sul palco del nuovo cinema Aquila al Pigneto. Ufficialmente per non farsi tirare per la tonaca, motivando così: «Non compete a un vescovo suggerire un’opzione elettorale, sarebbe improprio sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale».
Il vice del cardinal Matteo Zuppi, vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio, deve aver annusato l’aria e colto il messaggio per nulla subliminale di papa Leone XIV con il siluro a don Corrado Krajewski, cardinal Bolletta, rimandato in Polonia. Le libere uscite movimentiste, le passeggiate sulle barricate dell’opposizione con fremiti giacobini non sono più tollerate da questo pontefice, meglio tornare nella cesta. Poi, non potendo fare a meno di rendere noto il suo pensiero del tutto personale, il più a sinistra dei prelati non si è trattenuto e ha fatto sapere alle agenzie di stampa esattamente ciò «che non compete». Con la coerenza di chi smentisce un minuto dopo ciò che aveva affermato un minuto prima, ha suggerito la sua opzione elettorale con una motivazione sorprendente.
«La Costituzione è l’infrastruttura istituzionale della coesione sociale: non un marcatore di parte, ma una casa comune che precede le maggioranze e non umilia le minoranze. Una legge superiore perché ricorda a tutti, soprattutto a chi esercita il potere, che esistono limiti invalicabili: la dignità della persona, i diritti inviolabili, le garanzie. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto. Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi».
A piedi uniti, anche con qualche interpretazione lunare o creativa stile Nicola Gratteri, monsignor Savino cavalca il No con le stesse argomentazioni teocratiche di Angelo Bonelli e Maurizio Landini: l’inesistente allarme democratico fondato sul presupposto (falso) dell’indebolimento dell’indipendenza della magistratura. È la conferma di una scelta di campo politica, anzi partitica, che non ha nulla a che vedere con l’approccio evangelico di un prelato. Su questi pilastri, il vicepresidente della Cei potrebbe costruire un movimento come la nuova Margherita. Altro che non compete, lui vuole competere eccome. E per farlo si appella all’inviolabilità della Costituzione, parlandone come se fosse un dogma intoccabile, una verità di fede, pura teologia; l’articolo 107 equiparato al Vangelo di Marco, la separazione delle carriere come la messa in dubbio della Santissima Trinità. Più che un ragionamento da sacerdote è un’imposizione da ayatollah del diritto.
Monsignor Savino non è nuovo a questi deragliamenti da comitato centrale. Nel dibattito sul fine vita aveva sposato le ragioni dello scientismo abbandonando la dottrina della Chiesa. In quello sui diritti Lgbtq+ aveva negato la morale sessuale cattolica per sposare le posizioni della lobby arcobaleno. Pure sull’autonomia differenziata era intervenuto per schierare i sacerdoti contro le scelte legittime di uno Stato laico. Quando sottolinea «l’alta responsabilità del magistrato, la cui funzione non si esaurisce nell’applicazione della norma, ma domanda coscienza, rettitudine e senso del limite» verrebbe da chiedergli dove sia «la coscienza» nella gestione della famiglia nel bosco, dove sia «la rettitudine» negli arresti a strascico, dove sia «il senso del limite» nelle invasioni di campo per imporre alla maggioranza eletta una gestione da casta dell’immigrazione clandestina.
L’intervento mancato di Francesco Savino si sovrappone a quello di Enrico Grosso, promotore del Comitato per il No. Che ripete a nastro: «È in atto un attacco senza precedenti nel nostro Paese al principio di autonomia e indipendenza della magistratura su cui si regge l’effettività della separazione dei poteri. La riforma Nordio non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Nel dubbio la Costituzione non cambiamola, soprattutto se ci dicono di non preoccuparci. Se ci dicono di non preoccuparci, preoccupiamoci di più».
Allarme democratico, massimalismo in purezza. Con l’avallo del numero due della Cei, il quale chiude il suo non-intervento con un invito: «L’astensionismo somiglia a una resa silenziosa. Quindi andate a votare, non disertate le urne. Il voto non è un automatismo emotivo, ma un atto di coscienza e di discernimento». Morale da attivista da sacrestia: andate a votare ma votate No. Se l’equidistanza è questa, serve un prevosto anche a Katowice.
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Riduci
Per il ritorno della Tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, il musicologo Marco Targa ci guida nella trama e nella musica del Ring, dall’Oro del Reno fino al Crepuscolo degli dei, soffermandosi sulla celeberrima Cavalcata delle Valchirie.





