La Corte suprema boccia i dazi ma Trump aggira l'ostacolo e li impone di nuovo. Le pressioni Usa fanno saltare i trafficanti messicani, mentre si prepara l'attacco all'Iran. Il caso Epstein, l'economia e la critica woke a «Cime tempestose».
Una complessa operazione delle Fiamme gialle di Senigallia ha portato alla luce una rete di 433 imprese fittizie gestite da cinesi, dedite alla frode fiscale e al riciclaggio tramite false operazioni di import-export con banche clandestine. 281 i denunciati. L'operazione «Cash Back», conclusa oggi, era iniziata nel 2023.
Si è conclusa una vasta indagine del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Procura della Repubblica di Ancona, che ha portato alla luce un articolato sistema di frodi fiscali e riciclaggio di denaro su scala nazionale ed internazionale.
L’operazione denominata Cash Back, condotta dalla Tenenza di Senigallia, ha permesso di individuare e di incidere su un sistema criminale ramificato, sofisticato e capace di muovere 5 miliardi di euro tra Italia ed estero.
L’inchiesta è cominciata nel 2023 dopo alcuni controlli fiscali avviati d’iniziativa dalle Fiamme Gialle di Senigallia nei confronti di laboratori tessili situati a Senigallia, Corinaldo e Trecastelli. Le aziende, tutte riconducibili a soggetti di nazionalità cinese, operavano nel settore della confezione di abbigliamento per conto di numerosi committenti italiani, inserendosi in un comparto strategico per l’economia della provincia di Ancona.
Fin dalle prime verifiche, i militari hanno riscontrato anomalie significative nella gestione finanziaria delle imprese controllate. In particolare, sono emersi ingenti e sistematici prelievi di denaro contante dai conti correnti aziendali, effettuati tramite sportelli Atm, in corrispondenza alla ricezione dei pagamenti delle fatture emesse. In uno dei casi più eclatanti, i prelievi hanno superato i 200 mila euro in un solo anno.
Nel tempo, si è assistito ad una vera e propria evoluzione del sistema illecito adottato per frodare il fisco ed esportare all’estero i capitali illeciti.
Originariamente, il sistema di false fatturazioni veniva gestito in house dai titolari dei laboratori tessili, che costituivano nello stesso sito produttivo più imprese cartiere intestate a familiari, dipendenti ed ex dipendenti, allo scopo di usare fatture false emesse dalle stesse imprese operanti all’interno della fabbrica.
I numerosi controlli e sequestri portavano i titolari degli stabilimenti produttivi ad adottare un sistema fraudolento più insidioso ed organizzato, ricorrendo ai servizi messi a disposizione da soggetti, collocati soprattutto nel Nord Italia, che avevano costituito una vera e propria rete di false imprese, in grado di fornire altrettanto false fatture a fronte di forti compensi, e di trasferire all’estero i relativi profitti.
Questi trasferimenti di denaro verso l’estero originariamente sono stati affidati a corrieri. A causa dei numerosi rinvenimenti e sequestri eseguiti alla frontiera ad opera dei Reparti della Guardia di Finanza, sono stati progressivamente sostituiti da bonifici bancari verso la Cina, apparentemente giustificati con documenti attestanti false operazioni di importazione.
L’approfondimento investigativo, sviluppato nel corso di diversi mesi e supportato da complesse analisi finanziarie e bancarie, ha consentito di individuare un sistema fraudolento di dimensioni ben più ampie. Gli investigatori hanno, infatti, ricostruito il sistema criminale con cui venivano create e gestite società apri e chiudi, intestate a prestanome italiani e stranieri, con sedi sparse in numerose regioni del territorio italiano, soprattutto del Nord Italia.
L’operazione Cash Back, costituisce lo sviluppo investigativo della precedente operazione Fast and Clean, sempre condotta dalla Tenenza di Senigallia su delega e sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Ancona.
Complessivamente i due filoni d’indagine hanno portato alla scoperta di 433 imprese costituite sulla carta e prive di qualsiasi struttura, domiciliate fittiziamente in grandi centri direzionali e commerciali, che nulla acquistavano e pertanto nulla potevano vendere, il cui unico scopo era quello di emettere dietro compenso fatture false. Autentici «fatturifici» che, nel giro di due o tre anni, hanno emesso documentazione falsa per un valore complessivo di 5 miliardi di euro. Società dalla vita brevissima – spesso non superiore a dodici mesi – ma capaci di generare volumi d’affari enormi, con centinaia di milioni di euro di falso fatturato concentrato in un arco temporale estremamente ristretto. Oltre 60.000 sono le imprese italiane che risultano aver utilizzato le false fatture.
Emblematico il caso di un’impresa con sede in un appartamento al sesto piano di un condominio dell’hinterland milanese, che ha emesso in un solo trimestre fatture false per oltre 69 milioni di euro, senza versare nulla all’Erario.
Nel corso delle perquisizioni effettuate, nei mesi di agosto e settembre dell’anno 2025, presso le abitazioni dei soggetti che di fatto amministravano le imprese o presso i centri di elaborazione dati che si occupavano della loro gestione contabile, le Fiamme Gialle di Senigallia hanno sequestrato numerosi documenti di identità, permessi di soggiorno, passaporti intestati a cittadini cinesi abilmente contraffatti mediante la sostituzione delle fotografie ed utilizzati per costituire società e aprire conti correnti bancari.
Sono state inoltre sequestrate molte carte di credito collegate a conti correnti cinesi, con le quali venivano effettuati pagamenti di decine di migliaia di euro per l’acquisto di beni di lusso presso prestigiosi centri commerciali, carte di credito prepagate prive di IBAN, utilizzate per l’acquisto di beni rifugio, nonché sofisticate apparecchiature elettroniche progettate per gestire simultaneamente oltre 40 account societari, elemento che ha confermato l’elevato livello tecnologico e organizzativo dell’attività criminale.
Fondamentale è risultato essere il ruolo di alcuni centri di elaborazione dati compiacenti, gestiti da soggetti italiani e cinesi, grazie ai quali, venivano emesse migliaia di fatture false, collocate sul mercato da broker anch’essi italiani e cinesi, che fungevano da intermediari con gli imprenditori clienti alla ricerca di fatture fittizie al fine di abbattere l’imponibile e ridurre il carico fiscale. Il suddetto meccanismo veniva, infatti, sfruttato anche da sodalizi che si procurano le false fatture per riciclare proventi illeciti derivanti dalle truffe portate a termine, con l’indebita percezione di bonus edilizi e la negoziazione di crediti d’imposta inesistenti, realizzandosi così una convergenza di più interessi criminali. Presso detti centri di elaborazione contabile sono state sequestrate più Carte Nazionali dei Servizi (CNS), smart card con user-id e password, che consentivano ai possessori di operare in nome e per conto di tutte le imprese fantasma.
Il sistema era collaudato ed eseguito secondo uno schema ripetitivo. In una prima fase il cliente, ovvero il destinatario ed utilizzatore, riceveva una fattura pro-forma, contenente l’indicazione dell'iban su cui effettuare il pagamento. L’oggetto della fattura veniva concordato di volta in volta, spaziando dall’acquisto di merci alle prestazioni di servizi, dalle consulenze alle ristrutturazioni edilizie o anche generiche lavorazioni. Una volta ricevuto il bonifico, la fattura veniva ufficialmente emessa e registrata nel sistema di fatturazione elettronica.
Il compenso per gli indagati era pari al 10% dell’imponibile della fattura, oltre al 22% dell'Iva. Il restante 90% dell’imponibile veniva restituito all’imprenditore utilizzatore della fattura in denaro contante, realizzando di fatto un sofisticato sistema di Cash Back illecito. Per reperire, il denaro necessario per la restituzione agli utilizzatori, gli indagati si avvalevano di una rete di connazionali incaricati di raccogliere contante proveniente da esercizi commerciali del Centro-Nord Italia, somme frutto di evasione fiscale o di altre attività illecite commesse sul territorio nazionale da soggetti di etnia cinese. Infatti, il ruolo di alcuni indagati incaricati di raccogliere il denaro contante veniva evidenziato da controlli stradali del tutto casuali che consentivano di sequestrare a loro carico denaro contante per diverse centinaia di migliaia di euro.
In questo contesto si inserisce la scoperta, avvenuta circa un anno fa nel corso del primo filone di indagine – operazione Fast and Clean – di una underground bank, una vera e propria banca fantasma allestita all’interno di un albergo di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, scoperta grazie a pedinamenti e tracciamenti satellitari effettuato nei confronti di due corrieri cinesi. I finanzieri di Senigallia riuscirono ad individuare la struttura clandestina in cui vennero sequestrati 1 milione e 800 mila euro in contanti, oltre a documenti falsi, macchine conta-soldi, computer e 20 telefoni cellulari. La scoperta rivelava, inoltre, come queste strutture clandestine possano addirittura contare su disponibilità finanziarie liquide di molto superiori a quelle detenute giornalmente da un istituto di credito.
Il sistema scoperto era organizzato anche per il trasferimento illecito di capitali all’estero: il denaro accreditato sui conti correnti delle imprese fantasma con i bonifici eseguiti dagli utilizzatori delle false fatture, veniva trasferito su conti cinesi simulando il pagamento per operazioni di importazioni dalla Cina in realtà mai avvenute.
Per sfuggire alla stringente normativa antiriciclaggio ed alle conseguenti segnalazioni per operazioni sospette da parte degli intermediari bancari, gli indagati affinavano le tecniche di trasferimento di denaro verso la Cina utilizzando Iban virtuali e temporizzati che erano solo apparentemente riconducibili a Paesi europei ma, di fatto, i conti correnti erano registrati in territorio cinese.
Le rimesse di denaro verso l’estero avevano plurimi scopi: compensare i connazionali cinesi per le somme messe a disposizione della banca clandestina e mettere al sicuro in territorio cinese i profitti illeciti realizzati dagli indagati.
Su richiesta della Procura della Repubblica di Ancona, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale dorico ha disposto nei mesi di agosto e settembre 2025 sequestri preventivi finalizzati alla confisca diretta e per equivalente per 620 milioni di euro, corrispondenti ai profitti illecitamente conseguiti dagli indagati. Il sequestro è stato infatti disposto al fine di cautelare i profitti illeciti derivanti da reati tributari di cui al Decreto Legislativo n.74/2000 (utilizzo di fatture false, omessa e infedele dichiarazione, emissione di false fatture, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell’IVA) e dal reato di auto-riciclaggio dei proventi illeciti, dirottati verso l’estero e così sottratti alle casse erariali. In esecuzione dei citati provvedimenti cautelari nei soli mesi di agosto e settembre dello scorso anno, sono stati bloccati dalla Guardia di Finanza di Senigallia, circa 600 conti correnti e sequestrate disponibilità finanziarie per oltre 11 milioni di euro, bloccando così l’illecita esportazione di capitali verso l’estero. Su un solo conto corrente operativo in un istituto di credito milanese, intestato a un cittadino rumeno, sono stati sequestrati 2,8 milioni di euro.
Nel novembre 2025 sono stati sequestrati 28 immobili per un valore complessivo di 15 milioni di euro: tra questi un albergo a Padova, una struttura ricettiva in fase di ristrutturazione a Milano, un capannone industriale con uffici in provincia di Brescia e 12 appartamenti, cinque dei quali situati nel quadrilatero della moda di Milano. Tutti gli immobili sequestrati erano intestati agli amministratori di fatto delle imprese cartiere ovvero detenuti dagli stessi, attraverso società partecipate direttamente o tramite prestanome.
Complessivamente, ad oggi, nel corso delle due operazioni Fast and Clean e Cash Back, sono state denunciate 281 persone, tre delle quali arrestate, e sono stati emessi provvedimenti di sequestro preventivo per oltre un miliardo di euro ed eseguiti con il sequestro di circa 50 milioni di euro (tra contanti, somme depositate su conti bancari, titoli, beni di lusso, immobili di pregio, complessi artigianali e industriali e automezzi).
Opere d’arte di pregio, per un valore superiore a 5 milioni di euro, sono state sequestrate presso la dimora di uno degli amministratori di fatto delle cartiere.
Sono state sequestrate, in esecuzione del provvedimento di sequestro impeditivo e, di fatto, cancellate dal registro delle imprese della Camera di Commercio 433 imprese, di cui 329 società di capitali; parallelamente sono state, altresì, cancellate le correlate partite Iva, in maniera da scongiurare ogni possibile, indebito utilizzo.
A completamento dell’attività di indagine, il GIP del Tribunale di Ancona, su richiesta della Procura della Repubblica, disponeva alla fine dello scorso mese di gennaio, il sequestro preventivo ex Decreto Legislativo n. 231/2001 per un miliardo di euro, nei confronti delle n. 329 società di capitali per la responsabilità amministrativa dell’ente dipendente dai reati tributari contestati e per l’illecito profitto conseguito attraverso il mancato pagamento delle imposte: detto provvedimento risulta essere ancora in fase di esecuzione e perfezionamento.
L’operazione rappresenta un significativo colpo all’economia sommersa e conferma l’impegno costante della Guardia di Finanza e dell’Autorità Giudiziaria nella tutela della legalità economica. Un’azione mirata a garantire la leale concorrenza sul mercato, difendendo le imprese che rispettano le regole e contrastando quelle che, attraverso pratiche fraudolente, riescono a proporre prezzi artificialmente competitivi.
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Riduci
Roberto Vannacci (Ansa)
Futuro nazionale entra nel gruppo Esn, dove siede pure Alternative für Deutschland. Il generale: «Difenderemo le nazioni dal federalismo». Sull’esecutivo chiarisce: «È il meno peggio, non deve essere messo in pericolo».
Alla fine, l’ha fatto. Dopo l’uscita dalla Lega, l’ex generale Roberto Vannacci entra a far parte a Bruxelles del gruppo Europa delle Nazioni sovrane (Esn), il gruppo fondato nel 2024 da Alternative für Deutschland, insieme ad altri partiti di estrema destra di vari Paesi europei, per volontà degli eurodeputati espulsi dal gruppo Identità e democrazia (Id) a causa di una serie di scandali che coinvolsero il politico tedesco Maximilian Krah, in particolare per le sue dichiarazioni sulle Ss naziste.
Con Futuro nazionale il gruppo Esn, che è il più a destra ma anche il più piccolo dell’aula, conta appena otto nazionalità e 28 deputati. Si tratta di esponenti politici di partiti ultranazionalisti minoritari nei rispettivi Paesi, come il ceco Giuramento (Prísaha), il polacco Confederazione (Konfederacja), gli ungheresi di Mi Hazánk Mozgalom, i lituani del partito nazionalconservatore Tautos, i francesi di Reconquête!, i bulgari di Revival e gli slovacchi di Hnutie Republika.
E così, se ancora non si sa molto sui futuristi, è certa la loro collocazione: l’ultradestra nazionalista. L’annuncio a Bruxelles è arrivato in pompa magna direttamente dal presidente del gruppo Esn, il tedesco René Aust (Afd), che accoglie Vannacci a braccia aperte e organizza, eccezionalmente in suo onore, una conferenza stampa: «È un giorno splendido per il nostro gruppo. Puntiamo su una eccellente collaborazione». Conclude con un augurio: «Anche l’Afd all’inizio era un piccolo partito e ora siamo il più grande della Germania, auguriamo a Roberto lo stesso successo».
Vannacci risponde tronfio di gioia: «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi, valori e ideali del gruppo Esn. Il principio che vede prevalere la sovranità nazionale sul federalismo europeo. Il fatto di avere unità di vedute, di credere fermamente che questa Europa debba cambiare e debba ritornare a essere l’Europa che ha primeggiato negli ultimi secoli, mi ha convinto a raggiungere questo gruppo e sono convinto che insieme faremo un grande lavoro».
L’obiettivo è chiaro: ripristinare la sovranità e l’autodeterminazione delle nazioni europee contro il federalismo europeo, rimuovendo il Green deal, che secondo Vannacci rappresenta «la peggiore truffa che l’Europa abbia subito dal dopoguerra a oggi, che ha desertificato le nostre industrie, le ha delocalizzate e ci ha reso più poveri e più instabili». Vede poi la sua adesione a Esn come antidoto al nazionalismo di Donald Trump che minaccia il nostro e la cui controrisposta non è certo l’Ue ma una forte coalizione sovranista in Europa. «Trump è quello che definirei un patriota e fa gli interessi della propria nazione. Questi interessi però spesso non sono coincidenti con i nostri».
Vannacci dà poi la sua definizione di immigrazione. «L’importazione di altre culture, altre civiltà che non sono compatibili con la nostra». E arriva al punto di evocare la possibilità di espellere dal Paese anche cittadini italiani di origine straniera, qualora «si dimostrassero non assimilabili al nostro sistema e al nostro ordinamento». «Se uno vuole la Sharia (legge islamica, ndr) può essere espulso perché è un sistema giudiziario non compatibile con il nostro ordinamento», dice. L’ex generale insiste sulla «remigrazione»: «Dobbiamo bloccare l’ingresso in massa dell’immigrazione clandestina e attuare il rimpatrio di chi è entrato illegalmente nella nostra nazione».
A chi gli chiede a quale coalizione appartenga in Italia, lui risponde che «al momento non faccio parte di nessuna coalizione. Futuro nazionale cammina sulle proprie gambe e da solo. Ho votato la fiducia perché questo governo è il meno peggio, ma non mi accontento del meno peggio, voglio di meglio per i miei figli e per l’Italia». E avanza critiche alla Meloni e al suo ministro degli Esteri. «Il governo non ha posizioni chiare di destra. Basti pensare che un suo esponente sta lottando per portare avanti lo Ius scholae che sicuramente non si inquadra in quella che è la posizione di una destra pura». Ogni riferimento a Antonio Tajani è puramente voluto. «Inoltre alcuni esponenti italiani del Partito popolare europeo, quindi di Forza Italia, hanno votato la risoluzione sulla donna, secondo cui i trans devono essere considerati donne a tutti gli effetti».
Vannacci il «risvegliatore di coscienze» spiega quale sia il suo vero ruolo: «Credo che sia quello di risvegliare tutte le persone che credono in una destra vera. Abbiamo il 52 per cento degli italiani che non vanno a votare: molti di loro sono di destra e non si sentono rappresentanti dall’offerta politica che oggi è presente. Voglio federare quelle realtà politiche e sociali che credono in una destra vera e possono vedere nel sottoscritto un punto di riferimento».
L’opposizione in Italia non ha tardato a stigmatizzare l’ingresso di Vannacci nel gruppo di ultradestra: «Va posto un problema politico alla Meloni: tutto bene ad avere in maggioranza un partito con tali caratteristiche?», si chiede il senatore Enrico Borghi, di Italia Viva. «Dopo aver passato anni di maquillage per tentare di mostrare un volto europeo ed europeista, l’asserito conservatorismo di Meloni affiora per ciò che è realmente: un movimento reazionario di destra».
I sondaggi però sembrano dare ragione a Vannacci. Secondo Swg per il TgLa7, Futuro nazionale è al 3,4%. Stabile Fratelli d’Italia al 29,8%, Forza Italia all’8,3%, Lega al 6,6%. «Le percentuali mi interessano fino a un certo punto, commenta Vannacci. «Non ne faccio una questione di riuscita o di fallimento, ma in qualche modo sono rincuorato».
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Riduci
(iStock)
- Dall’esplosione di Internet al monopolio dei social assistiamo a un immobilismo istituzionale che scambia il mercato selvaggio per un fatto inevitabile. Servono regole certe per impedire che il progresso tecnologico si trasformi in una desertificazione spirituale.
- Un report ipotizza lo scenario nel 2028, dove l’eccesso di efficienza causata dall'Ia fa crollare i consumi.
Lo speciale contiene due articoli
Intorno agli anni Duemila ci fu l’esplosione di Internet. Grandi profezie, grandi preoccupazioni, soprattutto a livello di concentrazione di potere, e poi in quattro o cinque si sono spartiti il mondo e non è successo una mazza. Seconda apocalisse intorno agli anni Dieci con l’esplosione dei social. Anche lì grandi preoccupazioni economiche nel frattempo che gli stessi si spartivano anche quelli, ripartendo il monopolio in pochi (si chiamerebbe oligopolio).
Ci si pose anche il problema della dipendenza digitale e, col passare del tempo, tale problema è diventato enorme fino a contare, in Italia, intorno a 400.000 malati. Anche in questo caso sembrava, appunto, di essere davanti a un’apocalisse, sembrava che dovessero essere adottati interventi importanti, soprattutto per la fascia di età che va dalla preadolescenza alla giovinezza (non considerando che spesso i social sono diventati i veri babysitter dei bambini), ma anche qui tanto fumo e quasi nulla arrosto. Intorno al 2020, sembrano le piaghe d’Egitto ma a scadenza decennale è arrivato il momento dell’Intelligenza artificiale e anche qui, anche ultimamente, in questi giorni, sono stati pubblicati rapporti di vario genere, in particolare sul rapporto tra Intelligenza artificiale e perdita di posti di lavoro.
Ma anche in questo caso si assiste, quasi inerti, in tutto il mondo, a queste apocalissi della porta accanto di fronte alle quali si profetizzano tempi nefasti, si preannunciano catastrofi ma poi sulla politica prevale la forza economica di chi possiede e gestisce queste realtà e, alla fine, la politica urla ma lo fa da ferma, senza adottare le misure urgenti che potrebbero attenuare, se non risolvere, gli effetti negativi dell’introduzione dell’Intelligenza artificiale nei cicli produttivi. Non ci sarebbe neanche più quella che Marx chiamò l’alienazione del lavoro e cioè quella della classe operaia che, non possedendo i mezzi di produzione, si trova alienata di fronte al proprio lavoro. Ci sarebbe l’alienazione dal lavoro, cioè l’esclusione dell’uomo dai cicli di produzione fatti dalle macchine e guidati da un’intelligenza non umana ma artificiale.
Quello che sconcerta è che sembra che in questi atteggiamenti, denotati da un’alta percentuale di immobilismo politico e istituzionale - di dimensioni mondiali -, ci sia una specie di acquiescenza, come se ci si trovasse di fronte all’ineluttabile. Andrà così e non ci possiamo fare niente. Questo è totalmente falso ed è anche menzognero, cioè tende a velare di menzogne l’incapacità della politica a dettare norme al mercato. Questo è di una gravità assoluta perché anche uno, come il sottoscritto, che crede in un’impostazione liberale dei rapporti tra Stato e mercato, sa bene che, sia per motivi di storia che di teoria economica, non esiste un mercato senza regole e se esiste, prima o poi, fa danni e collassa.
La questione dell’Intelligenza artificiale, come nel caso di Internet e come in quello dei social, ma in modo più problematico, non rappresenta solo un problema di potenziale violazione delle leggi della concorrenza, considerati i pochi attori in campo e spesso costituenti un cartello (cioè un accordo economico per mettersi d’accordo sui prezzi e falsificare la competizione economica), ma comporta anche un enorme problema educativo e di formazione intellettuale e coscienziale delle persone. Bastino due esempi per capire quali sono i rischi.
Il primo esempio ci è fornito dalla formazione, e cioè da quel processo lungo e difficile che deve sviluppare nel soggetto una capacità autonoma di comprensione e di giudizio sulla realtà, la coscienza critica. Essa è il cardine dello sviluppo di una persona, perché essa è il cuore stesso della persona. Conoscenza e volontà sono alla base del comportamento consapevole: non sceglie bene chi non conosce le varie alternative della scelta; non conosce bene chi, di fronte a una scelta, più che alla propria volontà, si affida a quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger chiamava il «si dice». Voleva indicare con esso la passività del soggetto di fronte all’opinione comune e la riduzione della coscienza a tale opinione. Quando i giovani di oggi si affidano all’Intelligenza artificiale, magari inconsciamente, vivono una sorta di alienazione dalla propria coscienza, dalla propria interiorità, dalla propria mente e dal proprio io. Non occorre che spieghi alle lettrici e ai lettori gli effetti devastanti che può avere, nei tragitti descritti dalla psicologia evolutiva, questo tipo di appalto dall’intelligenza naturale a quella artificiale.
Il secondo esempio viene da recenti parole di papa Leone XIV che, rivolgendosi ai sacerdoti di una zona di Roma, ha esplicitamente chiesto di non affidarsi all’Intelligenza artificiale nella scrittura delle proprie omelie o prediche, che dir si voglia. E qui siamo nell’assurdo di soggetti che dovrebbero essere guidati dallo Spirito e si affidano a uno spirito inesistente che mai esisterà, perché mai l’Intelligenza artificiale ne sarà dotata. In questo caso ci sarebbe da fare una lunga riflessione teologica e anche spirituale, ma non abbiamo lo spazio sufficiente per farlo. Lo faremo in un’altra occasione. Basti dire che se il Papa è arrivato a richiamare i sacerdoti su questo punto vuol dire che ha cognizione che ciò stia già avvenendo. Francamente ci è incomprensibile come chi dovrebbe essere la voce dello Spirito non riesca a comprendere l’oltraggio nei confronti dei fedeli di ridire in modo pappagallesco ciò che i Padri della Chiesa sostenevano che dovesse procedere attraverso lo stesso procedimento che per gli animali si chiama ruminatio, cioè un processo di assimilazione lenta, profonda, ma soprattutto spirituale, del Verbo di Dio. Se non lo capiscono loro, cosa possiamo aspettarci da chi pensa solo a questioni di profitto?
L’Intelligenza artificiale fa tremare: disoccupati al 10% e Borsa giù del 40%
Un vecchio film di Alberto Sordi (Io e Caterina) immagina un robot che lava e stira sostituendo la domestica e, soprattutto, la moglie. Citrini Research, alza il tiro, trasformando la commedia in tragedia.
Nel fine settimana la semisconosciuta società di ricerche ha pubblicato un rapporto che sembra un film di fantascienza in formato «noir». È ambientato nel giugno 2028, quando l’Intelligenza artificiale avrà rivoluzionato l’economia mondiale, lasciando dietro di sé disoccupazione in crescita al 10%, azioni in caduta del 40% e consumatori paralizzati dal panico. Tra i settori più vulnerabili, Citrini indica i servizi di consegna di cibo a domicilio e le società di carte di credito. Il rapporto non lascia spazio a dubbi: in soli due anni, il predominio di app come DoorDash e Uber Eats sarà sostituito da alternative «vibe-coded»: strumenti digitali capaci di vendere uno stile di vita prima ancora di consegnare una pizza o un sushi.
Per gli investitori, un’immagine da incubo: immaginate un algoritmo che vi promette felicità, avocado toast e yoga virtuale, mentre il vostro algoritmo preferito per le consegne a domicilio finisce nella soffitta digitale. Non meno colpiti, secondo Citrini, sarebbero i colossi dei pagamenti come Mastercard e Visa. Gli algoritmi di Ia potrebbero eliminare del tutto le commissioni, facendo risparmiare i consumatori ma lasciando a secco i gestori di carte di credito. In pratica: il robot salva il consumatore ma fa piangere l’investitore. E non importa se molto spesso sono la stessa persona.
Non si salvano nemmeno i mattoni. Nel settore immobiliare, dove gli acquirenti avevano tollerato commissioni del 5-6% per decenni, l’Ia ha dimostrato che la conoscenza umana può essere replicata in un battito di byte. Citrini indica che già ora la commissione mediana sul lato acquisto nelle principali aree metropolitane si è compressa dal 2,5-3% a meno dell’1%. Nel frattempo la quota crescente di transazioni ha chiuso senza intervento umano. Insomma: gli algoritmi hanno trasformato l’agente immobiliare in una semplice comparsa digitale.
Secondo Citrini, il boom dell’Ia superintelligente farà strage di colletti bianchi, porterà un calo della spesa per consumi e insolvenze sui mutui che diventerà difficile rimborsare. Le azioni dei settori più esposti hanno subito un tracollo immediato. Lunedì l’Etf che raggruppa le società di software ha ceduto fino al 5%, DoorDash ha perso oltre il 6%, American Express oltre il 7%. Mastercard e Visa tra il 4 e il 5% Uber oltre il 4%.
E se qualcuno pensava che la tecnologia fosse gentile con i dinosauri digitali, Ibm ha dato una lezione memorabile: il titolo ha registrato il peggior crollo giornaliero degli ultimi 25 anni: meno 13%, dopo l’annuncio della startup Anthropic secondo cui il suo sistema Claude Code può modernizzare Cobol, il linguaggio di programmazione vintage ancora in uso sui sistemi Ibm. Un promemoria per dire che nemmeno i giganti più solidi sono immuni quando l’Intelligenza artificiale decide di fare il salto di qualità.
«Per tutta la storia economica moderna, l’intelligenza umana è stata il fattore produttivo più scarso. Ora quel vantaggio declina», scrive Citrini con ironia tagliente. Ed è qui che entra in gioco il vero paradosso umano: se l’Ia elimina le inefficienze, riduce i costi e ottimizza ogni singola transazione, chi continuerà a lavorare? E soprattutto, chi consumerà?
Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, spiega: «L’economia mondiale si basa su inefficienze “umane” che l’Ia sta azzerando, togliendo lavoro ai colletti bianchi e a tutti coloro che di queste inefficienze campano. Le difficoltà dei vari settori ricadono su chi li ha finanziati. Ma se nessuno ha un lavoro e nessuno può consumare perché produrre ancor?». Forse il quadro disegnato da Citrini è fin troppo apocalittico.
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