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Dopo la débâcle della Rai a San Siro, Milano-Cortina saluta il mondo dall’Arena di Verona. In tv torna Bulbarelli, estromesso dall’apertura per colpa del Colle. Opera, jazz, balletto e dance, i Vip non si contano: López Moreno, Fresu, Bolle e Gabry Ponte.
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Cerimonia di chiusura Olimpiadi Milano-Cortina 2026.pdf
Ed eccoci, 16 giorni dopo la débâcle di Mamma Rai, alla cerimonia conclusiva (introdotta a partire da Londra 1908) dei Giochi olimpici invernali 2026 che si svolgerà all’interno dell’Arena di Verona. La prova per i telecronisti sarà ancora più complicata dell’apertura visto il motivo conduttore (l’opera lirica) dello spettacolo. L’arduo compito è stato affidato all’esperto Auro Bulbarelli, che a inizio mese era stato esautorato dopo le telefonate furiose di uno dei consiglieri del Quirinale al Comitato olimpico e ai vertici della Rai. La colpa del giornalista? Avere svelato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva preparato una sorpresa in vista della sua partecipazione all’evento (l’arrivo sul tram guidato dal pluricampione Valentino Rossi).
Adesso Bulbarelli è stato rimesso al suo posto dopo il disastro della telecronaca di Paolo Petrecca (costretto alle dimissioni da direttore di Rai Sport). Ci auguriamo che saluti tutti senza sbagliare la location e che si accorga che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (attesa a Verona), avrà vicino il presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry (scambiato il 6 febbraio per la figlia di Mattarella).
Bulbarelli sarà affiancato dallo scrittore Fabio Genovesi e da Cecilia Gasdia, che è una sicurezza. Non solo perché ha alle spalle una grande carriera da soprano, ma perché da anni è il sovrintendente del teatro lirico all’aperto più grande del mondo, l’Arena, appunto. Ai grandi eventi è abituata e anche i critici d’opera progressisti le perdonano la collocazione a destra (la sua candidatura con Fratelli d’Italia alle comunali del 2017 è stata una parentesi) davanti al suo lavoro all’insegna della qualità e della tradizione.
Ma veniamo al programma, pensato appositamente per l’Arena (era da Atene 1896 che una cerimonia non si svolgeva dentro a un monumento antico). Tutto avrà origine da una goccia d’acqua, elemento primigenio che, passando dallo stato liquido a quello solido, rende possibili gli sport invernali, e che cadrà idealmente al centro della scena. Il resto lo farà la forza della musica. Si parte da Giuseppe Verdi e da uno dei suoi titoli più rappresentati al mondo (insieme alla Traviata): ovvero Rigoletto. La storia potentissima (tratta da un celebre dramma di Victor Hugo e che debuttò nel 1851 alla Fenice di Venezia) di un buffone di corte storpio che finirà per rendersi responsabile della morte di sua figlia. Per come è stata pensata la cerimonia di chiusura di Milano-Cortina, questo personaggio sinistro abita nelle viscere dell’Arena, dov’è stato protagonista un’infinità di volte, tra scenografie, costumi e memorie di centinaia di altri titoli arcinoti come Aida e Madama Butterfly), ognuna delle quali è rinchiusa nella sua «scatola magica». L’opera, quindi, resta al centro di tutto il racconto e qui un applauso va agli organizzatori (Maria Laura Iascone, direttrice delle cerimonie di Milano-Cortina 2026, mentre per la chiusura veronese i meriti andranno ad Alfredo Accatino, direttore artistico, e Adriano Martella, direttore creativo), che non hanno ridotto l’Italia alla pizza, agli spaghetti e al mandolino, ma hanno giocato fin dall’inizio con le icone di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gaetano Donizetti.
Quando si aprirà un sipario verde (sino al primo Ottocento il colore tipico delle falde) avrà inizio la grande notte dell’Opera, con la proiezione di un vero e proprio film con protagonisti gli attori Benedetta Porcaroli, in rappresentanza della beltà italica, e Francesco Pannofino (l’indimenticabile regista René Ferretti nella serie cult Boris), nei panni di un direttore di scena che bussa ai camerini. Violetta, protagonista della Traviata (interpretata dalla stella della lirica Carolina López Moreno, soprano nato in Germania reduce dai grandi successi della Bohème di Puccini a Firenze e Roma), minaccia di non uscire in scena e rovescia un vaso di fiori con un gesto di stizza. La goccia d’acqua, che torna ancora una volta, arriverà nelle viscere del teatro, risvegliando Rigoletto (Stefano Scandaletti) e le grandi icone dell’Opera rinchiuse in «scatole magiche», come Rigoletto, Figaro, Aida e Madama Butterfly. Saranno proprio i personaggi dell’Opera, ambasciatori dell’Italia intera, a raggiungere piazza Bra all’esterno dell’Arena per accogliere gli sportivi. In scaletta è previsto più avanti anche Roberto Bolle, étoile di fama internazionale e icona di grazia. A lui toccherà il compito di trasformare l’acqua in un sole, segnando l’alba di un mondo nuovo, pieno di speranza.
Stasera non mancherà il momento patriottico. La bandiera italiana verrà portata in scena da persone comuni che provengono dai territori olimpici (nella scaletta sono ben identificati per evitare scene mute come quelle della telecronaca di apertura), profondamente legate alle loro comunità, per l’impegno nel volontariato, nello sport e nell’organizzazione dei Giochi, o per averne incarnato nel tempo i valori.
L’inno sarà eseguito dal coro della Fondazione Arena di Verona che si esibirà dal Teatro Filarmonico, secondo palcoscenico di questa cerimonia, insieme al trombettista sardo Paolo Fresu, simbolo del jazz italiano nel mondo, dall’Arena. Carabinieri in grande uniforme speciale riceveranno il vessillo e lo isseranno.
Ci sarà anche il passaggio di testimone con il Paese che organizzerà i prossimi Giochi invernali tra Nizza, Savoia, Alta Savoia e Briançon, la Francia del presidente transalpino Emmanuel Macron, il quale, dopo le recenti incomprensioni con la Meloni, diserterà l’evento. Una versione spettacolare della Marsigliese monopolizzerà questo momento (protagonisti dell’intermezzo il compositore Thomas Roussel e il mezzosoprano Marine Chagnon).
Nel video di presentazione di French Alps 2030, verranno valorizzati i paesaggi, dalle montagne sino al mare della Costa Azzurra. Sembra che i francesi abbiano imparato la lezione e dovrebbero evitare pacchianate come la pseudo Ultima cena con improbabili personaggi assortiti, salvo sorprese non svelate nella scaletta.
Gli atleti sfileranno tutti insieme in segno di amicizia come accade da Melbourne 1956 e saranno protagonisti della festa finale in musica, tradizione inaugurata a partire da Los Angeles 1984 (allora ad animare l’evento fu Lionel Richie).
Non mancheranno medley musicali con canzoni indimenticabili della nostra musica leggera come Nessuno mi può giudicare, Se bruciasse la città, Sarà perché ti amo, Ma il cielo è sempre più blu, Maledetta primavera, A fare l’amore comincia tu, Se telefonando, E la vita la vita, Senza fine. Un gigantesco karaoke che farà cantare l’Italia con l’aiuto dei Calibro 35, gruppo strumentale «cult» per chi ama il suono dei film poliziotteschi in salsa jazz-funk, reinterpreterà anche immortali colonne sonore cinematografiche di Ennio Morricone, Nino Rota, Stelvio Cipriani, Luis Bacalov.
La festa sarà guidata da un gruppo di musicisti che farà più Sanremo o X-factor, o addirittura Concertone di Capodanno, che non Arena di Verona. Per esempio sul palco salirà il «giudice» del talent Manuel Agnelli, insieme, all’ex campionessa Deborah Compagnoni, con sci e abito da sera, Achille Lauro, «in un elegantissimo frac» (riproporrà Incoscienti giovani, già cantata a Sanremo), lo chef pluristellato Davide Oldani e il sindaco di Verona, Damiano Tommasi (anche se la scaletta non specifica in quale veste).
Nel cast c’è pure un ex concorrente proprio di X-Factor, David Shorty, due ex concorrenti di Sanremo, Joan Thiele e Alfa (quest’estate ha spopolato con una riedizione di A me mi piace di Manu Chao), ma a far ballare tutti dovrebbero pensarci il dj Gabry Ponte (nel 2025 ha realizzato la sigla di Sanremo Tutta l’Italia, arrivando ultimo all’Eurovision come rappresentante di San Marino) che riproporrà il suo pezzo più celebre: Blu (Da ba dee) del 1998.
Un’esplosione dance sarà garantita pure dal collettivo californiano Major Lazer con alcuni special guest: MØ, Nyla e il già citato Alfa. La loro hit Lean On ha più di 2,5 miliardi di riproduzioni su Spotify. Alla fine della cerimonia verranno spenti entrambi i bracieri olimpici: una tradizione inaugurata a Berlino 1936 e che a Roma 1960 gli spettatori esorcizzarono accendendo per la prima volta gli accendini in uno stadio. La fiamma tornerà ad ardere nel 2028 a Los Angeles per i prossimi Giochi estivi.
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Riduci
Ansa
La dottoressa Ceccoli ha scelto come collaboratrice una giovane collega che, in precedenza, aveva pubblicato sui social alcuni post caustici verso i Trevallion. L’ennesimo caso di ostilità nella vicenda dei bimbi allontanati.
d’ufficio nominata è la dottoressa Simona Ceccoli, una psichiatra che di solito opera presso una Rsa, il presidio ospedaliero Villa Letizia a L’Aquila. I tempi fissati per la perizia sono piuttosto lunghi, 120 giorni, quattro mesi che si aggiungono a quelli che la famiglia ha già trascorso separata. Per altro, la perizia è iniziata non senza difficoltà e con rallentamenti di vario tipo. Ci sono stati problemi con il traduttore, ne era stato individuato uno che, però, aveva parecchi impegni e la data di inizio è stata slittata. Poi sono state scelte altre figure che però hanno comunque una agenda fitta, motivo per cui gli incontri non sono nemmeno troppo facili da organizzare. Insomma, non sta proprio fluendo tutto liscio.
Qualche giorno fa, mamma Catherine è stata sottoposta a test psicologici che prevedevano qualcosa come 570 quesiti e non ha retto. «Le condizioni psicologiche sono state valutate incompatibili con l’ampia batteria di test a cui Catherine si sottoporrà in momenti diversi», ha detto al quotidiano il Centro Martina Aiello, consulente di parte.
Ed è proprio riguardo ai test che emerge l’elemento interessante cui si accennava in precedenza. La psichiatra Simona Ceccoli ha scelto come ausiliaria una giovane collega, classe 1995 e iscritta all’albo non molti anni fa, nel 2022. È stata lei, settimane fa, a dichiarare a Repubblica che «non è pensabile un periodo inferiore ai quattro mesi» per lo svolgimento della perizia famigliare e a ribadire: «Stiamo agendo per il bene dei piccoli». Soprattutto, a quanto risulta, è lei a occuparsi dei test, a somministrarli, a elaborarli e a consegnare il risultato alla consulente d’ufficio.
Può senz’altro darsi che questa giovane professionista sia davvero in gamba nonostante la ancora scarsa esperienza. Di sicuro, però, prima di assumere incarichi così importanti e delicati, dovrebbe assicurarsi di mantenere un tono leggermente diverso, almeno in ciò che scrive pubblicamente. La dottoressa in questione, infatti, come quasi tutti i professionisti, ha un profilo Facebook in cui pubblica materiale inerente alla sua attività. Tra i vari post che contiene ce ne sono vari sulla famiglia del bosco. E non sono proprio tenerissimi.
Il 30 novembre scorso, per dire, ha condiviso un articolo decisamente ruvido della pagina Abolizione del suffragio universale che parlava della casa gentilmente offerta ai Trevallion da un imprenditore locale. «La fiaba esotica della famiglia nel bosco è finita così: con un casolare gratis, immerso nel verde, offerto come se fosse un premio a chi chiedeva 150.000 euro ai servizi sociali per poter accertare lo stato di salute dei figli tramite analisi del sangue», si legge nel testo. «Giorni e giorni di speciali, interviste, servizi strappalacrime. Sembrava quasi che l’Italia avesse trovato i suoi nuovi eroi nazionali: due adulti benestanti che, per scelta, hanno deciso di far vivere i bambini senza riscaldamento, senza condizioni igieniche e senza scuola. E guai a dirlo: eri subito il nemico della libertà, il paladino del sistema, quello che vuole ingabbiare la natura. Poi arriva la parte surreale. La gara di solidarietà. Con gente che fatica a mettere la benzina in macchina, file alle mense, famiglie che dormono in auto, per questa coppia anglo-australiana, ben più attrezzata di tanti italiani, spunta dal nulla un casolare gratis. Con pozzo, panorama bucolico e perfino gli attrezzi antichi “che a Nathan piacciono moltissimo”. Lei incantata dai camini, lui in estasi perché può filare la lana come nel 1800». La dottoressa pubblica il testo integrale e commenta in maiuscolo: «Sante parole».
Già questo basterebbe a suscitare qualche perplessità. È opportuno che una psicologa che condivide pubblicamente queste opinioni sia chiamata a svolgere test sulla famiglia nel bosco? Se il futuro dei Trevallion dipende da quelle valutazioni psicologiche, non sarebbe meglio affidarle a chi non appare prevenuto? Ma non è tutto, di post ce ne sono anche altri. Il 26 novembre la dottoressa aveva pubblicato online l’ordinanza del tribunale sulla famiglia.
Nello stesso giorno, ha condiviso un post di Guido Saraceni, filosofo del diritto, ancora una volta particolarmente duro con i Trevallion. «Chiunque tra voi avesse scritto sulla propria bacheca “ha ragione Salvini: non si possono sequestrare i pampini, i magistrati e gli assistenti sociali non devono rompere le scatole!!!!” o altre corbellerie simili, è pregato di recarsi urgentemente in segreteria studenti per firmare il modulo 49M e chiedere di essere immediatamente trasferito al corso di studi in fenomenologia applicata delle sagre paesane - italiane ed estere», ha scritto il professore in questione. «Gli articoli 15 e 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabiliscono chiaramente il diritto dei bambini ad avere una vita sociale con i propri pari. Prima di sparare giudizi sul lavoro di magistrati e assistenti sociali bisognerebbe aver letto bene tutte le carte ed assicurarsi di possedere un minimo di competenza giuridica o psicologica in materia. Il tribunale e gli assistenti sociali stanno portando avanti, da mesi, un delicatissimo e prezioso compito. Lasciateli lavorare in pace. Cialtroni». E ancora: «Manifesto la massima solidarietà alla dottoressa Angrisano per gli indecorosi attacchi personali che sta subendo in questi giorni e vi avverto: non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. Detto ciò, vi faccio i miei migliori auguri per l’esame di storia critica delle sfide birra, salsiccia e fagioli, fondamentale obbligatorio del I anno, 9 cfu. Cialtroni». A corredo del commento, il filosofo in questione allegava una foto dei Trevallion con l’aggiunta dei volti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Di nuovo: si suppone che i professionisti incaricati di svolgere una perizia siano imparziali. Dunque ci si aspetterebbe che non pubblicassero o condividessero articoli in cui si sbeffeggia la famiglia nel bosco e si accusa di cialtroneria chi la difende. Un consulente tecnico dovrebbe appunto fare il tecnico: se ha delle opinioni le dovrebbe tenere per sé.
Il fatto è che dalla perizia psicologica e dai vari test dipende il futuro della famiglia Trevallion. Che è chiamata ad affrontare un percorso non facile e non dovrebbe in ogni caso essere circondata da persone ostili. Le istituzioni dovrebbero sostenere la famiglia, non metterla alla gogna o rieducarla. Ergo non sembra affatto appropriato che, tra chi è chiamato a valutare questi genitori, vi sia una esperta che condivide commenti feroci sul loro conto. Per altro, il 23 novembre questa esperta ha condiviso il seguente post: «E sulla famiglia del bosco cos’hai da dire? Più o meno quello che diceva Wittgenstein. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”». Ecco: tacere sarebbe stato consigliabile.
Non vogliamo, sia chiaro, attaccare questo o quel professionista. Ci limitiamo a notare che, in casi molto delicati che riguardano la vita delle famiglie e dei bambini, si dovrebbe procedere con grande cautela ed enorme sensibilità. Leggere quei commenti online fa sorgere troppe domande, non soltanto sull’atteggiamento di questa dottoressa ma pure sul pensiero della psichiatra Ceccoli che l’ha scelta come ausiliaria. Anche lei condivide queste posizioni? Ed è possibile che nessuno, fra i vari curatori e tutori dei bambini, abbia fatto una minima ricerca per informarsi sugli psicologi chiamati a svolgere la perizia? Riguardo ai Trevallion, le cose che non tornano cominciano a essere tante. Vengono diffusi i messaggi privati di mamma Catherine, si continua a dipingerla come una figura ostile, vengono rivelati ai giornali particolari sui bambini, sulla loro istruzione e sul numero di volte in cui si cambiano i vestiti. E ora questo. Siamo sicuri che così si faccia il «superiore interesse del minore» previsto dalla legge?
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Riduci
Ansa
«La Verità» è solidale con coloro che fanno il loro dovere e poi finiscono sotto accusa. Nell’inchiesta di Milano, tuttavia, emergono prove inquietanti contro il poliziotto. Il quale, se colpevole, non meriterà alcuna attenuante.
Come i lettori sanno, La Verità sta dalla parte delle forze dell’ordine quando queste, per aver fatto il proprio dovere, sono messe sotto accusa. Abbiamo difeso i carabinieri del caso Ramy, perché un militare che ha inseguito chi fuggiva all’alt non può finire sul banco degli imputati per «eccesso colposo nell’adempimento del proprio dovere». Né un vicebrigadiere può essere condannato per «eccesso colposo di uso legittimo dell’arma» per aver fatto fuoco contro un ladro che aveva ferito un collega. Come gli agenti in servizio antisommossa a Pisa, che respinsero i manifestanti pro-Pal che volevano forzare il cordone di polizia, è assurdo che si debbano difendere dall’accusa di «eccesso colposo di legittima difesa». In un’operazione in piazza o in un servizio in strada nessuno sa quale uso della forza proporzionato debba essere usato. Chi indaga - e a volte condanna - poliziotti e agenti per aver fatto il proprio dovere dovrebbe provare sulla propria pelle che cosa significhi confrontarsi con delinquenti o con manifestanti violenti e avere pochi istanti per reagire. Dunque, giù il cappello di fronte agli uomini in divisa, per i quali abbiamo raccolto e raccoglieremo fondi per sostenerli nei processi che dovessero subire per aver fatto rispettare la legge e aver difeso gli italiani.
Tuttavia, proprio perché siamo convinti che il nostro giornale abbia qualche titolo per parlare del rispetto che si deve agli uomini delle forze dell’ordine, crediamo sia necessario anche discutere di chi, pur rappresentando lo Stato, lo infanga. Ovviamente tutti, e a maggior ragione un poliziotto, sono innocenti fino a prova contraria ovvero fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Però le notizie che emergono dall’inchiesta sul conflitto a fuoco in un boschetto alla periferia di Milano, dove un agente ha sparato, uccidendolo, a uno spacciatore, ci inquietano e sollecitano una nostra presa di posizione. La storia risale a settimane fa: una pattuglia antidroga in servizio nella zona di Rogoredo si sarebbe trovata davanti un extracomunitario armato e uno dei poliziotti avrebbe reagito uccidendo lo straniero con un colpo di pistola. L’uomo era noto alle forze dell’ordine e oltre a essere clandestino era già più volte finito nei guai. Le indagini hanno appurato che il revolver da lui impugnato era una scacciacani, ma questo ovviamente l’ispettore che ha sparato non lo poteva sapere. O così per lo meno sembrava all’inizio. Però poi l’inchiesta della Procura ha fatto emergere altro.
Secondo i pm, lo spacciatore era disarmato e il poliziotto che lo ha ucciso avrebbe, dopo averlo colpito, alterato la scena del crimine, depistando le indagini. In pratica, facendosi aiutare dai colleghi presenti sul luogo della sparatoria, avrebbe recuperato un’arma giocattolo e l’avrebbe messa in mano all’extracomunitario, il quale a questo punto sarebbe stato ucciso mentre era disarmato. Tra il colpo di pistola sparato dall’agente e la chiamata al 118 sarebbero intercorsi 23 minuti, ovvero il tempo per raggiungere il commissariato, trovare un’arma, anche se finta, e collocarla accanto al cadavere.
Ma non ci sarebbe solo la messa in scena. L’ispettore accusato di aver sparato e aver depistato le indagini, dagli spacciatori avrebbe preteso il pizzo - ogni giorno centinaia di euro - e pure dosi di cocaina. Insomma, una storiaccia, che rischia di infangare l’immagine degli uomini delle forze dell’ordine e di alimentare l’odio che in certe parti politiche si nutre nei confronti della polizia e dei carabinieri.
Ribadiamo: ognuno è innocente fino a prova contraria e dunque anche l’agente accusato di omicidio e depistaggio deve essere ritenuto tale fino alla conclusione dei processi. Però già ora ci permettiamo di dire che se ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Procura di Milano fosse confermato, pur difendendo da sempre le forze dell’ordine, per un poliziotto che ha macchiato l’immagine di chi indossa la divisa con gravi delitti crediamo sia giusta una pena senza sconti. Non ci piace parlare di sentenze esemplari, perché una condanna non deve essere un monito nei confronti di altri. E però, così come è giusto difendere chi fa un lavoro difficile per un magro stipendio, è altrettanto necessario condannare chi di quel lavoro ha fatto uno strumento di menzogna ed estorsione. Non siamo giudici, ma ci auguriamo che chi imbroglia la fiducia che è riposta nella polizia venga punito senza alcuna attenuante.
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Riduci





