Stefano Massini (Ansa)
L’uscita di Massini e Sciarelli scatena l’ira nell’opposizione, al grido di «Giù le mani da Viale Mazzini». Peccato che il volto di «Chi l’ha visto?» abbia chiesto una pausa. E l’azienda rassicura pure su «Caterpillar».
Achtung baby. Nei corridoi di Rai 3 si aggirano loschi figuri in camicia nera che stanno rastrellando autori e conduttori non allineati, o dichiaratamente «sovversivi», per deportarli... al cancello. Una remigrazione professionale, per dir così.
«Tornate alle vostre occupazioni precedenti, o inventatevene un’altra, ma fuori di qui», sarebbe il messaggio degli scherani di TeleMeloni.
Eja-eja-fatti-più-in-là.
Ma l’Armageddon è davvero tale? Quando, marzullianamente, una stagione tv è appena finita e la nuova non è ancora cominciata, ecco che inizia il rimescolamento di carte. E pure di zebedei (i miei, nella fattispecie). Perché quando c’è la destra, una qualsiasi, al governo, è consuetudine stucchevole alzare la voce contro l’«okkupazione» della «più grande azienda culturale del Paese» da parte di Palazzo Chigi. Il che avviene se a essere chiuso è il «nostro» (perché lo conduciamo o perché lo guardiamo) programma. O se il contratto in scadenza - nostro o dei nostri beniamini - non è rinnovato per tempo.
In quel caso, parte lo Sturm und Drang: il «regime» ci vuole imbavagliati, silenziati, censurati, virtualmente tutti «evirati» (maschile sovraesteso). È il regime degli Indiscutibili.
Prendete gli ultimi tre giorni. Lunedì sera Stefano Bollani e Valentina Cenni annunciano via social che il loro programma Via dei matti n° 0 non tornerà. Lo fanno senza atteggiarsi a martiri, con una punta di naturale rammarico, in sostanza: «È stato bello, peccato, noi avremmo anche continuato, ma vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare».
Figuriamoci se gli indignados in servizio permanente effettivo si facevano sfuggire l’occasione per tuonare contro i «fascisti» al potere: «Vergogna! Schifo! Vomito! Non pagherò più il canone!», etc, etc.
L’altro ieri è stata la volta della radio. Con l’intervista di Zita Dazzi per Repubblica al conduttore di una «storica» trasmissione di Radio 2, titolo «Massimo Cirri: “Così stanno facendo morire Caterpillar”», che peraltro ha debuttato 30 anni fa.
Ieri ancora Repubblica «spara»: «Ora la destra vuole Rai 3. Stop alla show di Stefano Massini», Riserva indiana (con ascolti in linea con il titolo).
Oggi sui giornali ci sarà poi il quarto «inquietante» episodio: Federica Sciarelli fuori da Chi l’ha visto?? Peccato però che sia stata la stessa conduttrice a comunicare all’azienda e alla sua squadra di lavoro: «Scusate, sono un po’ stanchina» (il che dopo 22 anni è pure comprensibile). La separazione è dunque consensuale, con tanto di comunicato congiunto: la tv pubblica e la giornalista «stanno ragionando insieme» su altri possibili impegni comuni.
Nota a margine: il 18 giugno la tv di Stato ne aveva diffuso un altro, in cui si esprimeva «sorpresa» davanti alle esternazioni di Cirri: «Leggiamo con stupore della possibile chiusura della trasmissione Caterpillar, notizia priva di fondamento. La direzione di Radio 2 sta lavorando ai nuovi palinsesti che verranno comunicati nei tempi e nei modi consueti» (curioso che la precisazione sia sfuggita a Repubblica, che sulla presunta «soppressione» è tornata appunto il 23).
Il dettaglio ci porta però al punto. Al netto della qualità dei format, la domanda sorge spontanea (facendo il verso a certi ritornelli ripetuti a sinistra): se questo non è un Paese per giovani, se la nomenklatura è più o meno sempre quella, se la classe dirigente è sclerotizzata, se ogni ricambio è precluso, com’è possibile, di grazia, che siano i palinsesti televisivi a dover rimanere immutabili?
Della Rai ma anche di Mediaset, che tuttavia è riuscita in una mission impossible: sostituire nella fascia dopo il Tg5 un programma che è nella storia del piccolo schermo come Striscia la notizia con l’edizione riveduta e corretta de La ruota della fortuna, e questo proprio perché è un’azienda privata che bada al sodo (in attesa di scoprire questa mattina quale sarà stato il «bottino Auditel» della prima puntata di Temptation Island).
Come ha rilevato Claudio Plazzotta su Italia Oggi: «Non smette di stupire l’impietoso confronto del dato di share di Canale 5 in prima serata: media del 20,83% nel maggio 2026 e del 13,5% nel maggio 2025, quando ancora esalava gli ultimi respiri l’access di Striscia la notizia» .
Chi lavora per la Rai, invece, si sente in diritto di rivendicare una sorta di usucapione della collocazione in palinsesto: sono qui da tanti anni, lo spazio è mio di diritto. Lo pensava Fabio Fazio, una vita in Rai prima di emigrare - sempre all’insegna dell’après moi le déluge - verso i ricchi lidi della Nove (che comunque ha tratto beneficio dall’acquisto, a differenza di quanto accaduto con Amadeus). Lo pensa sempre Bruno Vespa, che a Panorama il 10 novembre 2024, compiuti gli 80 anni, ha confidato: «L’unico che può mandarmi in pensione è il Padreterno. Indro Montanelli diceva che sarebbe uscito dalla redazione solo con i piedi in avanti? Lo capisco, le persone che non lavorano si deprimono» (ma pure i telespettatori che si sorbiscono sempre le stesse facce...).
L’intervista gliela fece il collega Giorgio Gandola, che scrive per La Verità e che era a Radio Rai in Giù la maschera, dove - con Peter Gomez, Alessandra Ghisleri e Luca Ricolfi - affiancava l’ex presidente Rai Marcello Foa. Trasmissione chiusa all’insaputa del conduttore, uomo di centrodestra. Quindi l’ha epurato la sinistra? Macché. Il «licenziamento» è avvenuto la scorsa estate. Nel silenzio generale.
Come avvenne quando non fu mandata in onda nemmeno la prima puntata, già registrata, di Cyrano, ideato da Massimo Fini, noto irregolare della corporazione giornalistica: fu oscurato dalla destra (era il 2003) e ignorato dalla sinistra. Non faceva parte della conventicola, il giro dei compagnucci della parrocchietta. Quelli che si stracciano le vesti in pubblico, «siamo agli ultimi giorni di Pompei», salvo ricomporsi appena firmano un nuovo accordo, sempre ben remunerato, tra l’altro.
Morale della fav(ol)a. In Rai hanno adattato il motto di Enrico Cuccia a proposito delle azioni societarie: gli ascolti si pesano, e non si contano. E quelli dei format de sinistra, come dicono a Trastevere, sono rilevanti di per sé.
Quindi: se a essere espulsa è una persona di destra, magari appena sbarcata nei palinsesti Rai, chissenefrega, se lo sarà meritato. Se a essere messa in discussione, anche solo in via ipotetica, è una figura «democratica e antifascista», il circo autoreferenziale fa muro. Più incrollabile di quello di Berlino. Perché a sinistra si cade sempre in piedi.
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Riduci
Elly Schlein con Stefano Bonaccini durante la direzione nazionale del Pd del 23 giugno 2026 (Ansa)
Dopo aver strillato contro il modello Albania del governo, la sinistra deve fare i conti con la volontà europea di spedire gli irregolari in Paesi terzi. Alcuni Stati, tra cui le «venerate» Danimarca e Olanda, valutano i trasferimenti nel territorio africano o in Uzbekistan.
Sfidando ogni logica, secondo cui un percorso di riflessione dovrebbe condurre gradualmente dall’errore alla verità, la segretaria del Pd Elly Schlein, subito dopo la firma a Roma del protocollo Italia-Albania, si era dapprima pronunciata in forma dubitativa («sembra in aperta violazione con il diritto europeo», dichiarava a novembre 2023) per poi non avere più dubbi: «Questa procedura viola le leggi europee», sentenziava un anno dopo, a ottobre 2024.
Avrebbe mai immaginato Schlein che un gruppo influente di nazioni europee (Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi), sta valutando - la notizia l’ha anticipata la testata Politico - la possibilità concreta di replicare il modello Meloni trasferendo in Paesi terzi (il Ruanda e l’Uzbekistan, forse anche l’Uganda) i richiedenti asilo che hanno ricevuto un provvedimento di respingimento definitivo? Il ministro dell’immigrazione di Cipro, Nicholas Ioannides, aveva già anticipato che l’«idea generale» è quella di impostare i centri «forse in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». E ora c’è anche una lettera in cui più della metà dei 27 Stati membri dell’Unione europea chiede alla Commissione di accelerare i tempi per la creazione di queste strutture di rimpatrio dislocate al di fuori dei confini comunitari, dove rimpatriare quei migranti che hanno già esaurito infruttuosamente tutte le vie legali per ottenere l’asilo politico e che si trovano quindi in una condizione giuridica di irregolarità che ne impone l’espulsione dal territorio europeo. Eppure, a Schlein erano andati dietro tutti: Giuseppe Conte (M5s) in commissione affari costituzionali («L’impianto del modello Albania viola le direttive sulle procedure d’asilo dell’Unione Europea», ottobre 2024), l’altro ex presidente del consiglio Matteo Renzi («L’accordo vìola lo spirito delle regole europee e della decenza», giugno 2024, «è solo un pasticcio giuridico e morale», ottobre 2024), il prezzemolino del piccolo schermo Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra che pochi mesi fa, a marzo, aveva definito la soluzione di Giorgia Meloni «un’operazione che è andata a sbattere contro le leggi europee e la realtà dei fatti». Anche secondo Nicola Fratoianni l’esternalizzazione delle frontiere era «una vergogna etica e una clamorosa violazione del diritto d’asilo europeo» (novembre 2023) e l’impianto normativo era «totalmente illegittimo. Le sentenze europee parlano chiaro: non si possono inventare “Paesi sicuri” per aggirare le tutele del diritto comunitario» (autunno 2024, durante i tavoli dell’opposizione e i ricorsi in tribunale). Per non parlare di Riccardo Magi (ironia della sorte, leader del partito +Europa) che a novembre 2023 si era spinto a parlare di «Guantanamo italiana» bofonchiando di una presunta «violazione del principio di non-refoulement» e insistendo, un anno dopo, sul «tentativo del governo di aggirare le tutele comunitarie giuridicamente incompatibile con il diritto europeo, che è sovra ordinato a quello nazionale». Così tanto «giuridicamente incompatibile» che lo scorso 1 giugno il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno siglato l’accordo sul nuovo Regolamento rimpatri, approvato in via definitiva il 17 giugno, che ha introdotto la possibilità di allontanare i richiedenti asilo respinti verso hub o nei cosiddetti «Paesi terzi» (territori situati al di fuori dei confini dell’Ue) seguendo un modello simile proprio a quello del governo italiano di Giorgia Meloni. E oggi si apprestano - è il caso di dirlo, vista l’urgenza geopolitica e la pressione migratoria interna - a definire un cronoprogramma stringente per la realizzazione del progetto. «Il nostro obiettivo politico ed esecutivo è concludere i primi accordi bilaterali per la creazione di queste strutture esterne entro il 2026, in modo che l’intero sistema logistico e giuridico sia pienamente operativo a partire dal 2027», ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il modello Meloni della gestione extra-Ue dei flussi è, insomma, integrato e apprezzato dai principali governi Ue, guidati da coalizioni trasversali e nessuno lo vede come una provocazione ideologica italiana: è diventato, passo dopo passo, una linea programmatica condivisa a livello europeo, dopo che il cortocircuito burocratico in salsa Ue si è rivelato un sistema perfetto per alimentare l’irregolarità diffusa, la marginalità sociale e, di conseguenza, la profonda sfiducia del corpo elettorale europeo nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Schlein però rimane sempre lì, sul «no» preventivo e categorico nonostante l’intera Europa, sinistra progressista inclusa, segua la strada pionieristica indicata dall’Italia. E c’è ancora chi contesta lo schema e si unisce alla coda dei «contrari per principio», ad esempio il presidente della Repubblica francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero», ha dichiarato Emmanuel Macron, aggiungendo di non essere sicuro che questa soluzione rappresenti «la nostra Europa». La sua, se Dio vuole, finalmente no.
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Riduci
True
2026-06-25
Campo largo di nuovo minato dallo psicodramma primarie. Bonelli esclude l’asse con Iv
Matteo Renzi (Ansa)
Sinistra sempre più in alto mare sul futuro della coalizione e la modalità di scelta del candidato premier. Il leader di Avs a Renzi: «Mai alleanze con chi mi detesta».
Testardamente perdenti: ora che le elezioni politiche si avvicinano (Giorgia Meloni vorrebbe votare nell’aprile 2027), il centrosinistra ha davanti due montagne da scalare, attraverso sentieri sterrati disseminati di mine politiche, ben congegnate e inserite nella nuova legge elettorale.
Prima montagna: se si vuole essere competitivi con il centrodestra nella corsa al premio di maggioranza, non si può fare a meno di nessuno, ma proprio nessuno, per capirci manco di Matteo Renzi con il suo 2%. La seconda: bisogna indicare il candidato premier prima delle elezioni. Entrambe le questioni ruotano intorno alla figura di Elly Schlein, la quale si è messa in testa un’idea meravigliosa: essere indicata come candidata in quanto leader del principale partito (sul modello del centrodestra) o attraverso le primarie, e avere il sostegno di una coalizione modello-Unione di Prodi, che vada da Mastella a Sinistra italiana. L’altro ieri, Giuseppe Conte, intervistato dal nostro direttore Maurizio Belpietro al «Giorno della Verità», alla domanda sulla leadership del centrosinistra ha dato una notizia, e non da poco: «Le primarie rimangono sul tavolo», ha argomentato l’ex premier, «come rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quando ho parlato di primarie, anche Elly Schlein e altri esponenti del Pd si erano detti d’accordo, poi ho visto che c’è stata qualche titubanza. Ma rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quali? Una potrebbe essere anche quella adottata nelle Regioni. Noi non abbiamo mai fatto primarie nelle Regioni, ma abbiamo di volta in volta rispetto ai soggetti candidati, rispetto alle forze di coalizione, valutato tutti insieme quale era il candidato più competitivo. Se si trova un candidato più competitivo», ha aggiunto Conte, «siccome dobbiamo andare a vincere, scegli quel candidato».
L’opzione-leader del primo partito, ovvero l’opzione Elly, sparisce dal tavolo, mentre Conte conferma l’ipotesi delle primarie e soprattutto non esclude di individuare il candidato più competitivo «come avvenuto per le Regioni», ovvero a tavolino. Uno smacco per i dem? Macché: «La notizia», dice alla Verità un esponente di primissimo piano del Pd, «è che Conte, che ha sempre fatto capire di voler essere lui a candidarsi a premier, per la prima volta dichiara di essere pronto a fare un passo di lato se lo fa anche la Schlein. Colgo in questo una novità molto importante, anche se bisogna capire se è pretattica o un ragionamento serio. La dichiarazione fatta a Belpietro si può leggere come: vabbè, può toccare a me, può toccare a lei, anche senza le primarie, ma può non toccare a nessuno dei due. Vediamo se fa sul serio, potrebbe anche voler dissimulare la sua intenzione di essere il candidato facendo una specie di finta».
Ok, ma la Schlein? «Lei è lanciata come un treno», aggiunge il nostro interlocutore, «ma da qui alla prossima estate dobbiamo vedere il clima».
E le primarie? «Ma non le vuole nessuno», argomenta la nostra fonte, «potrebbero essere un modo per sfasciare tutto». Intanto, però, Angelo Bonelli, co-leader di Avs, prende male una dichiarazione di Renzi, che ha detto: «Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni». «Io segnalo a Renzi», dice Bonelli all’Adnkronos, «che noi dobbiamo invece recuperare un rapporto coerente nella politica, perché se c’è una persona che mi detesta, io mai gli chiederei di votarmi perché io ho rispetto del pensiero degli altri, anche di chi mi critica, e se pensiamo di costruire un’alleanza basata su questi presupposti, dico: fermiamoci. Per noi invece l’elemento della coerenza, anche della passione, dei valori è un elemento fondamentale. L’obiettivo», aggiunge Bonelli, «d’altronde, è quello di governare per cinque anni, non far saltare il banco una volta e se arrivati a Palazzo Chigi». Vuole fermarsi prima ancora di essere partito, Bonelli, il che dà la cifra del caos totale che regna dalle parti del centrosinistra. Apri, chiudi, sali, scendi, parti, frena, apri la porta, chiudi la porta, metti la cera, togli la cera. Sempre rispondendo a Belpietro, a una domanda sull’alleanza con Renzi, che lo ha defenestrato da Palazzo Chigi, Conte ha detto: «Non è una decisione da prendere adesso, adesso è il tempo del programma, dopo sarà il tempo di decidere chi coinvolgere in questo progetto, nel programma, valutare ovviamente tutte le condizioni che si presenteranno». Da qui la replica di Renzi. Ma arriva Dolores Bevilacqua, senatrice pentastellata, a fare la poliziotta buona: «La realtà dei fatti», dice la Bevilacqua a Sky Tg24, «è la costruzione da parte del campo progressista di un’alternativa al centrodestra, che si costruisce principalmente in base ai temi che stiamo portando al centro con battaglie comuni in Parlamento: il salario minimo, il congedo paritario, la posizione comune sul genocidio di Gaza. Il perimetro da parte del M5s è assolutamente inclusivo, noi non chiudiamo la porta in faccia a nessuno». La sensazione che abbiamo è che, considerato che il prossimo Parlamento eleggerà il successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, in autunno ci sarà chi metterà un po’ di ordine in questo caos. O almeno ci proverà.
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Riduci
La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni durante una riunione dei capi di Stato e di governo dell’E5 presso la Cancelleria di Berlino, in Germania, il 24 giugno 2026. (Ansa)
Al vertice di Berlino il premier, unico leader stabile presente, detta la linea spronando Bruxelles a fare di più su difesa e sicurezza. Poi, la mano tesa agli Usa: «Legame transatlantico pilastro dell’unità dell’Occidente».
È apparentemente incomprensibile il motivo che ha spinto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, a dire che l’Italia avrebbe consentito 500 decolli aerei dalle basi Nato presenti in Italia.
Eppure un’ipotesi potrebbe essere quella di un maldestro tentativo di riavvicinare Donald Trump a Giorgia Meloni spiegando che non è vero che i Paesi europei non avrebbero aiutato. Parole che però hanno sortito l’effetto opposto e alle quali il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto seccamente. L’ennesimo caso diplomatico che ha preceduto la riunione in formato E5 che si è tenuta a Berlino in vista del summit Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara. La riunione si è tenuta tra i capi di Stato e di governo di Germania, Francia, Regno Unito e Polonia, oltre al segretario generale della Nato Mark Rutte, in videocollegamento da Washington dove si trovava per un incontro con il presidente degli Usa Donald Trump.
Un incontro preceduto da un breve colloquio tra Meloni e il primo ministro della Polonia Donald Tusk. Dopodiché Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico (dimissionario) Keir Starmer e Tusk si sono salutati sulla terrazza del palazzo della Cancelleria, rinfrescandosi con un bicchiere d’acqua e fermandosi a parlare per qualche minuto prima di entrare nei saloni del palazzo che ospitano il vertice. La premier si è soffermata in particolare a parlare con Tusk, entrambi appoggiati al parapetto, mentre alle loro spalle andava in scena un altro breve colloquio a due fra Merz e Macron. È chiaro anche dalle dinamiche che Meloni in questo formato esce forte del fatto di essere l’unico leader stabile e quindi capace di poter dare una linea ed essere credibile.
«Ci aspettano decisioni e appuntamenti importanti e l’Italia come sempre farà la propria parte» spiega Meloni ma «l'Europa deve assumersi le proprie responsabilità in termini di difesa e sicurezza portando avanti con decisione il cammino intrapreso per una componente più forte e solida dell’Alleanza atlantica» ha detto nel punto stampa congiunto al termine del vertice. E poi lancia un ramoscello di pace direzione Washington: «Bisogna rafforzare l’Alleanza Atlantica, rendere ancora più solido il legame transatlantico che rimane uno dei pilastri costitutivi dell’unità dell’Occidente». Su Hormuz ribadisce: «Sul Medio Oriente, la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è per tutti chiaramente un segnale molto positivo, ma siamo consapevoli di quanto il contesto resti precario, di quanto sia necessario contribuire e compiere ogni sforzo per consolidare il quadro» anche perché come già detto al Giorno della Verità «restano centrali il dossier nucleare, la stabilità regionale e la sicurezza delle rotte marittime internazionali con annessa libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz è una priorità strategica per tutti. Su questo l’Italia ha già offerto la propria disponibilità a dare una mano, ferme restando ovviamente le autorizzazioni che nel caso sarebbero necessarie». Mentre «sull’Ucraina ribadiamo il nostro impegno per una pace giusta e duratura all’interno di uno scenario che richiede prima di tutto garanzie di sicurezza efficaci per la nazione aggredita. Ma niente è possibile se noi non continuiamo a sostenere Kiev fino a quando non sarà possibile avere una pace giusta e duratura». E poi: «L’Italia come sapete in questo senso continua a essere impegnata, in particolare siamo impegnati per quanto riguarda le infrastrutture critiche e la resilienza energetica, fronte decisivo che il presidente Zelensky ha rimarcato anche nei giorni scorsi durante il G7 e il Consiglio europeo». Merz, il padrone di casa, ha spiegato che «percorsi solitari sulla difesa sarebbero un errore». È Tusk che ha portato le spese per la Difesa della Polonia al 7%, a spingere affinché l'Europa e i singoli Paesi europei si impegnino di più sul rafforzamento delle capacità di difesa. Per Emmanuel Macron bisogna «consolidare con grande forza il pilastro europeo della Nato, che è estremamente importante». E anche lui sull’Ucraina riconosce che «è un risultato importante il fatto che per la prima volta da 18 mesi tutti i membri del G7 abbiano firmato insieme lo stesso testo e che gli americani, con noi, abbiano dichiarato di sostenere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina, di assumere un sostegno militare ed energetico all’Ucraina, di adottare sanzioni contro la Russia e di impegnarsi nello stesso percorso». Macron ha anche riconosciuto che il primo ministro britannico Keir Starmer ha «fatto molto in questi ultimi due anni per rafforzare il ruolo del Regno Unito in Europa e nella Nato». Per Starmer è il giorno dei saluti che arrivano anche da Meloni e gli altri leader.
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