Nicola Zingaretti, Pasquale Tridico, Lucia Annunziata, Ilaria Salis e Mimmo Lucano (Ansa)
Votate a Strasburgo le «raccomandazioni» per la prossima seduta delle Nazioni Unite. La priorità? Finanziare gli Lgbtq.
Il Parlamento europeo ha approvato una «raccomandazione» in vista della sessione delle Nazioni Unite che si terrà a New York il prossimo marzo. Il tema è serio: la condizione femminile. Lo svolgimento un po’ meno.
Dopo un lunghissimo preambolo, fatto di convenzioni, articoli e commi, ecco arrivare le raccomandazioni. La prima: «Sottolineare che la partecipazione e la leadership delle donne nei ruoli decisionali sono ancora carenti, anche nella politica estera e nella costruzione della pace; riconoscere che gli studi hanno dimostrato che gli accordi di pace raggiunti con la partecipazione attiva delle donne hanno maggiori possibilità di essere sostenibili ed efficaci». Ora, varrebbe la pena far notare come due delle più strenue oppositrici alla pace in Ucraina siano state, e continuino ad essere, proprio due donne, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, che hanno fatto il possibile per sabotare il piano di Donald Trump. E che la Banca centrale europea, che non sta proprio andando a gonfie vele, è guidat da Christine Lagarde. Dettagli. Perché a contare non è tanto la realtà, quanto l’ideologia. Per cui, prosegue il documento, bisogna «assumere un ruolo guida nella lotta globale contro il regresso della parità di genere e condannare fermamente gli attacchi dei movimenti anti gender e anti diritti, che diffondono menzogne, minano la democrazia e prendono di mira i diritti delle donne e delle persone Lgbtiq+».
Perché la questione femminile, per Strasburgo, è intrinsecamente legata a quella delle minoranze omosessuali, come per esempio le trans, ovvero gli uomini che hanno fatto la transizione perché si sentivano donne e che ora il Parlamento europeo equipara ad esse. Per questo Strasburgo s’impegna a «sottolineare l’importanza del pieno riconoscimento delle donne trans come donne, osservando che la loro inclusione è essenziale per l’efficacia di qualsiasi politica di parità di genere e anti violenza». Per questo motivo, bisogna «chiedere il riconoscimento e la parità di accesso delle donne trans ai servizi di protezione e sostegno». Le prime a insorgere, di fronte a questo livellamento delle differenze sarebbero dovute essere le donne stesse, ma così non è stato. Anzi, sono state proprio loro, soprattutto a sinistra, a sottoscrivere queste raccomandazioni.
Il gruppo più compatto è stato Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, che ha potuto contare sui voti di Lucia Annunziata, Brando Benifei, Stefano Bonaccini, Annalisa Corrado, Giorgio Gori, Camilla Laureti, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Sandro Ruotolo, Cecilia Strada, Irene Tinagli, Raffaele Topo, Alessandro Zan, Nicola Zingaretti. Anche Left ha fatto la sua parte, facendo approvare la raccomandazione dall’immancabile Ilaria Salis, da Mimmo Lucano (e chi se no?), Mario Furore, Carolina Morace, Pasquale Tridico , Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle. Non si sono sottratti neppure i Verdi con Cristina Guarda, Ignazio Marino e Benedetta Scuderi. Colpisce, ma forse nemmeno troppo, il voto favorevole di alcuni europarlamentari di Forza Italia come Salvatore De Meo, Marco Falcone, Giusi Princi e Flavio Tosi.
Il documento, inoltre, fissa alcuni punti cardine potenzialmente liberticidi. Tra questi il finanziamento per «le organizzazioni femministe e Lgbtiq+, in particolare i gruppi di base sotto attacco a causa di una riduzione dello spazio civico e di leggi che prendono di mira le organizzazioni non governative». E poi, ovviamente, il Parlamento Ue sottolinea che «la mancanza o la negazione dell’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, compreso l’aborto sicuro e legale, costituisce una forma di violenza di genere e di violazione dei diritti umani e fondamentali».
Le istituzioni europee dimenticano però come l’aborto, sia pure sicuro e legale, rappresenta in moltissimi casi una ferita che accompagna chi lo compie per tutta la vita. E che forse, per aiutare davvero le donne, bisognerebbe presentare delle alternative in grado di sostenerle in una decisione così complessa e irreversibile. Ma richiederebbe troppo tempo e impegno. L’Ue preferisce dedicarsi a lavorare per «una politica estera, di sviluppo e di sicurezza, inclusiva e intersezionale». Che cosa voglia dire, di preciso non lo sanno neanche dalle parti del Parlamento europeo. Ma va bene così.
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Riduci
Un cittadino straniero di 45 anni, visibilmente ubriaco, sull’uscio di un supermercato si è avvicinato a una donna che stava uscendo dopo aver fatto la spesa in compagnia del figlio e le ha urlato: «Questo non è tuo figlio, dammelo!». Poi ha tentato di prenderlo in braccio.
Il fatto è accaduto nella serata di ieri davanti a un supermercato di via Atellana, a Caivano, nel Napoletano. L’uomo è stato arrestato. A ricostruire la vicenda, grazie alla testimonianza delle persone presenti e alla visione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, sono stati i carabinieri, allertati da una telefonata. Dagli accertamenti è emerso che, all’uscita del supermercato, si è avvicinato un uomo di nazionalità ghanese che ha urlato: «Questo non è tuo figlio, dammelo!», indicando il bimbo di 5 anni. I militari hanno trovato il 45enne che bazzicava ancora nei pressi del market e lo hanno arrestato. È stato trasferito in carcere: deve rispondere di tentato sequestro di persona.
Ansa
Sinistra europea costretta a criticare Ursula per la partecipazione della Commissione come «osservatore» al comitato di Trump per Gaza. Vaticano assente. Ira delle opposizioni in Parlamento, Antonio Tajani replica: «Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee».
Da un «Board of Peace» si è trasformato in un «Board of War». La notizia della partecipazione della Commissione Ue, in qualità di osservatore al comitato istituito e presieduto da Donald Trump domani a Washington, ovvero la stessa formula utilizzata da Giorgia Meloni, ha mandato in cortocircuito la nostra sinistra. Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board per Gaza, Bruxelles ci ha ripensato, precisando che ci sarà ma «senza diventarne membro».
Il campo largo però è rimasto spiazzato dalla decisione della loro cara amica Ursula von der Leyen e ieri a Montecitorio si è scatenato il putiferio. La premier Meloni è stata per ore davanti a un bivio: andare a Washington, unica tra i premier dell’Ue, a presenziare all’iniziativa che ha fatto storcere il naso a più di qualche cancelleria, o non andare, scontentando Trump?
A dare il là alla convulsa giornata di polemiche è stato il gruppo dei Socialisti Ue al Parlamento europeo: «La Commissione europea chiarisca il mandato politico e la portata della sua partecipazione al “Board of Peace”, in contrasto con le norme internazionali consolidate e i processi guidati dall’Onu. Ci sono serie preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza», rimarcano i Socialisti, suscitando imbarazzo nella sinistra italiana.
Et voilà. La frittata è fatta. Anche la sinistra si è accorta che l’Ue talvolta sbaglia.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri alla Camera ha detto che non dobbiamo «cedere a visioni partigiane. Gaza è cruciale per la nostra sicurezza nazionale anche in chiave di contrasto al terrorismo e ai flussi migratori irregolari». E insiste che «l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contraria all’articolo 11 della nostra Costituzione». Punto su cui, invece, le opposizioni si infuocano: «Avete trattato l’articolo 11 della Costituzione come un inciampo e un tecnicismo. Se non ci fosse stato l’articolo 11 avreste partecipato a pieno titolo a questo consesso?», chiede la sinistra. «In ogni contatto con l’amministrazione americana», risponde Tajani, «abbiamo sempre richiamato la necessità di garantire la stretta osservanza dei principi della nostra Costituzione». D’altronde, ha aggiunto, «anche l’Ue ha confermato la partecipazione. Allora anche Bruxelles è serva degli Usa?».
Ettore Rosato di Azione interviene: «Se dovevamo mandare un osservatore, bastava l’Ue». Ma Tajani non ci sta: «Se qualcuno ritenesse che esistono alternative serie a questo piano, dimostrerebbe di non sapere fare i conti con la realtà».
Pure il Vaticano, tramite il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, si dice perplesso sulla scelta dell’Italia: «Il Vaticano non parteciperà al Board. Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. Ci sono delle criticità che andrebbero risolte».
La sinistra grida al «colonialismo» e attacca il governo Meloni. Tutte le forze di opposizione, Pd, M5s, Avs, Più Europa, Azione e Iv, presentano una risoluzione unitaria, poi bocciata, per opporsi alla partecipazione dell’Italia, «in qualunque forma» perché ciò «delegittimerebbe l’Onu», scongiurando «qualsiasi forma di contribuzione finanziaria, diretta o indiretta, al “Board of Peace”».
La Camera dà il via libera alla risoluzione della maggioranza con 183 voti favorevoli e 122 contrari. Per il vicesegretario di Forza Italia, Deborah Bergamini, è «una scelta non solo opportuna, ma necessaria, non vogliamo che siano altri a scegliere per noi». La sinistra vuole sempre «ricondurre il tutto a una polemica domestica».
A questo contribuisce la segretaria del Pd, Elly Schlein, per la quale si sta cercando di «sostituire regole condivise con rapporti di forza, la diplomazia con gli affari». Stesso pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa, che attacca Meloni, «una che sta eternamente ad aspettare che altri decidano per capire dove è meglio accucciarsi, dove è meglio ripararsi, dove è meglio scodinzolare». Termine che fa infuriare Tajani: «Noi non partecipiamo a nessun comitato, non scodinzoliamo nemmeno dietro a Tony Blair come non scodinzolavamo dietro alla Merkel. Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee».
In aula scoppia il caos. «Il Board punta solo a favorire gli affari immobiliari del genero di Trump e dei suoi amici imprenditori», urla Laura Boldrini, deputata dem. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, osserva che «nessuno ci va tra gli Stati che hanno una dignità europea, ci va Orbàn, ma mi sembra che non sia una bella compagnia». Per Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, «andiamo a Washington a fare i guardoni» e il segretario di sinistra italiana, Nicola Fratoianni, la definisce «un’accolita di speculatori che in modo dichiarato annunciano la loro speculazione».
In serata si fa sentire pure il leader di Azione, Carlo Calenda: «Credo che oggi sia davvero una pagina nera per l’Italia e per il governo italiano. Sono preoccupato della svolta che Meloni ha dato alla politica estera passando per il sostegno ai Maga che sono estremisti e che vogliono distruggere l’Europa, alla prefazione al suo libro fatta da Vance che è al centro di una rete di neofascisti americani, al fatto che non sia andata alla conferenza di Monaco e che siamo l’unico grande Paese europeo a fare questa genuflessione. Siamo diventati i valvassori della famiglia Trump». D’accordo Angelo Bonelli di Avs: «È un ritorno al feudalesimo».
La sinistra strilla ma non ha proposte se non chiacchiere e flottiglie.
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Riduci
Rubio disorienta l’Europa e Obama riparla di extraterrestri. I giornali raccontano l’America profonda in cerca di divisioni, mentre i dati economici danno per ora ragione a Trump. Addio a Robert Duvall.





