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I due professori universitari Riccardo Negrini e Paolo Ajmone Marsan smontano le fole: «Vivere in stalla dà benessere, ci sono ventilatori e nutrimenti. In futuro il consumo di carne aumenterà».
Riccardo Negrini insegna zootecnia generale, Paolo Ajmone Marsan è professore di miglioramento genetico animale. Entrambi lavorano all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza-Cremona e insieme hanno scritto Fabbricare carne. Tecnologia e allevamenti del futuro (Il Mulino) con l’obiettivo di smontare alcuni luoghi comuni sull’allevamento e il consumo di carne.
Partiamo da una questione molto discussa negli ultimi tempi. Si parla spesso di allevamenti intensivi. Che cosa sono esattamente? Ce ne sono anche in Italia?
Negrin: «In Italia ci sono gli allevamenti intensivi e rappresentano la massima espressione della capacità di coniugare al meglio tutti i fattori della produzione. Noi preferiamo chiamarli, in realtà, allevamenti specializzati. Un allevamento specializzato è quello in cui gli animali sono condotti con il massimo della tecnologia disponibile, con il massimo della conoscenza disponibile e con il massimo del comfort disponibile. Ovviamente fatte salve eccezioni che, grazie a Dio, sono anche, voglio dire, sanzionate dalla legge in maniera pesante».
Lei sa, però, che quando si parla di allevamenti intensivi le immagini che vengono in mente sono terribili. Opposte a quelle a cui si pensa quando invece si parla di animali lasciati al pascolo in montagna.
Negrini: «Questo fa parte di una narrazione che sta in qualche modo dicotomizzando, creando due poli nettamente opposti nel sistema, con una divisione molto netta anche dell’opinione pubblica. In realtà basterebbe veramente affacciarsi a una stalla cosiddetta intensiva o specializzata come quella che abbiamo noi a Piacenza, ma anche come quelle che si trovano in tutto il nostro territorio nazionale, per rendersi conto che la realtà è ben diversa dalla narrazione. Nella nostra stalla di Piacenza, che è una stalla direi media rispetto alle tecnologie disponibili, gli animali sono liberi di muoversi in campi, i paddock sono monitorati da tecnologia 24 ore al giorno, quindi sono raffrescati, sono alimentati con razioni perfettamente bilanciate, ci sono anche rulli con cui gli animali si possono grattare la schiena... Tant’è che sperimentazioni sul comportamento animale organizzate in modo che gli animali possano scegliere tra due ambienti - quello interno di una stalla cosiddetta intensiva e quello esterno - con dei cancelli che misurano l’intenzionalità degli animali, risulta il fatto che gli questi non forzano per uscire. Anzi, forzano per stare all’interno, dove ovviamente d’estate e in generale stanno meglio».
Insomma, lei sostiene che gli allevamenti cosiddetti intensivi non siano così terribili come vengono dipinti da chi.
Negrini: «È una narrazione che non corrisponde esattamente a quello che succede. L’idea che negli allevamenti intensivi gli animali non abbiano confort e benessere è totalmente fuorviante, se non altro perché gli allevatori stessi hanno tutto l’interesse a che gli animali stiano nella migliore condizione possibile e nel miglior comfort possibile. Paradossalmente, quando gli animali sono al pascolo non sempre sono nella situazione per loro ideale. Se non si provvede con adeguati luoghi d’ombra e con adeguata alimentazione o luoghi di abbeverata. Bisognerebbe andare oltre i luoghi comuni per rendersi conto che il sistema è complesso e è sempre alla ricerca della miglior gestione possibile».
Ma allora che differenza c’è fra una bestia che sta in un allevamento come quelli che avete appena descritto e una che sta, invece, libera in montagna?
Marsan: «È una questione di sistema di allevamento. C’è bisogno di animali che abbiano strutture morfologiche che siano adatte per stare qualche mese al pascolo e poi tornare in stalla. Per quanto riguarda per esempio la produzione di latte, stare al pascolo vuol dire alimentarsi con delle essenze che poi danno composti aromatici particolari e, quindi, conferiscono un aroma particolare al latte. Con cui poi si può fare magari un formaggio tipico. L’allevamento viene fatto in modo intensivo nelle stalle di pianura dove le infrastrutture sono più sviluppate. C’è però un tema da considerare».
Quale?
Marsan: «Gli animali domestici non sono come gli animali selvatici, non hanno le stesse esigenze degli animali selvatici, la domesticazione li ha cambiati in modo sostanziale, sia dal punto di vista genetico sia dal punto di vista del comportamento. Per cui non dobbiamo confondere quelle che pensiamo possano essere le esigenze di un selvatico con quelle che sono le esigenze comportamentali appunto di un domestico».
Quindi oggi una vacca preferisce stare all’interno di una stalla invece che stare fuori, all’aria aperta?
Marsan: «All’interno ha i ventilatori. Una vacca è un ruminante, questa incredibile soluzione evolutiva di una simbiosi tra i microrganismi e l’animale fa sì che abbia un fermentatore all’interno del proprio corpo, un fermentatore che produce calore. Per cui soffre il caldo, quindi preferisce stare all’interno dove ha la ventilazione nel momento in cui la temperatura e l’umidità superano certi limiti. Ha delle doccette, i rulli che dicevo prima, ha spazio, ha da mangiare. Una volta gli animali venivano veramente tenuti alla catena e lì il benessere era inficiato, in questo caso gli animali sono liberi, hanno spazio, hanno cure mediche. Allevamento intensivo vuol dire anche avere una certa una certa disponibilità economica e vuol dire che tutte le stalle moderne hanno sistemi di monitoraggio degli animali. Nella nostra stalla sperimentale gli animali sono monitorati come astronauti: sappiamo quanto mangiano, quanto bevono, quanto si muovono, se si muovono bene o se hanno dei problemi alle zampe, se riposano abbastanza, se ruminano per un numero sufficiente di ore, questo è un indice di benessere. Quando c’è qualcuno di questi parametri che non va bene si va a vedere, si interviene, si prevengono problemi maggiori. Questi sistemi cercano di prevenire invece di curare, questo vuol dire anche, dal punto di vista ambientale, avere un minore consumo di antibiotici».
Questo è un tema molto importante. Come si usano oggi gli antibiotici? Vengono utilizzati per le bestie che si macellano qui in Italia?
Marsan: «Una volta si potevano usare gli antibiotici come fattore di crescita, ma adesso per legge è una cosa proibita. Per cui se gli antibiotici vengono usati è per curare gli animali malati. Se una vacca da latte ha la mastite, per forza bisogna usare gli antibiotici, ma il latte viene immediatamente scartato, viene distrutto, non può essere utilizzato. La stessa cosa per i farmaci. Io sono un genetista, la genetica ha cambiato radicalmente quelli che sono gli obiettivi di selezione. Quando mi sono laureato si pensava alla produzione e basta, ma era il millennio scorso. Adesso più della metà del peso del miglioramento genetico è per i caratteri funzionali, vuol dire che ci si è resi conto che è meglio avere animali più robusti. Il reddito dell’allevatore in questo caso non viene da un fatturato maggiore, ma viene da un risparmio nelle cure, dal fatto che gli animali si ammalano di meno, si stressano di meno, hanno un certo di benessere e quindi c’è un risparmio sugli interventi veterinari».
Si riferisce alla riproduzione degli animali, giusto?
Marsan: «Ci sono dei sistemi complessi, adesso anche molto aiutati dall’analisi del Dna, che riescono a stimare qual è il valore genetico di un animale, quindi quanto sono buoni i geni per la resistenza allo stress piuttosto che per la produzione. Quindi si riesce a fare una selezione mirata. Una volta si spingeva tantissimo per la produzione, per la produttività, adesso ci sono molti caratteri che sono funzionali. Si scelgono animali che sono più robusti, meno sensibili agli stress ambientali, ma anche più efficienti. Attenzione, l’efficienza è importantissima, perché è vero che l’allevamento ha un alto impatto ambientale, ma efficienza vuol dire che l’impatto ambientale viene minimizzato».
Vi chiedo un consiglio per chi consuma carne. Come scegliere la migliore?
Negrini: «Partiamo dal presupposto che l’Italia è un Paese in cui il controllo sulla produzione alimentare e specialmente sui prodotti di origine animale è altissimo e capillare. Quindi da un punto di vista della sicurezza, intesa come qualità igienico-sanitaria, il nostro Paese è uno di quelli in Europa più attento e più all’avanguardia. Il nostro valore aggiunto consiste sicuramente nell’offrire quel qualcosa in più a livello di qualità rispetto a Paesi che possono vantare capacità produttive più massicce. Come, banalmente, la Francia, nostra vicina, che ha estensioni di territorio molto maggiori della nostra. Per cui se sommiamo il controllo igienico-sanitario molto capillare e molto attento alla capacità di valorizzazione delle nostre eccellenze locali - i prodotti Dop e Igp, le nostre razze d’eccellenza - ci rendiamo conto che mediamente la carne che si trova nei nostri allevamenti e nei nostri supermercati è di buona qualità».
Che cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro? Cioè, come cambierà la nostra alimentazione? Mangeremo più o meno carne?
Marsan: «Probabilmente mangeremo meno carne in futuro a livello europeo. Ma a livello mondiale tutti gli indicatori dicono che ci sarà un aumento del consumo di prodotti animali in generale. Questo perché ci sono due trend diversi. Uno è l’aumento della popolazione mondiale, anche se non in Italia né Europa. Poi l’aumento della ricchezza. Adesso siamo in un momento di crisi ma il trend è quello: se si guardano gli ultimi 50 anni, c’è un trend di aumento del reddito pro capite in quasi tutto il mondo. Prendete la Cina: venti anni fa era un Paese in via di sviluppo, adesso è al top della tecnologia e il consumo di carne è aumentato in questi ultimi 50-60 anni di nove volte. Ma questo è un trend normale, nel senso che nel momento aumenta il reddito e la gente ha un po’ più di soldi in tasca, cambia dieta. Da una dieta forzatamente priva di prodotti animali iniziano a mangiare prodotti animali. Noi diminuiremo il consumo di carne, probabilmente anche gli Stati Uniti che oggi, forse, ne consumano addirittura troppa. Ma il trend è di aumento della produzione di carne e aumento del consumo di animali».
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Luisa Corna (Ansa)
La conduttrice e showgirl: «Ho inciso anche canzoni per i più piccoli, oggi c’è la tendenza di sentirli intonare pezzi per gli adulti ma ogni cosa deve avere il suo tempo. Noi donne siamo gelose? Soltanto per insicurezza».
Capelli corvini, occhi scuri con nuance di verde, bella voce con cui è diventata nota al pubblico televisivo a Domenica in nei primi anni Duemila. Luisa Corna ha condotto numerose trasmissioni tv, duettato a Sanremo 2002 con Fausto Leali, inciso oltre dieci tra album e singoli, fatto esperienze teatrali e di cinema. È stata protagonista di spot pubblicitari per collant, dentifrici e automobili. Nel novembre 2025 è uscito il suo album cantato dal vivo, Incanto (Azzurra music) con la Merano pop simphony orchestra, interpretando brani cantati da Mina e Battisti («ad esempio Io e te da soli, Se telefonando, Vorrei che fosse amore, di Mina, E penso a te, Il tempo di morire di Battisti e poi canzoni di Natale e altre mie…»). Tuttavia ama anche scrivere per i bambini. Dopo la fiaba Tofu e la magia dell’arcobaleno (2019), sul tema del bullismo, ha ripreso il suo personaggio in Tofu e l’isola di plastica (ed. A.car).
Bella la tua favola. Provenienti da un piccolo e lontano pianeta, Tofu e la sorella Seitan, viaggiando su un arcobaleno, trovano sul pianeta Terra un mare che porta a riva cumuli di bottiglie di plastica.
«Da otto anni vivo al mare, quattro anni in Puglia e altri quattro a Livorno. Mi piace godermelo nei periodi in cui c’è meno confusione. Mi sono resa conto di quanta immondizia restituisca alle coste. Con altre persone organizziamo spesso una piccola raccolta differenziata. Guardando il mare mi è venuta l’idea di questa fiaba. Tofu, arrivato sulla Terra con la sorella, finisce in una lunga distesa di immondizia. Poi fanno vari incontri con il mondo sottomarino e degli umani e finiscono per riunirsi per ripulire il mare. Il senso è quello dell’unione, solo insieme si possono fare le cose. Non c’è un giudizio, ma questa favola vuole insegnare ai bambini ad amare e a rispettare l’ambiente con l’esempio».
Nel libro lo ricordi con un’immagine: per degradarsi, a una bottiglia di plastica servono 450 anni, a una di vetro 1.000, a una lattina 200. Esistono i cestini, i cassonetti. Perché, secondo te, questa inciviltà?
«A volte è anche una questione di superficialità. Poi può succedere anche che, se i cassonetti sono pieni di immondizia, il vento la può trasportare in giro. Forse c’è una scarsa educazione al rispetto dell’ambiente, non tutti hanno la sensibilità di capire che una bottiglia ci metta 450 anni a degradarsi, ma credo che tanti passi in avanti siano stati fatti. Quando ero piccola, la raccolta differenziata non si faceva, oggi la facciamo e la insegniamo anche ai ragazzi. Bisogna andare avanti un po’ per gradi».
Interessante è il fatto che nel libro si può inquadrare un Qr-code e ascoltare le tue canzoni per i bambini, Le principesse del mare, Il cha cha cha dei pesciolini, Il mare canta il rock…
«Venendo dallo spettacolo, dalla musica, dal teatro, mi veniva più facile, come ho fatto nel primo libro, immaginare il racconto con la musica. Ho coinvolto il mio amico maestro Antonino Scala, autore delle musiche, e le illustrazioni sono di Fiora Giovino. All’interno ci sono anche gli spartiti musicali, magari per i bambini che a scuola prendono lezioni, ci sono i pezzi e anche solo le basi per chi vuole cantarli. Ho notato che oggi i bambini cantano le canzoni degli adulti e invece ogni cosa ha il suo tempo».
Infatti ti ricordiamo anche allo Zecchino d’oro 2005. Metti che la società umana potesse toccare con mano l’esempio edificante di un popolo di un altro pianeta…
«A volte ci sono grandi forme di egoismo nel senso che è difficile avere quell’empatia, mettersi nei panni degli altri, molto spesso è più facile giudicare, lo vediamo sui social. Però gli esseri umani riescono anche a sorprenderci, tirar fuori lati positivi. C’è sempre questo doppio aspetto. Se esistesse una società più evoluta a livello empatico sarebbe una bella cosa, forse qualcuno seguirebbe questo esempio e qualcuno no. Ad esempio, ci sono persone che trattano gli animali come figli e altre che fanno cose orribili».
A proposito, hai degli animali?
«Qui personalmente a casa mia no. A casa di mia mamma, invece, ne abbiamo tanti, ho lasciato lì un coniglio, un gatto, perché mi sposto spesso ed è un po’ difficile, abbiamo tipo tre conigli e 12 gatti. Siccome vado e torno, ho preferito così. Stanno benissimo, hanno un bel giardino. Quando arrivo c’è questo gatto, Johnny, che mi corre incontro e io lo abbraccio e gli dico “ma quanto ti voglio bene”».
La tua posizione nei confronti della spiritualità?
«Sono credente. Lo sono sempre stata per educazione. Ho avuto anni in cui mettevo le cose un po’ in discussione. Quando prego sto bene, mi fa stare bene, vado a messa e quando è morto mio padre mi sono resa conto - e mia mamma è super credente - di quanta forza possano dare religione e spiritualità».
Sei nata a Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia. I tuoi che professione hanno svolto?
«Mio padre aveva un’azienda di cavi, corde, edilizia per le imbarcazioni».
Da ragazzina, Palazzolo ti stava stretta?
«Mi stava stretta nel senso che avevo i miei sogni, sapevo benissimo cosa volevo fare e lì non c’erano tutte queste opportunità e quindi sono andata via molto presto. Già a 17 anni vivevo a Milano da sola per studiare canto e teatro. Più avanti, però, ho sentito sempre più il desiderio di tornare spesso, andavo e tornavo, e anche adesso è così, le mie radici sono lì, la mia casa è lì».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella, Sara, anche lei è una cantante, fa concerti, insegna anche canto in accademia a Brescia».
Nel tuo album Acqua futura, del 2005, canti una canzone, Santa vita. «La vita è santa» è un verso. «E dai falle del male così come sai» è un altro.
«Si riferisce a quel momento esatto in cui in una coppia si percepiscono tensioni, come un momento di paura, quel senso di possesso che una persona avverte, qualcosa non funziona. Il concetto è quello di andarsene quando una persona ti vuole diverso da quello che sei».
Anche un uomo, in una coppia, può subire ciò…
«Certo, comunque nella canzone non parlo di atti violenti ma di quella fase subdola in cui una persona vuol cambiarti a tutti i costi. Questo può succedere in entrambi i casi, anche una donna talvolta può voler schiacciare un uomo, avere la totale supremazia. La cosa più bella in un rapporto è essere liberi e bilanciati, tutti ambiamo a questo, liberi di essere noi stessi. Può succedere spesso che una persona si cambia perché all’altro piaci in quel modo…».
Roberta Bruzzone docet. Dal 2005 al 2010 alla conduzione di una parte di Domenica in…
«Avevo il mio spazio musicale, lo conducevo io, poi c’erano Pippo Baudo, Giletti e Maria Venier».
Prima, tuttavia, avevi esordito con Fabrizio Frizzi.
«Con lui feci la mia prima apparizione televisiva nel 1999. Fabrizio si ricordava sempre del mio compleanno. Fra l’altro ogni tanto ci confrontiamo con Emanuela Aureli, attrice comica, e anche lei dice che Fabrizio si ricordava sempre di noi il giorno del nostro compleanno. Quando inizia con lui mi mise a mio completo agio e non è una cosa da tutti».
Come l’hai immaginato dopo che ne s’è andato?
«Solo cose belle. Si metteva sempre nei panni degli altri. Quando se n’è andato, ho saputo che ha donato anche il midollo, faceva le cose con il cuore, posso solo immaginare che sia in un posto assieme a delle persone come lui».
Giorgio Albertazzi ti ha voluto nella pièce teatrale Mami, pappi e sirene in Magna Grecia…
«Mi contattò lui e feci i canti delle sirene. C’erano questi musicisti che utilizzavano strumenti antichi e dovetti inventare, Giorgio mi diede il testo e inventai la parte melodica. Facemmo lo spettacolo per 15-20 giorni al teatro antico di Pompei, venne registrato dalla Rai e interpretai anche il ruolo della maga Circe. Esperienza recitativa importante».
Per un uomo, una donna può essere vista come una sirena? Ulisse si tappò le orecchie con la cera e si fece legare…
«Tutti noi abbiamo le nostre carte da giocarci no? Tra uomini e donne».
In Nirvana, film visionario di Gabriele Salvatores del 1997, ottima colonna sonora, facesti la parte della Dea Kalì.
«Era un piccolo cameo. All’epoca studiavo recitazione e lui venne in questa scuola a cercare attori con fisionomia indiana. Essendo scura di capelli - scurirono ancora di più - mi scelse come dea Kalì, era un film molto elaborato al computer. Ero anche sulla locandina».
Christopher Lambert ne era il protagonista...
«Quando ho fatto la mia sessione lui non c’era, sul set non lo vidi, ebbi l’occasione di conoscerlo più avanti».
Sei sempre attenta al mondo dei bambini.
«Mi fanno tenerezza, sono il nostro futuro».
Hai figli?
«No, ma mio marito ne ha due, li ho conosciuti già da bambini»
Il 9 settembre 2023 ti sei maritata con l’ufficiale dei carabinieri Stefano Giovino. Come vi siete incontrati?
«Ci siamo conosciuti a Palazzolo…».
Ah, nel tuo paese di nascita…
«Sì, ci siamo conosciuti in una giornata che festeggiava i 100 anni della Croce rossa di Brescia, io sono una donatrice di sangue della Croce rossa e anche lui lo è… Ci siamo incontrati e piaciuti e da lì è iniziata la nostra relazione».
Vivete a Livorno…
«Ogni quattro anni ci spostiamo, per il suo lavoro. Prima in Puglia, anche in Sardegna, e adesso a Livorno. Il prossimo anno sarà spostato. Lo seguo perché, con il mio lavoro, riesco. E vivo in caserma, si sta bene, abbiamo una nostra casa nella caserma».
Da cosa nasce la gelosia di una donna per il suo uomo?
«Dall’insicurezza, dal fatto di non sentirsi sicura».
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Nel riquadro l'amministratore delegato di Impianti Simone Lo Russo (iStock)
Nati come balocchi, oggi rappresentano un pilastro bellico. L’ad di Impianti Simone Lo Russo: «L’espansione va verso nuove frontiere in ambito civile per logistica e sicurezza. Ma servono delle regole all’avanguardia che nessuno scrive».
Oggi i droni richiamano due immagini opposte: da una parte le cronache dei conflitti, dove sono diventati strumenti decisivi sui campi di battaglia; dall’altra piccoli velivoli da utilizzare come gadget tecnologici. Tra queste due rappresentazioni, però, esiste una terza dimensione ancora poco compresa ma destinata a incidere profondamente sull’economia e sull’organizzazione dei trasporti moderni.
Quella dei droni come infrastrutture di servizio, capaci di rivoluzionare la logistica, il monitoraggio delle reti, la manutenzione delle infrastrutture e, in prospettiva, la mobilità delle persone.
A parlarne è Simone Lo Russo, ad di Impianti, la società quotata a Piazza Affari che quarant’anni fa ha fondato insieme a Simona Castelli, oggi direttore generale.
La diffusione dei droni, per il momento, è legata all’utilizzo bellico. Quelli civili sono considerati giocattoli o poco più. Se tolgono la divisa, possono diventare una rivoluzione anche economica?
«Sì, ma solo se smettiamo di guardarli come curiosi oggetti volanti e iniziamo a considerarli infrastrutture di servizio. Il drone civile non è il giocattolo che sorvola una spiaggia: è uno strumento per ispezionare ponti, monitorare reti, intervenire nelle emergenze, raccogliere dati agricoli, controllare frane, incendi, coste e cantieri. La rivoluzione arriva quando il drone entra nei processi industriali ordinari, non quando fa una dimostrazione spettacolare. Le condizioni sono tre: regole chiare, autorizzazioni rapide e una domanda pubblica capace di fare da traino».
Il mercato italiano vale 168 milioni di euro: è una cifra che indica maturità industriale o, al contrario, un ritardo?
«È una cifra che indica un settore vivo, ma non ancora maturo. I 168 milioni segnalano che esiste un mercato, ma non ancora una filiera industriale consolidata. La crescita c’è, ma resta contenuta, e la parte più innovativa, ovvero la cosiddetta mobilità aerea avanzata, pesa ancora poco rispetto alle attività più tradizionali di ripresa, ispezione e monitoraggio. L’Italia ha competenze, imprese e casi d’uso interessanti, ma fatica a scalare».
Le 675 imprese attive nel settore rappresentano un ecosistema solido o un mercato ancora troppo frammentato?
«Rappresentano entrambe le cose. Da un lato, 675 imprese sono un segnale positivo: dimostrano che esiste un tessuto imprenditoriale diffuso e che il settore non è più marginale. Dall’altro, molte realtà sono piccole composte essenzialmente da un professionista o poco più, specializzate in servizi, spesso dipendenti da singole commesse o da autorizzazioni caso per caso. Un ecosistema è davvero solido quando ha filiere integrate, capitali, standard tecnici condivisi, domanda stabile e capacità di esportare. Oggi l’Italia ha molti operatori, ma non ancora una vera politica industriale del drone».
Il tema degli air taxi viene spesso evocato come simbolo dell’innovazione. Quanto c’è di concreto e quanto è marketing?
«C’è una parte concreta, ma oggi il marketing corre più veloce della realtà operativa. Gli air taxi esistono come tecnologia in fase avanzata di test, ma trasformarli in un servizio urbano regolare richiede certificazioni, rotte, gestione del traffico, infrastrutture, sicurezza, accettazione sociale e sostenibilità economica. Non è fantascienza, ma non è nemmeno un servizio pronto a sostituire taxi e metropolitane».
I vertiporti urbani vengono presentati come infrastrutture strategiche. Esistono piani e risorse o siamo ancora agli annunci?
«Esistono piani, studi e sperimentazioni, ma siamo ancora lontani da una rete infrastrutturale reale. Il vertiporto non è una piazzola elegante sul tetto: è un’infrastruttura complessa, che deve integrarsi con aeroporti, trasporto pubblico, reti energetiche, sicurezza urbana e gestione dello spazio aereo. Finché non ci saranno regole stabili, investimenti coordinati e una domanda commerciale verificabile, il rischio è che i vertiporti restino oggetti da rendering. La domanda decisiva non è “dove atterrano gli air taxi?”, ma “chi li userà, a quale prezzo e dentro quale sistema di traffico?”».
Il servizio di recapito tramite droni viene presentato come una rivoluzione logistica. Esistono già evidenze economiche che ne dimostrino la sostenibilità?
«Non ancora in modo convincente su larga scala. Il delivery con droni può avere senso in nicchie precise: aree remote, consegna di farmaci, campioni biologici, emergenze, isole, zone montane o tratte dove il trasporto terrestre è lento e costoso. È molto meno chiaro, invece, che funzioni economicamente per consegnare milioni di pacchi in città. I costi non sono solo quelli del drone: ci sono supervisione, manutenzione, assicurazioni, autorizzazioni, infrastrutture digitali, gestione del traffico e sicurezza. Il punto non è se il drone possa consegnare un pacco; il punto è se possa farlo meglio, a minor costo rispetto alle alternative».
Cieli affollati di droni per le consegne. È uno scenario realistico o una visione ancora lontana dalla realtà?
«È uno scenario lontano, almeno nelle città europee. Più realistico è immaginare corridoi autorizzati, tratte specifiche, servizi sanitari, industriali o logistici in aree controllate. L’idea di cieli pieni di droni che consegnano qualunque cosa a qualunque ora pone problemi enormi: rumore, privacy, sicurezza, responsabilità in caso di incidente, interferenza con elicotteri, aviazione generale e servizi di emergenza».
Si parla di manutenzione predittiva di viadotti e linee elettriche. Dopo tragedie infrastrutturali che hanno segnato il Paese, perché l’adozione di queste tecnologie non è ancora diventata uno standard condiviso?
«Perché il problema non è tecnologico, è organizzativo. I droni possono raccogliere immagini, dati termici, rilievi e modelli 3D; l’intelligenza artificiale può aiutare a individuare anomalie; ma poi servono capitolati, responsabilità, database interoperabili, manutenzione programmata e budget pluriennali. In Italia spesso innoviamo per emergenza, non per standard. Dopo una tragedia tutti parlano di prevenzione, ma la prevenzione richiede continuità amministrativa, non solo annunci. Se il controllo con droni resta una sperimentazione o una voce accessoria nei bandi, non diventerà mai una pratica ordinaria di sicurezza pubblica».
È corretto affermare che oggi l’ostacolo maggiore alla diffusione dei droni civili è politico e amministrativo?
«Sì, con una precisazione: non è solo burocrazia, è mancanza di governance. Le regole servono, perché i droni volano sopra persone, infrastrutture e città. Il problema nasce quando le regole sono lente, incerte o disomogenee. Il mercato chiede autorizzazioni prevedibili, aree di sperimentazione, standard tecnici, coordinamento tra autorità aeronautiche, Comuni, Regioni, gestori infrastrutturali e soggetti industriali. Non basta liberalizzare: bisogna governare. Oggi molte tecnologie sono già disponibili, ma il passaggio dalla prova al servizio stabile è ancora troppo faticoso».
In una sola frase: qual è oggi la decisione politica più urgente per evitare che l’Italia resti spettatrice di una rivoluzione guidata da altri?
«Approvare una strategia nazionale sui droni civili che trasformi sperimentazioni, autorizzazioni e domanda pubblica in un mercato industriale stabile, sicuro e competitivo».
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Miliziani armati sarebbero tornati a reclutare giovani con la forza nella capitale regionale Mekelle. L’ex presidente nigeriano Obasanjo prova a salvare gli accordi di pace mentre crescono le tensioni con l’Eritrea e nelle altre regioni del Paese.
La pace in Etiopia, faticosamente raggiunta dopo due anni di guerra, sembra davvero appesa a un filo. Da alcuni giorni un gruppo secessionista del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT), il movimento che ha combattuto l’esercito federale, ma che aveva accettato la pace, ha deciso di riprendere le armi.
Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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