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2026-06-22
Gianluca Nana: «Non c’è solo il filetto, è la cottura giusta che valorizza la carne»
Gianluca Nana
Il macellaio: «Quella stagionata è una moda, ma è davvero più gustosa. Per fare miracoli bastano un forno e una padella (non troppo calda)».
Gianluca Nana è un professionista della carne che spopola sui social ma che ha alle spalle grande esperienza, tanto lavoro, tanti viaggi e tantissima passione. Ha aperto Nana Meat & Wine a La Spezia e per l’editore Gribaudo ha pubblicato Non è solo un pezzo di carne. Sceglierla, cucinarla e mangiarla in modo consapevole, un manuale fondamentale per gli appassionati.
Va molto di moda, anche sui social network, la stagionatura della carne. Può spiegare di che cosa si tratta?
«Ha detto bene, è una moda perché tutti adesso cercano carne diciamo frollata, più conosciuta come dry age, un termine che letteralmente significa invecchiatura a secco. Come nel caso del formaggio o del salame piuttosto cìè una maturazione della carne, che si trasforma. Si concentrano proteine e zuccheri, aminoacidi e quindi diventa più saporita. È un procedimento che c’è sempre stato, perché si è sempre fatta la frollatura in macelleria, però ora ci spingiamo fino a un massimo di tre mesi, periodo di tempo che rappresenta l’eccellenza per queste carni».
Viene però spontaneo domandarsi: ma non ci sono dei rischi? Una carne che invecchia tre mesi si può ancora mangiare senza problemi?
«Certo. Non parliamo di conservazione in celle normali, ci sono macchinari studiati appositamente per il controllo di aria, che è fondamentale, temperatura, umidità. Questo ci consente di tenere sotto controllo la situazione, non fare in modo che si formino delle cariche batteriche che possano essere dannose per il consumatore. Soprattutto andiamo a disidratare il pezzo di carne. Togliendo acqua togliamo anche la possibilità che proliferino i batteri».
Ma questa carne è anche più buona?
«Più buona secondo me sì. È più buona ma va saputa fare, perché mettere un pezzo di carne in un frigorifero non vuol dire frollare. Frollare vuol dire scegliere un pezzo adatto per fare questo percorso, pulirlo in maniera adeguata, per bene. L’età dell’animale poi è importantissima, insomma sono tutti dettagli fondamentali perché il risultato sia ottimale».
E quanto può arrivare a costare una bistecca di carne stagionata a tre mesi?
«Al tavolo, dunque cotta e pronta per essere mangiata, diciamo che mediamente si parte dagli 80 euro in su. Noi ad esempio abbiamo del wagyu di Canegra in osso che ha un prezzo molto alto, siamo a 250 euro al chilo e quindi anche la vendita è molto lenta».
Il wagyu, il manzo giapponese, è un altro mito gastronomico dei nostri giorni. Che cosa lo distingue dalle altre carni bovine?
«Per me è completamente un’altra cosa. Io sono stato in Giappone due anni di fila per capire la loro cultura e lì c’è un lavoro di selezione maniacale sulla genetica, sugli incroci, sull’alimentazione... Insomma c’è tanta storia dietro a quel pezzo di carne, che poi non sembra carne perché si scioglie in bocca, è tenerissima».
Anche costosa?
«Costosa dipende, perché per tanti è stomachevole proprio per la quantità di grasso. Pensate che in Giappone la scelgono in base a quanto si scioglie in cella. Cioè quando la tagliano al freddo, se il taglio è regolare, vuol dire che il grasso è di grande qualità perché si scioglie in cella al freddo, non diventa soda».
Il fatto che una carne abbia molto grasso la rende più saporita?
«Sì, però diciamo che il fattore vincente è la proporzione tra grasso e carne e età dell’animale. Questi elementi danno il sapore. Come diceva mia nonna, gallina vecchia fa buon brodo.... Se l’animale è più adulto, costa di più farlo ma ha più sapore ed è anche più tenace. È per questo che è importante il grasso. La percentuale di grasso toglie la parte di acqua, quindi è carne più sicura dal punto di vista dei batteri ed è più saporita e più tenera».
Se uno entra in un ristorante come il suo trova persone specializzate che sanno scegliere e consigliare. Ma uno che va al supermercato come deve scegliere la carne? Cioè come si fa a sapere quale sia la carne di manzo più buona?
«Io quasi 30 anni fa ho iniziato proprio nella grande distribuzione e lì bisogna comunque cercare di avere un rapporto col macellaio, quindi non prendere proprio tutto dalle confezioni che sono esposte, ma chiedere e informarsi sull’età dell’animale, sulle caratteristiche che non sono specificate in etichetta. Secondo me bisogna cercare di avere un rapporto con chi lavora la carne, questo è il segreto più importante. Poi cercate di non mangiare scottone perché sono troppo giovani e il sapore non ci sarà mai. Ci sarà tanta tenerezza ma poi bisogna usare sale e olio perché il sapore cala. E dovete cercare, se possibile, un animale che sia superiore ai 24 mesi di età, lì c’è sapore, c’è struttura e c’è anche un po' di marezzatura, perché quella la mette nel tempo».
Spieghi che cos'è questa famosa marezzatura.
«Sono quelle righette di grasso che trovate all’interno del taglio anatomico. Quelle le mette l’animale nel tempo».
Ma non è sgradevole mangiare una carne molto grassa?
«No, no. Certo, dipende anche dalla qualità del grasso, però mediamente quel grasso - se cotto in maniera adeguata - crea la reazione di Maillard che piace un po’ a tutti, che è quello che cerchiamo quando andiamo a mangiare la carne. La carne semmai è sgradevole quando viene bollita, no? Come magari in casa faceva mia mamma: per non fare fumo, bolliva la bistecca. Non faceva fumo ma la carne non era buona».
Come si fa a cuocere per bene una bistecca a casa senza farla diventare dura, senza avere il grasso che diventa di marmo?
«Con una padella e un forno si possono fare miracoli, non servono 4 metri di griglia a carbone come ho io. Se è una carne bassa di spessore consiglio di andare solo in padella. Io ho la mia idea, vado un po’ contro tante cose che si sentono dire. Quando la padella è troppo calda, la carne diventa amara, quindi facciamo attenzione perché va bene la padella calda, ma non troppo. Se è caldissima, non appena appoggi la carne diventa amara».
Quindi niente padella troppo calda.
«La carne non deve essere amara, si deve sentire il gusto. Se è amara vuol dire che abbiamo superato la temperatura di cottura. La carne, se è bassa, non serve neanche tirarla fuori dal frigo molto prima, perché sennò ti si cuoce troppo dentro. La tirate fuori dal frigo, la passate nella padella e la girate di continuo finché non diventa croccante all’esterno. Dopodiché la levate dalla padella e la fate riposare coperta. L’andrete ad assaggiare, non sarà troppo cotta all’interno ma sarà gradevole e calda perché mettendola a riposare avviene uno scambio termico: il freddo che si è accumulato all’interno esce, quindi mangerete una carne tenera, succosa e calda».
Quindi non c’è bisogno di usare olio o grassi per cuocerla.
«Esattamente, perché se la carne ha il suo non serve. Soprattutto se non è una carne giovane e fresca che fa il classico effetto per cui si ritira in padella e lascia liquido. Attenzione, se esce liquido non è detto che sia per forza carne dopata».
No?
«Guardate, io ho girato in Argentina, in Giappone e ragazzi... i controlli che ci sono in Italia sono altissimi. Magari fa acqua perché quando l’animale è giovane la sua fibra muscolare è composta da tanta acqua. Se già è più marezzata e sopra 24 mesi, il grasso e le strutture vanno a sostituire l’acqua».
A livello di bovini quali sono le carni italiane migliori secondo lei?
«Non è facile... Togliamo fassona e chianina».
Perché?
«Perché il nome purtroppo è così famoso che io alla fine trovo poco prodotto di qualità. Forse dico una cosa un po’ pesante... Però c’è troppa richiesta e quindi non c’è carne bella per tutti. Questo è il primo motivo per cui mi sposto su altre razze meno ricercate come Grigio alpina, Bruna alpina, dolica, maremmana, marchigiana... Ci sono un sacco di razze in Italia, tutte razze da lavoro, tutti animali che vanno portati almeno sopra i tre anni, però danno soddisfazioni».
Che rapporto ha con la morte? Cioè con il fatto che si debba comunque ammazzare un animale per mangiare una bistecca?
«Intanto per rispetto dell’animale cerco di usarlo tutto, quindi compro l’intero, odio gli sprechi. E mi sentirei a disagio nel non rispettare il sacrificio dell’animale buttando via merce o non valorizzandola. Cioè spesso si mangiano bistecca e filetto e con tutto il resto nessuno si chiede cosa venga fatto, viene svalorizzato, entra in industria per essere finito e questo non fa che alzare i prezzi e creare sprechi. La mia idea è di valorizzare tutto quello che c’è, ringraziare per il sacrificio».
Ha citato il filetto. Ma a parte quello e la classica tagliata che si ordina al ristorante, ci sono altri tagli buoni e magari meno costosi?
«Questo è ciò che ho provato a fare con il libro. I miei viaggi mi hanno insegnato che ogni paese ha le sue tradizioni, le sue tecniche. Tutti i pezzi dell’animale sono buoni come un filetto, basta fare la cottura e la lavorazione adeguate per ogni singolo taglio. Quindi da un cappello del prete che tutti fanno brasato ci si può fare anche la griglia, basta togliere le parti nervose. Tecnicamente il concetto è molto semplice: quello che va in griglia non deve avere nervi perché induriscono. In base allo spessore del taglio e alla nervatura bisogna fare una cottura adeguata e tutti i tagli diventano buoni, tutti. Chiaramente se devo fare un brasato non andrò a prendere un taglio magro. Io in estate faccio lo stinco, monoporzione, come se fosse un filetto. Prima lo cuocio alla brace e poi lo metto sottovuoto, faccio 21 ore a 78 gradi ed ecco che ho valorizzato un taglio che altrimenti avrebbe fatto una brutta fine».
Quindi dove c’è una parte dura non bisogna fare in modo che si indurisca ulteriormente.
«Va sciolta. È quello il gioco. Al contrario se prendo una carne magra per il brasato, anche se la cuocio venti ore combino un casino perché non avendo collagene da sciogliere verrà secca e asciutta lo stesso».
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Riduci
Antonella Elia (Ansa)
La showgirl: «Nella vita non riesco a fingere, però mi piacerebbe entrare in un altro personaggio, magari drammatico. A Mike e Corrado non riesco a trovare difetti. Vianello scherzava su tutto, anche su sé stesso».
Quando si ricorda bambina in una Torino imbiancata dalla neve a Natale ha quel modo incantato di raccontare come fosse una fiaba. È anche questo il modo di essere di Antonella Elia, forse quello che di lei aveva colpito anche Mike. Con la sua spontaneità una volta lo fece sobbalzare ma le voleva così bene che subito dopo la abbracciò.
Ti sei classificata seconda al Grande Fratello Vip 2026, tra i cui concorrenti c’erano Alessandra Mussolini, risultata vincitrice, e Adriana Volpe. Come valuti l’esperienza?
«Molto divertente. È stato faticoso, doloroso, ma molto divertente, un’esperienza off-limits che mi ha segnata, mi ha toccata, forse anche un po’ cambiata…».
Il rapporto più difficile con gli altri in gara?
«Il rapporto più difficile è stato con la Mussolini».
L’isola dei famosi. Concorrente nel 2004 e nel 2012. Nel 2012 hai vinto. Il pubblico sceglie con il televoto. Qual è l’elemento di un personaggio che colpisce più?
«Per quel che mi riguarda la verità e l’umanità. Parlo di me, non degli altri. Viene fuori la mia umanità ma anche la mia stravaganza, la mia libertà, il mio essere insomma».
Nel 2012 cosa è più piaciuto di te, in particolare?
«Guarda, non ne ho la più pallida idea, mi vedo attraverso gli occhi del pubblico, mi nutro di questo e poi penso di essere migliore di quella che sono. Diciamo che di me non c’è mai nulla che mi piaccia, mi vedo in un certo modo attraverso le persone e quello che loro dicono è il mio essere vera, libera, selvaggia, irruente, impulsiva, irresponsabile, queste sono le cose. Irresponsabile veramente non me l’hanno mai detto».
Hai partecipato a tanti reality. A prescindere da come ti senti, da un punto di vista emotivo, quando torni a casa serve una risocializzazione?
«Risocializzazione no perché ti fa piacere essere di nuovo in mezzo alle persone, incontrare delle persone che magari non vedevi da mesi. È molto facile reintegrarsi anche perché senti l’affetto di tutte le persone che hanno tifato per te, che ti hanno sostenuto. Però, psicologicamente, per quel che mi riguarda è sempre un trauma. Lunga o breve che sia la mia esperienza, ne esco sempre un poco frastornata, abbattuta… è sempre una cosa emotiva molto molto forte, per cui dopo è come dovessi leccarmi le ferite, non so, perché a livello emotivo e psicologico comunque si hanno perlomeno delle ferite. I rapporti umani, con gli altri, almeno per me, sono sempre rapporti di tensione, con litigi, amore e odio, tanto, tutto è molto ingigantito perché vivi in una bolla, una realtà a sé, il tuo mondo diventa quelle 15-20 persone e lì si scatenano tutti i tuoi tormenti, le tue passioni, la tua competitività. Sono sempre esperienze per me molto forti».
Sia nella vita professionale sia in quella privata, quale ritieni essere il punto di forza e quello di debolezza del tuo carattere?
«In generale il mio essere vera, non è un vanto eh, ma io non riesco a usare tattiche o maschere o a fingere di essere qualcosa che non sono. Quello che sono si vede e quindi credo sia il mio punto di forza, io non mi nascondo, non faccio nemmeno un tentativo».
Ciò può diventare anche una debolezza?
«Assolutamente, una debolezza nel senso che ti esponi e poi magari soffri e non è fragilità o forse è fragilità ma è soprattutto emotività. Sono estremamente emotiva ma penso di essere comunque forte, dura come la roccia, mi piego ma non mi spezzo. Quindi non sono fragile ma molto emotiva. Le fragili si disfano, si spezzano, si disperano. Io no, io lotto».
Nella tua carriera televisiva, sei stata a fianco di Corrado, Bongiorno, Vianello, Castagna e altri. C’è qualcuno di essi per il quale provi qualche risentimento?
«Risentimenti assolutamente no, ogni lavoro che ho fatto è stato fatto con passione, sia nel mio caso sia nel caso del conduttore che ho affiancato. Sicuramente Corrado, Raimondo e Mike sono le mie tre perle, quelli cui sono stata più legata».
Mike Bongiorno, ti scelse lui per affiancarlo in vari programmi. Celebre quella sua sfuriata alla Ruota della fortuna del 1996. Esultasti quando una concorrente rifiutò una pelliccia offerta dallo sponsor. Come ricomponeste l’incidente?
«Ma immediatamente, perché mi voleva bene. Poco dopo mi ha fatto chiamare nel suo ufficio e mi ha abbracciato».
Nel 2002 ancora accanto a Mike per il programma Qua la zampa!...
«Esatto, ricordo che c’erano dei bei cagnoni»
Hai qualche animale, un cane, un gatto?
«Adesso no, ma ho avuto due pastori tedeschi».
Quali erano secondo te i pregi e i difetti di Mike?
«Non mi permetterei mai di parlare di difetti rispetto a Mike o a Corrado. Proprio no, non esiste al mondo. A parte che Mike lo trovavo adorabile e mi trovavo benissimo con lui…».
Invece il tuo miglior pregio e il tuo peggior difetto?
«Quello di essere una persona vera e quello di essere emotiva. Ma non lo ritengo un difetto. Essere molto emotivi ti espone molto e quindi, esponendomi molto, probabilmente sono una persona a pelle nuda, sono carne viva».
E Raimondo Vianello?
«Auto-ironico, scherzava su tutto e su tutti, su sé stesso, sulla vita, sulla morte, il re dell’autoironia».
Qual è il tuo pensiero sulla spiritualità?
«La spiritualità è la base degli esseri umani. Gli esseri umani se non sono spirituali non hanno ragione di esistere».
Pensi che, dopo, ritroveremo le persone che abbiamo amato?
«Sono convinta che i miei genitori, i miei nonni e la mia seconda mamma mi stiano aspettando. Veramente penso che anche che i miei due cani mi stiano aspettando ma non vorrei essere blasfema».
Non è questione di essere blasfemi, anche la stessa Chiesa cattolica ha varie aperture rispetto a questa tematica. Personalmente ti confesso che ho buone speranze…
«Anch’io!».
E sull’amore, nel senso di amore romantico, pensi possibile quello eterno?
«No, l’amore in senso assoluto sì, resta, ma amore eterno cosa vuol dire? Parli delle coppie?».
Sì.
«L’amore e la passione dopo un po’ diventano affetto, complicità…».
Si tratta sempre di amore, tuttavia. Certo, la passione può andare in calo…
«Certo, si trasforma. Ma in genere diventa noia, fastidio e sopportazione».
Vero anche questo ma con un po’ di lontananza il rapporto potrebbe riaccendersi…
«Certo, perché l’amore comunque non finisce, si trasforma».
Hai perso la mamma quando avevi un anno, il papà, avvocato, in un incidente stradale, purtroppo. Esperienze dolorose. Come hai trovato la forza per arrivare dove sei arrivata?
«È il mio carattere, sono una persona estremamente resiliente e quindi mi risollevo e lotto. Lotto per la mia sopravvivenza, per la realizzazione dei miei sogni, per la mia creatività, io lotto…».
Com’eri da bambina?
«Ero molto vivace. Ma un ricordo di me è che ero sempre un po’ solitaria».
Figlia unica?
«Sì, figlia unica».
Sei nata a Torino. Come ricordi la Torino della tua infanzia?
«Con la neve a Natale, romantica, sempre un po’ grigia però… bella la neve che cadeva a Natale».
In quale città vivi ora?
«A Roma».
Hai fatto teatro, anche cinema. Qual è la cosa alla quale, nei tuoi progetti, terresti di più?
«Questa è una domanda difficile. A me piace recitare ma non sono mai arrivata a fare cinema e fiction. Ho fatto delle cosette. Il teatro mi piaceva molto farlo ma adesso mi piace di più la televisione per cui vorrei continuare a fare tv a meno che non capiti un miracolo e mi offrano una fiction, mi piace tantissimo recitare, magari mi offrissero una fiction, bello, entri in un altro personaggio, magari drammatico, è liberatorio, è catartico».
Tuttavia, lo spettacolo di teatro cui hai partecipato che ti ha dato maggior gratificazione?
«A Chorus Line, il musical di Saverio Marconi».
Perché?
«Perché mi piaceva tanto cantare, ballare, recitare ed era un musical bellissimo degli anni Ottanta, era venuta la coreografa americana a insegnarcelo, un mese e mezzo di prove a Tolentino, nella compagnia erano simpaticissimi, tutti ballerini, abbiamo fatto grande amicizia, esperienza bellissima».
La cosa che più ti annoia di una persona?
«La monotonia, le persone banali, scontate, che so già quello che diranno e quello che faranno».
Una persona imprevedibile dunque?
«La adoro».
Un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito…
«Nel corso della mia vita ho letto libri meravigliosi. Da piccola avevo iniziato Guerra e pace, Anna Karenina. La maturità l’ho fatta con Moravia, lo adoravo, La noia. Ho letto valanghe di libri e leggo anche adesso perché leggere è come fare un viaggio dell’anima. Un libro che mi ha molto toccato è Una vita come tante, di Hanya Yanagihara».
Romanzo imponente di oltre 1.000 pagine edito da Sellerio. Mi parlavi della tua maturità. Classica o scientifica?
«Classica. Veramente avrei voluto fare il liceo artistico perché sin da piccola sognavo di dipingere. Latino e greco li studiai a forza, una palla colossale, mi piacevano italiano, filosofia…».
Oggi dipingi?
«Certo, ma una pittrice brava non s’inventa a meno che tu non sia un talento come Caravaggio».
Soggetti?
«Donne e natura, a olio o acrilico. Solo gelosissima dei miei quadri, è come ci fosse un pezzo di anima mia attaccato, è l’unica cosa di cui vado terribilmente fiera, non li venderei mai».
La canzone pop che più ti piace?
«Sei nell’anima, della Nannini».
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Riduci
Ansa
Il morbo che infesta l’Occidente non viene da fuori, ma è interno. È l’idolatria della trasgressione fine a sé stessa, che ha inizio storicamente con la Riforma luterana. La salvezza sta nel tornare ad amare il Padre. Ed è possibile, anzi sta già avvenendo.
L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. L’atroce bagno di sangue della Rivoluzione francese, l’orrendo bagno di sangue della Rivoluzione d’ottobre sono ribellioni approvate e amate.
Persino l’uccisione per stenti del figlio del re e di Maria Antonietta, gli stermini in Vandea, lo sterminio della famiglia dello zar sono presentati sui nostri libri come una cosa carina. Il nazismo si presenta come movimento rivoluzionario, non è di destra e non è conservatore: ribellione del Volk contro Versailles, contro Weimar, contro la finanza apolide. Il fascismo è rivoluzione fascista, marcia su Roma, «me ne frego» contro il vecchio mondo liberale. Le Brigate Rosse colpiscono il cuore dello Stato, e una parte non piccola dell’intellighenzia italiana, per anni, ne sussurra l’eroismo. Il terrorista islamico diventa un combattente per la libertà, il kamikaze un resistente. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas bruciano vivi neonati, stuprano ragazze, decapitano vecchi nei kibbutz: e l’8 ottobre nelle capitali d’Europa esplodono i cortei. Le vendite di kefiah su Amazon balzano del 75% in 56 giorni, gli ordini alla fabbrica Hirbawi di Hebron toccano le 150.000 richieste come scrive Lorenza Formicola sulla Nuova Bussola Quotidiana, in Italia le bandiere palestinesi registrano un più mille per cento. L’Occidente non piange le vittime: compra la divisa dei carnefici. Perché il carnefice, in quanto ribelle, è bello.
Possiamo scrivere una vera e propria, e sicuramente incompleta, bibliografia del crepuscolo, l’elenco dei libri sul declino, la morte e il suicidio dell’Occidente, dai precursori filosofici al filone contemporaneo. Tra i precursori filosofici e classici novecenteschi abbiamo: Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza. Frammenti sul nichilismo europeo (1883-88); Paul Valéry, La crisi dello spirito (1919, «noi civiltà sappiamo ora di essere mortali»); Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (1918-22); Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee (1936); René Guénon, La crisi del mondo moderno (1927); Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1934); Arnold Toynbee, A Study of History (1934-61 , «le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio»); Christopher Dawson, La crisi dell’istruzione occidentale (1961); Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione (1978). A queste campane di morte si aggiunge il filone contemporaneo: James Burnham, Il suicidio dell’Occidente (1964); Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà (1996); Pat Buchanan, The Death of the West (2002); Roger Scruton, Il suicidio dell'Occidente (2010); Éric Zemmour, Il suicidio francese (2014); Douglas Murray, La strana morte dell’Europa (2017); Jonah Goldberg, Miracolo e suicidio dell’Occidente (2018); Patrick Deneen, Why Liberalism Failed (2018); Giulio Meotti, La fine dell’Europa (2020); Federico Rampini, Suicidio occidentale (2022); Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente (2024); Eugenio Capozzi, L’autodistruzione dell’Occidente; Paul Craig Roberts, Il capolinea dell’Occidente.
Nessuno però è riuscito a mettere a fuoco la prima causa: perché la civiltà più ricca di scienza, arte, filosofia, letteratura, bellezza e potenza, ha cominciato ad accartocciarsi su sé stessa? Paolo Gambi ha messo a fuoco l’eziologia della malattia. Paolo Gambi ha milioni di follower. Parla di cristianesimo e amore per la vita. I suoi video sono straordinari, spesso commoventi. Il suo Il Morbo. Perché l’Occidente odia se stesso non è l’ennesimo giustissimo pamphlet sulla crisi della civiltà europea, è il testo che dà la risposta. Un libro coraggioso, lucidissimo, scritto con la temperatura emotiva di chi non vuole vincere un dibattito ma salvare un paziente, e quel paziente siamo noi. La tesi di Gambi è di una semplicità folgorante: l’Occidente non è aggredito da fuori, è infettato da dentro, e il nome di questa infezione è l’amore per il ribelle, che nasce con Lutero, l’unico ribelle veramente di successo nella storia europea. Non si parla della ribellione in sé contro l’ingiustizia, contro il male, ma dell’innamoramento culturale e sentimentale per la figura del ribelle, l’idolatria del trasgressore, la convinzione segreta che chi sfida il Padre sia sempre, e per ciò stesso, più bello, più libero, più vero di chi al Padre resta fedele. Si parte dall’archetipo assoluto: Lucifero, il portatore di luce che preferisce regnare nel proprio inferno piuttosto che servire nel cielo del Padre. La straordinaria, e terribile, riabilitazione poetica che ne fa Milton nel Paradiso perduto costituisce il momento esatto in cui la cultura occidentale comincia ad ammalarsi: quel Satana miltoniano, eloquente, fiero, malinconico, eroico nella sua sconfitta, è il primo grande ribelle di cui l’Europa moderna si innamora. Da quel momento il diavolo smette di fare paura e comincia a sedurre. A monte di quella seduzione c’è la grande crepa storica, che è Lutero, il figlio che si erge contro il Padre-Chiesa con una dichiarazione di indipendenza da ogni autorità che non sia la propria coscienza.
Sono molti anni che mi interrogo su Lutero. Quanti morti ammazzati ha causato? Quante guerre atroci? Del suo violentissimo antisemitismo, del suo disprezzo per i disabili considerati figli del diavolo e quindi degni di morte, quanto è colato nel nazismo? Mi era chiara la presenza luterana nella genesi del nazismo, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco la sua potenza distruttiva della civiltà europea per la creazione del mito del ribelle. Gambi dimostra come dal gesto luterano si srotoli, attraverso secoli di rifrazioni sempre più radicali, la trama dell’autodissoluzione moderna: liberi dal Papa, dalla tradizione, dai sacramenti, dai padri, dai confini, dalla lingua, la promiscuità sessuale spacciata per libertà, la libertà di uccidere il proprio bimbo nel proprio ventre spacciata per diritto, liberi di scegliere i propri organi sessuali, il pronome con cui vuoi essere chiamato che leva all’altro la libertà di chiamarti come vuole, liberi di scegliere il momento della propria morte, liberi dalla fisiologia, da noi stessi, e soprattutto da Dio. Ogni ribellione partorisce la successiva: la modernità come parricidio in serie. Gambi identifica la struttura affettiva del morbo: non odiamo l’Occidente per ragioni argomentate, lo odiamo perché abbiamo imparato ad amare chi lo odia. Il ribelle è bello, il custode è goffo. Il dissacratore è coraggioso, il credente bigotto. L’iconoclasta è artista, il tradizionalista reazionario. Cinque secoli di letteratura, pittura, cinema, musica ci hanno educati a parteggiare visceralmente per Satana contro Michele, per Lutero contro Leone, per Prometeo contro Zeus, per il blasfemo contro il santo. E quando un’intera civiltà ha imparato a innamorarsi del proprio Caino, un qualche bel ragazzo armato di coltello arrivato col barcone, è soltanto questione di tempo prima che cominci ad assomigliargli, a demolire le proprie statue, a vergognarsi della propria lingua, a chiedere scusa per essere esistita. La scrittura di Gambi, limpida, scolpita, non cede mai al gergo accademico né alla semplificazione. Il fine del libro, avverte l’autore, è cercare guarigione, che è possibile, anzi certa. Il morbo non è l’Occidente, è l’idea che l’Occidente ha imparato ad avere di sé innamorandosi dei propri ribelli. Significa che la cura esiste, e ha la forma del gesto inverso: tornare ad amare il Padre. Non per restaurare nulla, non per regredire a un’età dell’oro mai esistita, ma per ritrovare quel principio elementare di filialità senza il quale nessuna civiltà sopravvive a sé stessa. Paolo Gambi firma qui il suo libro più necessario: un atto d’amore verso una civiltà che, da troppo tempo, aveva smesso di amarsi perché aveva imparato ad amare chi la voleva morta. L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. Appunto. È un rischio, non un destino. Non succederà. Stiamo già invertendo la rotta.
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Riduci
2026-06-22
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione): «Una proposta di legge per bimbi senza passaporto»
Ecco #DimmiLaVerità del 22 giugno 2026. La deputata di Azione Federica Onori ci spiega la proposta di legge per i bimbi senza passaporto.





