Marco Rubio e Ursula von der Leyen alla conferenza di Monaco (Ansa)
Ursula & C. «rassicurati» da Rubio, a dottrina Usa invariata. La vera lotta è dentro l’Unione: più centralismo o più sovranità.
Un poliziotto buono, ma pur sempre un poliziotto. A Monaco, Marco Rubio è andato a dare all’Europa un pugno in una carezza. E l’Europa se l’è fatto bastare, non tanto perché creda sul serio a una retromarcia dell’amministrazione Maga, quanto perché è consapevole che, non potendo davvero rinunciare all’alleanza con gli americani, dovrà abbozzare.
Ursula von der Leyen, allora, si è mostrata «molto rassicurata» dal discorso del Segretario di Stato Usa, il quale ha elogiato «l’unica civiltà occidentale» e ha garantito che «il nostro destino è intrecciato al vostro». A ben vedere, sono gli stessi concetti già espressi da JD Vance lo scorso anno, dallo stesso pulpito. E infatti, Rubio non ha rinnegato le reprimende della Casa Bianca al Vecchio continente: «Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi», si è limitato a osservare, perciò «a volte possiamo sembrare un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli». Sono cambiati i toni, la sostanza è rimasta identica: Donald Trump, ha ribadito il rappresentante di Washington, «esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa». Li chiama «amici», appunto, ma pretende che si rimettano in riga.
Loro hanno risposto con una standing ovation. Il presidente della conferenza bavarese, Wolfgang Ischinger, al pari di Kaja Kallas, si è goduto «il sospiro di sollievo in aula mentre ascoltavamo un messaggio di rassicurazione e partenariato». Eppure, le tirate d’orecchi di Rubio erano a tutti gli effetti tirate d’orecchi: tipo quella sulla deindustrializzazione, «una scelta voluta», che ha finito per avvantaggiare la Cina. Mal comune, mezzo gaudio: il segretario di Stato ha confessato almeno il concorso di colpa di Ue e Usa.
Il discorso di Monaco ha esposto altresì le linee di faglia che corrono all’interno del governo di coalizione tedesco: da un lato, il ministro degli Esteri cristiano-democratico, Johann Wadephul, nonostante l’arringa di Friedrich Merz sulla necessità di rendersi indipendenti dagli statunitensi, ci ha tenuto a rivendicare che Rubio è «un vero partner», con il quale «abbiamo un terreno comune»; dall’altro, il vicecancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ha ricordato che, al netto dell’atteggiamento «molto conciliante» e «molto diplomatico» del capo della diplomazia americana, «attualmente abbiamo molti problemi nelle relazioni transatlantiche».
Le direttive da Washington sono immutate. Rubio, benché sia il meno favorevole della sua amministrazione a concedere linee di credito alla Russia, ha disertato il vertice sull’Ucraina. Sfumature che non sono sfuggite al ministro della Difesa tedesco e compagno di partito di Klingbeil, Boris Pistorius. Mette Frederiksen, premier danese, ha segnalato che le mire di Trump sulla Groenlandia «purtroppo non sono cambiate». La Francia, in rotta totale con The Donald, è rimasta scettica: per il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Noël Barrot, la «strategia» che consiste nel costruire un’Europa forte e indipendente non cambierà.
La frattura nell’élite continentale, insomma, non solo non si è ricomposta ma è destinata ad approfondirsi: l’Italia, con Antonio Tajani e Giorgia Meloni, al contrario di Merz ed Emmanuel Macron, continua a rammentare ai partner che è impossibile prescindere dall’America. E Keir Starmer, pur essendo un campione della collaborazione con l’Europa, fino al punto di rinnegare la Brexit e di proporre una Nato a trazione continentale, si è visto costretto al bagno di realtà: «Stiamo lavorando con gli Stati Uniti», ha rivendicato, «su difesa, sicurezza e intelligence 24 ore su 24, sette giorni su sette».
L’Ue si è dovuta sorbire anche la ramanzina di Mark Rutte: il segretario generale Nato ha invitato i Paesi a fornire a Kiev solo armi ottenute nell’ambito del programma Purl, quello che prevede acquisti dagli Usa. Diversamente, «avete fotografie sui media, ma le cose che servono davvero all’Ucraina sono dentro quella lista». Persino gli iraniani si sono sentiti autorizzati a bistrattarci: «L’Ue sembra confusa», ha scritto su X il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. «Senza direzione ha perso tutto il suo peso geopolitico nella nostra regione».
Ecco il dilemma: accontentarsi di essere randellati dagli americani ma col manganello di gomma, come già accadeva ai tempi di Joe Biden, che ci ha messo in ginocchio con il suo «buy American» e la guerra nell’Est, però ci riempiva di pacche sulle spalle; oppure risolversi allo scontro con gli Usa, commettendo l’errore di appiattirli su Trump, rifiutando di ammetterne le ragioni e impelagandosi in una lotta fratricida per definire la futura configurazione dell’Europa.
La stampa nostrana, alla luce delle considerazioni di Merz sul tycoon, si è affrettata a liquidare l’asse Roma-Berlino che aveva messo ai margini i transalpini. Ma l’ex ministro della Difesa francese, Sylvie Goulard, al Corriere della Sera ha detto chiaro e tondo che «la logica delle intese variabili e non vincolanti tra governi rischia di svuotare di senso la costruzione europea». Il côté macronian-draghian-montiano, insomma, dimostra di aver colto perfettamente il nodo del contendere: più centralizzazione - anche attraverso gli eurobond - e più poteri alla Commissione, come sognano quelli convinti che ci si debba porre «al riparo dal processo elettorale», o più prerogative agli Stati sovrani, mettendo in comune poche materie cruciali, con poche regole e con un ruolo rafforzato del Consiglio.
Prendere in mano il nostro destino significa, in primo luogo, compiere questa scelta. Non è una decisione che possa prendere Rubio.
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Riduci
Marco Rubio (Ansa)
- Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la linea della Casa Bianca: «Non cerchiamo di separarci ma di rivitalizzare un’antica amicizia». Intanto, Starmer e la Von der Leyen continuano a parlare di riarmo. E Sánchez, che teme il nucleare, protesta.
- Le randellate di Trump non escludono nuovi spazi di cooperazione. Tipo un sistema di difesa e deterrenza integrato, che copra pure il Pacifico. Con Roma in un ruolo chiave.
Lo speciale contiene due articoli.
Il tramonto dell’Occidente non è inevitabile. È questa la convinzione espressa da Marco Rubio nel discorso da lui tenuto, ieri, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il segretario di Stato americano ha innanzitutto puntato il dito contro il concetto di «fine della storia». «In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica di libero e sfrenato commercio, mentre alcune nazioni proteggevano le loro economie e sovvenzionavano le loro aziende», ha dichiarato, criticando gli effetti della globalizzazione: dall’immigrazione senza regole alle politiche green. «Abbiamo commesso questi errori insieme», ha proseguito, «e ora insieme abbiamo il dovere, nei confronti del nostro popolo, di affrontare questi fatti e di andare avanti per ricostruire. Sotto la presidenza Trump, gli Usa si assumeranno ancora una volta il compito del rinnovamento e della ricostruzione, spinti dalla visione di un futuro altrettanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto lo fu il passato della nostra civiltà».
«Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai in crisi, anziché fare i conti con ciò che è necessario per risolvere il problema», ha continuato. «Noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del tramonto controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana», ha aggiunto. «Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli. Perché questo ci rende più deboli», ha anche detto, sottolineando inoltre che gli americani saranno «sempre figli dell’Europa». «L’America sta tracciando la strada per un nuovo secolo di prosperità. E, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, nostri cari alleati e nostri più vecchi amici. Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia, con un’Europa che ha lo spirito di creazione e libertà che ha mandato navi in mari inesplorati e che ha dato vita alla nostra civiltà, con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere», ha concluso.
Ben lungi dall’incarnare uno spirito isolazionista, Rubio, nel suo discorso, ha preso le distanze tanto dalle ingenuità velleitarie di Francis Fukuyama quanto dal fatalismo cupo di Oswald Spengler. L’Europa, questo è il succo del suo intervento, può riprendere in mano il suo destino sia abbandonando gli errori ideologici degli ultimi vent’anni sia trovando una nuova convergenza con gli Stati Uniti. I punti su cui collaborare, secondo Rubio, sono numerosi: dalla salvaguardia delle frontiere alla reindustrializzazione delle economie occidentali, passando per il ripristino del controllo delle catene di approvvigionamento. Tutto questo, senza ovviamente trascurare il retaggio culturale che è stato alla base dell’Occidente. Perché - ed è questo il senso più profondo dell’intervento di Rubio - la crisi occidentale, oggi, è in primo luogo culturale, filosofica e, in un certo senso, spirituale.
Parole, quelle del segretario di Stato, ben diverse da quelle di Emmanuel Macron che, l’altro ieri, aveva definito l’Europa addirittura un «esempio» che gli altri avrebbero dovuto seguire. Il problema è che, tra molte leadership del Vecchio continente, manca totalmente una riflessione sul tramonto dell’Occidente. Basti pensare al discorso, tenuto ieri a Monaco da Keir Starmer. «Non siamo più la Gran Bretagna degli anni della Brexit», ha detto, promuovendo un riavvicinamento tra Londra e l’Ue. «Vogliamo unire la nostra leadership nei settori della Difesa, della tecnologia e dell’Intelligenza artificiale a quella dell’Europa per moltiplicare i nostri punti di forza e costruire una base industriale condivisa in tutto il continente», ha dichiarato. Dal canto suo, sempre ieri, Ursula von der Leyen ha affermato che bisogna «costruire una spina dorsale europea di facilitatori strategici: nello Spazio, nell’intelligence e nelle capacità di attacco in profondità».
Insomma, anziché interrogarsi sulla crisi europea per cercare di invertirla, molte leadership del Vecchio continente continuano a non porsi minimamente il problema. E, a peggiorare la situazione stanno le spaccature intestine. Ieri, a Monaco, Pedro Sánchez ha definito «troppo pericoloso» il riarmo nucleare: una stoccata più o meno velata a Friedrich Merz che, venerdì, aveva reso noto di voler creare un deterrente atomico europeo insieme a Macron. Senza poi trascurare che lo stesso asse franco-tedesco è ormai sempre più scricchiolante. Al di là delle dichiarazioni di facciata, il cancelliere tedesco e il capo dell’Eliseo sono infatti assai distanti su numerose questioni (dai dazi americani al settore della Difesa).
Il punto vero è che, piaccia o meno, gli Usa sono passati attraverso una crisi profonda che, a partire dalla sindrome dell’Iraq, si è dipanata attraverso la Grande recessione. Da tale crisi, hanno iniziato a riflettere sugli errori passati, per poi cambiare rotta. In tal senso, al netto dei suoi limiti, l’amministrazione Trump rappresenta l’esito di questo lungo processo autocritico. Dalle parti del Vecchio continente, invece, molti continuano a negare l’evidenza, crogiolandosi nell’illusione di un mondo che ormai non esiste più. Certo, l’attuale presidente americano, su alcuni dossier, ha dato, in un certo senso, la sveglia agli europei: Merz ha dovuto ammettere il riemergere della politica di potenza, mentre la Commissione Ue ha fatto marcia indietro su alcune derive green.
Tuttavia sia a Bruxelles sia a Londra manca ancora un’autocritica complessiva, strutturale, filosofica. È da qui che passa la possibilità di una rinascita del Vecchio continente. O il suo definitivo tramonto. Le vecchie élites europee arroccate dovrebbero prestare attenzione alle parole di Rubio. Ma sappiamo già che non lo faranno.
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Riduci
Maurizio Landini (Ansa)
La commissione di garanzia aveva proposto date alternative per lo sciopero dei trasporti aerei, ma Cgil & C. hanno aspettato lo scontro con Salvini prima di cambiare giorno. Obiettivo: parlare di compressione dei diritti.
Cronaca di una precettazione fortemente voluta. Il tira e molla andato in scena venerdì tra il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e i sindacati, che poi vuol dire la Cgil di Maurizio Landini, sullo sciopero dei voli in pieno periodo olimpico, non è che l’ennesima puntata di una saga che va avanti da mesi e sta oggettivamente nauseando gli italiani.
Lo schema stanco che si ripete è sempre lo stesso. Le sigle rosse sfruttano il primo pretesto minimamente giustificabile per indire uno sciopero che metta in difficoltà il Paese e quindi il governo. La Commissione di garanzia individua delle violazioni delle norme e il responsabile dei Trasporti interviene. A quel punto, apriti cielo, la Cgil e i sindacati rossi hanno gioco (mediaticamente) facile a rivendicare una lesione dei diritti, la violazione della Costituzione e l’oppressione democratica.
Nell’ultima puntata però si è registrata una novità che ha messo a nudo l’ipocrisia di chi nasconde dietro alla retorica della lotta per i lavoratori la volontà di portare avanti una battaglia politica.
La trattativa tra i sindacati e la commissione guidata Paola Bellocchi va avanti da dicembre. E precisamente, da quando, nel rispetto dei tempi tecnici, le parti sociali avevano individuato nel 16 febbraio e nel 7 marzo (tra le altre) le date utili per la protesta delle compagnie aeree e delle società di handling/servizi aeroportuali prima, e dell’Enav (i controllori) poi.
Guarda caso nel pieno svolgimento delle Olimpiadi invernali (dal 6 febbraio al 22 febbraio) e dei Giochi Paralimpici (dal 6 marzo al 15 marzo).
In questo periodo, la Commissione prima e il governo poi, hanno cercato in tutti i modi un compromesso che portasse a una sorta di «tregua olimpica», tentativo che del resto era stato già fatto per il Giubileo. C’è un evento che porterà in Italia milioni di turisti, il Paese resterà per settimane al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo, insomma firmiamo un patto di non belligeranza, facciamo bella figura con il resto del Pianeta e poi se sarà proprio necessario torneremo a darcele di santa ragione.
Ragionevole? Niente affatto. I sindacati hanno respinto qualsiasi compromesso. La commissione ne ha preso atto e avendo ricevuto molteplici alert dai prefetti ha, come da legge, richiamato l’attenzione del ministro dei Trasporti evidenziando i rischi di «gravi pregiudizi per la libertà di circolazione e per le esigenze di sicurezza delle persone».
Ma ha fatto anche altro. Ha proposto delle date alternative, rendendole pubbliche. «Nell’ambito del procedimento di conciliazione di cui all’articolo 8 della legge 146 del 1990, e successive modificazioni», si legge nella delibera inviata al Mit, «si invita le parti a revocare gli scioperi proclamati per il 16 febbraio 2026 e per il 7 marzo 2026 ed, eventualmente, a concentrare le astensioni collettive in una data ricompresa tra il 24 febbraio 2026 ed il 4 marzo 2026, in quanto periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive sopra richiamate».
Per la serie, proviamo a usare il buonsenso. Esercitiamo il sacrosanto diritto di sciopero qualche giorno dopo in modo da salvaguardare anche l’altrettanto sacrosanto diritto del Paese di mostrare la parte più bella di sé senza blocchi, disagi e manifestazioni varie.
Possibile? Neanche a parlarne. Dai sindacati, ancora una volta, non sono arrivate aperture. E arriviamo a venerdì mattina e alla recita del solito rituale stanco. Salvini che chiede a Cgil e compagni di fare un passo indietro, Landini & C. che respingono la richiesta al mittente, e il mittente che precetta. Il tutto condito da rivendicazioni, mezzi insulti e minacce.
Il risultato che si voleva raggiungere sin dall’inizio. Tant’è che dopo aver gridato alla restrizione dei diritti e all’allarme democratico, le parti sociali sono tornate sui loro passi e hanno modificato la data dello sciopero: non più il 16 febbraio adesso ci accontentiamo anche del 26.
Proprio come proposto qualche ora prima dalla commissione. E allora perché non farlo prima? La risposta è facilmente intuibile e mostra plasticamente come il vero fine delle proteste non sia quello di salvaguardare il diritto dei lavoratori tenendo a cuore anche le esigenze dei cittadini. Quanto politico: indurre il governo a pretendere la presenza sui luoghi di lavoro in modo da poter fare le vittime e gridare alla compressione dei diritti democratici. Salvo poi scioperare lo stesso. Chiamatela pure strategia della precettazione. Che funzionerà per Landini & C. ma non per il resto del Paese.
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Riduci





