Carlo Verdone e Tiziana Pini nel film In Viaggio con Papà (1982) diretto e interpretato anche da Alberto Sordi
L’attrice e showgirl: «Entrai nel mondo dello spettacolo casualmente, grazie a Macario che mi notò. Era molto protettivo Baudo era una macchina da lavoro, ma delegava poco. Ho lasciato quell’ambiente per occuparmi dei miei genitori malati»
Quantunque siano trascorsi 43 anni, molti ancora ricordano la professoressa Serena Stanzani nel film Una gita scolastica (1983) di Pupi Avati, interpretata da Tiziana Pini, bellezza folgorante. Partecipò a una decina di film, fece tv e co-presentò due Sanremo. Figlia unica, a un certo punto decise di congedarsi dal cinema per uno scopo assai nobile, dedicarsi alla cura fino all’ultimo del padre e della madre.
In quel capolavoro di Avati la scelta di far interpretare a Carlo Delle Piane, fino ad allora relegato a parti macchiettistiche, il prof. Carlo Balla, innamorato cotto della Stanzani, fu azzeccatissima. Lui Nastro d’argento come miglior attore protagonista e lei candidata a miglior attrice non protagonista.
Nata a Sanremo…
«Sì, ma ho vissuto a Ventimiglia. Ho avuto un’infanzia serena e felice. Ero un terremoto. Nei primi 4 anni della mia vita non ho dormito la notte. Avevo il jet-lag, notte e giorno invertiti. Mia madre era disperata (sorride, ndr.)».
Di dov’erano i suoi genitori?
«Mio padre romagnolo, di Castel Bolognese, mia mamma di Acqui Terme, in Piemonte. Nel periodo della guerra era stato trasferito proprio ad Acqui Terme, faceva lì il militare, era un bellissimo ufficiale. E così si sono conosciuti. Volevo un fratello, non una sorella, ma niente, mia madre disse “se mi capita un altro figlio così vivace finisco di vivere”… Poi papà lavorò come funzionario nelle Fs».
Da ragazzina voleva fare l’attrice?
«No, assolutamente, non lo pensavo. Scimmiottavo solo le Kessler in tv come fanno i bambini. Pensavo di occuparmi di architettura, design, feci il liceo artistico. Mi sarebbe anche piaciuto fare restauro…».
È alta 1.80. Sbaglio?
«No, è esatto. Mio padre era 1.94, mia mamma 1.75. Era inevitabile…».
Quando si rese conto di avere una bellezza così evidente?
«Guardandomi allo specchio mi rendevo conto di essere una bella ragazza ma pensavo di essere nella norma perché ci troviamo sempre dei difetti. Poi me ne sono resa conto attraverso gli altri».
Decisivo fu il suo incontro con Macario. Come lo conobbe? Lavorò con lui prima a teatro nel 1976 nella commedia Medico, si fa per dire e poi, nel 1978, nella trasmissione Rai del sabato sera Macario più.
«Lo conobbi tramite un amico comune, è stato proprio un caso. Era venuto a Sanremo con una sua commedia. Andammo tutti a vederlo e me lo presentarono. Lui era molto spiritoso. Rispecchiavo, fisicamente, le sue donnine. Appena mi vide mi disse “ti piacerebbe fare l’attrice?”. “Magari”. Mia madre mi fulminò con gli occhi, poi ci rivedemmo il giorno dopo e mi mise in mano un copione da leggere. “Sei matta” disse mia madre in dialetto piemontese. Un dramma. Ma alla fine, nell’arco di 15 giorni, ho firmato un contratto».
Come lo ricorda?
«Mi accolse come una nipotina, mi proteggeva, aveva un senso di responsabilità, venivo dalla provincia, mi trovai a Torino, città che non conoscevo. Per me era una persona di famiglia. Ma professionalmente era molto rigido. Esigeva molto. Le mie prove erano molto più dure di quelle degli altri, tutti attori professionisti».
Nel 1976 primadonna nella terza serata di Sanremo. Conduttore il d.j. Giancarlo Guardabassi…
«Lessi un invito di Mike Bongiorno sulla Domenica del Corriere. Aveva indetto un concorso perché cercava una valletta. Mandai una foto, pensando “figurati se mi chiamano…”. Mi chiamarono, ci fu una selezione, finita a Montecarlo. Ero tra le ultime. Al festival, Guardabassi era seduto a una scrivania con me e un’altra ragazza. Mike fu il consulente musicale».
Secondo Sanremo, edizione 1984, quello in cui vinse la coppia Al Bano-Romina con Ci sarà, a fianco di Baudo alla conduzione.
«Mi hanno cercato. Poco prima era uscita Gita scolastica, avevo già cominciato a fare dei film. Tremavo come una foglia. Nascere a Sanremo e affiancare Pippo Baudo… Lui? Una macchina da lavoro. Cercò di mettermi a mio agio ma era talmente preso… Dava quasi per scontato che fossimo all’altezza, dandoci una traccia. E c’erano sempre imprevisti. Delegava poco. Non so come facesse…».
Che abito indossava nella serata finale di quel festival?
«Verde, mi arrivava poco sopra alla caviglia e avevo un fiocchettone sulla spalla».
Nel 1982 Sordi la volle per il suo film con Verdone In viaggio con papà. La corteggiò?
«Fu un periodo strepitoso, mi capitava un lavoro dietro l’altro. Quasi non me ne rendevo conto. Non pensavo al successo ma a godermi il momento. Sordi, di una simpatia… Beh, era un uomo, un po’ di corte me l’ha fatta. Fui lusingata ma, carinamente, ho messo dei paletti. Capì di che pasta ero fatta e poi mi presentò la crema del cinema italiano, Scola, Monicelli, Costa-Gavras… Mi invitò ovunque».
È vero che Tinto Brass l’avrebbe voluta per un suo film?
«È vero, feci anche un colloquio con lui. Non ricordo se avesse un titolo, era ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Francia… Avrei dovuto fare un lavoro su di me abbastanza intenso per fare certe scene… Quel film non si fece e non si parlò di compensi».
Co-protagonista in Una gita scolastica di Pupi Avati, del 1983. Nel 1914, una classe di terza liceo, la 3ªG, va in gita scolastica...
«Da Bologna a Firenze passando per l’Appennino tosco-emiliano. A Porretta Terme avevamo la base».
Il prof. Balla s’innamora di lei, la attende con un gelato. Il gelato si scioglie perché lei va ad amoreggiare con un alunno, Giuseppe.
«Giovanni Veronesi, poi diventato un regista bravissimo. Nel film ero sposata».
Le è capitato, nella vita, di aver a che fare con un ragazzo o un uomo innamorato di lei ma non corrisposto?
«Sì, capita. Sono i casi della vita. Non sempre ci s’incontra. Cercavo di essere delicata, di non offendere la persona, dicendo che non era il momento, evitando di dire che non mi piaceva, anch’io ho i miei gusti, non è carino dare il due di picche…».
Nel film, tuttavia, che occhieggia all’amore eterno, accade l’incredibile. Balla e la Stanzani alla fine se ne vanno insieme, con applauso della scolaresca dalla finestra.
«Sì, io e lui andiamo via insieme e lascio il marito che però mi aveva tradito con mia cugina. Mi sento accolta, lui rinuncia alla scuola, a tutto, per dedicare la vita a me e lo seguo in questa avventura, uno scandalo pazzesco».
Oggi, al di là dei film, una storia così potrebbe accadere?
«Accade tutti i giorni. È pieno di uomini non belli ma con donne bellissime vicino. Ci sono dei perché. Nella donna la bellezza è molto richiesta ma se un uomo non rispecchia questi canoni ma ha una bella testa, una cultura, e se è anche benestante… Non è il caso del film perché lui era un semplice professore…».
Ha pensato, talvolta, di convolare al matrimonio?
«Non mi sono mai sposata, ma mi è stato chiesto. Ho avuto convivenze anche lunghe, importanti, mai dire mai, ma pensavo che se due persone stanno insieme non hanno bisogno di una convalida, è una libera scelta di tutti i giorni. Forse l’avrei fatto se fossero arrivati dei figli per dare loro delle garanzie…».
Avrebbe desiderato un figlio?
«Questo sì. Non è arrivato, forse non l’ho cercato, forse non avevo trovato la persona giusta perché un figlio ti cambia la vita, volevo dargli un padre ma per tutta la vita. Molti adesso si separano. I miei genitori sono stati insieme per tutta la vita. Oggi sono felicemente single, ma non ho chiuso la porta…».
L’ultimo film cui ha partecipato, Boom, del 1999. Poi ha lasciato il mondo del cinema e dello spettacolo. Per dare cura ai suoi genitori, essendo figlia unica?
«Sì, ma non sentendolo come un obbligo. Nella vita ci sono delle priorità. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che si sono dedicati a me in toto. Prima di tutto mi hanno messo al mondo. Inizialmente mi sono fatta aiutare da delle persone ma quando le loro condizioni sono peggiorate quello che potevo fare io non lo poteva fare nessun altro. Prima si ammalò più gravemente il papà, Enrico, lo portammo anche a operarsi all’estero, lo seguivo con la mamma, Lucia, la voleva sempre vicina. Entra e esci, per mio papà sono stati quasi 30 anni di ospedale. Il papà è mancato a 88 anni, a Ventimiglia, nel 2009, e la mamma a 92, nel 2019. Quando anche mia madre si è ammalata l’ho portata con me a Milano e me la sono goduta fino all’ultimo».
Che rapporto ha con la spiritualità?
«Sono credente, mia madre e mio padre lo erano tantissimo. Fin che c’era mia madre frequentavo molto di più la chiesa. Mi piace tantissimo entrare nelle chiese, ma vuote. Ho un ottimo rapporto con il mio parroco a Milano, ma nella messa non riesco a raccogliermi…».
Oggi lavora nel settore immobiliare.
«Dovevo uscire dal mondo dello spettacolo ma anche costruire un’alternativa. Già quando facevo l’attrice iniziai a collaborare, nel 1987, con Francesco Conti, nel settore del fitness e del benessere di alto livello. Poi sono passata all’immobiliare, oggi sono una libera professionista in questo settore. Con delle amiche abbiamo uno studio di consulenza a Milano 3».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Ho incontrato anche persone che mi hanno soffrire, ma rifarei tutto perché, se sono arrivata a piacermi, è forse anche grazie alle esperienze negative».
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Papa Leone XIV (Ansa)
Discorso «ratzingeriano» del pontefice davanti al dicastero dell’Evangelizzazione: la missione della Chiesa non è quella dei rincorrere il mondo ma di convertirlo a Gesù.
«L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali». Nel discorso rivolto ieri ai partecipanti alla sessione plenaria del dicastero per l’Evangelizzazione, papa Leone XIV ha ricordato la via maestra della Chiesa, qualcosa che a suo modo risuona come un richiamo fondamentale e tempestivo.
L’indicazione del pontefice giunge in questi giorni a ridosso della pubblicazione della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Il documento, dedicato alla dottrina sociale e all’irrompere a vari livelli dell’Intelligenza artificiale, ha suscitato un ampio dibattito anche in ambienti non credenti. Spesso un dibattito interessato a questioni di bottega industriale o politica, in un intreccio che la stessa enciclica cerca di «disarmare», come ha scritto il Papa. Tuttavia, si assiste spesso a un malinteso da parte del mondo laicista, che finisce per strumentalizzare il magistero sociale riducendolo a una sorta di semplice esortazione morale, un manuale di istruzioni per «usare bene» le cose del mondo o le nuove tecnologie, salvo poi proseguire con la propria agenda.
La precisazione di ieri del Papa rimette ordine: anche quando si occupa di questioni sociali, la Chiesa non lo fa come un comitato etico aziendale o per dare una specie di check list di buone prassi, ma lo fa con l’unica motivazione di evangelizzare e di portare gli uomini a Cristo, l’unico in grado di «restituire pienezza di significato e di valore alla vita delle persone».
In questa prospettiva, l’azione ecclesiale si spoglia di ogni logica di marketing politico o sociologico. Un altro passaggio cruciale del discorso al dicastero per l’Evangelizzazione colpisce al cuore le tentazioni progressiste di certo dibattito contemporaneo all’interno della Chiesa stessa, come quello emerso in alcune spinte del cammino sinodale tedesco: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze», ha detto ieri il Papa, «che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio “la via, la verità e la vita”».
Parafrasando San Paolo, la Chiesa è chiamata a trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto. Il deposito della fede non è un museo da custodire sotto teca, ma una realtà viva in cui ogni sviluppo dottrinale deve essere organico e coerente, senza mai contraddire il passato. Nessun aggiornamento volto a rincorrere lo spirito del tempo, zeitgeist direbbero i tedeschi, o a compiacere le mode culturali, può essere la via. Come ha ricordato il Santo Padre ieri, «l’evangelizzazione non fa affidamento sull’efficienza delle strutture o sulla rilevanza sociale, e nemmeno sul consenso che si può ricevere in qualche momento».
Al cuore del discorso, Leone XIV ha inserito una densa citazione di papa Benedetto XVI per ribadire che l’annuncio passa solo attraverso testimoni credibili: «Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri». È dunque la santità della vita «la forma più convincente della bellezza della fede cristiana», la via principe che precede ogni riforma e ogni struttura.
Le orecchie del mondo - interessate alla Chiesa solo quando si impegna per la pace geopolitica, quando sembra aprirsi ai cosiddetti «nuovi diritti», quando discute se far sposare i preti o quando si schiera in qualche partita politica - troveranno forse queste parole estranee, se non anacronistiche. Eppure è proprio questa la ricetta del Papa per affrontare la crisi della fede che colpisce i Paesi dell’Occidente, dove «la ricerca del senso» rischia di spegnersi sotto il peso di una cultura ipermediatica e consumistica. Non rincorrendo il mondo, ma convertendolo, la Chiesa ritrova la sua missione.
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Riduci
2026-05-29
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione): «Una ragazza italiana in Egitto che rischia la vita»
Ecco #DimmiLaVerità del 29 maggio 2026. La deputata di Azione Federica Onori racconta la storia di una italiana in Egitto che rischia la vita nel silenzio del nostro governo.
Ansa
Donna di 32 anni stroncata dalla trombosi dopo aver assunto Astrazeneca. Respinta la seconda richiesta di archiviazione.
Non viene archiviato il procedimento penale «nei confronti di ignoti», per lesioni colpose e omicidio colposo riferiti al decesso di Francesca Tuscano, «ragionevolmente da riferirsi ad effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid 19», come dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale.
Il 27 maggio, il gip Angela Nutini ha respinto l’ennesima richiesta presentata dal pm Filippo Longo, secondo il quale «non sussistono gli elementi oggettivi del reato ipotizzato». Il 4 aprile 2021, la trentaduenne insegnante di sostegno genovese era deceduta, colpita da Vitt, trombosi cerebrale con crollo delle piastrine dopo la vaccinazione con Astrazeneca avvenuta il 22 marzo di quell’anno.
Alla richiesta di archiviazione si erano opposti i genitori della giovane e il gip l’aveva accolta una prima volta il 27 febbraio scorso. Due settimane dopo, il pm aveva chiesto nuovamente di chiudere il caso senza arrivare a un dibattimento in tribunale e il giudice aveva fissato l’udienza il 25 maggio, dopo la quale ancora una volta ha deciso di accogliere l’opposizione dei familiari di Francesca.
Questa volta, l’ordinanza della dottoressa Nutini merita davvero di fare il giro di tutti i tribunali. Il gip ordina che il pm effettui in quattro mesi nuove indagini «senza pregiudizio ad ulteriore attività istruttoria ritenuta necessaria od opportuna». Precisa: «Devono essere svolte attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione e attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere casualmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Francesca Tuscano».
Alza il tiro, non basta ricercare responsabilità tra i medici vaccinatori e i sanitari: «Si reputa che «debbano essere ulteriormente approfondite le scelte operate in data 19 marzo 2021 di revocare il divieto di utilizzo del vaccino Astrazeneca e di riprendere la relativa campagna vaccinale, poiché proprio a tali determinazioni potrebbe essere riconducibile in termini di nesso di causalità la morte di Francesca Tuscano e poiché le medesime potrebbero non essere rispondenti ai canoni della prudenza, diligenza, perizia richiesti a coloro che l’hanno adottate».
Il gip fa precisi riferimenti alle autorità sanitarie che presero simili decisioni. Nel provvedimento con cui dispone nuove indagini, afferma che «non sembra debba essere necessariamente esclusa la responsabilità di chi avrebbe dovuto tempestivamente, alla luce delle nuove evidenze scientifiche, aggiornare il modulo di consenso informato e distribuirlo contemporaneamente al riavvio della campagna vaccinale».
Commenta l’avvocato Federico Bertorello, legale dei genitori della giovane: «È come se nell’ordinanza ci fossero scritti i nomi». Annuncia: «Nella nostra memoria al pm, oggi chiediamo l’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza; di Giorgio Palù allora presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco; di Gianni Rezza che era direttore generale della Prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute e di tutti coloro che hanno avuto responsabilità decisionali. Diamo nomi e cognomi ai personaggi sottintesi nell’ordinanza».
L’insegnante, che assumeva estroprogestinici, ricevette la prima dose di Astrazeneca il 22 marzo 2021. Il 3 aprile i suoi genitori la trovarono a letto priva di coscienza e venne ricoverata all’Ospedale San Martino di Genova. Il suo decesso avvenne il giorno seguente. «Vi erano già conoscenze scientifiche consolidate circa l’esistenza di trombocitopenia indotta dall’adenovirus e anche in relazione al fatto che sia l’uso di estroprogestinici sia la gravidanza fossero fattori di rischio per lo sviluppo della trombosi dei seni venosi cerebrali», osserva il giudice.
Eppure, nel modulo del consenso informato che Francesca firmò non c’era alcun riferimento all’utilizzo di estroprogestinici, addirittura si dichiarava che «negli studi clinici non sono stati osservati decessi correlati alla vaccinazione», in aperto contrasto proprio con gli esiti delle indagini del Prac, il comitato scientifico dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che il 19 marzo, prima della vaccinazione di Tuscano, avvertiva: «I vaccinati devono essere avvisati di rivolgersi immediatamente a un medico per i sintomi di tromboembolismo e in particolare per segni di trombocitopenia e trombi cerebrali come: lividi o sanguinamento, mal di testa persistente o grave, in particolare successivamente a tre giorni dopo la vaccinazione».
In Italia, Speranza «si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi come documentò La Verità pubblicando i file audio, dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età», ha ricordato l’avvocato. L’indagine su Tuscano era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta il 10 giugno 2021 sempre per Vitt, dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata a maggio in un Open day.
Molto importante è anche quanto afferma il gip Nutini: «Ove dovessero emergere profili di personalità penale, andrebbe estesa l’indagine all’esistenza di eventuali ulteriori vittime di eventi infausti, non necessariamente letali, essendo in tale ipotesi la fattispecie punita più gravemente». Finalmente per un magistrato i danneggiati da vaccino non sono più dei fantasmi, come vorrebbe l’attuale ministro della Salute Orazio Schillaci che da due anni non mantiene la promessa di una commissione apposita. «Basta con l’omertà dei medici, che non vogliono certificare che alcune patologie sono conseguenze dei vaccini», esclama Bertorello.
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