True
2026-06-09
La giunta Salis in confusione. Guerriglia sul ddl Valditara, marcia indietro sui cronisti
iStock
Opposizione all’assalto della scelta dell’esecutivo genovese di boicottare la legge sul consenso: «Eludono le norme». E il sindaco si rimangia i diktat sui giornalisti.
La giunta di Silvia Salis è sull’orlo di una crisi di nervi, travolta com’è dalle critiche per la gestione della sicurezza cittadina e della comunicazione (blindata) con i media. Ma nelle ultime ore è esploso anche il caso della «resistenza» contro il ddl Valditara che, di fatto, boccia il progetto pilota sull’educazione sessuo-affettiva introdotto in quattro asili cittadini.
«Ammettere pubblicamente di voler aggirare una legge dello Stato semplicemente cambiando il nome a un corso pur di mantenerne il contenuto ideologico è un atto di arroganza inaudita», ha protestato ieri Paola Bordilli, capogruppo della Lega in Consiglio comunale. Il punto che ha fatto esplodere la polemica è una frase pronunciata dall’assessore dem Rita Bruzzone, con delega alla Scuola. Parlando della nuova normativa introdotta dal ministro dell’Istruzione, ha spiegato come è pronta ad aggirarla: «Le cambieremo nome (all’educazione alla sessuo-affettività, ndr)», ha detto, aggiungendo che potrebbe diventare «educazione ai diritti». Parole che per il centrodestra equivalgono alla teorizzazione pubblica della violazione delle leggi. «Se le istituzioni sono le prime a voler eludere le leggi, con quale faccia chiedono il rispetto delle regole ai genovesi?», ha chiesto la Bordilli, definendo la trovata della collega «un esempio pessimo e pericoloso». La sperimentazione è partita in quattro scuole comunali dell’infanzia a gennaio, ubicate due in centro e due nell’immediato Ponente. Coinvolge circa 300 bambini e bambine tra i tre e i cinque anni. I percorsi sono dedicati al rispetto del corpo, riconoscimento delle emozioni, consenso, relazioni sane e valorizzazione delle differenze. Il progetto viene realizzato con la collaborazione dei centri antiviolenza Mascherona e Per non subire violenza, che affiancano il personale scolastico. Nel presentare l’iniziativa, il sindaco Salis aveva rivendicato apertamente la scelta politica dell’amministrazione: «Noi pensiamo che lo Stato abbia la responsabilità di educare». Bruzzone aveva, invece, precisato che «educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia non significa insegnare ai bambini cosa sia il sesso», ma costruire «un percorso di consapevolezza di sé e del proprio corpo». Nel frattempo, il clima cittadino si è ulteriormente avvelenato. Sui muri di alcune scuole comunali tra Sampierdarena e Lagaccio sono apparse scritte contro il progetto: «Oms fa insegnar sesso ai bimbi e voi approvate?». Un blitz attribuito ad ambienti no vax e antigender. La stessa Bruzzone ha denunciato di avere ricevuto attacchi sui social dopo il lancio della sperimentazione: «Sono stata minacciata per aver promosso con il Comune il percorso di educazione sessuale e affettiva nelle scuole». Ha, però, anche precisato di non voler fare passi indietro: «La prevenzione è e resta la nostra priorità». L’assessore, con il suo annuncio di «obiezione civile», ha rotto il clima di concordia che aveva circondato la nascita del progetto. Infatti il 12 marzo 2024 il Consiglio comunale di Genova, all’epoca a maggioranza conservatrice, aveva approvato all’unanimità una mozione della Bruzzone e del Pd intitolata «L’educazione emozionale e la cultura del rispetto come strumento strutturale di percorsi formativi dei bambini». L’atto impegnava sindaco e giunta a promuovere percorsi di educazione emozionale, coinvolgere centri antiviolenza e formatori qualificati, formare docenti e personale educativo e costruire percorsi contro la violenza di genere nelle scuole del territorio genovese.
Ma se la giunta genovese fa discutere per la gestione dell’educazione all’affettività dei bimbi, ha suscitato numerose polemiche anche l’idiosincrasia del sindaco per i giornalisti che fanno domande.
La prima cittadina è fortunata, perché a Genova i giornali locali la sostengono senza se e senza ma. Al punto da tacere del tutto pure l’ultima performance. Il Comune ha indetto per giovedì una conferenza stampa con stringenti regole di ingaggio: massimo due domande a testa su argomenti che lo staff del sindaco ha chiesto di conoscere in anticipo. La scusa è quella della completezza delle risposte, il legittimo sospetto è che dietro ci sia la volontà di evitare domande a sorpresa o indigeste. Evidentemente nel primo anniversario del suo mandato l’ex campionessa di lancio del martello vuole regalarsi uno show da prima della classe, senza inciampi o balbettii. Di fronte all’irricevibile richiesta, i quotidiani genovesi si sono limitati a far finta che non esistesse, anche perché il Comune ha gestito la conferenza stampa in stile Corea del Nord, di concerto con l’Ordine dei giornalisti. Che ha provato, di fronte alle prime polemiche, a recitare la parte del pompiere.
Ma l’incendio è divampato lo stesso.
La notizia del goffo tentativo operato da Salis & C. di controllare le domande dei giornalisti è stata data domenica da Verità, Libero e Giornale. A questo punto, ieri, anche il Corriere della sera ha dato conto dell’autogol della Salis.
Ecco allora che al Secolo XIX si è svegliato il direttore, Michele Brambilla, che ha provato, con un breve video editoriale, a criticare in modo non troppo convinto l’iniziativa della Salis: «Sono state mandate, a quanto pare, delle istruzioni ai giornalisti […] io devo dire che se tutto questo è confermato, il sindaco ha commesso un grave errore…». Peccato che tutto questo sia stato concordato, come detto, con l’Ordine dei giornalisti presieduto da un cronista del Secolo XIX. Ma evidentemente qualcuno deve avere tenuto all’oscuro il direttore, che ha scoperto il pasticcio leggendo gli altri quotidiani.
In serata è arrivato un imbarazzatissimo comunicato del Comune che in pratica si è rimangiato tutte le richieste fatte ai cronisti la scorsa settimana. Nel documento si citano «le polemiche suscitate dalle modalità organizzative della conferenza stampa» e si puntualizza che «non è stato in alcun modo chiesto ai giornalisti di fornire preventivamente le domande che intenderanno porre».
La richiesta di anticipare i temi, di fare riferimento solo a questioni che riguardano l’amministrazione della città e di porre al massimo due domande vengono giustificate con la necessità di «garantire la massima trasparenza e fornire risposte complete su tutti i temi di interesse cittadino». Anche perché l’obiettivo è quello di assicurare «al maggior numero possibile di giornalisti la facoltà di intervenire».
Dal Comune fanno sapere che «tuttavia, questo non esclude a priori la consueta disponibilità del sindaco e degli assessori a rispondere a margine anche su altri temi».
Ma se errore c’è stato, i giornalisti liguri sarebbero «complici», fanno sapere dallo staff: «Non si ritiene che le modalità organizzative adottate possano ledere in alcun modo la libertà di stampa, essendo state condivise preventivamente con l’Ordine dei giornalisti della Liguria, organo elettivo rappresentante di tutti i giornalisti della Liguria».
E pensare che la Salis, nei mesi scorsi, si era erta a paladina della libertà dei cronisti. Salvo, poi, dimostrare di essere allergica alle domande. A partire da quelle sul suo corso di studi universitario. Ma ci sarà tempo per avere le risposte anche su quello.
Continua a leggere
Riduci
Getty Images
Nonostante il fallimento del piano per tutelare le minoranze, i «bobby» aprono posizioni per la diversità. Il centro che si occupa di monitorare il presunto razzismo delle forze dell’ordine frigna: «Con la morte di Nowak rischia di saltare il nostro progetto».
Pare che, dopo la morte di Henry Nowak, non sia cambiato nulla nel Regno Unito. Del resto, basta andare sul sito della polizia britannica per rendersene conto. Sezione nuove assunzioni, figure cercate: la prima si dovrebbe occupare di uguaglianza, diversità, inclusione e diritti umani.
Stipendio? 75.000 sterline. Un’altra invece è dedicata a un ruolo di responsabile per la cultura e l’inclusione: 64.000 sterline all’anno. Non male. Peccato però che, oltre all’omicidio di Nowak, nell’ultimo periodo i crimini nel Regno Unito siano aumentati. E parecchio. Come nota il Telegraph, infatti, «a Londra, il tasso di criminalità è aumentato da 83,3 reati ogni 1.000 persone nel periodo 2020-2021 a 106,4 nel periodo 2024-2025, a causa, in parte, dell’esplosione dei furti di telefoni cellulari». Ma non solo. «In Cornovaglia, la criminalità è aumentata dell’11,7% nell’anno terminato a settembre 2025», sottilinea sempre il Telegraph.
Sarebbe bene quindi investire i quattrini dei contribuenti di Sua Maestà in altro. Sulla sicurezza, quella vera. Non su una falsa inclusione, che non porta da nessuna parte. Anzi: che fa solo danni se è vero, come è vero, che molti poliziotti hanno subito fortissime pressioni sia durante l’addestramento sia nelle operazioni in strada per evitare qualsiasi situazione che potesse bollarli come razzisti. Rendendoli di fatto inefficaci e talvolta addirittura dannosi, come nel caso di Southampton.
Un cambio di rotta sarebbe quindi necessario. Ma, per ora, pare impossibile. L’organizzazione che monitora l’operato delle forze di polizia in merito alla discriminazione delle minoranze ha parlato chiaro. E lo ha fatto per bocca di Abimbola Johnson, che presiedeva una commissione ad hoc sul caso Nowak: «La reazione negativa contro le premesse del Piano d’azione della polizia contro il razzismo (Prap) è preoccupante. Per cinque anni ho presieduto il comitato indipendente di controllo e supervisione che ha esaminato il Prap: un programma nazionale, guidato dal Consiglio nazionale dei capi di polizia e dal College of Policing, creato per migliorare l’operato della polizia nelle comunità nere e affrontare il razzismo all’interno delle forze dell’ordine. Uno dei risultati è stato l’impegno della polizia contro il razzismo, che ora sta affrontando forti critiche». Si dice preoccupata, la Johnson, perché tutto il lavoro fatto sin qui ora rischia di esser vanificato. Che alla fine, a causa della morte di Henry, la polizia debba tornare a trattare allo stesso modo bianchi e neri. Indipendentemente dal colore della loro pelle. Senza favoritismo alcuno. Come sarebbe giusto che fosse.
Ma non è così. Anche perché, per un curioso caso della sorte, anche Nowak era un «migrante», visto che aveva anche passaporto polacco. Era un cittadino di un altro Paese, che però condivideva i principi del regno che lo aveva accolto e stava cercando di costruirsi lì il proprio futuro. Un atteggiamento ben diverso rispetto a quello del suo killer che, come dimostra anche una foto rilanciata dal Times ieri, amava passare il tempo provando armi. Due posizioni diverse e inconciliabili.
Per la Johnson, il Piano d’azione della polizia contro il razzismo non può essere messo nel cassetto ora. Anzi, va migliorato. E questo perché «abbiamo sostenuto che l’antirazzismo nelle forze dell’ordine doveva diventare più pratico, operativo e misurabile». Non si è fatto abbastanza, quindi. I poliziotti dovevano essere rieducati meglio e più in fretta. E bisognava rendere tutto più misurabile (come? Con punteggi? Attraverso le delazioni?).
L’unica cosa misurabile oggi è il silenzio attorno alla terribile morte di Nowak. Nessuno si è speso per lui a Hollywood. Nessuna celebrità si è degnata di dedicargli un post a lutto su Instagram. L’unico che ha preso pubblicamente posizione in favore di Henry è stato Miguel Bosé, che ha postato un video, vestito di nero, sui suoi canali social. Poche parole nella descrizione: «“Non riesco a respirare”». In ginocchio per Henry Nowak». L’unico cantante che ha osato sfidare la cappa di silenzio attorno a questa storia. Solamente qualche giorno fa, il vicepresidente americano aveva detto: «È morto come muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui, e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso». Mancava solo una cosa: le civiltà muoiono nel silenzio. Come è accaduto dopo la morte Henry, del resto.
Continua a leggere
Riduci
«Faremo tutto il necessario per portare a termine l’operazione». Lo ha dichiarato il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, a margine della conferenza stampa sull’ipotesi di aggregazione con Banco Monte dei Paschi di Siena.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
Continua a leggere
Riduci
Dalla piscina di Blair, che divenne leggenda per la bandana di Berlusconi, al salone delle cene con Putin. La vendita del paradiso sardo del padre di Forza Italia svela i segreti di un luogo da sogno che ha fatto storia.
C’è la piscina del Cavaliere in bandana con Tony Blair. C’è la pergola dove sonnecchiava Umberto Bossi in canottiera. C’è il cancellone di Punta Lada che i cronisti (solleone o maestrale) non potevano oltrepassare.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
C’è il salone delle cene con Vladimir Putin, George W. Bush, José Maria Aznar. E c’è lo scorcio di giardino dove l’ex premier ceco Mirek Topolanek passeggiava nudo. «Se Villa Certosa potesse parlare» è stato per decenni il sussurro di un popolo di voyeur. Oggi Villa Certosa parla. Lo fa attraverso le oltre 100 foto che il broker Carolwood partners di Beverly Hills ha messo online sul sito The Certosa Estate per testimoniare l’unicità del paradiso a Porto Rotondo (Costa Smeralda) che fu la resistenza estiva di Silvio Berlusconi. Quei muri parlano e tornano a ricordarci 30 anni di storia d’Italia.
Il portfolio serve a giustificare il prezzo di 500 milioni presso potenziali acquirenti - sceicchi arabi, petrolieri americani, oligarchi russi, sociopatici siliconvallici, tennisti da Slam - eventualmente interessati alla proprietà più costosa mai messa sul mercato in Italia. Sono 2.200 metri quadri interni con 14 camere da letto, 14 bagni, aree di fitness, talassoterapia e relax, logge, terrazze, saloni che guardano il Golfo di Marinella. Nei 580.000 metri di parco (l’area è più grande del Vaticano) si contano sette piscine, una laguna e un vulcano artificiali, due laghi (Palm lake e Bio lake), la grotta di Nettuno, un teatro in stile greco, un campo da calcio grande come San Siro, un eliporto, un bunker nucleare, il museo dell’ibisco, l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare e una cappella con altare. Il tutto inserito in un immenso giardino all’inglese con piante autoctone fino alla scogliera; una piccola città del lusso che costa 1 milione al mese solo di gestione ordinaria, mentre noi peones litighiamo sul costo dell’ascensore. Anche per questo la famiglia del Cavaliere ha deciso di metterla in vendita.
Sua maestà Villa Certosa, acquistata quando si chiamava ancora Villa Monastero ed era di proprietà del padrone della rete tv La voce sarda, Gianni Onorato, rappresentava in purezza il berlusconismo da weekend. Era la Camp David sarda, la Mar a Lago di Gallura. Con lampi di genialità fashion. Nel 2003 esce il primo film dei Pirati dei Caraibi con Johnny Depp, successo mondiale. Ecco che l’estate successiva Berlusconi accoglie in Sardegna il premier Tony Blair e la moglie Cherie con un look corsaro da azzardo assoluto: bandana bianca su abbigliamento total white. Memorabile per un uomo politico. Lui spiega che si tratta di un accorgimento per proteggere i capelli dopo un recente trapianto, le foto fanno il giro del mondo anche senza Instagram. La sinistra da Capalbio si consola riproponendo il dagherrotipo di Aldo Moro che passeggia sulla spiaggia in giacca e cravatta per enfatizzarne la sobrietà. Paragone perdente, nessuna convergenza parallela con il sentiment degli italiani.
La politica estera passa da quei saloni dove il cuoco Michele delizia gli ospiti con il famoso «menù tricolore», il tris di pasta con gnocchetti al pomodoro, mezze maniche al pesto e fettuccine panna e zafferano. Poi aragosta e gelato. Bandìto l’aglio sempre e comunque. Il glamour passa da quelle piscine dove Topolanek e i figli si immergono come mamma li ha fatti. Passa dalle esibizioni canore del padrone di casa sotto la Luna e dagli accordi parlamentari affinati sugli scogli, sotto tende moresche e fra gli spruzzi. Per riprodurre tutto ciò Paolo Sorrentino nel film Loro ha dovuto affittare l’Argentario Golf Hotel di Porto Ercole.
Leggendario il Ferragosto del 1994 quando, in piena fibrillazione di governo, Berlusconi invita Umberto Bossi per convincerlo a non attuare il ribaltone (che avverrà a Natale). Il Senatur preferisce acquartierarsi con i fedelissimi nel residence da ceto medio riflessivo di Vito Gnutti al Pevero. «Noi non andiamo dal Berlusca, se vuole sa dove trovarci». Comincia la partita a scacchi. Alla fine Bossi immortalato in canottiera e toscano in mezzo al lusso certosiano - dopo un «Consiglio dei ministri balneare» - diventa un’icona pop. Il distinguo è cercato, la simbologia è palese: noi siamo gente del popolo. Ma anche lui è lì, a casa del Cav, sotto le fresche frasche. Villa Certosa ha vinto ancora.
Continua a leggere
Riduci





