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Religiosi musulmani che predicano i matrimoni a 9 anni, africani fuori di testa che assediano interi quartieri, giovani magrebini che spacciano e delinquono persino davanti ai preti: è questo che dovrebbe spaventarci, non la parola che indica la soluzione.
Dite remigrazione, ditelo senza paura. Ditelo forte. Urlatelo in piazza. Re-mi-gra-zio-ne.
Non è una parola oscena, non è l’anticamera del razzismo, non nasconde nessun orrore. Anzi: è l’unica speranza per cancellare l’orrore che stiamo vivendo, l’orrore di una civiltà che sta morendo per colpa di un’accoglienza senza regole e senza freni. Re-mi-gra-zione: perché la parola fa così paura?
Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa.
E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio.
Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero?
Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto.
In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
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Riduci
A sinistra Don Samuele Costantini e l'arcivescovo Angelo (https://www.diocesi.ancona.it/)
- Ad Ancona parroco scrive al sindaco e al prefetto: «Usano ampolle dell’acqua santa per drogarsi. Girano anche coltelli con lunghe lame».
- A Sarzana, nello Spezzino, un extracomunitario fotografato mentre sta arrostendo un micio in un parco per bambini. Rischia 4 anni di carcere e 60.000 euro di multa.
Lo speciale contiene due articoli
Il sagrato non è più la linea di confine. I maranza hanno preso il controllo dei locali e dell’esterno. Fuori spacciano droga, anche pesante, dentro la consumano. La chiesa di Santa Maria delle Grazie, ad Ancona, è diventata una zona franca. Il grido di dolore di don Samuele Costantini, che amministra questa chiesa dal 2020, è arrivato in Prefettura. Un tentativo disperato di salvare la sua parrocchia ormai fuori controllo, prima di dichiarare la resa a quelli che anche lui chiama ormai «maranza». Giovanissimi, spiega don Samuele, «tra i 16 ed i 20 anni, di diverse nazionalità», che starebbero cercando di prendersi quel pezzo di territorio. Il quadro denunciato è netto. È un’occupazione. «Giovani che si ubriacano, che si drogano, che bestemmiano o fanno a botte, che fanno i bisogni sulle pareti della chiesa o rompendo vetri e balaustre». Non è degrado. Ma una sequenza precisa di comportamenti. Nelle siepi, sotto i vasi, i parrocchiani hanno trovato anche dei coltelli. Non erano finiti lì per caso. Ma oggetti pronti «per la prossima rissa». Una delle tante. Come quella di «qualche sera fa», che ha richiesto l’intervento della polizia e di un’ambulanza. Poi, però, terminata l’emergenza tutto torna come prima. I maranza riprendono a ronzare attorno alla chiesa.
Il resto della lettera, rivolta anche al sindaco di Ancona Daniele Silvetti e al vescovo Angelo Spina (e anticipata ieri dal Corriere adriatico) è una lista degli accadimenti: preservativi usati ed escrementi lasciati sul sagrato, boccette d’acqua santa sparite, scritte blasfeme sui muri. E soprattutto la droga. Non solo marijuana ma, denuncia il parroco, anche il più pericoloso crack, che i maranza spaccerebbero abitualmente alla luce del sole. Davanti a fedeli, anziani, famiglie e ragazzi dell’oratorio. L’ipotesi che avanza il sacerdote è questa: «Non penso che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città». I controlli disposti in centro (dove da un paio di anni si registrano risse, aggressioni e pestaggi) avrebbero consigliato ai maranza di spostarsi verso un’area più periferica. Verso un «luogo sicuro», spiega il sacerdote, «dove possono agire indisturbati». E, così, se li è ritrovati sull’ampio terrazzo che delimita l’area davanti all’ingresso della chiesa. La paura entra dalle porte laterali. «I residenti si lamentano» e «alcuni fedeli hanno ormai anche paura a venire a messa». La conseguenza è semplice: si smette di frequentare. La comunità arretra. Il luogo si svuota. E quello spazio viene riempito da altro. «Non è possibile andare avanti così», denuncia don Samuele. La richiesta è esplicita: «Un aiuto costante dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni». Mentre tra i parrocchiani c’è chi avrebbe suggerito una blindatura: «Chiudere con cancelli tutta la zona». Ma don Samuele non l’ha presa in considerazione. «Non me la sento». Per i costi, che sarebbero elevati. Ma soprattutto per il significato: «Verrebbe meno quel senso di apertura al mondo che un luogo sacro dovrebbe avere». È qui che il conflitto diventa netto: apertura contro difesa. Il problema però è esteso anche ai locali attorno. «Il piazzale», scrive il sacerdote, «è divenuto luogo di ritrovo di gruppi di giovani che minano la sicurezza pubblica». Il circolo dell’oratorio registra gli stessi movimenti. I maranza entrano nel bar del circolo, chiedono di usare il bagno, poi si chiudono dentro per mezz’ora. I responsabili hanno capito subito: «L’altro giorno», è una delle testimonianze raccolte ieri dal Corriere adriatico, «è uscito uno di questi ragazzi e si stropicciava continuamente il naso». Oppure lasciano all’interno una densa nube di fumo. Poi, fuori, vengono trovate le boccette usate per contenere l’acqua benedetta. Le svuotano e le usano per fumare crack. In altre occasioni «chiedono di consumare e poi rubano la merce». La domenica delle Palme è ormai un episodio emblematico: «Don Samuele è dovuto uscire fuori a chiedere ai ragazzi di allontanarsi dal sagrato». Motivo: «L’odore degli spinelli arrivava fin dentro la chiesa, insieme alle urla e alle imprecazioni». Qualche giorno dopo qualcuno è entrato, ha lanciato le sedie per aria e buttato in giro un po’ di cose. «Non è una bravata», dicono i parrocchiani. In molti l’hanno presa come un avvertimento. E poi c’è il coltello. «Da cucina, con una lama che faceva paura solo vederla», raccontano. Il clima, insomma, rappresenta il sacerdote nella lettera sarebbe diventato «fortemente intimidatorio». E chiunque «richiami» i maranza «viene insultato». Si è anche «verificato un alterco poi degenerato in una colluttazione fisica». L’uomo più esposto resta, però, il parroco. Quando cerca di parlarci viene deriso o insultato, spesso circondato da risate e provocazioni, con la sensazione che ogni parola scivoli via senza lasciare traccia, in un clima in cui il confronto è diventato impossibile e il rispetto un’eccezione.
Nigeriano uccide e «cuoce» un gatto
A due passi dagli scivoli e da altri giochi dell’area bambini, un clandestino nigeriano si stava per cucinare un gatto appena ucciso. Il barbaro banchetto nel parco pubblico della Crociata a Sarzana, provincia di La Spezia, è stato notato da alcuni passanti che hanno avvertito i carabinieri. L’uomo aveva improvvisato un fornelletto sul quale arrostire la povera bestia, forse un randagio di qualche colonia delle vicinanze o un micio del quale un proprietario potrà denunciare la scomparsa. Ci auguriamo che nessun bambino abbia assistito alla scena.
«Un gesto atroce e inaccettabile in una società civile», l’ha definito Stefano Torri, assessore alla Sicurezza del Comune ligure. «È ora che questa gente torni a casa propria: basta orrori tribali a casa nostra», ha tuonato il senatore della Lega Manfredi Potenti, responsabile del dipartimento Benessere animale. Le immagini sono state commentate con orrore sui social, dove continuano a circolare.
Da «cavernicoli», a comportamenti «non compatibili con la nostra società, è un dato di fatto», al sarcastico «massì, qualcuno di sinistra giustificherà il fatto in quanto il nigeriano non sapeva che in Italia non si possono uccidere i gatti»; da «ma perché non si mangiano tra di loro?», alla condanna per la non reazione dei cittadini che «hanno assistito alla scena e hanno filmato, nessuno lo ha fermato, nessuno ha preso un bastone e glielo ha spaccato nelle ginocchia, siamo buoni sono a filmare, siamo diventati un branco di pecore con il cellulare sempre in mano. Che vergogna».
Di fatto, in un parco cittadino un nigeriano si è alzato dal giaciglio dove era accampato e ancora scalzo (come si vede dalle immagini), indisturbato ha «svoltato» la giornata uccidendo un micio (meglio non chiedersi in quale modo) e lo ha buttato sulla graticola. Non certo per fame, abbondano mense che offrono pasti e alimenti da asporto per garantire la copertura dei bisogni delle persone senza dimora.
Quel gesto crudele non voleva soddisfare un bisogno di cibo, ma un istinto barbaro che non intende sottomettersi alle regole civili. Era già capitato qualche anno fa a Campiglia Marittima (Livorno), che un altro africano fosse stato ripreso mentre arrostiva un gatto in mezzo alla strada, di fronte alla stazione ferroviaria. A fine giugno 2020 il video di quelle zampette protese, mentre il fuoco bruciava l’animale di compagnia trasformato in spiedo, aveva sconvolto le persone normali.
Non certi esponenti di sinistra, che si scatenarono a criticare Matteo Salvini perché aveva osato condannare il gesto del ventenne, originario della Costa d’Avorio. Due anni prima, nel febbraio del 2018 un nigeriano di 29 anni aveva scuoiato, fatto a pezzi e cotto un cane nel Centro di accoglienza di Briatico a Vibo Valentia, in Calabria. Tentò di giustificarsi, dicendo che nel suo Paese questa era l’abitudine e che comunque il cane l’aveva trovato già morto. Le immagini di quei moncherini lasciati a terra, arrostiti, risultarono insopportabili.
Dopo l’ultimo episodio in Liguria, è intervenuta Michela Vittoria Brambilla presidente della Lega italiana difesa animali e ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente: «Non possiamo tollerare che, nel nostro Paese, avvengano simili episodi, soprattutto quando i responsabili sono persone che evidentemente non rispettano né le nostre leggi né la nostra civiltà».
Ha aggiunto: «Per questa ragione ci accerteremo che il criminale che ha compiuto questo barbaro gesto venga punito in base alla legge Brambilla, che per l’uccisione con crudeltà prevede fino a quattro anni di carcere e 60.000 euro di multa, sempre abbinati, e che - ove ne ricorrano i presupposti - vengano immediatamente avviate le procedure di espulsione».
L’uomo è stato denunciato, hanno fatto sapere le forze dell’ordine. Siamo quasi certi che il nigeriano non finirà in carcere né verrà espulso, troverà qualche giudice indulgente. Quanto alla multa, è evidente che non sarà in grado di pagare la minima sanzione.
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Riduci
Mimmo Lucano (Ansa)
L’università Magna Graecia di Catanzaro invita l’ex sindaco. Fdi attacca: «Ignorata la sua condanna». Mentre il governatore toscano Eugenio Giani fa le barricate contro i Cpr.
Il modello Riace finisce persino all’università. Ieri infatti Mimmo Lucano, europarlamentare dem, è stato chiamato per tenere un seminario all’università Magna Graecia di Catanzaro sull’esperienza di integrazione che lui ha rappresentato nella cittadina in provincia di Reggio Calabria dove è stato sindaco. Il titolo del seminario: «Modello di ospitalità di rifugiati e migranti del comune di Riace», e si è svolto davanti a una ventina di persone in un’aula del dipartimento di giurisprudenza, economia e sociologia.
Fratelli d’Italia ha definito l’iniziativa «grave e inaccettabile». Per Fabio Roscani, deputato Fdi e presidente di Gioventù nazionale, è «inaccettabile che l’università pieghi la propria funzione educativa a finalità politiche, ospitando come relatore Lucano, figura già condannata nell’ambito del cosiddetto “modello Riace” e decaduta dalla carica di sindaco». Una scelta che, per l’esponente di Fdi, «legittima un modello segnato da irregolarità e da una gestione controversa delle risorse pubbliche. Non siamo di fronte a un reale confronto accademico, ma a un’iniziativa unilaterale, priva di contraddittorio, che si configura come propaganda. Un episodio che conferma una deriva ideologica dell’ateneo, con evidenti ricadute sulla sua credibilità e sul suo posizionamento nazionale».
La replica di Lucano è arrivata presto: «Sono stato all’università di Cambridge, a quella di New York e in molti altri atenei prestigiosi per raccontare un’esperienza che rappresenta una soluzione alla drammatica questione dei migranti. Eppure, proprio nella mia terra, la mia presenza suscita contraddizioni così forti da parte di esponenti della destra».
E intanto in Toscana, nonostante la crisi migratoria stia mettendo in grave difficoltà molti Comuni per i diffusi problemi di sicurezza, il governatore Eugenio Giani, ha deciso di mettersi contro la decisione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, di aprire un centro per il rimpatrio in Lunigiana, vicino a Massa Carrara. «La Lunigiana è un’area di straordinaria bellezza, ma anche estremamente delicata sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. Pensare di collocare in questo contesto una struttura come un Cpr rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio oltraggio a un territorio che va tutelato e valorizzato, non gravato da scelte che rischiano di comprometterne l’equilibrio». Insomma, a lui non va l’idea di mettere immigrati pericolosi tutti insieme in quelle zone. Tuttavia non ne indica altre che, tradotto, significa che non ha alcuna intenzione di voler aprire un Cpr in Toscana. Gli immigrati andassero altrove. Un paradosso per la sinistra. «Non credo che i Centri di permanenza per i rimpatri siano, in questo momento, il metodo più efficace per affrontare la questione migratoria. Si tratta di strutture che, di fatto, assumono le caratteristiche di luoghi di detenzione, pur essendo formalmente configurate come centri d’accoglienza. Questo elemento evidenzia una contraddizione di fondo che dovrebbe essere affrontata a livello normativo».
Spostandoci in un’altra regione rossa accade l’inverso. Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, ha proposto di riaprire un Cpr, nonostante le forti contrarietà all’interno della sua maggioranza in Regione e il «no» categorico del sindaco di Bologna, Matteo Lepore. E in Assemblea legislativa il governatore ha parlato di «possibilità di riallacciare il dialogo» con il governo dopo aver sentito il ministro Piantedosi, nell’ipotesi di rendere «umani ed efficaci» gli attuali centri di detenzione amministrativa dei migranti irregolari. Infine ha aggiunto: «Sui temi della sicurezza serve uno scatto. La posizione della sinistra non può essere: prevenzione e no a derive securitarie. La prevenzione e le risposte di sicurezza, quelle proprie, devono stare insieme». Il cortocircuito della sinistra.
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Riduci
2026-04-17
Spazio, Donazzan: «Space Meetings Veneto è la vetrina italiana per l'industria mondiale della difesa»
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Lo ha dichiarato l'eurodeputata di Fratelli d'Italia in un'intervista al Parlamento Europeo a margine dell'evento di presentazione dello «Space meetings Veneto», che si terrà a Venezia dall'11 al 13 maggio.





