Donald Trump (Ansa)
Donald Trump punta sul riavvicinamento di Arabia, Emirati e Israele. Tra i repubblicani però c’è dissenso: il primo scettico è Vance.
A che cosa punta Donald Trump con l’attacco all’Iran? La domanda non è affatto scontata. Nel video in cui ha annunciato l’avvio dell’operazione militare denominata dal Pentagono «Furia epica», il presidente americano si è mosso su due piani differenti. Da una parte, ha giustificato l’intervento in termini di Realpolitik, parlando della necessità di tutelare gli interessi statunitensi; dall’altra, ha invece evocato motivazioni di natura valoriale.
«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano», ha dichiarato. «L’esercito degli Stati Uniti ha intrapreso un’operazione massiccia e continuativa per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l’America e i nostri interessi fondamentali per la sicurezza nazionale. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica», ha proseguito, per poi aggiungere: «Annienteremo la loro Marina. Faremo in modo che i terroristi della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo, attaccare le nostre forze armate». «Faremo in modo che l’Iran non ottenga un’arma nucleare», ha continuato. «Questo regime», ha proseguito, «imparerà presto che nessuno dovrebbe mettere in discussione la forza e la potenza delle forze armate degli Stati Uniti».
Tuttavia, insieme a queste giustificazioni improntate al realismo politico, il presidente ha lasciato chiaramente intendere di sostenere la possibilità di un regime change a Teheran. «Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro», ha affermato, rivolgendosi ai cittadini iraniani. Sempre ieri, Trump, oltre ad accusare Teheran di non aver «mai voluto davvero un accordo», ha altresì dichiarato: «Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo».
Insomma, il presidente americano ha oscillato tra esigenze di Realpolitik e principi valoriali. Come si spiega? Per azzardare una risposta, bisogna cercare di risalire alle vere motivazioni che hanno spinto il capo della Casa Bianca a ordinare l’operazione militare. Ieri, un funzionario americano ha riferito a Reuters che, prima dell’attacco, «Trump ha ricevuto dei briefing in cui non solo si esprimevano valutazioni schiette sul rischio di gravi perdite tra gli Stati Uniti, ma si promuoveva anche la prospettiva di un cambio generazionale in Medio Oriente a favore degli interessi degli Stati Uniti». In altre parole, il presidente americano si sarebbe convinto del fatto che, al netto dei rilevanti rischi, la decapitazione del regime khomeinista possa garantire l’avvio di una nuova stagione nella regione mediorientale.
Del resto, le ritorsioni iraniane contro i Paesi arabi potrebbero avere come effetto quello di riavvicinare i sauditi tanto agli emiratini quanto agli israeliani: il che, agli occhi di Trump, sarebbe propedeutico al rilancio degli Accordi di Abramo. Senza contare che, abbattendo il potere di Ali Khamenei, Washington assesterebbe un duro colpo all’influenza regionale di Pechino e Mosca. In tal senso, il presidente americano, che ieri si è sentito telefonicamente con Benjamin Netanyahu, (oltre che con i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati), ha perso interesse rispetto alla diplomazia dei colloqui sul nucleare con il regime khomeinista: colloqui che, giovedì, al netto dell’ottimismo ostentato dall’Oman, si erano fondamentalmente incagliati, come già accaduto l’anno scorso.
È dunque anche in questo quadro che l’inquilino della Casa Bianca ha dovuto fare attenzione alle dinamiche di politica interna. Sul dossier iraniano, si registra da tempo una dialettica sotterranea in seno all’amministrazione americana: se JD Vance è sempre stato scettico sull’opportunità di un intervento militare contro la Repubblica islamica, Marco Rubio è, al contrario, storicamente collocato su posizioni più combattive. L’attacco di ieri segna quindi una sconfitta politica per il vicepresidente e vede rafforzarsi la posizione del segretario di Stato. Tuttavia, se il conflitto dovesse trasformarsi in un pantano, il futuro politico di Rubio potrebbe diventare traballante.
D’altronde, divisioni si ravvisano anche al Congresso. La maggior parte dei parlamentari repubblicani si è detta a favore dell’attacco militare, mentre la maggioranza di quelli democratici ha espresso contrarietà. Tuttavia si registrano delle ragguardevoli eccezioni. Se il senatore dem John Fetterman si è schierato con Trump, il deputato repubblicano Tom Massie lo ha aspramente criticato. Tenendo insieme la retorica realista con quella idealista, il presidente, che è stato anche accusato da Joe Biden di voler «rubare» le midterm, ha quindi cercato copertura a livello di politica interna.
Ciò detto, la scommessa iraniana intrapresa da Trump è ad altissimo rischio. Se l’obiettivo è il regime change in senso classico, è realmente possibile arrivarci, senza schierare soldati sul terreno? Uno scenario, quello dell’invio di truppe, che, per il presidente americano, avrebbe un costo politico enorme, avendo lui sempre fatto dell’opposizione alle «guerre senza fine» il proprio cavallo di battaglia. Certo, Trump potrebbe tentare una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime e scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Il nodo, però, risiede nel fatto che, in Iran, si registra una situazione più complessa rispetto al Venezuela. Trump deve fare quindi attenzione. Se la crisi in atto dovesse creare un’instabilità fuori controllo, i suoi ambiziosi progetti mediorientali potrebbero risentirne. L’attacco di ieri rappresenta quindi uno spartiacque: un momento che potrebbe rivelarsi cruciale nel plasmare l’eredità politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca. La linea che separa il successo dal fallimento è sottilissima. Ma Trump, si sa, è uno a cui piace scommettere. E stavolta, come forse mai prima d’ora, è pronto a giocarsi il tutto e per tutto.
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Riduci
L’Arabia saudita aumenta l’export di petrolio. Trump convoca le Big Tech sull’energia. Gas dall’Artico per l’Ue. Sale il petrolio, inflazione su?
Il raid chirurgico annienta figure chiave della Difesa e dei Guardiani della rivoluzione. Confermata in serata pure la morte di Khamenei: «Ritrovato il cadavere». I miliziani intanto si preparano a gestire la transizione.
Khamenei è morto. Lo ha confermato in serata un funzionario israeliano - citato sia da Channel 12 che da Sky News Arabia - secondo il quale il corpo sarebbe stato recuperato sotto le macerie del suo compound a Teheran. Il destino della Guida Suprema iraniana aveva lasciato con il fiato sospeso l’Iran, perché il futuro del regime ruota attorno alla sorte del suo leader.
Il giallo è durato per tutta la giornata di ieri, segnata dalla «Furia epica» di Usa e Israele. Un alto funzionario israeliano si era sbilanciato nel pomeriggio: «Cadremmo dalle sedie se Khamenei apparisse in diretta tv». La morte del genero e della nuora del leader, definiti «martiri» dai media iraniani, erano invece già acclarati.
Poi erano state le parole di Benjamin Netanyahu a dare chiari segnali: «Secondo molti segnali Khamenei è morto». Il leader israeliano, che ha detto di aver visto la foto del cadavere, mostrata anche a Donald Trump, ha ringraziato quest’ultimo per l’operazione, «foriera di pace». Non solo, secondo Bibi, «Teheran non può avere armi che ci minacciano, l’operazione continuerà. Il popolo iraniano scenda in piazza». The Donald, dal canto suo, apre invece a un’operazione lampo, di pochi giorni.
Il figlio del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, nel frattempo ha affermato che i tentativi di assassinio del padre sono falliti, assicurando che è in buona salute.
Fonti israeliane annunciano l’eliminazione di Mohammad Pakpour, capo dei Guardiani della rivoluzione, del generale Ali Shamkhani, figura chiave dell’apparato di sicurezza, del ministro della Difesa, Amir Hatami, e del capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei. Si tratta di perdite devastanti per l’architettura politico-militare della Repubblica islamica: una «decapitazione» mirata dei centri nevralgici del potere. Il dato strategico che emerge è la precisione dell’operazione. Americani e israeliani sembrano aver colpito con informazioni puntuali su tempi e luoghi, segno di un’intelligence penetrante.
Ora si può immaginare uno scenario simile a quello venezuelano, con una parte della leadership pronta a negoziare per sopravvivere? Al momento appare improbabile. Nessuno, nelle élite di Teheran, ben diverse dal quelle di Caracas, ha interesse a esporsi in una fase così fluida. Anche Reza Pahlavi, che ambirebbe a rientrare come figura di transizione, resta divisivo e privo di reale esperienza. La sua eventuale ascesa non rappresenterebbe una soluzione automatica, né garantirebbe coesione. L’interrogativo è un altro: l’operazione mira al regime change o al contenimento definitivo del programma nucleare? Probabilmente entrambe. La Repubblica islamica è costruita attorno alla figura della Guida Suprema. Dal 1989 Khamenei non è soltanto un’autorità religiosa, ma il perno politico, strategico e militare del sistema.
La Costituzione affida all’Assemblea degli Esperti la nomina del successore. In caso di «vacanza del potere», è previsto un consiglio provvisorio. Tuttavia, il meccanismo formale è solo una parte della partita. La vera dinamica si gioca nei rapporti di forza tra clero, apparato e Pasdaran. I Guardiani della rivoluzione costituiscono oggi il pilastro operativo del regime: controllano sicurezza interna, intelligence, programmi missilistici, proiezione regionale e ampie porzioni dell’economia. In una fase di crisi, il loro ruolo diventerebbe decisivo per garantire continuità e deterrenza. Negli ultimi anni il loro peso è cresciuto, accentuando la natura securitaria dello Stato. Una successione malgestita potrebbe rafforzare ulteriormente questa tendenza.
Esistono linee di frattura latenti. La prima riguarda il rapporto tra componente religiosa tradizionale e apparato militare. La seconda concerne l’ipotesi di una successione percepita come dinastica, con il nome di Mojtaba Khamenei spesso evocato negli ambienti diplomatici: una soluzione che potrebbe generare malumori nel clero, poiché contrasterebbe con la narrativa rivoluzionaria del 1979. La terza linea riguarda l’indirizzo strategico: irrigidimento permanente contro l’Occidente oppure gestione tattica delle tensioni per alleggerire sanzioni e isolamento. Non va trascurato il ruolo di Ali Larijani, figura di lungo corso, ex comandante dei Pasdaran e attuale responsabile della sicurezza nazionale, che nelle ultime settimane avrebbe assunto un peso crescente, mettendo in ombra il presidente, Masoud Pezeshkian, alle prese con un mandato fragile e un Paese sotto pressione economica. Storicamente, la narrativa dell’assedio esterno ha rafforzato la coesione delle élite iraniane. In presenza di un’escalation militare, il sistema potrebbe reagire serrando i ranghi e congelando le divisioni interne. La popolazione rappresenta l’incognita più difficile da decifrare: le proteste degli ultimi anni hanno evidenziato un malcontento profondo, ma un conflitto aperto potrebbe temporaneamente alimentare un riflesso nazionalista.
Il rischio maggiore non è una frattura immediata, bensì una transizione mal coordinata che, nel medio periodo, trasformi tensioni latenti in conflitto politico aperto. L’Iran non è un attore isolato: la sua rete di milizie in Medio Oriente, il dossier nucleare e il confronto con Israele e Stati Uniti rendono ogni mutamento al vertice un evento dalle ricadute regionali. Una destabilizzazione interna avrebbe effetti su Libano, Siria, Iraq e Yemen, incidendo sull’intero equilibrio di deterrenza. La possibilità di una frattura esiste, ma non appare imminente. Il sistema iraniano è stato costruito per assorbire choc e gestire transizioni controllate. Molto dipenderà dal comportamento dei Pasdaran. La variabile decisiva non è l’esistenza di divisioni - fisiologiche in ogni sistema - ma se le circostanze attuali siano sufficienti a farle esplodere in modo irreversibile. Ed è su questo crinale che si gioca oggi la stabilità dell’Iran.
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Riduci
L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
- Usa e Israele attaccano: il corpo del leader trovato in serata. Teheran bombarda Qatar, Arabia, Emirati e Kuwait: decine di italiani bloccati. Il presidente Usa: «Posso chiuderla in pochi giorni».
- Un primo bilancio parla di oltre 200 morti. Starmer: «Coinvolti anche jet britannici».
Lo speciale contiene due articoli.
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
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