Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione ammetterà lo sforamento del 3% soltanto con grave recessione Roma e Berlino: tasse su extra profitti a società energetiche per aiutare le imprese.
«Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». Una sentenza praticamente che arriva da un portavoce della Commissione europea. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», spiega, aggiungendo che «non abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia.
Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».
«La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà», il messaggio del presidente Ursula von der Leyen, che ribadisce velatamente quanto già spiegato dal portavoce: «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo».
Eppure, lo scorso venerdì, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato che se la crisi in Medio Oriente proseguisse sarebbe inevitabile per l’Ue valutare un nuovo stop del Patto, come già avvenuto dopo il Covid. Inoltre, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha fornito uno scenario (non una vera previsione economica) secondo cui a causa della situazione attuale l’economia dell’Ue e dell’Eurozona crescerà quest’anno dello 0,4% in meno rispetto alle precedenti previsioni (rispettivamente 1,4% e 1,2%), mentre con un conflitto più lungo l’impatto sarà dello 0,6% sia nel 2026 e sia nel 2027. A questo punto si attendono le prossime previsioni in arrivo il 21 maggio per capire se lo scenario fornito sarà effettivamente confermato.
L’emergenza, in ogni caso, esiste ed è concreta. Per questo si pensa a diverse ipotesi. Cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. Lo ha fatto sapere Bruxelles. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito. Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso», la spiegazione del portavoce della Commissione. A chiedere una tassa sugli extra profitti in Italia è soprattutto Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle sui social ha scritto: «Urge un intervento serio sul piano interno. Questo caro carburante è costato agli italiani in 2 giorni 1,3 miliardi: un vero salasso.
Il premier Meloni convochi un Consiglio dei ministri straordinario ma non per adottare le solite misure elettoralistiche e palliative, ma per introdurre una vera tassa sugli extra profitti», perché, secondo Conte, «in questi anni, non in questi giorni, le aziende energetiche, le imprese bancarie assicurative, le industrie delle armi hanno accumulato profitti ingenti: utilizziamo quelli con la tassa sugli extra profitti per redistribuirli alle famiglie in difficoltà e alle stesse imprese a cui un anno fa, ricordiamocelo, Giorgia Meloni aveva promesso 25 miliardi di aiuti. Gli italiani sono stanchi, basta con le promesse, vogliono fatti concreti».
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Riduci
True
2026-04-08
Italia «coalizzata» con Spagna e Polonia nella sfida all’Europa sui tagli al carburante
I ritocchi fiscali, però, non hanno portato sostanziali benefici alla pompa perché il prezzo industriale del petrolio è aumentato.
La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.
Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.
Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.
Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cent di tasse).
Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.
In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.
È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».
Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.
Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.
In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.
Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.
Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.
Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.
Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.
Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.
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Riduci
Una colonna di fumo si alza dalla raffineria di petrolio di Shahran dopo il raid aereo su Teheran dello scorso 8 marzo (Ansa)
Teheran ha sponsor dalla Cina alla Russia. E la crisi petrolifera, inasprita dalle azioni di Kiev, danneggia tutti. Lo scenario profeticamente evocato da Bergoglio va aggiornato: il conflitto è uno, e noi siamo nel mezzo.
Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.
Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.
Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.
Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolare l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».
È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.
Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di armare Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.
La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.
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Donald Trump (Ansa)
A ridosso dell’ultimatum, il presidente Usa sospende i bombardamenti in cambio della riapertura di Hormuz. Mediazione del Pakistan accettata anche da Israele. Venerdì a Islamabad il primo round negoziale. Ma restano divisioni tra falchi e dialoganti.
A meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, è arrivata nella notte la svolta: Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran per due settimane, aprendo a una finestra negoziale in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane», ha scritto il presidente americano, parlando di «cessate il fuoco bilaterale» e rivendicando di aver «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La mediazione del Pakistan, accettata anche da Israele, ha così aperto la strada a un primo round di colloqui diretti, atteso venerdì a Islamabad, con l’obiettivo di finalizzare un accordo che Washington considera ormai vicino.
L’ultimatum di Donald Trump all’Iran scadeva alle 2 di notte italiane, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano moltiplicate le tensioni a causa del precedente post del presidente americano, tornato a minacciare pesantemente Teheran, pur tenendo aperta la porta alla diplomazia. «Stanotte un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo», ha dichiarato Trump su Truth. Parole che, secondo il Wall Street Journal, avrebbero spinto Teheran a interrompere le comunicazioni dirette con Washington, sebbene la stessa testata abbia riferito che i contatti indiretti stavano proseguendo. «L’Iran non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump», ha anche affermato il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref.
È chiaro che la strategia del presidente americano è stata quella di minacciare Teheran per spaventarla e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza (il post di ieri ricorda, in parte, quello in cui, nel 2017, Trump promise alla Corea del Nord «fuoco e furia»). Il problema, per l’inquilino della Casa Bianca, è tuttavia duplice. Se la Repubblica islamica chiamasse il bluff, Trump si troverebbe davanti a un dilemma: fare marcia indietro, perdendo credibilità, oppure attaccare massicciamente, rischiando di impantanarsi e di far aumentare ulteriormente il costo dell’energia. In secondo luogo, il governo iraniano non è affatto compatto, il che rende difficile averlo come interlocutore. Il regime khomeinista è infatti sempre più spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian) e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington.
Non è quindi da escludere che i bombardamenti americani, che ieri hanno colpito i siti militari sull’isola di Kharg, fossero finalizzati a mettere sotto pressione le Guardie della rivoluzione in vista della scadenza dell’ultimatum. La speranza a Washington era che, a ridosso della deadline, le spaccature ai vertici della Repubblica islamica emergessero esplicitamente, per indebolire la posizione iraniana. Ed evidentemente così è stato. Trump sta d’altronde lavorando da tempo per cercare di isolare i pasdaran, strizzando l’occhio all’Artesh (l’esercito regolare di Teheran). È anche in quest’ottica che, secondo Fox News, il presidente americano avrebbe aperto alla possibilità di posticipare la scadenza dell’ultimatum, qualora i negoziati avessero fatto progressi. Oltre a lasciare più tempo per la diplomazia, l’obiettivo, in caso, potrebbe essere quello di voler esasperare le divisioni interne al regime, per arginare il più possibile le Guardie della rivoluzione. Tra l’altro, ieri, Axios ha riferito di progressi nelle trattative tra Usa e Iran nelle 24 ore precedenti. La stessa testata ha inoltre riportato che potrebbero presto tenersi dei colloqui di persona a Islamabad tra il team americano, guidato da JD Vance, e quello iraniano.
Si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso l’ipotesi di un celere cessate il fuoco: esattamente l’opposto di quanto auspicato da Vance, che, ieri, parlando da Budapest, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur specificando che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». «Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore negli Stati Uniti. Lo scopriremo, ma ci saranno molte trattative da qui ad allora, e spero che si arrivi a una buona soluzione», ha continuato il numero due della Casa Bianca. Chi predica pace è papa Leone XIV: «Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo», ha detto il pontefice parlando con i giornalisti uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. «Torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo di risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui. Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace», ha aggiunto.
Nel frattempo, ieri continuavano a registrarsi spaccature anche tra i principali attori regionali. Egitto, Turchia e Pakistan hanno lavorato per cercare di arrivare a un compromesso diplomatico prima della scadenza dell’ultimatum. Ieri pomeriggio, fonti di Islamabad hanno riferito che erano in corso sforzi per facilitare i colloqui tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, domenica Benjamin Netanyahu ha esortato Trump a non concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Lo stesso ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha accusato, ieri, lo Stato ebraico di aver tentato di sabotare gli sforzi di Islamabad volti a favorire i colloqui tra Usa e Iran: un Iran che sostiene di avere ancora 15.000 missili e 45.000 droni, mentre la Casa Bianca aveva escluso di voler utilizzare armi nucleari.
In tutto questo, ieri Cina e Russia hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che puntava alla riapertura di Hormuz: circostanza che ha irritato Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, Qatar e Kuwait.
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