Ecco #DimmiLaVerità del 31 marzo 2026. La nostra notista politica Flaminia Camilletti commenta il voto contrario alla fiducia dei parlamentari del generale Roberto Vannacci.
Tifosi della nazionale serba (Ansa)
Le tensioni in campo riflettono la geopolitica: Sarajevo vuole ritagliarsi spazio.
Sarebbe bello se tutto fosse dentro una sfida calcistica che decide chi tra Bosnia e Italia meriti maggiormente di accaparrarsi gli ultimi posti di un Mondiale che si annuncia extralarge non solo per le sedi, distribuite tra Stati Uniti, Messico e Canada (mai successo prima: tre nazioni per un solo torneo), ma anche perché quella del 2026 è la prima edizione allargatissima a 48 squadre.
Ma non tutto si ridurrà al campo e stasera nello stadio di Zenica, oltre al tifo delle curve, ci sarà quel rumore di fondo che è lo stesso che da anni echeggia in quei Balcani che l’Europa ha archiviato con disinvoltura e dimenticato troppo in fretta. Eppure quei Balcani rumoreggiano, borbottano rabbia e rancore. Così è bastata l’incosciente inquadratura sfuggita alla regia della Rai, che ritraeva l’esultanza di Dimarco, Esposito e Vicario in una saletta privata dello stadio di Italia-Irlanda del Nord, per aizzare gli animi e riempire di retorica politica la sfida calcistica. Aveva cominciato Edin Dzeko, una consolidata conoscenza italiana ancor oggi trascinatore della sua nazionale: «Noi giocheremo in uno stato molto molto caldo».
E per meglio capire l’elevata temperatura ci ha pensato l’ex romanista e juventino Miralem Pjanic: «A Zenica faremo il fuoco, non sarà piacevole per gli italiani essere lì». Ad aumentare il carico, infine, ecco il difensore del Sassuolo Muharemovic con un bel programmino: «Mangiarsi gli italiani, divorare chiunque verrà». Perché tanto livore? Davvero ci sono regolamenti di conti da saldare? No, evidentemente è il solito braciere balcanico che - ripeto - abbiamo sottovalutato e che spesso usa una retorica rude, scorbutica.
Che non ha mai regolato fino in fondo i conti interni e non ha trovato ancora pace. Il calcio che c’entra? C’entra come c’entrò per Maradona che punì con la sua mano - la mano de dios - i conti tra argentini e inglesi per le isole Malvinas/Falkland. Quell’Argentina che vide, proprio a Firenze in Italia 90, fallire un rigore e assieme l’epopea jugoslava: lo calciò malamente Faruk Hadzibegic, capitano dell’ultima nazionale slava piena di campioni e di rancori etnici che sarebbero esplosi da lì a poco, esattamente un anno dopo quel mondiale. Una guerra che durò 10 anni. L’eco di quei massacri torna nel rumore di fondo di Bosnia-Italia, così come entra ed esce in quella inchiesta che parla anche di nostri cittadini, cecchini a Sarajevo, che si divertivano a tirar schioppettate infami contro civili in fuga da altri cecchini e altre follie.
Nel brusio delle parole - troppe, esasperanti ed esasperate - dei giocatori ci sono echi dei rumori di Sarajevo o di Mostar o di Srebenica o di tutti quei luoghi teatro di un fine Novecento bestiale. L’Europa ha dimenticato la lezione dei Balcani, ha pensato che sarebbero bastati l’euro e un passaporto Ue per addomesticare quelle terre. Invece i calcoli potrebbero doversi rifare: ci sono richiami identitari che appartengono alle mappe politiche e culturali che sfuggono alle visioni di Bruxelles, convinta che la «taglia unica» vada bene a tutti. Invece no, e non bastano i richiami retorici. Serve la politica: chi sta monitorando la rotta balcanica? Non solo sotto il profilo migratorio ma anche per le connessioni con la Russia, con la Cina e con la Turchia che proprio con l’Unione europea si era impegnata - dietro il pagamento di tanti soldi - di tenere sotto controllo il traffico di umani. A Bruxelles andava bene così. Mentre Xi Jinping vede quelle zone come pezzi del proprio network infrastrutturale ma lo fa con un certo distacco, Vladimir Putin non ha mai smesso di parlare con i «suoi» Balcani, soprattutto dopo l’invasione in Ucraina, per evitare l’allargamento della «predicazione» Nato ed europeista. Lo ha fatto con la forza della fede e degli accordi energetici che vincolano non meno della identità. Lo stesso fa Erdogan con altrettanta retorica imperiale. I rancori che la vigilia della partita ha buttato fuori non sono la reazione all’esultanza di Dimarco. La cenere dei Balcani non è spenta: è sempre accesa, e i venti di guerra la alimentano. A due passi da noi.
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Riduci
Gennaro Gattuso con la nazionale (Getty Images)
Siamo arrivati a 12 anni senza partecipare ai Mondiali, e da stasera potrebbero diventare 16. Nel frattempo sono nati e cresciuti fenomeni come Jannik Sinner e Kimi Antonelli, capaci di attrarre i ragazzi verso altri sport. In Bosnia il pallone si gioca la sua egemonia.
Si chiama mesmerismo, era una suggestione pseudo scientifica divenuta letteraria grazie a Edgar Allan Poe, coniata dal dottor Franz Mesmer nel diciottesimo secolo, e postulava l’esistenza di un fluido vitale tra gli individui capace di alimentarne il carisma, curando paturnie sia esistenziali, sia fisiche. Ce l’ha molto sviluppato Jannik Sinner, il mesmerismo. Pure Kimi Antonelli è un campione assai mesmerico.
Sapete quanti anni avevano Sinner e Antonelli l’ultima volta in cui la Nazionale italiana di calcio disputò un Mondiale? Jannik 13. Sarebbe diventato professionista della racchetta quasi due anni dopo. Kimi otto. Era il 2014, all’epoca il pallone deteneva l’egemonia sull’immaginario sportivo nazionalpopolare. Poi c’è stata la sventura degli azzurri di Ventura, eliminati dalla Svezia nello spareggio del 2017, e a parte la ricca parentesi di Euro 2020, l’Italia non disputa un Mondiale da due edizioni. Tanto per capirci: un ragazzino italico oggi iscritto alle medie, in un evento così prestigioso, la Nazionale non l’ha mai ammirata.
Dunque o stasera contro la Bosnia Herzegovina gli uomini di Gennaro Gattuso si fanno onore, o l’eventualità che il pallone, insidiato da altri sport rampanti, smarrisca il primato di ispiratore di carriere per campioni del futuro diventa concreta. Questa è una sorprendente notizia. Federico Dimarco e Pio Esposito hanno ostentato sicumera ridanciana, paparazzati dalle telecamere mentre sghignazzavano quando la Bosnia ha battuto il Galles nel match giocato il 26 marzo scorso che avrebbe decretato l’avversario dei nostri. «È stata un’esultanza istintiva, non volevo mancare di rispetto», si è difeso l’interista.
Edin Dzeko, quarantenne capitano dei bosniaci, ariete che ha costruito la sua gloria agonistica nel nostro Paese sfoggiando le casacche di Roma, Inter e Fiorentina, non risparmia stilettate: «Se gli azzurri temevano il Galles, non sono più quelli di una volta. Amo l’Italia, ci ho vissuto nove anni splendidi, sentirò la partita più di tutti. Però loro non hanno più Totti o Del Piero, i giocatori di una volta erano diversi». E ancora: «Pure i critici sostengono che nel calcio italiano manchi l’intensità. Mi aspetto una partita assai tattica. Il campo di gioco sarà brutto? Alcuni campi italiani non sono migliori», conclude, alludendo allo stadio Bilino Polje di Zenica. Più che un impianto, un avamposto cyberpunk forgiato col ferro della cortina in cui i cascami tetri della combattiva tifoseria balcanica alimentano l’epica da chanson de geste.
Fu inaugurato nel 1972 con una capienza di 30.000 persone; poi gli ammodernamenti l’hanno ridotta a 13.000. Le tribune sono vicinissime tra loro e a ridosso del rettangolo verde, l’acustica amplifica le grida dei supporter, radicalizzando l’effetto bolgia come ingrediente emotivo di sicura efficacia per la compagine di casa, i cui sostenitori sono stati multati di 60.000 franchi svizzeri dalla Fifa per tifo scorretto. In più, stasera potranno accedere solo 10.400 tifosi, con meno di 1.000 posti dedicati ai temerari fan nostrani. Non scordando un meteo attestato sui 2-3 gradi di temperatura. Ad accrescere l’adrenalina guerresca ci pensa la cronaca: la Procura di Milano starebbe indagando circa la presenza, a cavallo tra 1992 e 1996 (gli anni della guerra di Jugoslavia e dell’assedio di Sarajevo), di cittadini italiani che avrebbero letteralmente pagato di tasca propria le milizie serbo-bosniache per sperimentare l’ebbrezza del mestiere di cecchino, sparando sugli abitanti.
E mentre Gattuso si arrovella sulla formazione e pensa di schierare davanti a Donnarumma, Mancini, Bastoni, e Calafiori, con Politano, Barella, Locatelli, Tonali, Dimarco a centrocampo, Retegui e Kean sul terminale offensivo, una statistica rinfrancante: l’Italia è rimasta imbattuta in cinque dei sei precedenti contro i balcanici. Ma stasera, si diceva, si saggerà la tenuta del movimento calcistico in un’epoca mai così feconda per lo sport nazionale.
Domenica scorsa, Jannik Sinner ha centrato il «Sunshine double», la duplice vittoria nei tornei master 1000 di Indian Wells e Miami, arrivando a 26 tornei complessivi vinti nell’Atp. Una nidiata indomita di tennisti azzurri, con Lorenzo Musetti numero 5 del ranking, Flavio Cobolli e Luciano Darderi nella top 20, Matteo Berrettini redivivo e tra gli eroi di Davis. Kimi Antonelli su Mercedes, col Gran Premio vinto in Giappone, è il più giovane capoclassifica di sempre nella storia della Formula 1, e il primo italiano a riuscirci dai tempi di Alberto Ascari, nel 1952. Nella motoGp, Marco Bezzecchi su Aprilia ha vinto il Gran Premio di Austin, insediandosi al primo posto nel campionato piloti. Nella recente olimpiade di Milano-Cortina, una Federica Brignone eroica ha trionfato nel supergigante e nello slalom gigante.
Non scordando le vittorie mondiali del volley azzurro maschile e femminile. Se fanciulli in cerca di idoli da imitare decidessero di pescare nel carniere dello sport italiano, potrebbero tappezzare la camera di poster. E i calciatori sarebbero una delle tante, mesmeriche suggestioni. Ma non l’unica.
Viktor Orbán (Ansa)
Ricatto elettorale: Bruxelles valuta, in caso di vittoria di Viktor Orbán, di togliere il veto a Budapest o cacciarla dall’Ue.
Il 12 aprile è una data cerchiata in rosso nei palazzi di Bruxelles. Quel giorno gli ungheresi torneranno alle urne e, se Viktor Orbán dovesse ottenere un nuovo mandato, l’Unione europea si troverebbe di fronte a uno scenario che molti, nelle istituzioni comunitarie, considerano ormai inevitabile: la necessità di andare avanti anche senza il consenso di Budapest.
Il rapporto tra il premier ungherese e l’Ue è da anni attraversato da tensioni profonde, ma negli ultimi mesi lo scontro sembra aver raggiunto il suo culmine. Il veto posto da Budapest su un prestito destinato all’Ucraina, dopo un via libera iniziale, ha irritato diversi governi europei. «Nessuno può ricattare il Consiglio europeo», ha dichiarato il presidente António Costa, dando voce a un malumore diffuso tra Bruxelles e Strasburgo. A questo si sono aggiunte le accuse - tutte da verificare - di contatti costanti tra esponenti ungheresi e Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina resta il principale banco di prova della coesione europea.
È in questo clima che, secondo un’analisi pubblicata da Politico, le capitali europee starebbero già discutendo possibili contromisure nel caso di una nuova vittoria di Orbán. Non si tratta di decisioni formali, beninteso, ma di ipotesi ancora allo studio, riferite da fonti diplomatiche, che delineano però un cambio di passo potenzialmente radicale: non più solo tentativi di mediazione, ma strumenti per limitare la capacità di veto di uno Stato membro considerato sempre più «ingombrante».
La prima strada riguarda il cuore del processo decisionale europeo: il voto. Alcuni Paesi spingono per estendere il ricorso alla maggioranza qualificata anche in ambiti oggi soggetti all’unanimità, come la politica estera o parti del bilancio pluriennale. In sostanza, si tratterebbe di ridurre il potere di blocco dei singoli governi, rendendo più rapida l’azione dell’Ue. Una soluzione, questa, che avrebbe il vantaggio dell’efficacia, ma che tocca uno dei pilastri dell’Unione, fondato proprio sull’accordo tra tutti gli Stati membri.
Un’altra opzione sarebbe quella di un’Europa «a più velocità», con gruppi di Paesi pronti a procedere insieme su singoli dossier, lasciando indietro chi non intende partecipare. Formati flessibili, coalizioni di «volenterosi», cooperazioni rafforzate: strumenti già utilizzati in passato e che potrebbero diventare più frequenti. Il rischio, tuttavia, è quello di una frammentazione crescente, con un nucleo centrale che decide e altri Paesi relegati ai margini.
Più diretta sarebbe, invece, la leva finanziaria. Bruxelles potrebbe cioè rafforzare i meccanismi che legano l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, arrivando a sospendere o bloccare i finanziamenti in caso di violazioni (vere o presunte, non importa). In teoria, è un’eventualità già prevista nelle proposte sul prossimo bilancio pluriennale, ma che resta politicamente delicata e giuridicamente complessa. Anche perché Budapest ha già fatto sapere che, in assenza di risorse europee, non avrebbe interesse a sostenere l’intero impianto del bilancio.
Come quarta opzione, c’è poi lo strumento più drastico previsto dai Trattati: l’articolo 7, che consentirebbe di sospendere i diritti di voto di uno Stato membro. Una procedura già avviata nei confronti dell’Ungheria, ma di fatto bloccata, perché richiede l’unanimità degli altri Paesi. E proprio qui emerge il paradosso: per aggirare il veto di Budapest, servirebbe un accordo che, nei fatti, rischia di essere a sua volta paralizzato da altri governi, a partire dalla Slovacchia.
Infine, ci sarebbe l’ipotesi più estrema e, al momento, puramente teorica: l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. I Trattati non la prevedono, ma in ambienti diplomatici circolano riflessioni su possibili soluzioni giuridiche alternative, come un uso «creativo» delle norme sull’uscita volontaria (come l’articolo 50, attivato dal Regno Unito per abbandonare la baracca e avviare la Brexit). Si tratta, tuttavia, di uno scenario che gli stessi funzionari europei definiscono irrealistico, anche per le possibili conseguenze geopolitiche.
Il quadro che emerge, insomma, è quello di un’Unione che si prepara a gestire un conflitto interno sempre più aspro. Da un lato, la volontà di evitare che un singolo Paese possa bloccare decisioni ritenute strategiche. Dall’altro, il rischio di mettere in discussione princìpi fondamentali come l’uguaglianza tra Stati e il rispetto delle dinamiche democratiche nazionali.
A Bruxelles, per adesso, si parla di «piani di contingenza». Ma il fatto stesso che queste opzioni siano sul tavolo appare piuttosto inquietante. Se fino a pochi anni fa si cercava - almeno a parole - di integrare e convincere, oggi si ragiona anche su come aggirare le norme, arrivando persino a ipotizzare ingerenze politiche - sotto forma di pressioni e ricatti - ai danni di un governo democraticamente eletto. Alla faccia dello Stato di diritto.
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