Imagoeconomica
In nome della salute dei tarantini, a un mese dal referendum, i giudici chiedono interventi ambientali o da fine agosto si deve spegnere tutto. Fdi: a rischio l’industria italiana. Ma i sindacati attaccano il governo.
La situazione dell’ex Ilva di Taranto, si complica ogni giorno di più. L’ultimo capitolo è la decisione del Tribunale di Milano che ha ordinato, a partire dal prossimo 24 agosto, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento, per rischi sulla salute.
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
Continua a leggere
Riduci
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 27 febbraio con Carlo Cambi
True
2026-02-27
Lagarde si alza la paga di un altro 5,6%. E nelle mail a Epstein si legge: «È sveglia»
Christine Lagarde (Ansa)
Lo stipendio di madame Bce sale ancora e raggiunge i 492.204 euro. La donna aveva estimatori nella rete del faccendiere.
Non ancora con le valigie pronte - perché, si sa, la stabilità europea è un impegno che non può aspettare - Christine Lagarde avanza, imperterrita, davanti al Parlamento europeo. Tra voci di dimissioni, retroscena e speculazioni sul suo futuro, la presidente della Bce rivendica i frutti di sette anni di regno: «Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento». Insomma puoi anche convincere gli indici armonizzati, ma quando il latte costa il doppio, il cittadino comune non lo perdona.
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
Continua a leggere
Riduci
Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La corrispondenza tra l’orco e Teodorani, figlio della sorella dell’Avvocato, parte almeno dal 2010, due anni dopo la prima condanna del magnate. Il quale, oltre a sapere in anticipo maxi operazioni di Exor e commentare insieme ragazze, di lui diceva: «È uno di noi».
Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
Continua a leggere
Riduci





