Dalila Di Lazzaro (Getty Images)
Parla la popolare attrice: «Soffro da quando ho avuto un incidente. Andava un po’ meglio, fino al preparato anti Covid. Se ora avessi davanti chi ce lo ha imposto lo ammazzerei... Sono molto devota, oggi prego affinché le guerre finiscano».
Questi occhi, così intensamente celesti ed evocativi, gli occhi di Dalila Di Lazzaro, che lei tende finanche a minimizzare, hanno visto il successo ma anche il dolore, soprattutto quello per la perdita del figlio Christian. E quello che, purtroppo, continua a persistere e a limitare i suoi spostamenti, dovuto a una caduta in motocicletta nel 1997, a Roma, per colpa di una buca sul selciato.
L’attrice e modella (altezza: 1,80), di cui fa piacere cogliere una leggera inflessione friulana rimasta, è ambasciatrice e portavoce del dolore neuropatico cronico attraverso un’associazione, Nevra (www.nevra.it). A complicarle la vita ha contribuito anche il vaccino per il Covid.
Dalila, sei nata a Udine nel gennaio 1953. Cosa vorresti ricordare di questa città nella tua infanzia?
«La libertà dei bambini, che potevano giocare per strada, andare in bicicletta… Prendevo la bici e, con le forbici, andavo a rubare le rose che sbocciavano nei giardini delle ville dando sulla strada. E c’era questo profumo di tiglio, t’inebriava».
Com’eri da bambina?
«Tendevo a essere solitaria. Inventavo, immaginavo. Nel grande giardino di casa, laggiù in fondo, addomesticavo le galline. Ero bravissima. Uno dice che le galline son stupide e invece no. Mi abbracciavano, pensa tu… Mi mettevo su un muretto più alto, gli mettevo i semini e loro venivano. E poi c’era un fico meraviglioso. Passavo ore a mangiare i fichi che mi facevano venire l’irritazione negli angoli della bocca. Poi, verso sera, mi distendevo e guardavo la luna, pensando “cosa pagherei per andarci…”».
È vero che tuo padre faceva il pugile?
«Sì, pesi massimi. Si allenava con Carnera, che gli ruppe il naso. Era alto 1, 90, proprio un boxeur professionista, fece incontri in Francia, Jugoslavia… Questo prima di sposarsi. Poi mollò è diventò vigile urbano di Udine. Vide arrivare una bellissima ragazza in bicicletta, mia madre. La rivide e andò a finire che si sposarono. Andavano in giro in moto».
Fratelli o sorelle?
«C’è mia sorella Daniela, che vive a Udine, e un’altra, purtroppo venuta a mancare. Eravamo in tre sorelle».
Eri ribelle?
«Ero pacifica. Mia madre mi diceva “vai a prendermi le sigarette, vai a giocare la schedina”, faceva freddo d’inverno, con la nebbia. Dicevo sempre sì. Anche perché mia sorella Daniela era ribelle, rispondeva male e prendeva qualche ceffone».
Poi la gravidanza, gli inizi come modella…
«Il fatto di essere rimasta incinta a 15 anni ha dato molto fastidio ai miei. Andai a casa di mio marito, ma a mia suocera ’sta cosa non andava bene. Diceva “almeno vai a lavorare” e una sua amica ha cominciato a fare sfilate… Però nella mia vita ho sempre avuto l’angoscia che tutti gli uomini mi mettevano le mani addosso, le violenze da bambina di 5 anni in su, l’ho scritto nei miei libri. A 17-18 anni a Milano feci foto per Grazia, Gioia, Vogue… Mandavo i soldi a casa, mio figlio era dai miei. Poi l’agente mi disse “c’è un’occasione a Roma” e mi trasferii».
A Roma come andò?
«Iniziai con le pubblicità e andai a vivere in affitto con una ragazza che faceva la hostess. Poi cominciarono i film, potendo così mandare più soldi per il piccolo e finalmente portarlo a Roma. C’erano anche i furbi, un sottobosco tremendo, ti chiamavano per fare foto, volevano ti mettessi nuda. Per l’educazione avuta dai miei genitori, molto severi, meno male l’ho scampata sempre, sempre, li mandavo a quel paese e scappavo via».
Con il padre del tuo amatissimo Christian, nato il 5 aprile 1969, ti sposasti?
«Sì, mi sono sposata, io 15 e lui 17. Il viaggio di notte lo facemmo insieme alla suocera perché non ci prendevano in albergo, essendo minorenni. Durò circa 3 anni e mezzo. Poi a 18 anni sono andata a Roma».
Vi siete rivisti dopo?
«Non l’ha presa bene».
E per vostro figlio?
«Io glielo mandavo espressamente, tramite mia madre, ma trovava scuse. Non ho mai voluto una lira, ho mantenuto io mio figlio, e gli parlavo sempre, sempre bene di suo padre, mai parlato male. È questo che bisogna fare con i bambini. Con suo padre ha sempre avuto un rapporto tranquillo».
Il tuo ex-marito è vivente?
«Sì».
Poi con i film, oltre 40 cui hai partecipato, sei diventata famosa. Quali quelli cui sei più legata?
«Io direi Oh, Serafina! (1976, ndr) di Lattuada, il mio lancio nel cinema. Luigi Comencini, quando ero alle prime armi, mi ha fatto fare l’infermiera di Bette Davis nel film Lo scopone scientifico con Sordi e la Mangano. È stato molto carino con me, mi prese per tre film. Poi Jacques Deray (Tre uomini da abbattere, 1980, ndr) con Delon in Francia».
In Oh Serafina! come fu il rapporto con Pozzetto?
«Non era un uomo così affabile. Dopo il set si ritirava sulla sua roulotte… Il giorno della scena finale, in centro a Milano, pioveva che Dio la mandava, c’era un’attrice di teatro che nel film faceva la sua tata, non avevamo la roulotte, chiesi a Lattuada di metterci al riparo. Bussò alla roulotte e Pozzetto ci fece entrare, ma doveva essere lui a rendersi conto…».
Hai spesso fatto parti di femme fatale in storie di passioni anche oscure. Ti consideri una femme fatale?
«No, no, no. Si vede il mio fisico. Ho detto di no per 4 anni per far film mezza nuda, che andavano di moda, perché non li sopportavo. Al mio agente dicevo che volevo fare film che lasciano un segno, drammatici, impegnativi».
Alain Delon...
«A 14-15 anni in camera mia avevo il poster. Sono crescita col mito di Delon. Fu un’emozione. Mi corteggiava pesantemente, ma per questa storia non ero tanto per la quale, c’era Mireille Dark. Io dicevo, “ma Mireille?”. Poi la lasciò per altre attricette».
E Gianni Agnelli?
«Particolare, molto simpatico, buffo, mi faceva scherzi. Ma era un mondo un po’ particolare da cui cercavo di allontanarmi perché non aveva niente a che fare con il mio. Lui continuava a corrermi dietro. Un giorno gli dissi “mi sono fidanzata e ora non posso più seguirti” e lui rispose “ah, ho capito, allora hai un fidanzato che ti picchia, che ti picchia…” (imita la voce dell’Avvocato, ndr)… Risposi “ma no, mi sono innamorata”. Era legato, mi cercò per 3 anni, poi sono volata verso l’amore con questo ragazzo giovane».
Ti sei espressa a favore dell’adozione da parte di genitori non sposati.
«Nel periodo in cui Christian voleva un fratello o una sorella, volevo tanto adottare una bambina. Tutto in Italia è così complicato. Anche quando Christian è mancato, pensavo magari di dare una famiglia a un povero ragazzo in un orfanotrofio, perché no? Ma non hanno dato ascolto al cuore».
Già, Christian, purtroppo volato via a 22 anni in un incidente stradale a Roma. Lo senti vicino a te, lo sogni?
«No, per carità, in sogno morirei dal dolore, sarebbe un’emozione fortissima. Tutti i giorni, tutti i giorni, boh, non voglio dire niente, ho una grande sensibilità come donna, dovunque vado trovo dei cuori, se apro l’uovo si forma un cuore, ho migliaia di foto, un “buongiorno per sempre” che mi manda mio figlio. Questo mi dà una grande serenità, un barlume di luce verso la vita che sarà, dopo questa».
Sei devota a Sant’Espedito…
«Io sono devota a Dio, a Gesù, alla Madonna, a Padre Pio, sono cristianissima, e anche a Sant’Espedito. Lo prego perché ho problemi con il dolore neuropatico, è come avere un leone che ti sbrana la schiena, e lui è un santo per richieste impossibili. È vicino a casa, in una chiesa, metto una candela, gli dico una preghiera. Un italiano su quattro soffre di dolore neuropatico cronico, è micidiale».
Originato dall’incidente motociclistico?
«Sono dovuta andare in America, un mucchio di soldi… per, purtroppo, capire quello che avevo».
Un po’ meglio dopo gli Stati Uniti?
«Era andata meglio… Ma con il Covid, dopo questi maledetti vaccini, ho avuto un crollo neuropatico mostruoso. Ho avuto problemi al cuore, al pancreas, poi ho vertigini mostruose, cosa che non avevo prima. Poi mi è venuta una cosa agli occhi».
Che marca di vaccino hai fatto?
«Pfizer, mortacci sua! Scusa se lo dico. Se li avessi davanti li ammazzerei quelli che ci hanno imposto questo vaccino. Se ti fai il vaccino e poi ti viene il Covid che roba è? L’anno prima del Covid ho fatto quello per la Sars, tre volte ricoverata al Policlinico con broncospasmi micidiali che mi sembrava di soffocare e questo era l’anticipo di quello che ci volevano iniettare. Tanti amici miei che se ne sono andati…».
Tornando a Sant’Espedito?
«Nella mia famiglia ha fatto un miracolo, a mio cognato, a me no… Stava per morire per un tumore al fegato. In ospedale gli diedi il santino, “pregalo”. L’ha fatto, ora sta bene, il tumore è sparito, il diabete sceso, sta benissimo. Io gli chiedo “fa’ che la guerra finisca nel mondo”».
Protagonista dello spot del collirio Octilia, 1986. L’autista vede i tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Da chi li hai presi?
«Sia il papà sia la mamma avevano occhi azzurri bellissimi. I miei occhi hanno visto cose bellissime e cose bruttissime. Mi auguro adesso di continuare ad amare la vita, un dono immenso».
Manuel Pia, bravo musicista, il tuo compagno, mi ha fatto ascoltare una sua canzone, I bambini delle fate.
«È una compagnia meravigliosa che Dio mi ha mandato. Ero molto scettica. Avevo la porta chiusa con sette mandate, perché di matti se ne incontrano tanti. Mi ero chiusa un po’ in me stessa. In una serata di 14 anni fa ho visto questo ragazzo con i capelli lunghissimi che suonava la chitarra in maniera pazzesca. Poi al bar mi sono sentito bussare sulla spalla. “Vorrei mandarti la mia musica”. Rimasi stupita dalla sua sensibilità. L’ho chiamato. Tra un caffè e l’altro, dopo sei mesi, siamo diventati intimi».
Vorresti rivedere i luoghi della sua infanzia a Udine?
«Mi piacerebbe tanto, ho un piccolo cane. Hanno tolto gli aerei. Non posso andare in auto per via del dolore neuropatico che mi costringe alla morfina. Ma ci tornerò, perché la mia nipotina Francesca, la figlia di mia sorella, mi vuole abbracciare…».
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Ansa
A poche ore dall’ultimatum Usa, Trump lancia un avvertimento shock. Teheran interrompe i contatti con Washington e minaccia ritorsioni sul Golfo. Raid su Kharg e tensioni interne al regime mentre cresce il timore di un’escalation fuori controllo.
A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump all’Iran, previsto allo scoccare delle 20 di oggi (ora della costa Est Usa), a tenere con il fiato sospeso è l’ultimo post pubblicato su Truth dal presidente americano. Un messaggio dai toni estremi, che segna uno dei passaggi più delicati di queste settimane di conflitto: «Stasera un'intera civiltà morirà, per non tornare mai più. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, Chi lo sa? Lo scopriremo stasera, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!».
La prima e immediata reazione di Teheran, come riportato dal media governativo Teheran Times, è stata quella di chiudere tutti i canali di comunicazione diplomatici e indiretti con Washington. Al tempo stesso, una fonte vicina al regime iraniano ha riferito alla Reuters che l'Iran, attraverso il Qatar, ha informato gli Stati Uniti che nell'eventualità di un attacco alle centrali elettriche, l'intera regione del Golfo persico, Arabia Saudita compresa, sarà lasciata al buio. La stessa fonte ha inoltre dichiarato che «non c'è nessun negoziato in corso tra Iran e Stati Uniti» e che «gli Usa vogliono che l'Iran si arrenda sotto la pressione degli attacchi», che «l'Iran mostrerà flessibilità quando vedrà flessibilità dal lato americano» e che «lo stretto di Hormuz non sarà riaperto sulla base di promesse vuoti», minacciando inoltre la chiusura di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, qualora «la situazione dovesse andare fuori controllo».
Già nei giorni scorsi il regime degli ayatollah aveva risposto a Trump dicendo che «la sua retorica non ha alcun effetto». Di contro, il tycoon era stato ancora più categorico: «Senza un accordo, potremmo distruggerli in 4 ore». Uno scambio di messaggi che ha portato al post pubblicato poche ore fa da Trump che ha messo in allarme le cancellerie di tutto il mondo.
Il quadro che emerge, infatti, è quello di un conflitto che si sta progressivamente allargando anche a infrastrutture civili o a uso misto, alimentando le preoccupazioni internazionali. L’Unione europea ha ribadito la necessità di evitare attacchi contro obiettivi sensibili, mentre dal Golfo il Qatar avverte che la situazione è ormai vicina a un punto in cui l’escalation potrebbe diventare incontrollabile. Nonostante l’intensità degli attacchi, da Washington arrivano segnali contrastanti. Il vicepresidente JD Vance, in visita a Budapest per la campagna elettorale dell'alleato Viktor Orbán, ha dichiarato che «gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti» e che la guerra potrebbe concludersi a breve, sottolineando però che l’esito dipenderà dalle decisioni di Teheran. Nelle ore che precedono la scadenza dell’ultimatum, sono attesi contatti e negoziati, in un tentativo di evitare un ulteriore salto di livello dello scontro.
Sul fronte iraniano, tuttavia, la risposta resta dura. I pasdaran minacciano ritorsioni su larga scala, parlando apertamente della possibilità di colpire le infrastrutture energetiche degli alleati degli Stati Uniti e di estendere il conflitto oltre la regione. Parallelamente, le autorità hanno lanciato un appello alla mobilitazione interna, invitando i cittadini a proteggere le centrali elettriche formando «catene umane». A rendere ancora più incerto lo scenario contribuiscono le notizie che arrivano dai vertici della Repubblica islamica. Secondo valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e ricoverata a Qom, in condizioni tali da escluderlo da qualsiasi processo decisionale. Un elemento che, se confermato, rischia di aprire una fase di ulteriore instabilità interna proprio nel momento più critico. All’interno del Paese emergono anche tensioni politiche. Il presidente Masoud Pezeshkian, secondo fonti vicine alla presidenza, avrebbe accusato i vertici delle Guardie rivoluzionarie di aver compromesso ogni possibilità di cessate il fuoco, spingendo l’Iran verso una crisi economica e militare sempre più difficile da sostenere.
Intanto il conflitto supera i confini iraniani. Missili sono stati lanciati verso gli Emirati Arabi Uniti, mentre Teheran rivendica l’attacco a una nave israeliana in un porto emiratino. In Arabia Saudita, frammenti di missili intercettati sono caduti nei pressi di impianti energetici, confermando la crescente estensione regionale della crisi. E tutto questo mentre il bilancio umano continua a peggiorare. Secondo organizzazioni per i diritti umani, le vittime dall’inizio delle ostilità sono migliaia, con un numero significativo di civili coinvolti. Un dato che restituisce la dimensione reale di una guerra che, al di là delle dichiarazioni politiche, sta già producendo conseguenze profonde.
In questo contesto, la notte indicata da Trump si avvicina come uno spartiacque. Tra la prospettiva di un’escalation irreversibile e quella, ancora incerta, di una soluzione negoziale, il conflitto entra in una delle sue fasi più delicate.
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La multinazionale ha interrotto un ampio studio clinico sui vaccini, condotto su adulti sani tra i 50 e i 64 anni, affermando che il numero di partecipanti alla ricerca era stato troppo basso per generare i dati necessari.
Prima tenuti sottotraccia, ora annullati: tira una brutta aria in Pfizer, la casa farmaceutica che ha sviluppato i vaccini contro il Covid, dopo la sospensione degli studi sui preparati antipandemici. Cinque anni dopo la loro somministrazione di massa a livello globale (almeno 5 miliardi di dosi in tutto il mondo, anche se la casa produttrice non è in grado di dare informazioni esatte neanche su quanti vaccini abbia distribuito), prima su base volontaria, poi obbligatoria dopo l’approvazione dei green pass, i vaccini anti Covid per le fasce di età a basso rischio (gli under 65 sani), in assenza di studi, potrebbero non essere più somministrabili.
In una lettera dello scorso 30 marzo, la «maison» produttrice americana ha annunciato di non essere riuscita a raggiungere il numero minimo di 25.000-30.000 volontari per realizzare le analisi necessarie all’autorizzazione della Food and Drug Administration (Fda). Pochi americani, insomma, hanno voglia di rischiare e di sottomettersi alle analisi su un prodotto che nessuno, peraltro, vuole più iniettarsi, secondo quanto riportano le agenzie sanitarie: gli stessi Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, corrispondenti al nostro Istituto superiore di sanità) non raccomandano più urbi et orbi la vaccinazione anti Covid agli americani sani, consigliandola soltanto a seguito di valutazione individuale tra medico e paziente.
Messa alle strette dalla carenza di volontari, l’azienda statunitense, alla fine, ha staccato la spina alle vaccinazioni anti Covid per i sani. «Questo studio non si conclude a seguito di problemi di sicurezza o di rischio di beneficio», si sono giustificate Pfizer e BioNTech, «ma soltanto per il problema dei pochi volontari»: è quindi impossibile per le due aziende «generare dati post-marketing rilevanti», come è stato comunicato anche alla Fda.
Anche l’azienda Moderna sta lottando per raggiungere le 30.000 iscrizioni di volontari per il candidato vaccino anti Covid. «Essenzialmente, le vaccinazioni anti Covid stanno scomparendo dal mercato», ha detto il presidente del Brownstone Institute Jeffrey Tucker, che ha ospitato il raduno degli epidemiologi che hanno sostenuto la Great Barrington Declaration, parlando di un «umiliante ripudio di uno dei più grandi e distruttivi tentativi di vaccinazione di massa della storia».
La Vaccine Research Safety Foundation, guidata dal democratico Steve Kirsch, ha definito il calo del tasso di vaccinazione anti Covid «una massiccia ricalibrazione nazionale del rischio-beneficio» a causa di una profondai «erosione della fiducia» nei confronti dei vaccini.
Le autorità sanitarie americane stanno anche lanciando l’allarme sulle donazioni di plasma: secondo uno studio del Vanderbilt University Medical Center, sempre più persone (soprattutto i genitori di bambini e adolescenti) stanno rifiutando trasfusioni di sangue salvavita se provenienti da donatori vaccinati contro il Covid. I numeri sono sconvolgenti: circa il 60 per cento della popolazione americana può donare sangue, ma solo il tre per cento dona. Secondo la Croce Rossa americana, l’offerta di sangue negli Stati Uniti è scesa del 35 per cento in un mese (dati gennaio 2026). È dal 2023 che la Croce Rossa americana e i centri americani dove si effettuano donazioni e trasfusioni cercano di combattere la cosiddetta «disinformazione» sul sangue vaccinato, nel Paese dove i pazienti possono scegliere donatori specifici per le loro trasfusioni. Ma non è servito: i ricercatori hanno evidenziato che la richiesta di donatori non anonimi è in aumento perché i pazienti ritengono che il sangue da individui non vaccinati sia «più sicuro».
Continuano nel frattempo le indagini sulle inoculazioni anti Covid: la commissione Covid tedesca ha raccolto la testimonianza dell’ex funzionario Helmut Sterz, ex dirigente di Pfizer Europe, che ha dichiarato alle autorità tedesche, che stanno indagando sulla pandemia che l’azienda americana «ha fatto le cose a metà» e «in modo approssimativo» sui vaccini anti Covid, «il che è deplorevole», ha detto il funzionario. Sterz, che ha basato le sue conclusioni su evidenze pubbliche e documenti di ricerca, ha accusato Pfizer di aver gestito gli studi sulla sicurezza del vaccino anti Covid in modo frettoloso, saltando passaggi importanti per risparmiare tempo o denaro a discapito della sicurezza. Secondo Sterz, il rischio di sviluppare patologie correlate al cancro non è stato indagato «per il poco tempo a disposizione» e anche gli studi su riproduzione, fertilità, gravidanza e sviluppo neonatale sarebbero in gran ritardo: «Nessuna stima è affidabile», è la conclusione della commissione d’inchiesta. Non stupisce: l’analisi di Pfizer sui «rapporti sugli eventi avversi post-autorizzazione», occultata finché una richiesta di accesso agli atti (Foia, Freedom of Information Act) non ha obbligato l’azienda a rendere i dati pubblici, ha registrato quasi nove pagine di eventi avversi.
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(Ansa)
Sul piano della propaganda online i pasdaran sono in grado di fronteggiare il tycoon a colpi di meme: una reattività imprevista che influenza anche la realtà del conflitto.
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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