iStock. Nel riquadro, il posto su Facebook con cui il signor Claudio Saggioro, 75 anni, lamentava di essere stato scavalcato da alcune donne musulmane all’ospedale Mater Salutis di Legnago (Verona)
La denuncia di un signore di 75 anni che a Legnago (Verona) aspettava di essere chiamato per un prelievo: «Un gruppo di donne col velo, scortato dai mariti, è passato davanti a tutti tra la rassegnazione dei pazienti».
«Indossavano il burqa, non avevo mai visto abbigliamenti simili da queste parti. Sono passate davanti a tutti, con la complicità del personale sanitario». È ancora infuriato Claudio Saggioro, 75 anni, titolare del centro equestre La Rosa a Legnago, nella Bassa Veronese. Venerdì si era recato al centro prelievi dell’ospedale locale, il Mater Salutis, per «dei controlli di routine», e al pari degli altri cittadini dopo aver ritirato il ticket aspettava pazientemente che arrivasse il suo turno.
«Mi ero seduto vicino all’ingresso della sala prelievi, controllavo il display per vedere se usciva il mio numero, quando ho visto arrivare cinque o sei donne coperte di velo dalla testa ai piedi. Scortate da altrettanti musulmani, non saprei dire di quale nazionalità, erano abbastanza di colore», inizia a raccontare il signor Claudio.
Gli uomini vestivano all’occidentale, qualcuno portava i sandali, altri avevano le scarpe antinfortunistiche da lavoro, «probabilmente avranno chiesto un permesso per portare le loro mogli a fare degli esami. L’età? Tra i 35 e i 50 anni, mentre per le donne non saprei dire, avevano il volto coperto. Erano tutte vestite di scuro, inquietanti».
Forse, più che burqa indossavano il niqab che lascia scoperti soltanto gli occhi, di fatto erano pesantemente coperte. Il contingente maschile si avvicina al punto prelievi e quando la porta si apre, all’infermiera dicono che devono entrare «perché le loro donne non possono sedersi con gli altri in sala d’attesa e “avevano diritto di passare subito”. Ero lì accanto, ho sentito tutto», assicura Saggioro. Aggiunge: «Mica c’erano solo uomini, in quella sala, la scusa era ancora più assurda».
L’addetta all’accettazione risponde che devono aspettare il loro turno, che c’erano altre persone prima di loro e rientra in sala prelievi. «Ma non sarà passato nemmeno un minuto e la vediamo riapparire, facendo cenno al gruppetto islamico di entrare, una coppia alla volta. Prima hanno varcato la soglia gli uomini “a controllare”, chissà che cosa dovevano verificare, poi le donne. Ci hanno scavalcati senza ritegno, calpestando i nostri diritti», esclama il settantacinquenne.
Dice di essere indignato soprattutto per la mancanza di reazione degli altri pazienti. «L’ho detto, bisognava protestare, farsi sentire. Molti mi conoscono perché alla scuola di equitazione portano i figli, i nipoti. Non c’era nessuna urgenza, hanno deliberatamente lasciato passare stranieri per timore che potesse nascere qualche diverbio. Ma di questo passo dovremo subire e basta?».
Il signor Claudio è molto duro verso «la rassegnazione generale. Dicono “tanto che ci possiamo fare?”. Si sono arresi, i nostri giovani non reagiscono e vedono la sinistra che difende questa gente in tutte le maniere». Sui social, però, le proteste divampano. Il post di Saggioro è stato accolto condividendone lo sdegno, la rabbia. Da «Ma quale integrazione... Invasione preordinata, così si chiama», a «Mi dispiace, ma tra poco dovremo andarcene noi dall’Italia»; da «Le loro donne non si possono sedere con gli altri. E poi siamo noi i razzisti» a «Se non si possono sedere con noi che tornino al loro Paese»; da «Ormai passa prima lo straniero» a «Quello che ci meritiamo... e da domani saranno anche nei nostri Comuni a governare». I commenti si mescolavano alle condivisioni di esperienze analoghe vissute o raccontate da qualche parente «scavalcato» in ambulatori pubblici.
La direzione dell’ospedale di Legnago ha fatto sapere che non esiste alcun protocollo per le donne islamiche che le favorisca quanto a precedenza sugli altri utenti dei servizi sanitari. Né è previsto che abbiano sale d’attesa dedicate. Le uniche priorità sono per le donne in gravidanza e per i disabili. Non risultano segnalazioni di «prevaricazioni» avvenute, ma dicono che saranno fatti accertamenti.
Amarissimo, il lungo commento di un utente anziano, da tempo in cura a Legnago. Scrive: «Non sono certo a favore di questi africani che da decenni riempiono non solo l’Italia ma il resto d’Europa. Sarà il nostro futuro, anzi il vostro, perché loro sfornano figli, sanno le leggi e le usano. Rispettano la loro religione al contrario di tutti noi e questo li rende forti, uniti […] Non sono contro l’integrazione ma è tutto studiato in modo che noi diverremo la minoranza. Saranno le loro leggi a sostituire le nostre e questo è palese. Sono sereno perché non vedrò tutto questo, ma i vostri figli e nipoti saranno i loro servi e tutto questo perché nessuno ha il coraggio di parlare se non tramite tastiera».
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Gli attimi concitati dopo la tentata strage, con passanti italiani e stranieri che bloccano l’aspirante killer per le strade di Modena (Ansa)
Il giornale dei vescovi non si preoccupa dei fedeli messi nel mirino ma del fatto che un soccorritore egiziano non sia ancora italiano. Peccato che lui per primo non sembri così desideroso di diventarlo.
Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, non ha espresso particolare preoccupazione nell’apprendere che Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, in alcuni momenti di particolare furore se la prendeva con i «bastardi cristiani» e intendeva «bruciare Gesù». Anzi, da subito il giornale cattolico si è impegnato a ripetere che «dobbiamo dire no alle scorciatoie della propaganda», cioè evitare di criticare il sistema dell’immigrazione di massa per colpa dello stragista di origini marocchine. In compenso, ieri il foglio dei vescovi ha pubblicato una paginata di intervista a uno degli «eroi di Modena», cioè i coraggiosi che hanno fermato El Koudri dopo che aveva terminato la sua corsa assassina e si era lanciato fuori dall’auto con un coltellaccio in mano.
L’uomo in questione è Osama Shaby, egiziano di 56 anni che assieme al figlio Mohammed ha contribuito alla cattura del terrorista. Non c’è dubbio che si debba essere riconoscenti a Osama per il coraggio e la prontezza dimostrati che hanno in effetti tratti di vero eroismo. Ma l’obiettivo di Avvenire non è la celebrazione del gesto rischioso che salva vite. Tutt’altro: quel che importa al giornale è rimarcare un particolare rilevantissimo, e cioè che Osama è in Italia da trent’anni ma non ha ancora la cittadinanza. Ecco il messaggio: visto come siamo ingrati con gli stranieri che ci salvano (concretamente e simbolicamente)? Il fatto però è che il valente Osama rappresenta tutto ciò che non funziona in quel sistema di immigrazione di massa che Avvenire e buona parte della Cei continuano a sponsorizzare.
Per cominciare, Osama non è cittadino perché - come ha detto in un italiano non proprio perfetto ma comunque dignitoso a Piazza Pulita - ha presentato domanda soltanto da un anno, perché a quanto pare prima nessuno gli aveva spiegato come fare. O forse, chissà, non ci aveva pensato o non aveva grande voglia di diventare cittadino. Dopo tutto non sembra che si trovi molto bene qui. Suo figlio Mohammed non parla una parola della nostra lingua, si esprime in arabo. «C’è anche suo fratello, ha 18 anni. Purtroppo tornerà in Egitto tra qualche giorno», dice il muratore dispiaciuto: dei suoi due ragazzi nessuno sembra avere trovato la fortuna qui. «Finora l’Italia non ci ha trattato bene. Nessuno dei due ha trovato lavoro. Non hanno ancora ottenuto il permesso e, ogni mese, spendo più di mille euro», confida Osama a Avvenire, disegnando un quadro non proprio esaltante dell’esistenza sua o del figlio. «Abitiamo in case diverse. Siamo andati dove c’era posto. Sembra impossibile trovare un’abitazione qui a Modena o a Milano», racconta l’uomo. «È da due mesi che non riesco più a pagare l’affitto», spiega, e aggiunge che tra due mesi gli scadrà il contratto in cantiere: «Toccherà cercare di nuovo un lavoro. Magari non più come muratore. È troppo impegnativo».
In Egitto, continua, ha un altro figlio e la moglie: «Vorrei portarli tutti qui un giorno, ma torniamo di nuovo a capo: è impossibile senza casa e senza un lavoro stabile». Avvenire ci informa che Osama sogna «una vita normale. Una famiglia unita. E una casa». Secondo il giornale vescovile «sono diritti che sembrano scontati ma in molti nell’Italia di oggi, anche se vengono chiamati eroi, devono sopravvivere senza» Di nuovo la stessa tesi: guarda che schifo gli italiani intolleranti e irriconoscenti verso gli stranieri di cui non solo sfruttano il lavoro, ma a cui non riconoscono nemmeno uno straccio di diritto.
Peccato che la ricostruzione non regga. Il coraggioso Osama ha un permesso di soggiorno illimitato, e se avesse fatto richiesta anni fa sarebbe probabilmente già italiano. Le sue radici, i suoi affetti, forse anche il suo cuore sono in Egitto. Egli è sicuramente rispettoso delle leggi, oltre che impavido. Ma che sia culturalmente integrato non è affatto detto (né per altro è obbligatorio). La splendida macchina dell’immigrazione - e non il razzismo italico - ha donato a quest’uomo decenni di lavori faticosi e poco pagati, a quanto pare anche saltuari. Cosa che fra l’altro lo rende simile a tanti altri italiani di antica schiatta che da tempo immemore percepiscono stipendi bassi e non hanno diritto alla casa popolare (anche perché quelle emiliane sono per lo più occupate da famiglie straniere). Il punto è che nei trent’anni di permanenza in Italia non risulta che il povero Osama abbia avuto una vita facile o soddisfacente: è lui stesso a dirlo. E timidamente racconta ai giornali il suo tormento.
Ma non è accaduto per colpa di qualcuno che non ha voluto garantirgli diritti. Il problema è che forse per il suo lavoro poco qualificato non c’era poi tanto spazio. O forse quel lavoro svolto dietro basso compenso ha contribuito a vessare lui e ad abbassare i salari ad altri lavoratori autoctoni italiani. Osama è entrato, ha avuto accoglienza, ma non il paradiso di latte e miele che si era immaginato o che una certa retorica gli aveva promesso. E allora, invece di continuare a riproporre la stessa propaganda, converrebbe dire che la realtà dell’immigrazione è realmente quella di Modena, ma in modo radicalmente diverso da come viene raccontata oggi: per qualcuno che si assimila, molti si limitano a una integrazione superficiale e non profittevole in primo luogo per loro. Altri ancora, come Salim El Koudri - figlio dell’immigrazione checché se ne dica - finiscono in modo tragico. Poi certo, si può anche sostenere - come fa Avvenire - che tutti i mali vengano dall’Italia cattiva: dopo tutto, ciascuno si fabbrica le illusioni che vuole.
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Non è soltanto un frutto, è un simbolo di passione e di amore. Ha ispirato artisti, compositori e cantanti. Ed è buonissima.
C’è la mora e la moretta, la bella e la slavata, la dolce, la tenerina e la durona, c’è la precoce, la procace e la tardiva. Leporello direbbe: Madamina il catalogo è questo.
Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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Il direttore scientifico di Unifarco Gianni Baratto illustra le strategie contro i pilastri dell’invecchiamento per rimanere attivi a qualsiasi età: «Dai 35 anni inizia il declino. Oggi la “manutenzione” passa da team multidisciplinari con medici, nutrizionisti e mental coach».
La longevità non è più soltanto una questione anagrafica. Oggi il dibattito scientifico si concentra sempre di più su come vivere più a lungo mantenendo energia, autonomia e qualità della vita. Un tema che intreccia ricerca, prevenzione, nutrizione, salute mentale e nuovi modelli di assistenza di prossimità.
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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