Sul vincitore di Sanremo in questi giorni si sono sentite polemiche e valutazioni di ogni tipo. Ma sono davvero sensate? Qui vi diamo la nostra versione...
Forze armate americane (Getty)
Le economie di Europa e Paesi del Golfo non possono reggere un conflitto lungo. Usa e Israele spendono 1 miliardo al giorno. Ma i pasdaran resistono e Donald Trump non si può permettere di non vincere: rischio disastro.
E se il conflitto con l’Iran finisse come quello in Afghanistan? Se cioè la macchina da guerra degli Stati Uniti e quella israeliana non riuscissero ad averla vinta sugli ayatollah? Nel passato è già accaduto che la resistenza di forze apparentemente inferiori tenesse testa a quello che è considerato un esercito invincibile. Basta pensare, oltre che a Kabul, a Corea, Vietnam, Iraq e perfino Somalia, dove l’operazione Restore Hope, nata per stabilizzare il Paese e spazzare via i signori della guerra, si concluse con un ritiro umiliante dopo la morte di 19 marines.
No, non sarebbe la prima volta che gli americani sono costretti a fare i conti con una sconfitta, ammettendo di essere finiti nel pantano. Ma in questo caso, se accadesse, cosa che non mi auguro e non perché penso che gli Usa abbiano sempre ragione, sarebbe una catastrofe globale, politica e militare.
Perché affaccio l’idea di un clamoroso insuccesso di Stati Uniti e Israele? Primo perché è il pensiero inespresso che serpeggia fra gli osservatori. E secondo perché ci sono una serie di fattori che mi rendono inquieto sul risultato di una missione che avrebbe dovuto essere rapida e che invece rischia di trasformarsi in un conflitto più lungo e complesso del previsto. Non ci sono soltanto le dichiarazioni contrastanti di questi giorni, con Donald Trump che parla di fine della guerra, Bibi Netanyahu che lo smentisce e i pasdaran che alzano i toni, annunciando di voler infliggere una lezione al Grande e al piccolo Satana. C’è la sensazione che Stati Uniti e Israele abbiano sottovalutato sia l’arsenale di cui dispone l’Iran, sia il collante religioso e militare su cui si regge il regime degli ayatollah. Teheran non è Caracas e i Guardiani della rivoluzione non sono la Fuerza Armada Nacional Bolivariana. Il potere su cui poggia la Repubblica islamica non si è squagliato al primo colpo come è accaduto in Venezuela, ma anzi - nonostante l’impopolarità della dittatura - rimane saldo.
Del resto, clerici e laici cresciuti in quasi cinquant’anni all’ombra di Khomeini e di Khamenei sanno di non avere alternative: se oggi si arrendessero sarebbero morti, perché quello che non farebbero americani e israeliani lo completerebbe, come avviene in ogni resa dei conti dopo il crollo di una tirannia, il popolo oppresso. Dunque, l’Iran non soltanto non si arrenderà, come sarebbe ovvio dopo un bombardamento a tappeto, ma farà qualsiasi cosa, come appunto scatenare il caos.
Lo abbiamo visto, Teheran ha molti missili e moltissimi droni e grazie a quelli è in grado di infiammare l’intera regione. Infatti, non riuscendo a colpire gli Stati Uniti o a fare enormi danni a Israele, spara sui Paesi vicini, con la scusa che ospitano basi americane. Colpisce gli Emirati arabi, il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita, il Kuwait, con l’evidente intento di trascinarli in guerra e di destabilizzare i loro governi. Le bombe piovono sugli avamposti degli Stati Uniti, ma anche sui grattacieli e sulle infrastrutture, per fare più male. Però l’estensione del conflitto non si ferma a questo. Da quasi due settimane l’Iran blocca lo stretto di Hormuz, impedendo a migliaia di petroliere di transitare, paralizzando così il traffico della fonte energetica su cui si regge l’economia globale. Quanto possono durare l’Europa e la sua industria senza petrolio? Le scorte si stanno assottigliando e probabilmente si esauriranno nell’arco di un mese o poco più. E dopo?
La guerra ha in pratica un orizzonte temporale: non può continuare all’infinito, non solo perché agli Stati Uniti e a Israele costa 1 miliardo di dollari al giorno, ma perché i Paesi del Golfo e la stessa Europa non sono in grado di reggere un conflitto di anni. E allo stesso tempo, «terminare il lavoro», per usare le parole di Trump, prima di averlo concluso, ovvero lasciando un Khamenei paradossalmente ancora più cattivo del precedente, rappresenterebbe non solo un fallimento, ma una disfatta senza precedenti. In quanto, anche con un regime acciaccato, gli ayatollah avrebbero vinto contro il Grande e il piccolo Satana. Per il Medio Oriente sarebbe un disastro, ovvero un segnale ai movimenti, terroristici e non, che provano a sovvertire le monarchie del Golfo. Non solo: sarebbe un messaggio anche alla Russia di Putin e alla Cina di Xi Jinping, che a questo punto avrebbero meno remore a fare quello che hanno in mente. Mosca a continuare il lavoro sporco in Ucraina, Pechino a cominciare quello a Taiwan.
Continua a leggereRiduci
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Polemica per la presenza di artisti russi presso la fondazione veneziana. Oltre 20 Paesi dell’Unione europea sono contrari e fanno la voce grossa. Ma il padrone di casa Buttafuoco insiste per ospitarli e ricorda: hanno un padiglione dal 1914.
The Wall, quello dei Pink Floyd. Per ora è l’opera metafisica più visibile della prossima Biennale Arte per via della polemica sulla presenza oppure no degli artisti targati Russia. Ancora una volta, ancora dopo quattro anni, ancora con due posizioni graniticamente contrapposte. Da una parte l’Europa, governo italiano compreso, a dire no alle opere provenienti da Mosca e a piazzare (avanti con la metafora) «another brick», un altro mattone sul muro. Dall’altra, in fremente solitudine, il presidente dell’ente culturale Pietrangelo Buttafuoco che ha dato il via libera a scultori, pittori, filosofi russi e vorrebbe trivellare un buco nel cemento ideologico. E dalla trincea sintetizza: «La Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto».
Sulla scacchiera geopolitica è messo male. È circondato e il rischio di affondare in Laguna è alto. C’è il warning di Bruxelles, c’è la lettera firmata da 22 Paesi membri che chiedono all’Italia di vietare la partecipazione dei russi, c’è la posizione del ministro della Cultura Alessandro Giuli («la scelta della Biennale è contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»). Soprattutto c’è la minaccia della Commissione europea alla Fondazione di togliere i 2 milioni di finanziamento, con «la condanna all’apertura alla Russia perché in Europa la cultura deve salvaguardare i valori democratici, favorire il dialogo, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi». Parole e musica del portavoce Thomas Regnier. Sintesi: allora boicottiamoli, facciamo come loro. Ancora una volta.
Il muro somiglia a quello di Berlino, visibile da lontano dai tempi di Fëdor Dostoevskij cacciato dall’Università Bicocca di Milano; dalla bacchetta del direttore d’orchestra Valerj Gergiev spezzata dal sindaco Giuseppe Sala che gli impedì di salire sul podio alla Scala; dal rifiuto conformista di sedersi a tavola accanto a chiunque scriva in cirillico. Neppure l’esempio delle Paralimpiadi (peraltro italiane) è servito a rasserenare gli animi: qui i russi hanno alzato la bandiera, l’inno sta risuonando in Val di Fiemme e a Cortina (quattro ori) come contrappunto alle loro vittorie senza che nulla accada. Senza contestazioni e senza indignazioni perché lo Sport, come la Cultura, vive in un mondo «altro» che non conosce divisioni. Se così non fosse, avremmo difficoltà a spiegare la presenza ai Giochi appena conclusi di Stati come l’Iran, con la sua sanguinaria dittatura teocratica.
Se Buttafuoco immagina dal 9 maggio una Biennale di respiro mondiale in grado di elevare le menti anche oltre la tragedia della guerra con le sue logiche di contrapposizione, ha ragione. Il suo sguardo dalla torre d’avvistamento di una città aperta come Venezia non può che essere questo, inclusivo nel senso più coraggioso del termine. Poiché, come teorizzava Luciano De Crescenzo, «eppure è sempre vero anche il contrario», dalla vicina torre di osservazione istituzionale il ministro della Cultura coglie legittimamente il rischio di mettere in imbarazzo Giorgia Meloni e di vedere svuotata di contenuti l’Esposizione, fiore all’occhiello del nostro Paese, se i firmatari (fra i quali Francia, Germania, Spagna, Portogallo) dovessero imporre alle loro delegazioni di non partecipare. Lo showdown è fra due amici di vecchia data, strumentalizzato dai media mainstream che non aspettavano altro per sguazzare dentro una polemica interna al centrodestra.
Il vicepremier Matteo Salvini parteggia per la partecipazione: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano». Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, è pronto ad accogliere i russi: «La Biennale è un’istituzione indipendente e libera, siamo in democrazia e non in una dittatura. Siamo con l’Ucraina senza se e senza ma, altra cosa è il popolo russo con cui non siamo in guerra. Abbiamo fatto un gemellaggio con Odessa, con la mia famiglia abbiamo ospitato profughi ucraini. Ma dicono che «chiunque tocca il mare tocca il mondo», Venezia è da sempre un luogo di diplomazia e di libertà».
Peraltro sarà molto difficile sfrattare la Russia visto che la Biennale è anche casa sua. È proprietaria del padiglione ai Giardini di Venezia dal 1914 come altri 29 paesi (quest’anno si è aggiunto il Qatar). Sono le nazioni riconosciute dall’Italia, a loro basta una comunicazione autonoma per partecipare. Come ha ricostruito Adnkronos, dopo l’invasione dell’Ucraina i russi avevano ritirato la delegazione mentre nel 2024 avevano concesso il padiglione alla Bolivia. L’anno scorso Mosca ha riaperto «la casa» veneziana per la Biennale di Architettura e il delegato culturale Mikhail Shvydkoy ha sottolineato che «nessuno può privare la Russia del diritto di espressione artistica». Allora non ci furono polemiche né sollevazioni. Quest’anno sono previste performance musicali, di poesia e di filosofia. Sempre che The Wall non si alzi come il Mose.
Continua a leggereRiduci
Nathan Trevallion con i bambini (Ansa)
Marina Terragni, Garante per l’infanzia, chiede di far visita ai figli separati dai genitori assieme ad alcuni consulenti indipendenti. Cecilia Angrisano risponde picche: gli esperti non possono entrare «per non turbare i piccoli». O forse per non disturbare il tribunale?
La vicenda della famiglia nel bosco ha attraversato tutte le fasi. Alla fine della scorsa settimana è entrata a piedi pari nel territorio del tragico, con la decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di separare ulteriormente i bambini dalla madre, lasciandoli da soli in casa protetta. Ora siamo decisamente entrati nell’assurdo o nel grottesco, fate voi.
Questi i fatti. Quando il tribunale ha reso note le sue volontà, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza guidata da Marina Terragni ha formalmente richiesto di incontrare i bambini della famiglia del bosco, con l’obiettivo di verificarne le condizioni e vigilare sui possibili (anzi, più che probabili) danni derivanti dalla decisione dei giudici. La Terragni ha inviato una istanza al tribunale e alle autorità competenti, annunciando che si sarebbe fatta accompagnare in visita «da consulenti indipendenti», che potessero appunto aiutare nella valutazione delle condizioni dei piccoli.
Ebbene, per tutta risposta il tribunale, per la penna del giudice Cecilia Angrisano, ha risposto che la Terragni può visitare i bambini «previo ovviamente accordo con il tutore e il responsabile della casa-famiglia». Ma ecco la decisione incredibile: «Non è invece possibile consentire l’accesso di consulenti o altre persone», dice il tribunale, poiché la Garante non riveste «qualità di parte processuale». La Angrisano precisa poi che sono in corso due accertamenti sui bambini «demandati al competente servizio di neuropsichiatria infantile e al Ctu», e dunque è «facile comprendere gli effetti che ulteriori invadenze potrebbero avere sull’equilibrio emotivo dei minori, sottoposti peraltro a una costante sovraesposizione mediatica e a valutazione da parte di più soggetti processuali». Insomma, il tribunale non vuole gli esperti indipendenti, perché potrebbero - chissà come - turbare i bambini. Non solo. Il giudice insiste sulla «inopportunità di ulteriore esposizione dei minori ad assalti della stampa».
Verrebbe da rispondere che qui nessuno della stampa ha assaltato i bambini o i genitori. Semmai ad assaltarli sono le istituzioni che insistono contro ogni logica a tenerli separati. Non si capisce poi come i piccoli possano essere turbati più di quanto non lo siano attualmente. Peggio dell’allontanamento da casa e da papà e mamma che cosa ci può essere? «Per il tribunale sarebbe questa l’invadenza: il fatto che io possa andare accompagnata da esperti», ci dice Marina Terragni. «Soprattutto il tema è l’equilibrio emotivo dei minori, che naturalmente abbiamo tutti a cuore. Io non pensavo ovviamente di far sottoporre i ragazzini a una visita: volevo andare con occhi esperti per una valutazione che naturalmente non avrebbe sostituito le perizie richieste dal tribunale o dalla struttura. Si trattava di uno sguardo in più. Invece di andare, come andrò, con dei funzionari, volevo andare con consulenti esperti. Ma questo non mi è stato consentito».
C’è da restare allibiti perché parliamo dello stesso tribunale che ha concesso non più tardi di venerdì scorso di far testare i genitori a una psicologa, Valentina Garrapetta, che - come abbiamo dimostrato su queste pagine - pubblicava sui social post irridenti e insultanti verso la famiglia. Ecco, per il tribunale la presenza di questa dottoressa non turba alcun equilibrio, la presenza di esperti titolati a seguito del Garante invece sì. «Io andrò, vedrò quello che posso vedere, parlerò con quelli con cui mi sarà consentito parlare e cercherò di avere qualche informazione in più, anche se credo che ormai la questione sia ben inquadrata», dice Terragni. «Ci sono dei bambini che vivevano, come ho detto nei giorni scorsi, in una famiglia un po’ fricchettona, per capirci. Questa situazione aveva probabilmente qualche limite, ma c’era un amore sicuramente grande. Io chiedo: ma quali genitori oggi hanno voglia di stare tutto il giorno con i bambini? E quanti invece piazzano loro in mano un tablet? Qui abbiamo bambini presi in uno stato di buon equilibrio psicofisico che rischiano di uscire compromessi da un’esperienza davvero molto dura».
Che siano stati fatti dei danni, del resto, lo confermano esperti del calibro di Massimo Ammaniti, Vittorino Andreoli e altri. «Anche Claudio Risé sul vostro giornale segnalava che la relazione con la madre non è una relazione qualsiasi», aggiunge Terragni. «Mi pare che il tribunale insista molto sulla esposizione mediatica, ma l’esposizione si è creata perché c’è un interesse pubblico. Per allontanare i bambini dal nucleo familiare bisogna avere delle ragioni molto serie: maltrattamento, sostanziale abbandono, rischi per l’incolumità. Quando si tolgono i figli fuori da queste casistiche, il provvedimento va valutato molto attentamente. Io avevo detto: fermiamoci un attimo, facciamo ulteriori valutazioni, perché magari per i bambini è pesante tutto questo. Invece l’ultima ordinanza è stata eseguita nel giro di 12 ore.
Per questa visita», continua la Garante, «avrei ad esempio potuto interpellare il professor Andreoli. Un decano come Andreoli, o come Ammaniti, ha visto nella sua vita migliaia di pazienti e anche migliaia di bambini, non ha bisogno di fare dei test psicometrici. Se un bambino morde un giocattolino antistress gli bastano due secondi e mezzo per capire che qualcosa non funziona. Per cui sono molto dispiaciuta: dovremmo almeno darci fiducia sul fatto che lavoriamo tutti nella stessa direzione che si chiama superiore interesse del minore. Soprattutto non capisco perché io avrei potuto turbare l’equilibrio emotivo dei minori più di quanto già accada...». A questo punto sorge il legittimo dubbio: non si vogliono turbare i bambini o non si vuole turbare il tribunale?
Continua a leggereRiduci







