Sit-in dei medici pro immigrazione a Ravenna (Ansa)
La gip di Ravenna inchioda i medici contrari alle espulsioni. I camici bianchi accusati di falsificare i certificati hanno agito in «aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione». Di fronte al pericolo scabbia o tubercolosi lasciarono le persone libere di diffondere infezioni.
Qual è il compito di un medico? Curare chi è malato, ovviamente. Ma se al posto del giuramento di Ippocrate prevale quello a una militanza politica, ecco che anche i principi etici fondamentali che dovrebbero guidare chi indossa un camice bianco vengono meno. È ciò che sostengono i magistrati che hanno indagato una serie di dottori a Ravenna, accusandoli di falso ideologico e di interruzione di pubblico servizio.
La storia riguarda otto specialisti in servizio presso il reparto di malattie infettive dell’ospedale romagnolo. Secondo i pm compilavano falsi certificati di inidoneità al trattenimento dei migranti nei Cpr, i centri per il rimpatrio di stranieri che non hanno diritto a restare nel nostro Paese ma devono essere espulsi. In base a quanto emerso dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche, il pregiudizio ideologico dei medici prevaleva sugli accertamenti sanitari, anche quando lo straniero era malato. Infatti, a prescindere dalle condizioni dell’extracomunitario, i dottori sottoscrivevano moduli prestampati in cui si asseriva l’inidoneità alla permanenza dentro una struttura.
Tra il 24 settembre del 2024 e i primi di gennaio del 2026, su 64 irregolari accompagnati in ospedale per essere sottoposti a una visita allo scopo di accertarne le condizioni di salute, 44 sono tornati liberi, in gran parte perché ritenuti non idonei ad essere ospitati in un Cpr. In pratica, più o meno quanto accaduto con l’assassino di Aurora Livoli, la diciannovenne di Latina stuprata e uccisa da un peruviano che avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma che, in base a un certificato medico, era stato ritenuto non compatibile con la struttura per via di problemi urinari. Quali fossero queste difficoltà di minzione non è dato sapere, però si sa che, una volta lasciato libero di proseguire le proprie attività delittuose, Emilio Velasco ha aggredito e tentato di stuprare una donna prima di rivolgere le proprie attenzioni criminali su Aurora.
Tornando invece ai medici di Ravenna, gli inquirenti si sono insospettiti per quei certificati in serie con cui si attestavano condizioni che impedivano il trattenimento dei migranti. Tutti uguali, tutti in favore di stranieri irregolari. E così hanno avviato le indagini, intercettando i telefoni dei medici. Risultato, nelle chat scambiate fra i dottori è apparso chiaro che a ispirare la condotta degli infettivologi non erano le scelte sanitarie, ma quelle ideologiche. Per loro la decisione era militante, in base a un pregiudizio nei confronti dei Cpr, Le frasi scambiate sono chiare. Una dottoressa si definiva «anarchica e antagonista», più o meno come quelli di Askatasuna. Un’altra si rallegrava per i certificati di inidoneità: «Bene! Gli facciamo il culo a questi maledetti sbirri (ossia a carabinieri e poliziotti che accompagnavano i migranti, ndr)». È questo il tenore dei messaggi che si sono scambiati i medici, i quali si scrivevano a proposito della necessità di restare uniti e di cambiare qualche piccola frase nella certificazione di inidoneità dei migranti, così da non suscitare sospetti.
Tuttavia, la parte ancor più incredibile della faccenda è contenuta nell’ordinanza in cui il giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, ha sospeso per 10 mesi dalla professione tre dottori, vietando ad altri cinque di occuparsi dei certificati di idoneità ai centri per il rimpatrio. Non solo secondo il gip c’è il rischio di reiterazione del reato, ma gli infettivologi a fronte di pericoli di infezioni da scabbia o tubercolosi non hanno provveduto alla presa in carico dei malati, per curarli, ma li hanno lasciati liberi, consentendo la diffusione di possibili infezioni.
Per il giudice i medici si richiamano al codice deontologico, senza porsi il problema delle violazioni di legge. E, purtroppo, scrive il magistrato, le manifestazioni di solidarietà dopo l’avvio dell’inchiesta da parte di politici, colleghi e movimenti, non hanno fatto venir meno la possibilità di una reiterazione del reato, ma hanno creato un contesto favorevole alla prosecuzione dei comportamenti contestati. Insomma, la discesa in campo della sinistra li ha trasformati in eroi che aiutavano i migranti anche a costo di diffondere malattie. Il contrario di ciò che dovrebbe fare un medico.
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Marco Marsilio (Imagoeconomica)
Il governatore della Regione Abruzzo: «Su questa vicenda c’è stato un irrigidimento eccessivo. Per uscire dallo stallo creato dal pregiudizio dei giudici bisogna lavorare in modo pragmatico per far dialogare le parti e ricostruire fiducia reciproca».
Marco Marsilio, da governatore dell’Abruzzo lei ha seguito la vicenda della famiglia nel bosco. Che idea si è fatto di quanto accaduto? Non pensa che ci sia stato un irrigidimento eccessivo su questo caso?
«Il sospetto c’è. Io sono rimasto, come tanti, profondamente turbato da questa storia. Nella mia posizione ho avuto modo - era anche doveroso - di approfondire le ragioni di tutte le parti per capire la complessità della vicenda, e temo che ci sia stato qualche irrigidimento di troppo, da una parte e dall’altra. Ho capito che ci sono state da parte della famiglia alcune incomprensioni, che loro hanno giustificato anche con la difficoltà linguistica e culturale. E questo ha prodotto uno speculare irrigidimento da parte dell’altro fronte: assistenza sociale, tribunale e così via. Si è agito un po’ con l’accetta, questo temo che stia andando a detrimento della serenità e del benessere dei bambini».
Nel frattempo i bambini restano nella casa protetta di Vasto. E tra le varie ricadute da considerare c’è anche l’aspetto economico, piuttosto pesante per il piccolo Comune di Palmoli.
«Le procedure sono normalmente quelle, i Comuni hanno l’onere di pagare l’assistenza alle famiglie che hanno questo tipo di difficoltà. Bisognerebbe anche chiedersi se non dovrebbe essere lo Stato - dato che è un tribunale a decidere che una famiglia o dei bambini debbano essere ricoverati in una casa famiglia - a pagare, invece di lasciare l’onere ai piccoli Comuni. Perché poi quando capita una cosa simile in un piccolissimo Comune quella spesa rischia di mandare in default l’amministrazione. Sono talmente piccoli certi Comuni, con poche decine o poche centinaia di abitanti, che hanno dei bilanci davvero ridotti all’osso e quella spesa incide in percentuale in una maniera sproporzionata. Dunque penso che una riflessione vada fatta su questo tema, sul fatto che una spesa del genere dovrebbe essere un onere da fare ricadere direttamente sullo Stato».
Come Regione anche voi avete messo dei soldi?
«Questa è la parte economica che grava sul bilancio del Comune di Palmoli: pagano 244 euro al giorno per un totale che si aggira, a seconda dei giorni del mese, sui 7.500 euro. Per ora con il contributo dell’Ecad (Ente capofila ambito distrettuale, ndr.) si è riusciti a coprire tutte le spese fino a fine marzo. La Regione, a sua volta, destina una parte del fondo sociale europeo agli Ecad. Sono loro che ripartiscono la cifra ricevuta tra i Comuni. Palmoli ha ricevuto circa 30.000 euro nel 2025 per le spese sostenute nell’anno precedente. Per le spese del 2025, la procedura di accertamento è ancora in corso».
Torniamo alla famiglia divisa. Come si esce da questa situazione?
«Io sto lavorando in maniera discreta con l’aiuto della garante dei minori della Regione, che è andata molte volte a trovare i bambini, cerca di relazionarsi con tutte le parti, sta facendo un lavoro non facile proprio perché si partiva da un punto di rigidità molto pronunciato. La garante regionale sta facendo un lavoro non facile di dialogo, di cucitura in maniera molto pragmatica, anche perché in certi casi prendere di petto la questione magari produce l’effetto contrario, e noi abbiamo a cuore l’obiettivo di riunire questa famiglia».
E che risultati ha ottenuto la garante?
«È riuscita ad esempio a far dialogare il padre con l’assistente sociale, accorciando delle distanze che fino al giorno prima sembravano incolmabili. Sembrava che con l’assistente sociale ci fosse una relazione di incomunicabilità. Questo ci fa sperare che magari in questa relazione ricostruita tra l’assistente sociale e il padre si apra lo spiraglio in cui stiamo tutti sperando. Cioè che il padre possa diventare nel più breve tempo possibile il nuovo soggetto a cui vengono affidati i figli, così che li possa riportare in famiglia e si possa ricostruire. Poi c’è tutto il resto: anche il Comune, mettendo a disposizione una casa, fa la sua parte, tutti si stanno dando da fare in qualche maniera per colmare le distanze».
Dunque la vostra idea sarebbe che il padre abbia l’affidamento dei figli e da lì si riparta?
«In questo momento sembra l’idea più ragionevole. Anche perché nelle relazioni che fanno il Tribunale, l’assistente sociale e così via la figura del padre viene descritta in una maniera diversa e più positiva rispetto al giudizio tranchant che c’è sulla madre. Cosa che nelle ultime settimane ha fatto acuire il conflitto».
Scusi ma non si rischia così di dividere la famiglia?
«La madre non verrebbe esclusa dalla famiglia, diciamo che in una prima fase il padre si assumerebbe la responsabilità di avere l’ultima parola. Sarebbe lui a decidere e garantire che si faccia il percorso condiviso dal punto di vista dell’istruzione, sul piano sanitario (pediatra, vaccinazioni eccetera) e riguardo la casa (requisiti minimi di salubrità, igiene, sicurezza). Queste sono fondamentalmente le questioni su cui ci si è incagliati e su queste abbiamo lavorato. Anche per far comprendere a questa famiglia che alcuni requisiti devono esserci. Guardi, possiamo discutere se di fronte al pericolo potenziale o reale che stavano correndo i bambini la soluzione messa in campo sia proporzionata e se il danno prodotto sia maggiore o minore di quello che si stava producendo. Siamo tutti liberi di giudicare e di decidere e magari io e lei potremmo avere la stessa opinione. Io però come istituzione devo lavorare per provare a colmare il gap e fare il possibile per risolvere la situazione».
Insomma, questo sarebbe il vostro tentativo di trovare una via di uscita pragmatica.
«Esatto, in maniera pragmatica cerchiamo di far dialogare le parti e di ricostruire un clima di fiducia reciproca che possa permettere di superare l’impasse».
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Andrea Dini (Imagoeconomica)
La Procura di Milano accusa Andrea Dini, ad di Dama, S.p.A di caporalato nella realizzazione di capi di abbigliamento.
Una giacca venduta nelle boutique a centinaia di euro nasceva spesso in stanze che sembrano l’opposto di quel mondo. Locali bassi, con poca aria e quasi sempre senza luce naturale. Camere trasformate in dormitori improvvisati dentro lo stesso capannone dove si lavora: un letto addossato al muro, accanto una piastra elettrica, pentole, bottiglie e vestiti ammassati. Le fotografie scattate durante i controlli mostrano ambienti ingombri di oggetti e utensili, dove mangiare, dormire e vivere avveniva nello stesso spazio. Secondo gli investigatori quei locali erano stati ricavati abusivamente dentro l’opificio, senza adeguata aerazione. È qui che, secondo le carte dell’ultima indagine della procura di Milano sul mondo della moda, si viveva e si lavorava nello stesso tempo.
È il contesto che emerge dalle carte dell’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, su un segmento della filiera della moda lombarda. Al centro delle verifiche compare la società M&G Confezioni Srl, con sede a Garbagnate Milanese e amministrata da Xia Jingyun, che secondo gli accertamenti operava come uno degli anelli produttivi nella catena di subfornitura di aziende dell’alta moda. Tra i principali clienti della società risultano Alberto Aspesi, Dama S.p.A. - proprietaria del marchio Paul & Shark - e Herno S.p.A.
Gli indagati indicati negli atti sono Guo Yinli, indicata come amministratrice di fatto di alcune società della filiera, Chen Jianqing, amministratore di diritto della Gmax 365, Xia Jingyun, amministratore della M&G Confezioni, Francesco Umile Chiappetta, presidente del consiglio di amministrazione di Aspesi, e Andrea Dini, amministratore delegato di Dama S.p.A, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana (entrambi furono prosciolti nelle indagini sui camici durante il periodo Covid).
I reati contestati riguardano principalmente l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.). Secondo la Procura, i lavoratori sarebbero stati impiegati approfittando dello stato di bisogno, con paghe molto inferiori ai minimi, pagamenti in contanti e assenza di contratti, spesso vivendo negli stessi locali di produzione.
Alle società della filiera è contestata anche la responsabilità amministrativa prevista dal d.lgs. 231/2001, per non avere adottato controlli e modelli organizzativi idonei a prevenire lo sfruttamento nella catena produttiva.
Le dichiarazioni dei lavoratori raccolte dagli investigatori raccontano un sistema che si reggeva su paghe minime e assenza di contratti. C.D.W. ha riferito di cucire abiti interi ricevendo tra 20 e 30 euro per capo; T.H.B. ha parlato di circa 5 euro l’ora per lavori di cucitura, paga indicata anche da Y.X.Z. T.R. ha raccontato di percepire circa 15 euro al giorno per turni dalle 8 del mattino a mezzogiorno, mentre Z.C.Y. ha riferito di avere ricevuto 25 euro il primo giorno e 28 il secondo, per circa cinque ore di lavoro. Un altro operaio ha spiegato di guadagnare circa 1.000 euro al mese lavorando sei giorni alla settimana, mentre un lavoratore che nel laboratorio si occupava anche di cucina e pulizie ha parlato di circa 1.500 euro mensili, parte dei quali inviati direttamente in Cina.
Molti di loro hanno dichiarato di non avere mai firmato un contratto e di essere stati pagati sempre in nero, in contanti. Il lavoro, hanno raccontato, veniva trovato tramite annunci online o conoscenti ed era spesso accettato perché l’azienda offriva vitto e alloggio nei locali di lavoro.
Le testimonianze mostrano anche un altro elemento: diversi operai non erano nemmeno in grado di indicare il nome della società per cui lavoravano e l’indirizzo dove vivevano.
Secondo gli atti dell’indagine, quasi tutti i lavoratori vivevano direttamente nell’opificio, dormendo negli stessi spazi dove durante il giorno si cucivano giacche e altri capi di abbigliamento. Quando sono arrivati i controlli delle forze dell’ordine, alcuni di loro si sarebbero nascosti all’interno dei locali.
Accanto a questo quadro di vita quotidiana, le indagini ricostruiscono anche la dimensione economica del sistema. La M&G Confezioni Srl, costituita nel 2016 con un capitale di 10.000 euro, ha registrato negli anni un volume d’affari in forte crescita: 730.345 euro nel 2019, 1.249.954 euro nel 2020, 1.557.859 euro nel 2021, 2.579.162 euro nel 2022 e 3.398.428 euro nel 2023.
Le fatture analizzate dagli investigatori mostrano che tra il 2019 e il 2024 la società ha lavorato stabilmente per tre clienti principali del settore moda: circa 6,6 milioni di euro fatturati a Dama S.p.A., oltre 3,7 milioni di euro ad Alberto Aspesi & C. S.p.A. e circa 733.000 euro a Herno S.p.A.. Solo nel 2023, ad esempio, risultano oltre 2 milioni di euro di fatture verso Dama, più di 626.000 euro verso Aspesi e 484.000 euro verso Herno.
Secondo gli accertamenti investigativi, mentre erano già in corso verifiche e accertamenti sulla M&G Confezioni, nel 2024 è stata costituita la Gmax 365 Srl nello stesso indirizzo della società, che - secondo la ricostruzione degli inquirenti - avrebbe di fatto proseguito l’attività produttiva rilevandone clienti, attrezzature e gran parte dei lavoratori.
Il fascicolo si inserisce nelle indagini della Procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda, già emerso in inchieste che hanno coinvolto marchi come Armani, Dior, Valentino Bags, Loro Piana e Alviero Martini.
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Corte di Cassazione (Ansa). Nel riquadro, l'avvocato Romolo Reboa
Al quinto piano della Cassazione hanno sede (gratis) l’Anm e una fondazione che vale 15 milioni abolita, sulla carta, nel 2010.
Sono un avvocato e ho ricevuto un incarico professionale da parte del Comitato nazionale per il Sì: accertare se il Comitato per il No promosso dall’Anm occupi il sesto piano del Palazzaccio in virtù di un provvedimento amministrativo e se esso e la pur prestigiosa associazione privata che lo ospita paghino degli oneri per la concessione.
L’esito della mia ricerca è ormai di dominio pubblico: l’Anm non paga nulla, non vi sono provvedimenti amministrativi che abbiano autorizzato il Comitato per il No a utilizzare il sesto piano della Suprema Corte.
In più, il documento del 1959 citato dal responsabile della Commissione manutenzione della Cassazione per sostenere la legittimità dell’utilizzo da parte dell’Associazione magistrati non è un atto del ministero della Giustizia alla cui «diretta dipendenza» tale commissione è sottoposta in base a un Regio decreto del 1911.
La direzione di Roma Capitale dell’Agenzia del demanio ha ritenuto di affermare la propria non competenza nella vicenda, citando un altro Regio decreto, questa volta del 1923. Il Demanio sostiene che, stante l’uso del Palazzaccio a ufficio giudiziario, dovrebbe essere il ministero della Giustizia a far pagare l’Anm.
Peccato che il Demanio dimentichi che proprio le norme che cita stabiliscano che, in assenza di un utilizzo come uffici giudiziari, la gestione passi «all’amministrazione delle finanze».
Il Demanio è smentito pure dall'Associazione magistrati che si è difesa sui media spiegando di aver richiesto nel 2023 di pagare e di averlo fatto proprio per il silenzio dell’Agenzia.
Il solito italico palleggiamento di responsabilità, ove il danneggiato è sempre lo Stato e, quindi, tutti i cittadini. Si chiama danno erariale, ma deve essere la Corte dei Conti ad attivarsi per ottenere il risarcimento.
Passeggiando per l’edificio della Corte di Cassazione si fanno delle interessanti scoperte: oltre a una banca, che dal sito Internet dell’Agenzia del Demanio risulta pagare regolarmente il dovuto (a riprova che il Demanio deve incassare per i locali del palazzo adibiti a un uso diverso da quello giudiziario), ve ne sono altri sui quali non sono state rinvenute informazioni: un’attività di ristorazione, dei distributori automatici installati nei corridoi, un ufficio postale che forse meriterebbe maggiore attenzione, ora che Poste Italiane è una società per azioni e non più un ente pubblico.
Salire al sesto piano per cercare la sede dell’Anm fa anche scoprire che i pulsanti dell’ascensore denominano tale piano come quinto, mentre sui cartelloni è denominato come 4/A: misteri del Palazzaccio!
Così si scopre che il 4/A o quinto piano è parzialmente utilizzato da parte di un ente denominato Istituto nazionale di previdenza e mutualità fra i magistrati italiani, conosciuto anche come Fondazione Acampora.
Per scoprire cosa sia basta aprire il suo sito Internet www.fondazioneacampora.it/ e leggere che l’«Istituto è stato costituito con il Regio decreto legge 1598 del 2 settembre 1919», che esso «provvede alla previdenza, alla mutualità e all’assistenza a vantaggio dei magistrati e al sostegno delle loro famiglie» e che, a suo favore, «la legge 1560 del 18 dicembre 1951 ha stabilito la ritenuta mensile sugli stipendi dei magistrati nella misura dello 0,30% del trattamento globale».
Il sito Internet informa che il suo Consiglio centrale è altamente prestigioso e rappresenta il gotha della magistratura italiana, essendo composto da queste illustri toghe: il primo presidente della Corte di Cassazione che è di diritto il presidente dell’Istituto e lo rappresenta in tutti i rapporti con terzi e che può delegare nella gestione ordinaria le sue funzioni al presidente aggiunto della Corte; il procuratore generale presso la Corte di Cassazione; dal presidente di sezione anziano della Corte di Cassazione; il presidente della Corte di Appello di Roma; il procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma; il presidente del Tribunale di Roma; il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
La porta chiusa con delle sbarre tipo cella stimola, però, la curiosità e, così, consultando Normattiva, si scopre che il Regio decreto sul quale tale ente dichiara di fondare la propria esistenza è stato abrogato dal decreto legislativo 212 del 2010.
Il quesito sorge spontaneo: dato che la norma è stata abrogata, l’ente non dovrebbe trovarsi in liquidazione?
Andando a fondo nelle ricerche si scoprono altre anomalie: l’indirizzo Pec dell’Istituto non risulta inserito nel portale Ipa dell’Agenzia per l’Italia digitale come previsto dalla normativa in materia. Ciò vale anche per il suo codice fiscale, che, peraltro, non è stato nemmeno reperito altrove nel Web.
Siamo certi che il codice fiscale sia stato regolarmente attribuito, dato che l’ente è strettamente collegato con l’Anm, che lo ha inserito nel proprio sito, parlando di una convenzione con lo stesso risalente al 2016. Si tratta, quindi, solo di un problema di trasparenza.
Trasparenza che, in questo caso, non sembra pienamente rispettata, dato che nel sito della Fondazione Acampora non sono presenti i bilanci preventivi e consuntivi, fatto che stupisce visto che il decreto legislativo 33 del 2013 ne impone la pubblicazione a tutti gli enti pubblici.
Invero un’accurata ricerca ha consentito di rinvenire tali bilanci su un periodico sicuramente sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, denominato Bollettino ufficiale del ministero della Giustizia e da esso edito: nel numero 15 del 15 agosto 2025 (Ferragosto), alle pagine 3 e 4, informa che l’ente ha un’elevata consistenza patrimoniale, pari a 15.644.325,32 di euro.
Incidentalmente, per quanto riguarda il quinto piano del Palazzaccio (o 4/A), emerge dal bilancio il suo utilizzo a titolo gratuito, considerata l’assenza di costi relativi a locazioni e/o concessioni di spazi.
In sintesi il cittadino non ha modo di conoscere come venga gestito lo 0,30% detratto annualmente dallo stipendio lordo di tutti i magistrati (circa 2,2 milioni di euro annui) e perché ciò avvenga da parte di un ente del quale il legislatore nel 2010 sembra aver decretato lo scioglimento.
Nessuno sostiene che tali fondi non siano correttamente utilizzati, ma il cittadino si aspetta che i Palazzi di giustizia siano trasparenti come il vetro.
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