Le mire di Donald Trump sulla Groenlandia frenano l’inizio anno positivo di Cac 40 e Dax. La minaccia di nuovi dazi svela la dipendenza francese dalla domanda estera di lusso e semina dubbi sulla prevista svolta tedesca.
Non c’è pace nell’ultima settimana per i listini europei e, più di tutti, per quelli francesi e tedeschi. Dopo un avvio d’anno che aveva rimesso benzina sulle aspettative, con Cac40 e Dax capaci di aggiornare i massimi storici solo poche settimane fa, la traiettoria si è improvvisamente inclinata. Il catalizzatore è politico, ma l’impatto è da manuale di microstruttura: ritorna la volatilità da «headline risk», quella che sposta il pricing in modo non lineare perché colpisce contemporaneamente flussi, sentiment e premi per il rischio.
A incrinare il quadro è stata la riapparizione della diplomazia transazionale di Donald Trump, che stavolta ha puntato l’Europa sulla questione Groenlandia. La Francia, per composizione settoriale e sensibilità agli shock sulla domanda estera, appare il bersaglio più esposto: il rifiuto di Emmanuel Macron di assecondare le ambizioni territoriali sull’isola artica e di aderire al «Consiglio di Pace» ha innescato una minaccia esplicita. Sul tavolo ci sono dazi del 200% su vini e champagne francesi dal 1° febbraio e la prospettiva di ulteriori dazi «rinforzati» verso Paesi europei ostili al progetto.
La vulnerabilità di Parigi sta proprio lì: una dipendenza marcata dal consumo discrezionale globale e dal lusso, segmenti che soffrono sia l’inasprimento dei costi di accesso ai mercati sia il deterioramento delle aspettative sui redditi reali. «I mercati sono stati scossi dalle minacce di Trump di imporre dazi contro diversi Paesi europei per la vicenda Groenlandia, riaccendendo tensioni commerciali che gli investitori pensavano fossero state temporaneamente sospese», osserva Salvatore Gaziano, consulente finanziario di SoldiExpert Scf: «Il listino parigino, che solo venerdì scorso festeggiava i massimi a 8.362 punti, ha inanellato una striscia di sedute negative, appesantito dal settore del lusso. Titoli come Kering hanno pagato pegno, dimostrando quanto l’indice Cac40 sia vulnerabile ai tweet che arrivano da Washington».
Anche Francoforte non è immune. Dopo aver superato i 25.000 punti, il Dax ha ceduto quasi 1.000 punti in pochi giorni, schiacciato tra protezionismo Usa e concorrenza cinese. Nel lungo periodo, però, la fotografia resta bifocale: negli ultimi tre anni il Dax segna +64,57%, mentre l’Mdax, più esposto al ciclo domestico e ai costi energetici e dei tassi, mostra un +10,26%. In altre parole, la «fabbrica d’Europa» regge soprattutto dove è globale e price-maker (dove fa i prezzi), mentre fatica dove è locale e price-taker (dove li subisce). «Il 2026 era atteso da molti analisti come l’anno della grande svolta per la Germania, con previsioni di crescita del Pil nell’ordine dell’1,1%, ma l’ombra dei dazi americani rischia ora di congelare gli investimenti privati proprio sul più bello», continua Salvatore Gaziano. Il paradosso che stiamo osservando è quasi unico nella storia recente: mentre l’industria tradizionale soffre e vede svanire i propri margini, i titoli legati alla difesa come Rheinmetall stanno vivendo anni d’oro con performance borsistiche da primato».
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L’archeologo Pietro Zander, docente alla Pontificia Università Gregoriana. Nel riquadro, lo scrigno contenente quelle che «si ritengono essere le ossa di San Pietro», come recita la scritta in latino
L’archeologo: «Dopo secoli di timore reverenziale che aveva impedito di scavare sotto il pavimento dell’antica Basilica, furono Pio XII e poi Paolo VI ad avere il coraggio di intraprendere missioni scientifiche alla ricerca dei resti del primo Papa».
Prima Pio XII e poi Paolo VI, consapevoli che sotto l’altare pontificale giacessero tomba e spoglie mortali del primo dei loro predecessori, l’apostolo Pietro, le fecero cercare dagli archeologi nelle profondità della terra, annunciandone il loro ritrovamento dopo quasi 2.000 anni di silenzio. Così, sotto le sacre grotte, fu scoperta una necropoli, ossia una «città dei morti».
Nel 2026 scoccano due ricorrenze, quella della posa della prima pietra della Basilica, centro simbolico della cristianità, al cui progetto concorsero Bramante, Raffaello e Michelangelo, e quello della sua dedicazione. Con la prima (520 anni) si torna al 18 aprile 1506, pontificato di papa Giulio II Della Rovere. Con la seconda (400 anni), al 18 novembre 1626, regno di Urbano VIII Barberini, benché la costruzione, pressoché ultimata, non fosse ancora attorniata dalla celebre piazza disegnata da Gian Lorenzo Bernini, su disposizione di Alessandro VII Chigi. Il sepolcro del pescatore che seguì il Maestro e ne portò a Roma il rivoluzionario messaggio, guidando la prima comunità cristiana e subendo, per sua stessa richiesta, il crudele supplizio della crocefissione a testa in giù, forse per sensi di colpa legati al triplice rinnego, si trova qui sotto e anche parte di quelli che tutto fa supporre siano suoi resti ossei. Con Pietro Zander, romano, classe 1964, docente di archeologia alla Pontificia Università Gregoriana, da 27 anni responsabile della sezione Beni artistici della Fabbrica di San Pietro, intraprendiamo un viaggio underground nella città funeraria, tra i 3 e i 7 metri di profondità rispetto alla basilica.
Quando sorse il sepolcreto sottostante?
«La necropoli nasce sulle pendici meridionali del Colle Vaticano dopo la metà del I secolo d.C. Siamo nella quattordicesima regione augustea, un’area periferica rispetto alla città. Il primo nucleo è costituito dal cosiddetto Campo P (Campus Petri), un fazzoletto di terra destinato alla sepoltura dei defunti. Qui venne sepolto San Pietro. Cento anni dopo la sua morte, durante l’impero di Traiano e Adriano, qui si costruirono sepolcri in muratura, simili alle nostre cappelle gentilizie (o tombe di famiglia, ndr.). Questa necropoli, che si trovava sotto la luce del sole, a partire dal 319 fu interrata dall’imperatore Costantino e da papa Silvestro per la costruzione della prima grande basilica di San Pietro, in gran parte demolita».
Pertanto San Pietro fu martirizzato qui nei pressi?
«San Pietro è stato sepolto vicino al luogo del martirio, avvenuto in prossimità del circo di Caligola e di Nerone. All’epoca esistevano campi funerari umili e modesti. La più antica testimonianza del martirio di San Pietro è nel Vangelo di Giovanni, composto probabilmente a Efeso sul finire del I secolo: “[…] quando sarai vecchio stenderai le tue mani (sarai crocifisso) e un altro (Nerone) ti cingerà i fianchi e ti condurrà dove tu non vuoi”».
Come fu seppellito?
«La nascente comunità cristiana di Roma ottenne dalle autorità imperiali il suo corpo straziato. Fu portato sulle pendici meridionali del Colle Vaticano e lì pietosamente sepolto in una fossa scavata nella nuda terra, coperta da due tegole messe a contrasto, a doppio spiovente come il tetto di una casa. Quell’umile fossa sopravvive, a 3 metri di profondità, sotto l’altare maggiore dell’attuale basilica vaticana».
Si può ipotizzare la data della morte di Pietro?
«In base a una serie di studi è verosimile pensare che Pietro sia stato crocifisso nell’autunno del 64 e, con ogni probabilità il 13 ottobre, data che coincide con il Dies imperii, ovvero il giorno del decimo anniversario dell’inizio del principato di Nerone, come indica un testo apocrifo cristiano dell’inizio del II secolo».
È certo che l’apostolo sia deceduto per crocifissione e appeso a una croce a testa in giù per sua volontà?
«Dopo l’incendio di Roma, avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 luglio dell’anno 64, Nerone, secondo la testimonianza di Tacito negli Annali, fece condannare a morte nel circo vaticano numerosi cristiani accusati di “odium humani generis”, “odio verso il genere umano”, per distogliere da sé le accuse di molti che lo ritenevano mandante dell’incendio che distrusse la città. Insieme a quella moltitudine di uomini sottoposta agli atroci supplizi, San Pietro fu crocifisso con il capo rivolto verso il basso (Eusebio di Cesarea, San Girolamo). Negli apocrifi Atti di Pietro, databili intorno alla fine del II secolo, emerge che l’apostolo, non ritenendosi degno di subire il medesimo martirio del Salvatore, chiede di essere così immolato: “Vi prego, o carnefici, crocifiggetemi con la testa in giù e non diversamente”. Il filosofo Seneca, contemporaneo di Nerone, ricorda questa forma di martirio parlando delle crocifissioni destinate agli schiavi».
Fin dalla sepoltura di Pietro la Chiesa ha sempre avuto memoria di questo luogo?
«La Chiesa l’ha tramandata da sempre. Basti pensare alla straordinaria successione dei monumenti eretti sopra il suo sepolcro. Sepoltura di Pietro (64 d.C.), Trofeo di Gaio (II secolo), Muro dei graffiti (III secolo), Memoria costantiniana (IV secolo), Altare di Gregorio Magno (VI secolo). Altare di Callisto II (1123), Cupola della Basilica (1593), Altare di Clemente VIII (1594), Baldacchino (1633)».
Nella città dei morti sono inumati anche defunti non cristiani?
«Decorazioni parietali e iscrizioni indicano che all’interno della stessa famiglia convivevano persone di religioni diverse. Vi sono tombe dichiaratamente pagane, con affrescate divinità egizie o del Pantheon greco-romano, e tombe con iscrizioni cristiane».
Quando fu scoperta la necropoli sotto la basilica?
«Fu rinvenuta durante le celebri esplorazioni archeologiche del secolo scorso, 1941-1949».
Il ruolo di papa Pacelli, Pio XII.
«La scoperta di questo sito risale ai primi anni del suo pontificato. Coraggiosamente, dal 1941, volle intraprendere esplorazioni archeologiche nell’area della Confessione Vaticana e nella parte centrale delle sacre grotte. Prima di allora un senso di religioso rispetto e una sorta di timore reverenziale aveva impedito, in ogni epoca, di scavare sotto il pavimento dell’antica chiesa. Altre importanti ricerche furono eseguite in seguito, tra il 1953 e il 1958, dall’ingegnere Adriano Prandi e dalla professoressa Margherita Guarducci. Fu un’impresa senza precedenti che consentì di individuare, sotto l’altare maggiore della basilica, la tomba di Pietro, rimasta inaccessibile e inviolata per quasi 2.000 anni. Una modesta sepoltura sulla quale, 100 anni dopo il martirio dell’apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria chiamata Trofeo di Gaio. Essa indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro ed è un’evidenza archeologica perché, negli scavi, emerse una sepoltura più importante delle altre, tanto da attrarne attorno a sé altre, cristiani che volevano essere sepolti vicino a San Pietro».
Nel radiomessaggio natalizio del 1950 Eugenio Pacelli disse: «È stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo sì». Sulla questione dei resti ossei aggiunse: «Al margine del sepolcro furono ritrovati resti di ossa umane dei quali però non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’apostolo». Un reperto murario è particolarmente importante…
«Su un piccolo frammento d’intonaco, di 3,2 x 5,8 centimetri, proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, furono incise le seguenti lettere greche: Petr[...] Eni[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (“Pietro è qui”), oppure con un’invocazione a lui rivolta, “Pétr[os] en i[réne]”, ossia “Pietro in pace”. All’epoca dei primi scavi, sotto Pio XII, non trovarono un corpo composto, ossia uno scheletro. Si capì dopo che Costantino, quando costruì la prima Basilica, fece prelevare le ossa dalla tomba terragna, avvolgendole in un panno di porpora, e portarle a un livello più alto, un muro da cui fu ricavato un loculo dove queste ossa furono deposte. Furono poi ritrovate negli anni Cinquanta da Margherita Guarducci, analizzate e ritenute di un uomo anziano di corporatura robusta, compatibile con San Pietro».
Nel 1968 papa Paolo VI comunicò il ritrovamento dei resti scheletrici di Pietro…
«All’inizio del IV secolo, sullo spessore del “Muro G”, fu ricavato un loculo rivestito internamente di sottili lastre marmoree. Il 27 giugno 1968 furono qui collocate 19 teche trasparenti, legate con filo di rame argentato e sigillate con piombo, con un cospicuo quantitativo di ossa attribuite a San Pietro sulla base delle ricerche di Margherita Guarducci, che il professor Venerando Correnti (1909-1991) riferì a un uomo robusto di età matura, ritrovate con residui di terra che indagini scientifiche riferirono provenienti dal Campo P o «Campus Petri». Paolo VI dispose inoltre che nove frammenti di quelle ossa venissero collocate in un reliquiario d’argento - custodito nella cappella papale del Palazzo apostolico - con inciso «Beati Petri Apostoli esse putantur, “ossa che si ritiene essere dell’apostolo Pietro”. Il 29 giugno 2019 papa Francesco lo ha donato a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, come segno di unità».
Negli anni Sessanta nacque un acceso dibattito archeologico. La Guarducci avrebbe recuperato i resti ossei del Santo attraverso la testimonianza di un operaio che aveva lavorato nei primi scavi mettendole in una cassetta di legno finita nei magazzini. Siamo certi che queste reliquie siano del santo?
«Nei tempi concitati delle prime esplorazioni purtroppo non fu raccolta un’adeguata e completa documentazione di scavo, per cui sull’attribuzione delle reliquie resta un margine di cautela. Tuttavia, le diverse informazioni acquisite concorrono nel dirci che le ossa individuate nel secolo scorso siano da riferire, esse putantur, all’apostolo. Qui negli scavi vaticani “saxa loquuntur”, le pietre parlano e ci dicono con forza “Pétr[os] enì”, Pietro è qui».
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Il Settimo rapporto annuale sul lavoro domestico, curato dall’Osservatorio Domina e presentato oggi al Senato, evidenzia il peso economico del lavoro domestico e le sue fragilità: oltre 3,3 milioni di persone coinvolte e un tasso di sommerso vicino al 50%. Proposte di incentivi fiscali e contributivi per far emergere il nero.
Il lavoro domestico resta uno dei pilastri più fragili del mercato del lavoro italiano. Secondo il Settimo rapporto annuale sul lavoro domestico, curato dall’Osservatorio Domina e presentato oggi al Senato, il settore coinvolge oltre 3,3 milioni di persone, ma continua a essere segnato da un livello di irregolarità molto elevato, pari al 48,8%.
Nel 2024 le famiglie che hanno assunto regolarmente una colf o una badante sono state 902.000, in calo di 16.000 unità rispetto all’anno precedente. I lavoratori regolari censiti dall’Inps sono 817.000, anche questi in diminuzione (-2,7%). Numeri che, sommati alla vasta area del sommerso, confermano il peso economico e sociale del comparto, ma anche la sua vulnerabilità strutturale.
Dal punto di vista geografico, la maggiore concentrazione di datori di lavoro si registra in Lombardia e nel Lazio. A prevalere sono le donne, che rappresentano il 58% dei datori, mentre quasi tutte le famiglie sono di origine italiana. Colpisce soprattutto il dato anagrafico: quasi il 38% dei datori ha almeno 80 anni, segno di un progressivo invecchiamento della domanda di assistenza domestica. Anche tra i lavoratori emergono tendenze consolidate. Il settore resta a forte prevalenza femminile, con quasi il 90% di donne, e a maggioranza straniera, che rappresenta circa il 70% del totale. Tuttavia, cresce la componente italiana, che nel 2024 supera un terzo della forza lavoro complessiva. Cambia anche la tipologia di impiego: per la prima volta le badanti superano le colf, arrivando a rappresentare oltre il 50% dei lavoratori domestici regolari. Più del 60% ha almeno 50 anni, con una concentrazione significativa nella fascia 50-59.
Sul piano economico, il lavoro domestico genera un valore aggiunto di 17,1 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil. Le famiglie italiane spendono complessivamente 13,4 miliardi, includendo sia il lavoro regolare sia quello irregolare. Le retribuzioni restano prevalentemente basse: quasi un quarto dei lavoratori dichiara un reddito annuo inferiore ai 3.000 euro, una quota superiore a quella di chi supera i 12.000 euro l’anno. Il rapporto evidenzia anche il beneficio indiretto per lo Stato. Nel solo 2024, il lavoro domestico ha consentito un risparmio stimato di oltre 6 miliardi di euro, evitando l’assistenza istituzionalizzata per più di 800.000 anziani non autosufficienti. I lavoratori regolari hanno garantito entrate fiscali e contributive per oltre 1,3 miliardi di euro. Se emergesse la quota di lavoro sommerso, il gettito potrebbe salire fino a 2,5 miliardi.
Proprio per contrastare l’irregolarità, Domina propone una serie di misure mirate. Tra queste, un meccanismo di cash back sui contributi Inps per i datori che assumono e mantengono regolarmente colf, badanti e baby-sitter; il trasferimento parziale e differito di una mensilità di Naspi come incentivo all’assunzione stabile; e una detrazione fiscale del 10% dei costi sostenuti per il lavoro domestico. Secondo il segretario generale di Domina, Lorenzo Gasparrini, il lavoro sommerso resta uno dei principali ostacoli allo sviluppo di un mercato equo e sostenibile. Incentivare la regolarità, conclude, significherebbe tutelare famiglie e lavoratori e rendere la legalità una scelta davvero conveniente.
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2026-01-22
SIMEST lancia la «Misura Stati Uniti»: 300 milioni per sostenere le imprese italiane in America
L'amministratore delegato di Simest Regina Corradini D'Arienzo (Imagoeconomica)
Oltre 300 milioni di euro per rafforzare la presenza delle imprese italiane nel primo mercato extra Ue: risorse per investimenti diretti, partecipazioni nel capitale, finanza agevolata e contributi a fondo perduto a sostegno della crescita negli Stati Uniti.
SIMEST mette in campo oltre 300 milioni di euro per aiutare le imprese italiane a investire e crescere negli Stati Uniti. La società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti per l’internazionalizzazione ha annunciato l’avvio della nuova Misura Stati Uniti, un pacchetto di strumenti finanziari pensato per rafforzare la presenza del sistema produttivo nazionale nel primo mercato extra Ue e secondo mercato di export per l’Italia.
L’iniziativa rientra nel Piano d’Azione per l’Export promosso dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e utilizza risorse proprie di SIMEST insieme ai fondi pubblici del Fondo 394, gestito in convenzione con la Farnesina.
Una prima tranche, pari a oltre 100 milioni di euro, è destinata agli investimenti diretti in equity negli Stati Uniti. SIMEST potrà entrare nel capitale di società controllate americane di imprese italiane, sostenendo sia nuovi insediamenti sia lo sviluppo di joint venture con partner locali. Gli interventi potranno essere costruiti su misura in base alle caratteristiche delle aziende e alle loro esigenze di consolidamento sul mercato statunitense. A questi si aggiungono ulteriori risorse del Fondo 394 dedicate a start-up e Pmi innovative che puntano a svilupparsi negli Usa. Accanto agli investimenti in equity, la Misura Stati Uniti prevede 200 milioni di euro di finanza agevolata per sostenere l’insediamento diretto e lo sviluppo commerciale delle imprese italiane negli Stati Uniti. Le agevolazioni includono un cofinanziamento a fondo perduto fino al 10%, l’aumento al 50% della quota di finanziamento erogata in anticipo e una maggiore flessibilità nella durata dei prestiti, che può arrivare fino a otto anni. È inoltre previsto un rafforzamento degli strumenti a supporto della capitalizzazione delle controllate statunitensi per le imprese già presenti o interessate a investire nel Paese.
La misura valorizza anche le sinergie con gli altri strumenti del gruppo Cdp e si inserisce in un’azione coordinata del Sistema Italia, che coinvolge Farnesina, Cassa Depositi e Prestiti, SIMEST, Sace e Ice, con l’obiettivo di rafforzare il supporto pubblico all’internazionalizzazione. Con questo intervento, SIMEST punta a consolidare il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane, sostenendo la competitività del Made in Italy in uno dei mercati più rilevanti a livello globale.
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