Mette Frederiksen, primo ministro danese (Ansa)
Il governo (socialista) della Danimarca: «Chi si macchia di reati per almeno un anno di detenzione sarà espulso». Ovviamente non basta dirlo: servono accordi e volontà politica. Ma se qualcuno dà l’esempio...
Non lo dite a Ilaria Salis, che mostrandosi in catene e denunciando le condizioni degradanti delle carceri ungheresi è riuscita a conquistare un seggio al Parlamento europeo. Ma secondo la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, le prigioni italiane sono peggiori di quelle di Budapest. Infatti, il nostro Paese colleziona una condanna dopo l’altra per il trattamento inumano cui sottopone i detenuti e gli imputati. Il tema su cui battono i giudici di Strasburgo è quasi sempre il sovraffollamento: dietro le sbarre ci sarebbe il doppio degli «ospiti» consentiti. Problema annoso. Infatti, per ridurre il numero delle persone trattenute, nel passato si è fatto ricorso a una serie di escamotage, tra cui cancellare i reati oppure ridurre d’imperio le pene. Nel primo caso, con la ministra dei migliori Marta Cartabia si è fatto in modo che alcune violazioni del codice penale fossero perseguibili solo a querela di parte, in modo da far sparire un po’ di cause dai tribunali e poter dichiarare di aver ridotto l’arretrato giudiziario. Nel secondo, si sono varate amnistie e indulti con il solo obiettivo di rilasciare i condannati prima che avessero scontato per intero la pena.
Tuttavia, le furbizie nazionali hanno sempre avuto vita breve, perché una volta svuotate le celle con queste astuzie, dopo un po’ tornavano a riempirsi. Infatti, ora siamo di nuovo ai massimi della capienza. In totale, il numero dei detenuti avrebbe raggiunto quota 63.000 a fronte di una disponibilità di posti in guardina che raggiunge a malapena le 40.000 unità. Nel carcere romano di Regina Coeli il tasso di sovraffollamento ha toccato il 187 per cento, mentre in quello di Milano, San Vittore, siamo al 230 per cento. In media però si supera il 100 per cento in tutti i reclusori della penisola. Oltre alle condanne della Cedu, che continuano ad arrivare, è evidente che prima o poi il bubbone è destinato a scoppiare. Anche perché, come abbiamo raccontato di recente, dietro le sbarre ci sono molti stranieri e la maggioranza è costituita da detenuti di fede musulmana, che in cella hanno anche i loro imam, alcuni dei quali radicalizzati. Una situazione esplosiva, che mischia il disagio per le condizioni degradanti di alcune prigioni all’integralismo islamico, con conseguenze potenzialmente disastrose.
Che fare di fronte a tutto ciò? Mica si possono aprire i cancelli o abolire i reati come si è fatto finora. Una soluzione, tuttavia, arriva dalla civilissima Danimarca, regno governato da una premier socialdemocratica, Mette Frederiksen. L’idea è semplice: rispedire a casa tutti i detenuti stranieri che hanno ricevuto una pena superiore a un anno. A proporla è il ministro dell’Integrazione, il socialdemocratico Kaare Dybvad, secondo il quale i criminali stranieri condannati per reati gravi, come aggressione aggravata e stupro, dovrebbero essere espulsi. La misura servirebbe a svuotare le celle, ma anche a inasprire la politica sull’immigrazione.
Ebbene, se noi seguissimo l’esempio di uno dei Paesi scandinavi considerati più tolleranti godremmo dello straordinario beneficio non solo di liberarci di migliaia di criminali, ma anche di svuotare le carceri. Come abbiamo ricordato di recente, oggi in prigione ci sono più di 20.000 stranieri. Se questi venissero rispediti a casa, i penitenziari italiani si alleggerirebbero di un terzo degli «ospiti» e avremmo risolto il problema del sopraffollamento e perfino delle condanne della Cedu. Adottando una politica simile, ci priveremmo anche di un esercito di potenziali recidivi, che una volta tornati in libertà spesso tornano a delinquere. Spacciatori, ladri, stupratori, perché di questo parliamo quando si fa riferimento ai detenuti stranieri. Per l’Italia sarebbe un affare anche se si dovesse sobbarcare le spese per riportarli a casa. Certo, poi bisogna sempre pregare che i Paesi da cui provengono siano disposti a riprendersi i pregiudicati e la cosa non è affatto scontata, perché a nessuno piace importare criminali, anche se di casa.
Però, a prescindere dagli aspetti pratici e anche dalla fattibilità dell’operazione, il fatto che un governo socialdemocratico pensi di organizzare dei charter per riportare nei loro Paesi i delinquenti, dimostra che in Europa il vento sta cambiando e solo da noi ci si scandalizza a sentir parlare di remigrazione.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Il generale intervistato dal condirettore della «Verità»: «Fondare un mio partito? Allo stato attuale non c’è nulla, ma non posso escludere niente. C’è malcontento verso l’offerta politica. L’Ue va cambiata. E la remigrazione non è come la racconta la sinistra».
«Al momento nessun partito, ma tutto può succedere, io non cambio le mie idee». L’ex generale Roberto Vannacci, intervistato ieri sera dal condirettore della Verità Massimo de’ Manzoni alla Festa dei lettori controcorrente ad Abano Terme, ha toccato tutti i massimi temi di attualità. Dal suo progetto politico alla remigrazione, da Trump all’Ucraina, passando per l’Unione europea che «andrebbe riformata».
La «vannaccimania», come la chiama De’ Manzoni, è ingranata. Anche se l’europarlamentare non si sbilancia. «Non sono cambiato, anzi, continuo a dire che bianco è bianco e nero è nero. Il grigio non mi piace e continuo ad andare dritto per i miei ideali. Allo stato attuale, al di là del grande rumore dei giornali, non c’è nulla, ma il domani non posso ipotecarlo».
Mai dire mai insomma. Un Vannacci possibilista. Se gli chiedi se sia vero che non fonderà mai un partito lui risponde: «Non è vero, chi lo sa, non lo escludo, vedremo come andrà a finire. Se sarò capace di intercettare le aspettative dell’elettorato senza cambiare i miei valori allora va bene». E sull’altro tema di lasciare la Lega? «Intanto continuo sulla mia strada, l’unica fedeltà è ai valori, alle idee e ai principi, se l’elettorato mi vorrà seguire bene, altrimenti vorrà dire che ho sbagliato. Io non cambio idea come tira il vento». Salvini avvertito.
Futuro nazionale è un logo che piace già a molti. Soprattutto a quelle anime scontente di destra. «Credo che ci siano molti cittadini che hanno visto in parte tradite le loro aspettative, un malcontento elevato che coinvolge tutti quanti, basta vedere il tasso di assenteismo. Molta popolazione non si sente rappresentata dall’offerta politica attuale. Ma non andando a votare non delegittimo chi viene votato piuttosto gli do ancora più valore. Chi viene eletto beneficia anche di quel voto non espresso da parte di chi non va votare».
Ma anche Vannacci fa parte di un partito che ha deluso molti, essendo vicesegretario della Lega. Forse anche lui ha contribuito a questa delusione? «No, non me la sento perché sono sempre stato coerente con le mie convinzioni. Anche se nella Lega ci sono posizioni diverse».
E sull’Ucraina? Vannacci è contrario al supporto militare. «Sono convinto che sia al di fuori di qualsiasi interesse europeo e nazionale e questo supporto non fa altro che allungare l’agonia della guerra, più distruzione e più misera, sia da parte ucraina che europea».
Da europarlamentare, ovviamente, Vannacci esprime la sua idea anche sull’istituzione che rappresenta, che secondo lui andrebbe «totalmente cambiata». «Certo, non possiamo distruggerla e ripartire da capo, ma possiamo riformarla. Si possono porre dei correttivi a questa Unione che non fa gli interessi delle singole nazioni ma solo di alcune. Dal 1992 ad oggi è dimezzata la sua quota sul Pil mondiale, dal 30 al 15%. Anche il Mercosur è uno scellerato accordo che metterà in crisi agricoltura e lavoratori. Da quando c’è l’Ue le nazioni sono diventate tutte più povere».
E poi ricorda Prodi con la famosa frase, dopo l’avvento dell’euro, «lavorerete un giorno in meno ma sarete pagati come se lavoraste un giorno in più». «Invece si è perso il potere d’acquisto e le capacità produttive, con la desertificazione industriale di tutta l’eurozona e la farsa del Green deal. In ambito internazionale poi siamo insignificanti. È oggettivo che questa Ue sia un fallimento. Una dittatura autoreferenziale».
E poi un grande elogio a Trump. «È l’attore internazionale che più di tutti sta lavorando per disarticolare questa Ue. Senza una crisi queste istituzioni non si possono riformare perché sono autoconservative e tendono a erigere muri. Trump sta dando una mano a tutti coloro che vorrebbero una riforma dell’Ue. Anche la Groenlandia aveva solo lo scopo di mettere l’Ue e alcuni leader in crisi e su questo ha fatto filotto. L’Ue ha risposto come un paziente epilettico facendo male a sé stessa. Un’isteria totale».
Infine, il concetto più caro a Vannacci, la remigrazione. «Ecco, l’Ue ci ha riempito dei disperati della terra». «Non è la deportazione con vagoni piombati verso la morte, come la sinistra vuol far credere. Si è giocato sul termine deportazione e quello che sta succedendo negli Usa. Ma to deport in inglese vuole dire rimpatriare e remigrare vuol dire rimpatriare. Non è nemmeno un rimpatrio forzato ma chi non ha diritto di venire in Italia deve tornare al suo Paese e ciò non è una bestemmia. E non è vero che sfuggono dalla guerra. Solo il 15% hanno diritto di asilo». Ma allora perché vengono da noi? «Perché si approfittano del nostro Stato sociale che ci siamo conquistati con il nostro lavoro». E favorisce i metodi coatti per chi non rispetta le regole. «La forza è meglio non usarla ma quando è necessario va usata. E i signori in divisa vanno protetti perché difendono tutti noi. Poi non ci lamentiamo se l’insicurezza aumenta. C’è bisogno di qualcuno che modifichi queste leggi e che le renda non interpretabili ma blindate. Non è possibile vivere in una situazione dove le forze dell’ordine hanno paura ad usare l’arma. Non possono aver paura a svolgere il proprio dovere perché va a finire che non lo svolgono. Se vengo aggredito devo avere il diritto di reagire senza la paura di essere incriminato per omicidio volontario. E la connessione tra immigrazione e delinquenza è una cosa oggettiva. L’immigrazione di massa è pericolosa perché disarticola la nostra società e la frantuma. E l’immigrazione islamica, in particolare, non è compatibile con i nostri valori».
E dalla sala si levarono 92 minuti di applausi.
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Unicost, associazione-partitino delle toghe, grida alla presenza di roditori nelle Aule di Roma per opporsi alla revisione istituzionale: «Con due Consigli superiori e l’Alta Corte si moltiplicano i costi. Un paradosso».
A Roma, in tribunale, ci sono i topi: lo rileva Unicost (Unità per la Costituzione), una delle associazioni-partitini della magistratura, dichiarando lo sconcerto per la «perdurante presenza di topi e relativi escrementi in alcuni locali del Tribunale penale di Roma» e che, poiché ci sono i topi in questi locali, è «paradossale» che si prospetti, attraverso una riforma costituzionale approvata dal Parlamento, l’istituzione di due Csm e dell’Alta Corte con un aggravio di spesa annua triplicato rispetto agli attuali costi di un unico Csm».
A una mente di media intelligenza come la mia sembra di poter sintetizzare il tutto nel seguente breve ragionamento: siccome ci sono i topi e gli escrementi in Tribunale a Roma, non è il caso di fare la riforma perché, evidentemente, con due Csm e l’Alta Corte si moltiplicherebbero i topi e, quindi, le spese di derattizzazione. Mah. Io posso capire che la presenza di topi in tribunale, sempre con la presenza di loro escrementi al seguito, soprattutto in tribunali dove la carta ancora prevale sulla digitalizzazione, possa provocare forti disagi, perché mettere un topo tra la carta è come metterlo nel formaggio. Quindi, come dice Unicost, c’è «l’urgenza di interventi e risorse necessari per risolvere anche queste gravi criticità logistiche e di vivibilità… a fronte di una riforma costituzionale che non affronta in alcun modo questi problemi reali».
D’accordo su tutto, ma che per una derattizzazione occorra bloccare la riforma sulla giustizia che prevede la separazione dei giudici inquirenti da quelli giudicanti, per favorire la disinfestazione di un tribunale dalle cacche dei topi, ebbene, in questi mesi ne abbiamo sentite di tutti i colori contro la riforma, tutte opinioni legittime, ma questa dei topi ci pare francamente insostenibile. I topi e la figura dell’acchiappa ratti sono il soggetto di una fiaba tedesca piuttosto famosa, Il pifferaio di Hamelin, che racconta di un evento tragico accaduto nella Bassa Sassonia nel XIII secolo. Per chi vuole approfondire, può andare a leggersi La peste di Albert Camus, con l’invasione dei topi nella città di Orano in Algeria. Questo tipo di ragionamenti somiglia molto a quello che attribuiva il pessimismo di Giacomo Leopardi al fatto che il medesimo avesse la gobba. Cioè, unire delle cose che non c’entrano assolutamente nulla ma, per motivi vari, e certamente non nobili, messe insieme per comodità.
Ci mancava un motivo in più per andare contro la riforma della giustizia e si è trovata la scusa della mancata derattizzazione. Che ci sia un problema di risorse e anche di organico della magistratura non c’è dubbio, così come esiste un problema di efficienza legato alla mancanza di alcuni supporti, quelli digitali e telematici e, quindi, occorre intervenire anche su di essi. Ma che un tribunale, magari con l’ausilio del Comune che a queste cose è spesso delegato, non sia in grado di procedere a una disinfestazione murina, detta derattizzazione, volta a togliere di mezzo la popolazione di surmolotti, che sarebbe il ratto delle chiaviche, tarponi o pantegane, i ratti neri, razza molto invasiva, e topi, detti anche topi comuni per distinguerli dai topi selvatici e dai topi campagnoli, ci pare francamente impossibile.
Anche perché, mentre per la dotazione di organico alla magistratura, magari la costruzione di nuovi tribunali o qualsivoglia spesa importante, occorrono molti soldi, per una derattizzazione si può agire anche direttamente, cioè in proprio, acquistando in qualche negozio delle strisce collose alle quali i ratti rimangono attaccati, o delle sostanze gassose, o le classiche trappole con tanto di mangiatoie da fissare nei luoghi ove si trovano gli escrementi perché il defecatore torna sempre sul luogo della defecazione così come il delinquente torna sempre sul luogo del delitto.
Ora, poiché i magistrati sono purtroppo impegnati tutti i giorni e hanno a che fare con i delinquenti umani, certamente troveranno il modo per eliminare questi delinquenti animali.
Capite bene che scrivere su questo tema è anche complicato perché sono affermazioni talmente fuori dal mondo che non sappiano se ridere o piangere. Nell’incertezza è sempre meglio rilevare il problema e poi, per quanto possibile, giocarci sopra con un po’ di ironia. Anche perché l’alternativa è una disperazione profonda e completa derivante dal fatto che la discussione sulla riforma dell’Ordinamento giudiziario è finita nella tana di un topo.
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Ansa
Dopo l’assoluzione, il medico ingiustamente coinvolto nel caso di Sara Pedri si vede riconosciuti 240.000 euro.
La notizia è di due giorni fa, ultimo atto, almeno sul piano economico, di una vicenda che si trascina da quasi cinque anni. E che ha distrutto la carriera di un medico. Oltre 240.000 euro di risarcimento per un licenziamento illegittimo, calcolato secondo i criteri indicati dalla Corte costituzionale. Ventiquattro mensilità, interessi e rivalutazione compresi. È questa la decisione che chiude il lungo contenzioso tra l’Azienda sanitaria provinciale e Saverio Tateo, ex primario di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, allontanato nel 2021 nel pieno del caso legato alla scomparsa della ginecologa Sara Pedri.
Il giudice del lavoro Giorgio Flaim, applicando i principi fissati dalla Consulta, ha stabilito che l’indennità per l’illegittimo licenziamento di un dirigente pubblico deve essere parametrata al trattamento di fine rapporto. Una questione tecnica, ma decisiva, che ha prolungato di mesi una vicenda già segnata da anni di esposizione mediatica e giudiziaria. La sentenza certifica un punto fermo: quel licenziamento non era legittimo. Il resto, però, era già accaduto.
È l’ottobre 2021 quando Tateo viene rimosso dalla direzione del reparto di ginecologia del Santa Chiara mentre Trento è scossa dalla scomparsa di Sara Pedri, sparita il 4 marzo di quell’anno e mai più ritrovata. La Procura apre un’inchiesta ipotizzando maltrattamenti e un clima lavorativo vessatorio. Attorno al reparto si addensa un sospetto che travolge la figura del primario, indicato come responsabile di una gestione ritenuta opprimente.
Il procedimento penale segue il suo corso, lento e complesso. Nel frattempo, però, la decisione dell’ente sanitario è definitiva. La carriera di Tateo si interrompe prima che un giudice si pronunci sulle accuse.
Il 31 gennaio 2025 il Tribunale di Trento ribalta l’impianto accusatorio. Il giudice Marco Tamburrino assolve Tateo e la sua vice Liliana Mereu con la formula piena: perché il fatto non sussiste.
Le motivazioni, depositate nel giugno successivo in circa 175 pagine, tracciano un confine netto. Il giudice riconosce tensioni, conflitti, uno stile direttivo esigente, ma esclude che tutto ciò integri il reato di maltrattamenti. Non emerge un disegno persecutorio, né una condotta sistematica penalmente rilevante. Le difficoltà organizzative e lo stress lavorativo restano al di qua della soglia penale.
L’Ordine dei Medici di Forlì-Cesena parla esplicitamente di assoluzione piena e sottolinea come le accuse - mosse anche da numerose parti civili - siano state ritenute non dimostrate dal tribunale.
L’assoluzione, tuttavia, non è definitiva. La Procura di Trento ha impugnato la sentenza, sostenendo che alcune prove e testimonianze non sarebbero state correttamente valutate. Il processo è quindi destinato a proseguire in Corte d’Appello. Si tratta di una rivalutazione del materiale già acquisito, non di nuove contestazioni.
Resta inoltre ancora aperta la questione del reintegro. Già nel 2023 il giudice del lavoro aveva dichiarato illegittimo il licenziamento e disposto il rientro di Tateo in azienda. Su questo punto, però, il procedimento non è concluso: l’Azienda sanitaria ha fatto valere profili di incompatibilità ambientale e il tema è tuttora sub iudice.
Un fronte distinto da quello penale e risarcitorio, ma centrale sul piano professionale, perché riguarda la possibilità - o meno - di un ritorno effettivo nell’organizzazione sanitaria trentina.
Tateo non lavora più a Trento. Ha lasciato l’Italia, oggi esercita in Francia. Il risarcimento riconosciuto a gennaio quantifica un danno giuridico. Non ricostruisce una carriera, non restituisce il tempo trascorso sotto accusa. Sul piano giudiziario, il risarcimento ha chiuso il capitolo economico del licenziamento. Resta aperta anche la partita del reintegro. Per Saverio Tateo, nel frattempo, la carriera professionale si è già spostata altrove, ben prima che i procedimenti arrivassero a definizione.
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