Sulla vicenda del noto chef costretto alle dimissioni è necessaria una riflessione più seria di quella condotta finora sui media.
Gianluca Caramanna e Giovanni Malagò (Imagoeconomica)
L’uomo di Fdi garantirebbe continuità al dicastero del Turismo. Il vincitore dei Giochi dovrebbe far pace con Giorgetti. Alla finestra restano pure Malan e il leghista Zaia.
Sul ponte sventola un foulard (di Hermès) bianco. Daniela Santanchè si è arresa dopo un giorno di pressioni da caccia F-16 in decollo e un anno di stillicidio più o meno sotterraneo di Giorgia Meloni, che a ogni avviso di garanzia ricevuto dal ministro del Turismo aveva un mancamento.
Il finale di partita è convulso, lascerà macerie, costituisce una sorpresa per chi osserva da fuori ma è la conseguenza di un rapporto logorato dai casi giudiziari. La sabbia aveva cominciato a scendere nella clessidra da molto tempo. Quando il premier disse a Silvio Berlusconi «io non sono ricattabile» intendeva far valere una credibilità assoluta sul fronte della magistratura, e la sconfitta al referendum l’ha indotta a fare piazza pulita.
Il dossier Santanchè era aperto da tempo. E lei è stata determinata, quasi stoica, ad andare avanti nonostante tre macigni: il processo per il presunto falso in bilancio addebitato a Visibilia; la presunta truffa all’Inps ai tempi del Covid, sempre legata alla sua società editoriale e congelata in attesa di una pronuncia della Corte di Cassazione; il concorso in bancarotta fraudolenta per tre company di Bioera-Ki Group, gruppo dell’alimentare biologico. Con la possibilità di una rapida chiusura indagini e di un rinvio a giudizio a fine aprile che riattizzerebbe l’incendio politico. Va aggiunto che, a ora, il certificato penale «è immacolato» (parole sue) come il foulard della resa.
Il ministro assediato non voleva essere sacrificato come capro espiatorio per l’insuccesso del referendum, una partita a lei quasi estranea, vissuta sotto traccia per ovvi motivi. Per questo ieri è stato un giorno difficile. Quando è andata a dormire martedì sera poteva contare sulla solidarietà del suo sostenitore principale, Ignazio La Russa, e di quella parte di Fratelli d’Italia contraria a concedere a magistrati con i canini affilati e partiti manettari il suo scalpo. Ma quando si è svegliata ieri mattina Santanchè si è accorta di essere rimasta sola. Lo ha capito dalla lettura dei giornali, da un paio di telefonate di sganciamento, dal silenzio del presidente del Senato (si era arreso pure lui). E dalla richiesta degli alleati, Antonio Tajani più di Matteo Salvini, di favorire il passo indietro.
A isolarla ancora di più c’era quella frase infelice («a dimettermi non ci penso proprio, vado al prossimo Consiglio dei ministri») buttata lì per istinto, che ha fatto imbufalire ancora di più il premier: tuoni e fulmini dall’Algeria. In mattinata non era ancora convinta di lasciare, mentre dall’opposizione cominciava il bombardamento a tappeto sul leit motiv «Se Meloni non controlla i suoi, non è credibile per il Paese». Da Fratelli d’Italia rivelano che a chi le faceva notare che Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi avevano mostrato sensibilità istituzionale, lei avrebbe risposto: «Io non ho alcuna sensibilità». Poi ha preso coscienza della realtà, di una mozione di sfiducia che avrebbe messo la maggioranza in grande imbarazzo, della settimana di stillicidio durante la quale l’intero governo avrebbe rischiato di traballare. E con l’esperienza di navigatrice che la contraddistingue ha deciso che non c’erano più margini. Game over.
Il gesto di Santanchè rende carta straccia la mozione di sfiducia della minoranza e costringe il premier a rientrare in anticipo da Algeri per salire al Quirinale. Meloni oggi ufficializzerà al presidente Sergio Mattarella l’uscita e svelerà il nome del nuovo ministro del Turismo. Si parla di tre profili in prima fila: Gianluca Caramanna, Giovanni Malagò, Lucio Malan. Il primo, parlamentare di Fratelli d’Italia e consigliere del ministro del Turismo dal 2022, conosce alla perfezione il settore e darebbe totale continuità di indirizzo a un’imponente macchina che in queste settimane è responsabile degli aiuti a tour operator e agenzie penalizzati dalla crisi del Golfo, con migliaia di disdette. Inoltre è punto di riferimento della campagna per rilanciare l’immagine di Sicilia, Sardegna e Calabria, le tre regioni devastate dal maltempo nei mesi scorsi e pronte a ripartire con la congiuntura favorevole che privilegia l’Italia rispetto ad aree (Mar Rosso, Golfo Persico, Emirati Arabi) praticamente vietate dalle operazioni belliche.
Malagò, soprannominato Megalò per la sua proverbiale autoreferenzialità, è un’istituzione bipartisan che da 35 anni naviga nelle acque dello sport italiano conoscendone ogni rotta. Ha due pregi: è ritenuto il vincitore delle Olimpiadi invernali italiane concluse da un mese ed è stimato personalmente da Giorgia Meloni. Ma ha due difetti: per i suoi plurimi trascorsi di vicinanza (da terrazza romana) con il centrosinistra verrebbe considerato un ministro tecnico. In più fatica a stare nella stessa stanza con Giancarlo Giorgetti, che in passato ha avuto con lui attriti e polemiche quando affiancò al Coni la società Sport e Salute. Infine, su Malagò potrebbe arrivare un siluro della Procura di Milano per ancora possibili azioni giudiziarie sulla Fondazione Milano-Cortina. Quanto a Malan, oggi prezioso capogruppo di Fdi al Senato, sarebbe una nomina di garanzia soprattutto politica senza rischi e senza voli pindarici.
Il ministero è in quota Fratelli d’Italia, di conseguenza è difficile che si esca dal seminato. Anche se nel limbo di queste ore, nelle terne dei papabili fa capolino un nome che piacerebbe parecchio alla Lega, quel Luca Zaia sulla sponda del fiume, in grado di rappresentare una novità spiazzante e di impatto. Un elemento di cortocircuito per uscire dalle secche. Peraltro la prima immagine di Open to Meraviglia fu piazza San Marco.
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2026-03-26
Resa al veleno della Santanchè. Il ministro molla dopo 24 ore: «Saldo io i conti degli altri»
Daniela Santanchè (Ansa)
L'ormai ex ministro del Turismo prima resiste, ma poi cede: «Obbedisco, anche se sono immacolata penalmente». Sul referendum: «Non farò da capro espiatorio per questa sconfitta».
Un passo indietro che ormai era divenuto inevitabile. La «Santa» si è dimessa. «Non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi», scrive il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, al premier, Giorgia Meloni.
La sera prima Palazzo Chigi l’aveva invitata a farsi da parte seguendo l’esempio e la sensibilità di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. La giornata era iniziata male ed è finita peggio. Arrivati a sera la Santanchè li aveva tutti contro, partito e governo e, alle 18 di ieri, non ha potuto far altro che ripiegare i suoi tailleur colorati e preparare i bagagli.
La lettera che ha indirizzato alla Meloni è stracolma di sofferenza. Soprattutto nella parte finale, nella quale confessa di non nascondere «amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Santanchè spiega perché non si è dimessa subito: «Volevo separare le mie dimissioni dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me». Forse presa dall’emozione sbaglia pure a scrivere Delmastro, collega di Fdi e piemontese come lei: «Volevo che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda dell’on. Del Mastro, che pure paga un prezzo alto». Infine, si toglie un sassolino dal décolleté: «Mi preme sottolineare che a oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio».
Con l’agenda confermata, ieri mattina, poco dopo le 10, il ministro si rinchiude nell’ufficio-fortino del ministero senza rilasciare dichiarazioni ai giornalisti assiepati a via di Villa Ada. Appuntamenti vari, telefonate e contatti con alcuni dirigenti del suo partito. A tutti Santanchè esprime grande amarezza. Quindi lascia il ministero intorno alle 15, in auto. Non ci rimetterà più piede. Già dalla prima mattinata si erano susseguite voci di imminenti dimissioni. Tutto era iniziato martedì con interlocuzioni continue tra Palazzo Chigi e via della Scrofa, passando prima per il ministero della Giustizia, poi per quello del Turismo. Da via Arenula arrivano le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi. Da lì in poi comincia l’assedio alla «pitonessa».
Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, la scarica subito: «Se le dimissioni vengono richieste dal premier mi pare scontato che debba finire così». Lo segue anche il vicepremier, Antonio Tajani: «Se la presidente del Consiglio ti chiede di dimetterti, devi farlo». Anche la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, fa lo stesso: «Se c’è un rapporto di fiducia che si è interrotto, bisogna trarne le conseguenze».
Con il passare delle ore aumenta il pressing verso Miss Twiga, per un suo passo indietro consigliato della maggioranza e richiesto esplicitamente dalle opposizioni che fanno calendarizzare per lunedì una (ormai inutile) mozione di sfiducia. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, profetizza: «La mozione di sfiducia non sarà necessaria». E, infatti, tre ore dopo arrivano le dimissioni. Fino a martedì era blindatissima dal governo, e nonostante i suoi problemi giudiziari (ha superato indenne tre mozioni di sfiducia del centrosinistra), aveva sempre ignorato la sua situazione. Stavolta però era diverso. Meloni che chiede le sue dimissioni e la possibilità di una figuraccia davanti al Parlamento, con la quarta mozione di sfiducia avallata pure dalla maggioranza, le ha fatto cambiare idea e che ha prodotto una sfilza di commenti.
«Era ora», esultano le opposizioni, con la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga. Il presidente del M5s, Giuseppe Conte, mai contento: «Dimissioni tardive. Ci sono voluti tre anni e 15 milioni di cittadini che hanno votato No al referendum per far dimettere un ministro responsabile di una truffa Covid ai danni dello Stato. Meloni responsabile». «Non ho mai sentito un premier che chiede le dimissioni di un ministro», il commento della segretaria pd, Elly Schlein, parlando alla stampa estera. «Il segnale di debolezza è evidente, la crisi è profonda».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, rincara: «Quando si perde c’è chi si dimette e chi fa dimettere gli altri. Quando si perde ci sono i leader e ci sono le influencer», riferendosi a lui stesso come leader. Maria Elena Boschi, deputata di Italia viva, la accusa di fuggire dal Parlamento. «Meloni cerca i capri espiatori della sua sconfitta alle urne. La grande leader, la donna forte al comando, che di fronte a una sconfitta anziché assumersi la responsabilità politica fa fuori i suoi sottoposti». Per il leader di Azione, Carlo Calenda, «adesso è utile che il presidente del Consiglio venga in Aula per spiegare che c’è una fase due del governo e come verrà gestita».
Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde, dice che «le dimissioni della Santanchè certificano che ci troviamo di fronte a una crisi politica della maggioranza di centrodestra». Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, aggiunge: «A prescindere da Santanchè, siamo di fronte a fatti e avvenimenti che delineano una evidente crisi politica del governo. Meloni non può fare finta di niente: non è facendo dimettere ministri o sottosegretari che si risolvono i problemi».
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Daniela Santanchè (Imagoeconomica)
Che Via Crucis: la Meloni chiede le dimissioni della Santanchè da ministro. Lei resiste ma poi, rimasta sola, lascia in polemica: «Il mio certificato penale è pulito, non voglio essere il capro espiatorio però dico: “Obbedisco”». La sfida del governo adesso è risorgere dopo giornate di passione...
«Chi sbaglia, paga». Avrebbe dovuto essere lo slogan della campagna referendaria, per spiegare che anche i magistrati che commettono errori devono risponderne. Ma dopo il No alla riforma della giustizia «chi sbaglia, paga» è la nuova parola d’ordine di Giorgia Meloni, la quale si sarebbe sfogata con i principali collaboratori, dicendo di non essere più disposta a coprire nessuno. Succede spesso all’interno di un gruppo che il capo si assuma le responsabilità dei sottoposti, difendendoli a spada tratta. Ma dopo la sconfitta del 22 e 23 marzo, il presidente del Consiglio ha capito che serve maggiore rigore, perché nei prossimi mesi la maggioranza si giocherà tutto, in particolare la possibilità di rivincere le elezioni.
Dunque, hanno cominciato a rotolare le prime teste. Giusi Bartolozzi, plenipotenziaria del ministro Carlo Nordio, ha pagato per alcune frasi improvvide pronunciate davanti alle telecamere di una televisione locale. Il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sconta il pasticcio di essere diventato socio di un ristoratore condannato in qualità di prestanome di ambienti criminali. L’una e l’altro sono stati in qualche modo ritenuti responsabili del clima che ha portato alla sconfitta referendaria.
Per quanto riguarda Daniela Santanchè nessuno le imputa il brutto risultato di lunedì, perché sul tema giustizia il ministro del Turismo è stato alla larga, evitando di prendere posizione. E però a imbarazzare sono i guai personali della «pitonessa». Per quanto i processi siano ancora da celebrare e dunque lei come chiunque altro debba essere ritenuta innocente fino a prova contraria, le accuse nei suoi confronti sono gravi, perché si parla di bancarotta, truffa all’Inps, falso in bilancio: non proprio noccioline. Un passo indietro, senza che questo significhi in alcun modo un’ammissione di colpevolezza, era dunque opportuno. Perché sebbene né Bartolozzi, né Delmastro e quindi neppure Santanchè possano essere trasformati nei capri espiatori della sconfitta, è evidente che dopo la batosta di lunedì l’aria è cambiata. Se prima tutto sommato la fine della legislatura sembrava in discesa e dunque si trattava di prepararsi alle elezioni del 2027, adesso il periodo che ci separa dalle prossime politiche è in salita. E non soltanto per la guerra in Iran, per l’aumento del prezzo della benzina e del gas, ma anche perché il voto sulla riforma della giustizia ha fatto capire che perdere si può. Se prima di lunedì, di fronte all’armata Brancaleone dell’opposizione nessuno considerava realistica la sconfitta, ora essere battuti è nel novero delle ipotesi. Come non si può scartare la possibilità che, se il centrodestra perdesse, nel 2029 a Sergio Mattarella succeda un altro Mattarella. Intendiamoci: non lui, che fra tre anni si avvicinerebbe ai 90, ma uno politicamente simile a lui, ovvero di sinistra.
Dunque, bisogna correggere la rotta, perché altrimenti si finisce fuori strada. E qui ritorna il proposito iniziale: «Chi sbaglia, paga». Doveva valere per i magistrati, qualora fosse stata approvata la riforma della giustizia, comincerà a valere per i politici, per lo meno per quelli dell’attuale maggioranza.
Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe stato meglio far dimettere Bartolozzi, Delmastro e Santanchè prima e non dopo le elezioni. Vero, forse sarebbe stato opportuno, ma è altrettanto vero che dividere il fronte e far cadere qualche testa in prossimità del voto avrebbe potuto anche avere l’effetto contrario, ovvero di fare apparire fragile e zoppicante il governo. Ciò detto, io penso che né la plenipotenziaria di Nordio, né il suo sottosegretario, ma neppure il ministro del Turismo abbiano grandi colpe nella sconfitta. Il No al referendum è principalmente un voto di protesta, una manifestazione di dissenso su argomenti in cui il governo non ha alcuna responsabilità. Gaza, Iran, Trump, Netanyahu e le armi all’Ucraina credo abbiano spinto ai seggi un paio di milioni di elettori, ai quali probabilmente della riforma della giustizia premeva il giusto, cioè zero. Come dicono gli esperti di flussi elettorali, forse molti fra coloro che hanno messo la croce sul No neppure torneranno a votare e, se lo faranno, non è detto che sia per il Pd o i 5 stelle. Tuttavia, a prescindere da ciò che sarà, il centrodestra non può farsi cogliere impreparato. Serve una sterzata prima di andare a sbattere. E dunque urge la massima attenzione per evitare gli incidenti di percorso. Che si chiamino Bartolozzi, Delmastro o Santanchè.
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