2026-05-04
Crisi, Meloni: «Non è solo un insieme di problemi. È un sistema dove ogni crisi alimenta l'altra»
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«Non è solo un insieme di problemi. È un sistema dove ogni crisi alimenta l’altra», ha dichiarato Giorgia Meloni durante il meeting della Comunità Politica Europea a Jerevan.
Il premier ha parlato di policrisi: «Cosa significa policrisi? Non è solo affrontare tante crisi insieme. Il problema è che sono tutte collegate e si alimentano a vicenda».
Giovanni Orsina (Ansa)
Lo storico Giovanni Orsina: «L’Ue reagisce alla crisi con sussulti moralisti. Ma ricattando i suoi membri si mostra debole Trump? L’odio per lui distorce qualunque ragionamento. Però gli manca la forza per spaccare il sistema».
Non c’è studioso più indicato per discutere di sovranismo dell’uomo che, quell’etichetta, l’ha inventata. Giovanni Orsina, storico, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss, ha appena pubblicato il suo ultimo saggio, edito da Marsilio, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo. Il tempo della crisi dell’ordine liberale, al quale i populismi si sono ribellati. Con esiti dubbi.
Professore, la controrivoluzione sovranista è fallita?
«Non direi che è fallita. È riuscita solo nella sua pars destruens. Per prima cosa, una controrivoluzione deve fermare una rivoluzione; poi, deve sostituirla con qualcos’altro. Ecco: la rivoluzione è stata fermata, quindi, nella sua forza negativa, la controrivoluzione ha avuto effetti eccome - sta alla Casa Bianca e di casini ne sta combinando. È anche evidente che il vecchio ordine sia morto. Ma che cosa verrà al suo posto, la controrivoluzione non sembra in grado di dirlo».
Donald Trump è in difficoltà; Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria; Giorgia Meloni è stata sconfitta al referendum sulla giustizia. Cosa non ha funzionato?
«Proprio perché le manca la pars construens, la controrivoluzione oscilla. L’ordine precedente va in crisi; i populisti vincono; fanno delle cose; queste cose non riescono a essere risolutive; quindi, perdono; ma gli altri non sono in grado di riprodurre un ordine funzionante. La verità è che siamo di fronte a un conflitto fra debolezze. Perciò il sovranismo perde e dopo rivince: Trump è stato fuori un giro ed è ritornato; Orbán ha perso, ma contro un altro nazionalista».
L’Ue sta tentando la sua restaurazione sfruttando il ricatto dei fondi: i 37 miliardi che aveva congelato all’Ungheria, quasi il 20% del Pil; i 10 miliardi in ballo in Romania; quelli che l’Europarlamento chiede di bloccare alla Slovacchia di Robert Fico.
«Un club che, per mettere in riga i propri soci, ha bisogno di minacciarli continuamente, è un club che mostra grandissima fatica. Peraltro, parliamo di un club democratico che si mette contro governi democraticamente eletti: la vicenda ungherese ci ha dimostrato che lì la democrazia, sia pure non in gran salute, non era morta. Il punto è che il club Europa è il modello dell’ordine rivoluzionario che è entrato in crisi. Quindi, nel momento in cui Orbán perde, non si torna a un’Europa trionfante. Il caso di Péter Magyar è emblematico: il suo è un nazionalismo pragmatico, non un redivivo entusiasmo europeista».
L’Europa vantava la potenza attrattiva dei suoi valori e ora riscopre la lezione schmittiana: si costruisce un’identità in relazione a un nemico esterno - la Russia.
«L’Unione europea si è sviluppata nel momento del trionfo del diritto e della depoliticizzazione, fra gli anni Ottanta e i Novanta. Dunque, si è sempre pensata come una potenza normativa, un modello giuridico che avrebbe avuto la forza di diffondersi a livello globale, quale fondamento di un ordine multilaterale planetario. Oggi ci troviamo di fronte al ritorno della potenza. Ma l’altra componente che teneva in piedi l’Europa era il moralismo. E il moralismo spesso si fonda sulla costruzione di un nemico. Pensiamo a quanto è stato moralizzato il conflitto russo-ucraino: chi non era antirusso era moralmente disdicevole».
Il putiniano.
«Già. L’Europa, appunto, sta cercando di rimediare alla crisi del giuridico con un soprassalto di moralismo. Mettiamo che vada bene così. Ma bisogna tradurre tutto ciò in capacità di esercitare una qualche forza. Ed è qui che il problema europeo esplode, perché il moralismo è sovranazionale, ma la politica dove sta? A Bruxelles, o nelle capitali? Questo dilemma non è stato risolto. E ce ne accorgiamo, ad esempio, nel dibattito sulla difesa comune».
L’internazionale sovranista è stata un fiasco.
«L’internazionale nazionalista è una contraddizione in termini. Una collaborazione tra nazionalisti sarebbe possibile; solo che richiede volontà, fatica, lavoro, autocontrollo. Se il nazionalista più grosso di tutti - quello che sta alla Casa Bianca - non ne mostra alcuno, l’ossimoro teorico diventa realtà».
Il destino dei populismi di destra si gioca attorno a una questione centrale: si può ripoliticizzare il governo dell’economia?
«La risposta semplice è: no. La risposta più articolata è che qualcosa si può fare».
Cosa?
«Be’, qualcosa sta accadendo: la chiamano deglobalizzazione, in realtà è un rallentamento dei processi di integrazione globale. Mi riferisco alla securitizzazione delle catene di approvvigionamento: la loro sicurezza geopolitica è ora più importante del profitto. Poi ci sono i dazi e altri processi di protezione delle produzioni nazionali. Sono tentativi di recuperare un po’ di sovranità sull’economia. Però l’integrazione dei mercati è tale che quel che si può fare ha limiti visibili».
Emergono contraddizioni anche nella grande promessa di Trump: il leader che deve difendere le classi medie è in combutta con i colossi dell’hi-tech.
«Nella questione del mercato sta la vera contraddizione del populismo di destra. A destra si è sempre sostenuto il mercato, che al limite deve avere la possibilità di scatenare gli animal spirits schumpeteriani. Ma così si riproduce lo stesso cortocircuito del thatcherismo: una destra socialmente conservatrice che sosteneva l’integrazione dei mercati globali e la deregolamentazione della finanza, ossia processi che disgregano l’ordine sociale».
Stupiscono anche certe sbavature del milieu trumpiano: c’è chi ha incassato milioni scommettendo sulle guerre.
«Nei momenti di interregno fra un ordine e un altro, di ribellione contro un ordine, specie un ordine moralista, si può finire per affidarsi a personaggi che deridono e sovvertono il moralismo e che si rivelano quantomeno equivoci: nel nome della lotta al moralismo, adottano comportamenti immorali».
E la Chiesa di Leone XIV?
«Sta cercando di uscire dal conflitto politico e di presentarsi come un’entità spirituale. Il Papa ha tentato di sottrarsi allo scontro con Trump e di collocarsi su una posizione terza. Ma siccome l’opposizione a Trump è debole, Leone è stato tirato dentro l’antitrumpismo. Non credo che lui lo voglia».
Quale ordine emergerà dall’interregno?
«Ci sono due possibilità. La prima è la catastrofe: la crisi deflagra in una grande guerra. L’alternativa è il compromesso: dal conflitto fra un’Europa globalista e “dirittista” e un nazionalista identitario, viene fuori un nazionalista soft. I processi d’integrazione globale rallentano, il mondo recupera una minima grammatica di gestione delle relazioni internazionali, però fortemente ancorata a dati di potenza. È il modello Magyar, ma potremmo chiamarlo modello Meloni».
La Meloni non è in fase calante?
«La forza del modello Meloni sta nell’essere un non modello, per paradosso: una gestione pragmatica dell’esistente. Meloni entra con dei valori nazional-conservatori dentro un mondo inadatto a recepirli. E li usa per cercare di correggere quel mondo laddove può. Dove non può, scende a patti con la realtà».
Esempi concreti?
«Contribuisce a un cambiamento nelle politiche migratorie dell’Ue, ma sul Patto di stabilità evita la rottura. Come paradigma di compromesso, Meloni resta un riferimento valido; come governo, si trova in difficoltà, perché il compromesso pragmatico, in un Paese in declino come l’Italia, dopo quattro anni logora».
Nei rapporti con l’elettorato, di certo. Ma pure perché le riforme si infrangono sullo scoglio dei contropoteri: magistratura e Colle.
«Ciò fa parte del tipo di ordine nel quale siamo vissuti finora, in cui la democrazia liberale si è sbilanciata sul versante dei contropoteri. Nel momento in cui arrivi al potere, devi avere la forza rivoluzionare di spaccare questo sistema. Ma non ce l’ha nemmeno Trump, al quale la Corte Suprema ha bocciato i dazi».
Il midterm è una partita chiusa?
«Niente affatto. Dobbiamo stare attenti alle analisi mainstream. Siamo immersi in un mondo insopportabile, in cui l’odio per Trump distorce tutti i ragionamenti. Ad esempio, nessuno riesce ad ammettere che l’uscita degli Emirati dall’Opec è un suo trionfo, o che il controblocco di Hormuz sta avendo effetto».
Da studioso del berlusconismo, ritiene probabile che Forza Italia rompa con il centrodestra?
«A me sembra che siamo dentro a un classico percorso tattico: la rottura non ci sarà, a meno che non se ne presentino le condizioni».
Tipo?
«Un Parlamento senza una maggioranza chiara. In questo senso, si può pensare che Forza Italia freni la riforma elettorale affinché si riproduca la palude. Dico una cosa non da studioso di Berlusconi, ma da studioso di Malagodi».
Cioè?
«L’errore di Malagodi, nell’opposizione al centrosinistra negli anni Sessanta, fu quello di non avere due “forni”, a differenza di tutti gli altri partiti. L’idea di avere sempre a disposizione due carte è tipica della storia della Repubblica e Forza Italia sta facendo esattamente questo: tenersi aperte due opzioni. Quella dell’accordo con il centrodestra e quella di una grande coalizione centrista, nel caso in cui non ci sia una maggioranza. Lo ha fatto anche la Lega dopo il 2018, solo sul terreno della convergenza dei populismi».
Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno convocato Antonio Tajani nella sede di Mediaset, anziché incontrarlo nella sede del partito.
«Non riesco a capire come si possa fare una cosa del genere. Poteva aver senso se c’era da dare un segnale di forza, ma in questo caso la forza dei Berlusconi è ben evidente: hanno fatto saltare i due capigruppo di Camera e Senato!».
E allora?
«E allora vuol dire che ai Berlusconi manca la grammatica politica. In un tempo in cui non ce l’ha nessuno, evidentemente non ce l’hanno nemmeno loro».
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I precursori di questo distillato a base di orzo e frumento fermentati (e aromatizzati al ginepro) si possono rintracciare nella nostra penisola. Nel Seicento un medico olandese lo propose come farmaco per curare dolori di stomaco, reumatismi e gotta. Ma fu in Gran Bretagna che il superalcolico trovò infine la sua patria d’elezione.
Sapete che molto probabilmente noi italiani abbiamo inventato il gin, il distillato a base di frumento e orzo fermentati ed aromatizzati al ginepro? Il protogin parrebbe proprio essere nato in Italia, lo dimostrerebbe un testo alchemico del 1555 di Alessio Piemontese, Secreti del Reverendo Donno Alessio Piemontese. E comunque pare che, qualche secolo prima, i monaci benedettini distillassero già il vino insieme con le bacche di ginepro e altre botaniche per ottenere una bevanda alcolica ad effetto tonico e curativo. Un vino «gineprato», insomma, che era una sorta di proto-protogin, di cui parla anche il Compendium Salernitanum, opera medica del 1055.
Abbiamo detto «altre botaniche». Cosa sono? In distilleria, le botaniche, anche dette in inglese botanicals, sono le erbe, le spezie, le radici, i fiori, le cortecce e i frutti che possono essere impiegati nei distillati allo scopo di aromatizzarli, aggiungendovi profumi e sapori particolari che li distinguono da altri distillati. Ciò è particolarmente vero col gin. Ingredienti naturali, come bacche di ginepro necessariamente, e poi a scelta coriandolo, agrumi e quant’altro vengono infusi, macerati o distillati con la base alcolica, per creare il profilo organolettico finale specifico di ogni gin: un particolare ingrediente non solo aromatizza in maniera unica quel gin, ma lega anche il gin al territorio di provenienza.
Particolare ingrediente a parte, l’ingrediente imprescindibile del gin è il ginepro: ne è la botanica «chiave», la botanica oggi obbligatoria per legge perché, tradizionalmente e filologicamente, non c’è gin senza ginepro. I galbuli di ginepro, per la precisione. Il galbulo, anche detto coccola o gazzozzola, è lo strobilo legnoso che è caratteristico delle Cupressacee, la famiglia di piante gimnosperme, tra cui il ginepro (Juniperus), famiglia che prende nome dal genere Cupressus, cioè il cipresso, che è il genere più rappresentativo. Poi, ci si abbinano altre botaniche come semi per esempio di coriandolo o di cardamomo, radici come quelle di liquirizia, di giaggiolo, di angelica, spezie come la cannella, erbe aromatiche come rosmarino e salvia, fiori. Ginepro obbligatorio, dicevamo: infatti il nome deriva proprio dal nome di questo aroma senza il quale il distillato in questione non è gin. Le bacche di ginepro, infatti, gli conferiscono il profumo ed il sapore tipico del gin. Questa predominanza del ginepro è stabilita, dicevamo, anche dalla legge, a tutela della tradizionale produzione di gin: il regolamento Ce n. 110 del 2008 stabilisce che il sapore del ginepro deve essere dominante.
Esso definisce norme europee per la produzione, etichettatura e protezione delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose. Sebbene in gran parte abrogato e sostituito dal Regolamento (Ue) 2019/787, ha rappresentato una normativa fondamentale per il settore. Il Regolamento (Ue) 2019/787 stabilisce 4 tipi di gin: gin, gin distillato, gin London Dry, e sloe gin. Come spiega Wikipedia, il gin è la bevanda ottenuta mediante aromatizzazione, con bacche di ginepro comune (Juniperus communis) ed altre botaniche, di un distillato neutro di origine agricola, con una gradazione minima del 96%, con gusto predominante di ginepro. La bevanda può essere prodotta per infusione oppure aggiungendo aromi ed essenze all’alcol, senza prevedere una distillazione dell’intera miscela. La bevanda finale deve essere poi imbottigliata con un rapporto alcol/volume di almeno 37,5%. Il gin, insomma, è un superalcolico e in quanto tale va bevuto, eventualmente: occasionalmente e a piccole dosi. Il gin distillato si ottiene distillando nuovamente uno spirito rettificato al 96%, assieme a bacche di ginepro e altre botaniche e aromi naturali, a condizione che il sapore di ginepro sia sempre predominante.
Il prodotto finale deve avere almeno il 37,5% di alcol, e prima di essere imbottigliato può essere diluito o con acqua o addizionato con altro spirito rettificato. Nella precedente normativa era presente anche il Plymouth Gin, che può essere prodotto solo a Plymouth, da una sola distilleria. Il London Dry Gin è identico a un gin distillato, ma non si possono aggiungere aromi o altri ingredienti prima dell’imbottigliamento; inoltre, anche se ha il toponimo London nella sua denominazione, può essere prodotto ovunque. Se contiene la parola «dry», vuol dire che gli è stato aggiunto (al massimo) 0,1 g di dolcificante per litro. Oggi la normativa non prevede che il London Gin sia prodotto solo con alambicchi classici, come era invece in origine. Lo Sloe Gin, che è infuso con prugnole selvatiche, non si può considerare un gin aromatizzato ma deve essere considerato un liquore, in primo luogo per la sua dolcezza, in secondo luogo perché presenta una gradazione alcolica inferiore rispetto al canonico gin, una gradazione che si attiene a circa 28%.
Un’altra tipologia di gin, non prevista dal regolamento Ue, è l’Old Tom Gin, che è un London Dry Gin aggiunto di sciroppo di glucosio. Il regolamento europeo prevede inoltre vari altri spiriti aromatizzati al ginepro, come il jenever, prodotti aggiungendo aromi naturali, o identici a quelli naturali, che vanno imbottigliati con un rapporto alcol/volume del 30%. Sovente, i gin più particolari presentano un rapporto alcol/volume superiore al 37,5%.
A livello di storia del gin, eravamo rimasti al Sedicesimo secolo, Italia. La storia successiva del gin ci porta in Olanda: qualcuno dice nel 1658, chissà, comunque a metà del 1650, pare che il dottor Franciscus de le Boë, noto come Sylvius (1614-1672), medico e professore all’Università di Leida, creò un rimedio medicinale a base di ginepro. Conoscendo le proprietà diuretiche e purificanti delle bacche di ginepro, decise di unirle all’alcol puro, creando un infuso per curare dolori di stomaco, gotta e reumatismi. Questo preparato, chiamato «Jenever» (che in olandese vuol dire appunto ginepro) e anche «Aqua juniperi», era in vendita nella sua farmacia/laboratorio di Leida. Alcuni storici, va detto, hanno suggerito che la bevanda potesse essere già nota prima di Sylvius, comparendo la parola genever in manoscritti olandesi del XVI secolo. Poi, il gin si diffuse nel resto d’Europa, trovando in Gran Bretagna una sua patria elettiva.
Alla fine del Seicento, Guglielmo III d’Orange vi vietò l’importazione di spirits e questo determinò l’affinamento e l’aumento della produzione di gin locale. Fu un aumento davvero spropositato, che portò vantaggi e danni. Se da una parte, infatti, evitando di importare distillati stranieri (per esempio anche il cognac francese, oltre che il gin olandese) si sfruttava tutto il prodotto locale cerealicolo della Gran Bretagna, eccedenza compresa, dall’altra parte si produceva così tanto gin che a un certo punto si impiegava anche come parte della paga degli operai, remunerati, quindi, in soldi e bottiglie di gin. Ciò condusse anche a un certo alcolismo, problema da cui derivavano anche questioni, non meno importanti della dipendenza dal gin, di ordine pubblico. A ciò si tentò di ovviare con le Gin Acts, cinque leggi emanate tra 1729 e 1751 nel tentativo di arginare il consumo di gin. Tra i provvedimenti, ci fu quello di innalzare la tassa di distillazione, che fu portata a 50 sterline. William Hogarth, pittore, incisore e autore di stampe satiriche e morali, incise Beer Street e Gin Lane nel 1751 a sostegno dell’allerta nei confronti del gin: sono due stampe che vanno osservate una accanto all’altra e descrivono i mali del consumo di gin in confronto ai pregi del bere birra. Sono passati quasi 300 anni da allora, ma non è cambiata la saggia idea, che vi ribadiamo, di non esagerare mai con l’alcol.
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L’ex ministro Marco Minniti: «L’Europa diventi punto di riferimento dei Paesi che sono spiazzati da Trump ma non vogliono finire sotto la Cina».
«La leadership europea deve comprendere una cosa: tutto quello che sta avvenendo - dall’Ucraina all’Iran - è la fine di un vecchio ordine mondiale. E quel vecchio ordine non tornerà. Non è una parentesi. Non va vissuta come “mettiamo a punto qualcosa, poi torna tutto come prima”. Non tornerà più. E quindi non è più il tempo degli zerovirgola di bilancio».
Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e presidente della Fondazione Med-Or: l’Italia chiede maggiore flessibilità all’Europa, per poter affrontare la doppia sfida, militare ed energetica. Alcune componenti della maggioranza di governo spingono per lo scostamento di bilancio. Ma Bruxelles per ora non vuole saperne.
«Abbiamo sempre pensato che l’elemento di forza di un Paese fossero i fondamentali dell’economia. Poi abbiamo imparato, in questi mesi, un’altra cosa: che al pari dell’economia conta la collocazione geostrategica. Prendiamo la Turchia: fino a due anni fa aveva il 90% di inflazione, e abbassava il tasso di sconto invece di alzarlo, infischiandosene delle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante, nessuno ha fatto fallire la Turchia, perché nessuno poteva permetterselo, dal momento che controlla lo stretto dei Dardanelli, ha fatto da intermediario per i corridoi del grano con i russi, e in definitiva svolge un ruolo di mediazione in tutte le partite più delicate aperte nel mondo».
Dunque è tempo di pensare ai rapporti di forza, e non solo ai bilanci, come continua a fare una parte della dirigenza europea?
«Sì, per questo guardo con interesse al ruolo geostrategico dell’Europa: il fatto di esprimersi come una potenza di soft power, in un momento in cui sembra prevalere l’hard power, può consentire la costruzione di opportunità economiche che rendono meno schematico l’approccio ai conti pubblici».
Un esempio concreto?
«Di fronte alla politica dei dazi di Trump, l’Europa ha risposto trattando come un’entità unica, e poi ha allargato il mercato. Da qui gli accordi con il Mercosur, con l’Indonesia, con l’Australia, con l’India. Nel momento in cui l’Europa, invece di ripiegarsi su sé stessa, pensa al suo ruolo geostrategico come interlocutore positivo del Sud del mondo, può trovare chance economiche senza precedenti.
Anche in Africa?
«Sì, un continente cruciale per materie prime, agricoltura, e quelle terre rare decisive per l’intelligenza artificiale, di cui al momento la Cina detiene il monopolio mondiale. E non dimentichiamo che il Sahel, a pochi chilometri da noi, è il principale incubatore del terrorismo internazionale. Il Piano Mattei, giusta intuizione dell’Italia, deve diventare europeo, per avere un’Africa stabilizzata e prospera».
Tornando alle regole europee: si possono sostenere gli aumenti di spesa per la difesa senza rompere i vincoli di bilancio comunitari?
«C’è una contraddizione che vale la pena nominare: giustamente Italia ed Europa hanno sbloccato 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Ma questa è già una scelta di autonomia strategica, perché se facessimo un calcolo puramente economico, dovremmo invece riprendere le importazioni di gas russo. Dunque, ci deve essere in Europa un sistema di mutuo riconoscimento: io posso chiedere a un Paese di assumersi responsabilità su un terreno, sapendo che gli altri si assumeranno responsabilità su altri terreni»,
Ma perché è scoppiata questa guerra?
«L’idea dell’amministrazione Trump era di replicare l’intervento in Venezuela: un passaggio rapido e indolore, magari approfittandone per fare gli interessi americani nel settore petrolifero. Si immaginava una rivolta popolare in Iran, che avrebbe consentito a Trump di presentarsi come liberatore. Ma la storia, a cominciare dall’Iraq, insegna che non si può costruire una democrazia soltanto con gli interventi militari. Serve un’idea di futuro».
Gli Usa sono rimasti spiazzati dalla chiusura di Hormuz?
«C’è stata una clamorosa sottovalutazione. Gli iraniani avevano sempre minacciato di chiudere lo stretto, e stavolta l’hanno fatto davvero. Eppure, l’umanità conosce da sempre quanto cruciali siano certi punti strategici. Per concludere le lunghe guerre del Peloponneso, Sparta paralizzò lo stretto dei Dardanelli con un blocco navale, sconfiggendo Atene».
Oggi quanto è pesante lo shock energetico?
«Se il blocco di Hormuz si prolunga ancora di un mese, si schiuderanno scenari imprevedibili. E se nel frattempo gli Huthi chiudessero lo stretto di Bab el Mandeeb - in italiano “porta delle lacrime” - la situazione finirebbe fuori controllo. Non parlo solo dell’energia, ma anche di risorse alimentari e fertilizzanti. Pensiamo all’elio, derivante dalla lavorazione del gas: con l’attacco ai giacimenti in Qatar è in pericolo un elemento fondamentale per la lavorazione dei microchip».
Qual è la strategia iraniana?
«Possiamo sintetizzarla in due parole: “caos” e “attrito”. Il caos è stato raggiunto colpendo i Paesi del Golfo, che erano impegnati in una mediazione, per dimostrare che toccare l’Iran avrebbe implicato conseguenze internazionali immediate. L’attrito significa prepararsi a una guerra di lungo periodo, dove ogni reparto delle milizie è in grado di reagire “a mosaico”, definendo da solo i propri obiettivi. Questo consente alle forze iraniane, pur con grandi perdite, di reggere nel tempo».
Il 1° maggio è scaduto il termine di 60 giorni previsto dalla legge americana entro cui il presidente deve notificare al Congresso l’operazione militare e ottenere la sua approvazione. Subito dopo, Trump ha dichiarato che il conflitto è concluso.
«Probabilmente è un escamotage tecnico per aggirare i controlli del Congresso, anche perché, se la guerra fosse davvero finita, Trump lo avrebbe annunciato con ben altra enfasi. In ogni caso, alcuni repubblicani hanno già fatto sapere che non daranno ancora carta bianca a Trump. L’opinione pubblica non comprende le vere ragioni dell’attacco. Intanto l’indice di approvazione dei cittadini americani è ancora in discesa. Sullo sfondo, inflazione e caro benzina».
E l’amministrazione Trump continua a perdere pezzi, mentre la base Maga rumoreggia.
«Ricordiamoci le elezioni di mid-term all’orizzonte, mentre è pendente una richiesta di impeachment da parte dei democratici nei confronti del segretario alla Guerra, per abuso di potere e crimini di guerra. Tucker Carlson, uno degli storici sostenitori di Trump, si è dichiarato pentito di averlo appoggiato. Tutto ciò preoccupa il presidente».
Come reagirà Trump a una sconfitta elettorale, e a un successivo, eventuale, assedio?
«Questo è il grande punto interrogativo. Uno come Trump potrà davvero fare la parte dell’“anatra zoppa”, mentre la sua base si sta rompendo? Intanto il fattore tempo gioca tutto a favore dell’Iran, che è una teocrazia in lotta per la sopravvivenza, e deve semplicemente resistere. Trump invece deve fare i conti con l’opinione pubblica, con il conto alla rovescia elettorale che avanza inesorabile».
È difficile essere ottimisti sulle trattative con Teheran. A che punto siamo?
«Siamo in una fase di “stallo minaccioso”: tutte e due le parti adottano un linguaggio radicale. Si è consumato il rapporto di fiducia tra i negoziatori, ed è inevitabile. Si dovrebbe procedere step by step, tenendo insieme i due obiettivi strategici: primo, garantire libera navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, senza vincoli né pedaggi. Secondo, pieno controllo internazionale del programma nucleare iraniano, con un ruolo cruciale per l’Aiea. Non può essere concesso all’Iran di avere un’arma nucleare».
Intanto in Libano proseguono i raid israeliani.
«È un altro pezzo del mosaico. Va sostenuto il dialogo tra la presidenza libanese e Israele. La tregua è fragile, e Hezbollah sta facendo di tutto per far saltare i colloqui, perché consapevole che rappresentano la via maestra per disarmare i loro guerriglieri».
I Paesi del Golfo si sono divisi?
«L’uscita degli Emirati arabi dall’Opec rappresenta una “separazione” strategica tra due grandi Paesi sunniti. Si cominciano a intravedere due schieramenti: da un lato l’asse Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, dall’altro Emirati-Israele-Stati Uniti».
Quale dovrebbe essere il ruolo europeo, se davvero si avviasse un percorso di pace?
«Il progetto dei “Volenterosi per Hormuz” è molto importante, e ritengo fondamentale che l’Italia ne faccia parte. Di fronte alla scelta degli Usa per l’unilateralismo radicale in politica estera, l’Europa non deve rompere il rapporto con Washington, ma in questa era dell’incertezza occorre un’autonomia strategica europea che consenta di avere un rapporto con gli Usa tra pari».
Una nuova visione del mondo?
«L’Ue può diventare il punto di riferimento di quella parte del mondo - Paesi del Golfo, Turchia, India - che ha buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma è preoccupata delle loro oscillazioni, e non vuole finire all’ombra della Cina. In questo contesto, mentre Trump invita la Russia al G20, l’Europa – come dicevo all’inizio – non può continuare ad arrovellarsi sullo zerovirgola».
E l’Italia?
«Deve avere piena consapevolezza del proprio ruolo ineludibile. Non quello di mediare tra Stati Uniti ed Europa, ma fare da congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Questa è la nostra collocazione geostrategica da sempre. I recenti attacchi di Trump nei confronti dell’Italia non mortificano il nostro ruolo internazionale: al contrario, ci liberano».
Da cosa?
«Ci consentono di essere fino in fondo protagonisti, a 360 gradi. Con tre pilastri: alleanza transatlantica, Europa, Mediterraneo e Africa. E tutto questo, avendo le mani libere».
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