Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Blackout infinito, petrolio e medicine razionate. Trump: «Ultimi momenti dell’isola».
Se contro l’Iran e il Venezuela la dottrina «decapitate and delegate» di Trump (decapitare i vertici e delegare la riorganizzazione del potere) ha prevalso, la partita di Cuba potrebbe essere vinta dagli americani a tavolino. È bastata infatti l’ultima crisi energetica a scatenare proteste di piazza («cacerolazos») nell’isola, in corso da venerdì a L’Avana e nella provincia di Matanzas, mentre lunghi blackout colpiscono gran parte del Paese. «Sarà la prossima a cadere», ha annunciato il presidente Usa, «ma sarà una «acquisizione amichevole».
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
Fregata italiana a Cipro. Il premier: «Atto di solidarietà europea e di prevenzione». Intanto Trump starebbe valutando di inviare in Iran un contingente di soldati.
Giorgia Meloni ha chiarito il ruolo dell’Italia nella crisi iraniana. «Per garantire la sicurezza dei confini dell’Unione europea abbiamo disposto il dispiegamento di una fregata italiana a Cipro, un atto che è di solidarietà europea, ma soprattutto di prevenzione. Ma la nostra linea è molto chiara: l’Italia non è parte del conflitto e non intende diventare parte del conflitto», ha dichiarato ieri.
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Ansa)
- Pezeshkian manda messaggi concilianti ai Paesi vicini dopo gli attacchi, ma il capo della magistratura accusa: «Alcuni di loro collaborano con i nemici». Divisioni sulla nomina della nuova Guida suprema.
- Bersagliati per la prima volta i depositi della Repubblica islamica. A Dubai morto un civile per i detriti di un oggetto aereo intercettato. Tajani: 20.000 italiani rimpatriati.
Lo speciale contiene due articoli.
La Repubblica islamica si prepara a scegliere il successore della Guida suprema mentre il conflitto con Israele e Stati Uniti continua ad allargarsi su più fronti militari e diplomatici. La riunione dell’Assemblea degli esperti, incaricata di eleggere il nuovo leader, potrebbe tenersi entro le prossime 24 ore. L’annuncio è arrivato dall’ayatollah Hossein Mozaffari, membro del Consiglio degli esperti, citato dall’agenzia Fars. Secondo il religioso, i rappresentanti dell’Assemblea attendono che si creino le condizioni per deliberare sulla successione all’«imam martirizzato» Ali Khamenei. Mozaffari ha espresso la convinzione che la scelta della nuova guida religiosa e politica del Paese possa arrivare in tempi molto brevi.
Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, la leadership iraniana è attraversata da profonde divisioni. All’interno del sistema di potere si confrontano diverse correnti: una parte dell’establishment preferirebbe evitare la nomina immediata di una nuova Guida suprema e punta alla creazione di un consiglio di riconciliazione nazionale incaricato di negoziare un accordo con gli Stati Uniti. I pasdaran, invece, spingono apertamente per l’ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex leader, una scelta che rappresenterebbe una linea ancora più rigida rispetto a quella del padre e che lascerebbe sostanzialmente intatto il sistema di potere dei Guardiani della Rivoluzione. Il giornalista israeliano Amit Segal, generalmente considerato molto ben informato, ha riferito su X che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito negli ultimi attacchi avvenuti a Qom, ma sarebbe ancora vivo.
Mentre a Teheran si discute del futuro della leadership, la guerra prosegue sul terreno militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha accusato Washington di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nel Golfo Persico. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l’attacco avrebbe compromesso la fornitura di acqua potabile a circa 30 villaggi. In un messaggio sui social Araghchi ha definito l’operazione «un crimine palese e disperato» avvertendo che colpire infrastrutture civili avrà «gravi conseguenze».
Il presidente Masoud Pezeshkian a sua volta ha chiarito che eventuali messaggi concilianti ai Paesi del Golfo non devono essere letti come un segnale di resa verso gli Stati Uniti: la Repubblica islamica continuerà a difendere il proprio territorio «fino alla morte» e rivendica il diritto di reagire all’«aggressione militare» attribuita a Washington e Israele. Il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha avvertito che gli attacchi contro obiettivi collegati ai Paesi che collaborano con gli avversari dell’Iran continueranno. Secondo Ejei, alcune prove raccolte dalle forze armate dimostrerebbero «il sostegno di governi della regione alle operazioni del nemico». In tal senso il ministero dell’Interno del Bahrein ha riferito che gli attacchi iraniani di ieri hanno provocato un incendio e danni materiali ad abitazioni ed edifici nella capitale Manama, mentre una forte esplosione è stata udita anche a Dubai. Il ministero della Difesa saudita ha inoltre reso noto che un missile alistico lanciato dall’Iran verso la base aerea di Prince Sultan ha colpito un’area disabitata.
Israele ha intensificato le operazioni militari. Nella notte tra venerdì e sabato oltre 80 caccia dell’aeronautica israeliana hanno colpito numerosi obiettivi militari a Teheran e nell’Iran centrale, sganciando circa 230 bombe. Tra i bersagli, secondo le Idf, anche un complesso sotterraneo utilizzato per lo stoccaggio e la produzione di missili balistici e diverse infrastrutture delle Guardie della Rivoluzione. Le operazioni fanno parte della campagna militare israeliana avviata contro le capacità missilistiche iraniane, mentre Teheran continua a lanciare salve di missili balistici verso Israele. La Marina dei pasdaran ha rivendicato un attacco con drone contro la petroliera «Louise P» nel Golfo Persico. Secondo la televisione di Stato iraniana l’imbarcazione, battente bandiera delle Isole Marshall, sarebbe di proprietà statunitense. Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha dichiarato che Teheran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Pur assicurando che il traffico marittimo non verrà interrotto, il generale ha avvertito che le unità riconducibili a Washington o a Israele potrebbero essere colpite.
Allo stesso tempo la Repubblica islamica ha lanciato un monito ai governi europei: il viceministro degli Esteri Majid Takht-e Ravanchi ha dichiarato che qualsiasi partecipazione militare dell’Europa al conflitto trasformerebbe i Paesi coinvolti in «obiettivi legittimi».
Sul fronte opposto gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nella regione. Washington ha ordinato il dispiegamento nel Mediterraneo orientale della portaerei nucleare Uss George H. W. Bush, che si aggiunge ai gruppi navali già operativi. La Uss Gerald R. Ford si trova nel Mar Rosso mentre la Uss Abraham Lincoln è schierata nel Golfo dell’Oman. Con tre gruppi d’attacco attorno all’Iran, la Marina americana ha portato le proprie forze a un livello di massima prontezza operativa ed è quindi evidente che siamo vicini a un’ulteriore intensificazione del conflitto.
Fuoco Idf sul petrolio del regime
Sempre più italiani stanno rientrando in patria dopo che si sono ritrovati nel mezzo del conflitto mediorientale. A fare il punto è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annunciato: «Oltre 20.000 connazionali sono stati rimpatriati dall’inizio della crisi». E ha aggiunto che prosegue «il maggior numero possibile di voli da Abu Dhabi, Dubai a Muscat». Ed è proprio a Dubai, bersagliata dai raid iraniani, che ieri i detriti di un vettore aereo intercettato hanno ucciso un uomo di origine asiatica.
Nell’altro teatro dello scontro, quello libanese, Gerusalemme si trova sempre più coinvolta nei combattimenti contro Hezbollah. In piena notte, nel villaggio di Nabi Sheet, nel Libano orientale, è scattato un blitz notturno condotto dalle Idf per cercare i resti del pilota di caccia israeliano Ron Arad, disperso dal 1986. Il primo a rivelare la natura dell’operazione è stato il canale saudita al-Hadath, mentre Hezbollah rendeva noto che «quattro elicotteri dell’esercito nemico israeliano» sono arrivati «dalla direzione siriana». Dopo l’atterraggio, i soldati israeliani «sono stati attaccati dai membri» del gruppo terroristico. Le Idf, poco dopo, hanno confermato lo scopo del raid, aggiungendo però che non sono stati ancora trovati i resti di Arad. A detta delle Idf l’operazione è stata condotta sfruttando «un’opportunità operativa» a seguito degli ordini di evacuazione diffusi nell’area venerdì. Secondo il ministero della Salute libanese, nell’attacco, con i bombardamenti che sono stati seguiti dallo scontro a fuoco, sono state uccise almeno 41 persone tra Nabi Sheet e le aree vicine al distretto di Baalbek. Va detto che la moglie del pilota ha chiesto la fine di queste operazioni per non mettere a rischio la vita dei soldati israeliani.
Con un ritmo incessante proseguono poi gli ordini di evacuazione in Libano. Gerusalemme ha diramato gli avvisi ai residenti nella città costiera di Tiro: «Le Idf colpiranno presto le infrastrutture militari appartenenti all’organizzazione terroristica Hezbollah». Poco dopo i media libanesi hanno riferito di alcune esplosioni nell’area. E sembra che un attacco aereo israeliano abbia raso al suolo anche un edificio nel Sud del Libano. Altre «allerte urgenti» hanno riguardato i residenti della periferia meridionale di Beirut. Man mano che prosegue il conflitto aumenta inevitabilmente il bilancio delle vittime: si parla di quasi 300 morti e 1.023 feriti in sei giorni.
E mentre il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvisato che il Libano «pagherà un prezzo molto alto» se Hezbollah continuerà a bersagliare Israele, dall’altra parte Madrid ha puntato il dito contro gli attacchi israeliani sul territorio libanese, invitando a rispettare «la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza». E dal presidente francese, Emmanuel Macron, sono arrivate parole di condanna sull’«attacco inaccettabile» contro la postazione di Unifil. Nell’altro campo del conflitto, quello iraniano, stando a quanto riferito da Fars, l’esercito israeliano e gli Stati Uniti hanno attaccato per la prima volta una raffineria petrolifera nel Sud di Teheran.
Spostando lo sguardo dall’altra parte della barricata, Israele ha dovuto affrontare almeno dieci allarmi per i lanci di missili provenienti dall’Iran in meno di 24 ore. Le sirene sono scattate a Tel Aviv, a Gerusalemme, nel Sud di Israele. Le Idf hanno reso noto di «aver identificato missili» lanciati dal regime iraniano, aggiungendo che «i sistemi difensivi sono operativi per intercettare la minaccia». Peraltro, Gerusalemme ha accusato Teheran di aver utilizzato «più volte» le munizioni a grappolo contro le zone civili, esponendo la popolazione a un rischio prolungato. Parallelamente, i razzi di Hezbollah hanno fatto suonare le sirene nell’Alta Galilea e ad Haifa. Nella città settentrionale di Nahariya, un drone proveniente dal Libano dopo essere stato abbattuto è precipitato nel parcheggio di un centro medico. La polizia ha riferito che il velivolo senza pilota, ritrovato quasi intatto, aveva del «materiale esplosivo».
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