Andrea Venanzoni (Imagoeconomica)
L’esperto Andrea Venanzoni: «Esistono frange contrapposte che hanno come riferimento J.D. Vance e Marco Rubio. La Groenlandia? Da sempre un obiettivo Usa».
Il mondo Maga è in subbuglio e la destra americana si trova a un bivio che segnerà il futuro candidato repubblicano per il dopo Trump. Andrea Venanzoni nel suo libro La Destra americana contemporanea. Dalla New Right a Donald Trump (Giubilei Regnani editore), fa un’analisi precisa della divaricazione a cui è giunto il partito repubblicano. E individua un momento preciso in cui il terremoto Maga ha aperto questa faglia.
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
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Marco Rubio e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Washington ribadisce la preferenza per la via diplomatica pur evocando lo spettro dell’operazione Midnight Hammer. Netanyahu chiede garanzie su uranio e missili.
La crisi iraniana resta in bilico. Ieri, Benjamin Netanyahu è stato ricevuto a Washington da Donald Trump: si è trattato del loro settimo faccia a faccia, da quando l’attuale presidente americano è tornato alla Casa Bianca.
L’incontro - che si è svolto a porte chiuse - ha avuto luogo dopo che, poco prima, il premier israeliano si era visto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio: nell’occasione, Netanyahu aveva ufficializzato l’ingresso di Gerusalemme nel Board of Peace per Gaza. Tutto questo, mentre, nella serata di martedì, il premier israeliano aveva avuto un meeting anche con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e con il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, per discutere - secondo una nota dello Stato ebraico - di «affari regionali». Come che sia, secondo il Times of Israel, all’incontro di ieri alla Casa Bianca, al di là del presidente americano, erano presenti gli stessi Rubio e Witkoff, oltre al capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Non è un mistero che Netanyahu abbia voluto con una certa apprensione questo nuovo colloquio con Trump. Lo Stato ebraico si è infatti mostrato particolarmente irrequieto dopo che, la settimana scorsa, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a negoziare. In particolare, Netanyahu ritiene che non ci si possa fidare degli ayatollah e che Washington dovrebbe premere affinché Teheran, oltre a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, accetti sia di limitare il proprio programma balistico sia di cessare la fornitura di armamenti in sostegno dei suoi proxy regionali. Si tratta di dossier rispetto a cui gli ayatollah hanno finora puntato i piedi: basti pensare che il consigliere di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha definito «non negoziabili» le capacità missilistiche della Repubblica islamica.
Nei giorni scorsi, è emerso che Israele auspicherebbe la linea dura verso il regime khomeinista. Trump, dall’altra parte, è apparso restio nei confronti dell’opzione militare, pur non escludendola come strumento funzionale a indebolire la posizione negoziale di Teheran. È anche in questo quadro che ieri, prima del faccia a faccia tra Netanyahu e lo stesso Trump, JD Vance si è espresso contro l’ipotesi di un regime change in Iran. «Se il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, la decisione spetta al popolo iraniano. Ciò su cui ci stiamo concentrando in questo momento è il fatto che l’Iran non può possedere un’arma nucleare», ha affermato il vicepresidente statunitense.
Non solo. Sempre prima di incontrare Netanyahu, Trump ha avuto una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere di come evitare un’escalation nello scacchiere mediorientale. Poco dopo, lo stesso Al Thani ha incontrato, a Doha, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, il quale, nell’occasione, ha escluso che il regime possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Una posizione, questa, ben difficilmente digeribile tanto da Netanyahu quanto dalla Casa Bianca. Senza poi trascurare che il nodo del nucleare è anche al centro delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Teheran spera che Ankara possa persuadere il presidente americano a non ricorrere all’opzione militare contro la Repubblica islamica.
Tuttavia, bisogna fare attenzione: l’Iran non è l’unico dossier sul tavolo nei rapporti tra Washington e Gerusalemme.
In un post su Truth, a termine dell’incontro, Trump ci ha tenuto a tirare le somme di quanto lui e Bibi si erano detti a porte chiuse: «Ho insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano per vedere se sia possibile o meno concludere un accordo. Se fattibile, ho fatto sapere al primo ministro che questa sarebbe la preferenza. In caso contrario, dovremo solo stare a vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran ha deciso che sarebbe stato meglio non stringere un accordo, e sono stati colpiti da Midnight Hammer».
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(Ansa)
Nel 1440 il borgo dell'Alta Valtiberina si ritrovò indipendente per l'errata valutazione dei confini, dopo che il Papa Eugenio IV vendette le terre della Chiesa ai fiorentini. Rimase libera (e senza tasse) per quasi 4 secoli. Fu tra le prime zone di coltivazione del tabacco nella Penisola, ancora oggi famoso nel mondo.
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Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
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Donald Trump (Ansa)
Minato il complesso di leggi che fungeva da base per regolamentare i gas serra, ritenuti una minaccia per la salute. Gli Usa puntano sul massimo sviluppo energetico e in Ue il Green deal torna in discussione.
Con un colpo di pennarello ha cancellato «la più grande truffa mai messa in atto a livello globale». Parola di Donald Trump, che così si era espresso appena eletto e poi nel settembre scorso all’assemblea generale dell’Onu a proposito del cambiamento climatico. E con lo stesso pennarello ha cassato Barack Obama e l’Endangerment Finding, il complesso delle leggi su cui ha poggiato per un quindicennio il luogo comune ambientalista secondo cui la fine del mondo era prossima a causa della CO2 e delle emissioni.
L’onda lunga delle scelte americane arriva in Europa, dove il Green deal già traballa col cancelliere tedesco Friedrich Merz (in Germania non ci sono più i Verdi al governo!) che ha fatto capire che con i lacci ambientali l’industria soffoca. La mossa di Trump annunciata dal Wall Street Juornal è contenuta in due executive act. Questo sul clima è pronto e va alla firma nelle prossime ore. È la conclusione di un percorso che il presidente ha iniziato appena insediatosi: smontare tutto l’apparato di divieti e di leggi ambientali che «impediscono lo sviluppo americano». Le misure ambientali sono forse la più profonda frattura tra Usa e Ue. La cancellazione dell’Endangerment Finding arriva a conclusione di un lavoro di sei mesi dell’Epa (Environmental protection agency) che in uno studio di 300 pagine ha racchiuso le sue conclusioni che smontano il paradigma Obama, poi avallato anche da Joe Biden, sui limiti ambientali visto che l’ex presidente democratico aveva preso per buono il nesso tra sei gas serra (CO2, metano ed esafloruro di zolfo su tutti) e i danni alla salute pubblica. Cancellando questo riferimento tutta la normativa - in particolare il Clean Air Act - decade e l’Epa non può più imporre limiti. La firma dell’executive act rende operativa da qui a una settima la liberalizzazione delle emissioni.
Ritenere però che Donald Trump abbia agito per un mero impulso di far dimenticare le politiche obamiane o per una convinzione di tipo ideologico sarebbe sbagliato: il presidente americano ha in testa la necessità di produrre quanta più energia possibile per rilanciare la produzione a stelle e strisce ed è convinto che le fonti energetiche siano la più poderosa arma nel contesto internazionale. Non è un caso che nelle prossime ore sia atteso il secondo ordine esecutivo che impone al Pentagono di acquistare elettricità da centrali a carbone. L’amministrazione intende stanziare finanziamenti a sei di esse in West Virginia, Ohio, North Carolina e Kentucky per la rimessa in servizio e l’ammodernamento degli impianti. Un impegno che regalerà a The Donald il prestigioso Undisputed Champion of Coal dal Washington Coal Club, il premio di un gruppo pro carbone legato all’industria dei combustibili fossili.
C’è spazio nella nuova politica energetica americana anche per un forte rafforzamento del nucleare; si prevede di passare dagli attuali 100 gigawatt prodotti a oltre 400 entro il 2050 con massicci investimenti in due direzioni: reattori di ultimissima generazione, ma anche ricerca intensiva per arrivare alla fusione nucleare. Infine vengono del tutto liberalizzate le emissioni per il trasporto. Da parte democratica si è gridato all’attentato ambientale, ma il presidente americano si cura il giusto delle rimostranze ambientaliste visto che ha presentato il suo piano come un «progetto di buon senso» per consentire di togliere di mezzo i limiti imposti in precedenza dal governo federale. «È il più grande atto di deregolamentazione nella storia degli Stati Uniti», ha dichiarato al Wsj l’amministratore dell’agenzia per l’ambiente Lee Zeldin che nel firmare il suo report ha sostenuto «poniamo fine a 16 anni di incertezze che hanno pesato sulle industrie a cominciare da quelle dell’auto e che hanno prodotto mille miliardi di dollari spesi in regolamentazioni». La mossa di Trump spiazza del tutto l’Europa, tant’è che il commissario al clima Wopke Hoekstra ha definito la decisione americana una mossa «sfortunata e deplorevole», ma giunge al termine di un percorso che è cominciato con la disdetta degli Usa all’accordo di Parigi diventata esecutiva all’inizio di quest’anno e con il ritiro americano dall’Ipcc il famoso panel di studiosi internazionali che i seguaci di Greta Thunberg sventolano per dire che il 98% degli scienziati sono d’accordo che il cambiamento climatico è causato dalla CO2. Tutti d’accordo tranne Trump che pone ora serissimi problemi a Ursula von der Leyen e all’Ue. Già nell’annosa trattativa sui dazi il presidente americano aveva detto che le regole ambientali europee venivano considerate ostili e aveva ottenuto dall’Ue l’acquisto di 650 miliardi di dollari di gas. Ora però anche in Europa la mossa di Trump pone interrogativi. Già a maggio scorso tanto Emmanuel Macron quanto Friedrich Merz avevano chiesto il ritiro della Corporate Sustainability Due Diligence, la direttiva che introduce obblighi di verifica della sostenibilità ambientale e sociale delle aziende. Nelle scorse settimane il Ppe ha chiesto al presidente della Commissione Ursula von der Leyen di bloccare per due anni le direttive Ue sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale e poi c’è stato il sostanziale passo indietro sullo stop ai motori endotermici firmato dall’Eurocamera. Le emissioni vanno abbattute al 90% e non al cento per cento entro il 2035, viene introdotto il biometano e i motori a combustione interna possono essere ancora usati. In più tutti gli obiettivi climatici previsti entro il 2040 con un taglio totale delle emissioni sono stati portati a una soglia di riduzione delle emissioni dell’80%.
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