
Giuseppe Conte va avanti per la sua strada, ribadisce il «no» all’aumento delle spese militari al 2% del Pil dall’attuale 1,6% (da 26 a circa 36 miliardi di euro) se questa misura fosse contenuta nel Def e continua a scuotere la maggioranza. Tuttavia, è bene precisarlo, la mossa dell’ex premier appare puramente propagandistica, poiché il Documento di economia e finanza, che potrebbe ricevere il via libera dal governo entro questa settimana, dovrebbe in realtà soltanto indicare un percorso per arrivare al 2%. L’escalation pacifista di Giuseppi, ricordiamolo, avviene in contemporanea con la votazione on line per la sua riconferma a leader del M5s. A proposito di armi a Kiev, il relativo decreto, già approvato alla Camera, approderà tra pochi giorni in Senato, e non contempla l’aumento delle spese militari: la caciara politica di queste ore ruota intorno a un ordine del giorno che fissa l’obiettivo del 2% approvato alla Camera e che Fratelli d’Italia ripresenterà in Senato per mettere in difficoltà la maggioranza. L’emendamento è firmato da Ignazio La Russa, che al Corriere della Sera propone di reperire le risorse necessarie tagliando i fondi destinati al reddito di cittadinanza. Per tagliare la testa al toro, il governo sarebbe orientato a mettere la fiducia sul dl Ucraina: ieri sera su questo tema c’è stato un incontro tra esponenti dei partiti di maggioranza e il ministro dei Rapporti col parlamento, Federico D’Incà.
In ogni caso, Conte anche ieri è tornato a farsi sentire, rispondendo così alla domanda sull’ipotesi che l’aumento sia contenuto nel Def: «Sull’aumento delle spese militari», dice l’ex premier, «non c’è nessun passo indietro del M5s, siamo contrari a questo riarmo, sarebbe inutile e una follia. Non posso guardare negli occhi un disoccupato o una famiglia, un imprenditore che non riesce ad arrivare a fine mese, o un rider che prende uno stipendio da fame e dirgli che faremo una corsa forsennata per il riarmo. Sono sicuro», aggiunge Conte, «che sarà il governo a fare un passo avanti in questa direzione, a perseguire con noi la strada della ragionevolezza». Oggi alle 17 e 30 Conte incontrerà Mario Draghi, e c’è da prevedere che la questione delle spese militari sarà uno degli argomenti del colloquio.
Sulla linea populista di Conte si spacca il Pd: «Ho apprezzato i toni molto responsabili che ha usato Conte», commenta il segretario Enrico Letta , «e sono convinto che si troveranno le soluzioni più idonee a far sì che il governo Draghi svolga il suo compito, che è fondamentale per l’Italia e per l’Europa». Molto più duro il senatore Andrea Marcucci, della componente dem vicina a Matteo Renzi, ex capogruppo a Palazzo Madama defenestrato da Letta: «Se nel M5s prevalesse una linea alla Di Battista», argomenta Marcucci a True News, «il dialogo con il Pd si esaurirebbe. Alla fine il M5s rimarrà all’interno della maggioranza. Non conviene a nessuno, tanto meno a Conte, aprire una crisi durante una guerra in Europa. Il famoso 2% di aumento delle spese militari», argomenta Marcucci, «è da sempre considerato tendenziale, la crisi nella maggioranza rientrerà».
La Lega va all’attacco: «La Nato», dice il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, a Radio 24, «ha chiesto a tutti i Paesi entro i prossimi anni di arrivare al 2% del Pil di investimenti in spese militari, come prescrive il trattato e l’Italia si è impegnata a farlo. Questo ordine del giorno che è passato alla Camera è stato votato da tutti, M5s compreso. È tutto surreale. La maggioranza credo che possa fare anche a meno del M5s».






