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2020-09-18
Nuovo trucco Ong: tuffo in mare e salvataggio
Ansa
I 76 immigrati «volontari» hanno indossato un giubbotto salvagente color arancio ciascuno e si sono tuffati in mare. Ufficialmente è per una protesta. Ma in realtà è perché così la nostra Guardia costiera è costretta a recuperarli. O, almeno, è questo, a quanto risulta alla Verità, il pensiero comune tra i soccorritori. Aggirati i divieti previsti dai Decreti sicurezza, sono partite decine di comunicazioni notturne inviate alla Capitaneria di porto. Il pressing della Ong Open Arms si è concentrato su asseriti «problemi di sicurezza» a bordo, perché gli immigrati volevano sbarcare a tutti i costi. La strategia è continuata sui social: «Da ieri (martedì per chi legge ndr) davanti al porto di Palermo, come da indicazioni, siamo rimasti in attesa di istruzioni per sbarcare cercando di gestire la situazione critica a bordo». Poi, i tuffi. I 76 della protesta sono stati tutti recuperati dalle motovedette della Capitaneria di porto prima che raggiungessero a nuoto la terraferma. Fanno parte dei 275 (provenienti da Egitto, Burkina Faso, Ghana, Siria e Costa d'Avorio), tra i quali ci sarebbero anche 56 minori, tirati su in tre distinti interventi dalla nave della Ong Spagnola, che dopo aver tentato un approdo a Malta ha puntato verso Palermo. «L'altro giorno», ha twittato la Ong, «momenti di tensione sulla Open Arms dopo la risposta negativa di Malta di concedere riparo per il temporale». E dopo aver ricevuto il solito «niet» definitivo dalle autorità maltesi, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. È a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta giunta di fronte al porto siciliano, la Open Arms ha chiesto istruzioni al Viminale sulla possibilità di sbarco. Ma la pressione sull'Italia è cominciata martedì: «Continuiamo a ripararci in acque territoriali italiane, con grande tensione a bordo». E siccome i tuffi in mare avevano già funzionato, gli immigrati ci hanno riprovato. Qualcuno ha fornito loro i giubbotti di salvataggio e uno dopo l'altro si sono tuffati. Open Arms pian piano si è avvicinata alla costa, fermandosi a meno di un miglio, nello specchio d'acqua del porto, a poche centinaia di metri dalla Sea Watch 4.
I 76 che si erano tuffati, dopo gli accertamenti sanitari, saliranno sulla nave Allegra, che nel frattempo ha fatto sbarcare 41 minori non accompagnati e una decina di donne.
E mentre la Ong spagnola attende indicazioni dal governo italiano, fa sapere che «tutte le persone che soccorriamo fuggono da contesti di violenza nei propri Paesi di origine e rischiano la vita in mare in cerca di un futuro migliore per loro e per le proprie famiglie. Quello che vogliono è costruirsi un futuro in paesi democratici dove possano vivere in pace e sicurezza». È per questo motivo che la Ong, sostenuta anche da Emergency, propone «protocolli di ricerca e soccorso strutturali». La finalità è un «approdo in un porto sicuro come previsto dalle Convenzioni internazionali, dal diritto del mare, e dalle costituzioni democratiche». L'ultima comunicazione usata come una leva per tentare di aprire il porto è questa: «A bordo alcune delle persone salvate presentano ustioni di terzo grado, problemi di salute e sintomi da stress post traumatico dovuti alla violenza o agli abusi che hanno subito nei Paesi di origine e di transito, oltre che alla dura traversata in mare». Il leader del Carroccio Matteo Salvini ha sparato ad alzo zero: «Dall'Europa sono arrivate solo parole, ma la certezza è che al momento ci sono 2.000 clandestini a bordo di navi da crociera al largo della Sicilia, a spese degli italiani, e altri 275 stanno arrivando a bordo di una nave di una Ong spagnola, visto che sono stati rifiutati da Malta. L'Italia non può essere il campo profughi d'Europa». Anche il governatore siciliano Nello Musumeci è stato molto duro: «Leggere sui giornali che l'Europa cambia la linea sui migranti, mentre tutte le Ong si dirigono solo verso i porti siciliani, suona come una beffa. Sembra che la cosa non interessi più a nessuno, ma continua ad essere la Sicilia a sostenere il peso più grande di questa emergenza nell'emergenza».
Il fronte caldo dell'immigrazione resta la Sicilia. Sette dei 60 sbarcati sulla spiaggia di Calamosche, nell'area della riserva naturale di Vendicari, a Sud di Siracusa, sono risultati positivi al Covid. Ora sono su una nave per la quarantena ormeggiata nella rada di Siracusa. E Musumeci comincia a perdere la pazienza: «Non si è visto un solo intervento concreto per restituire sicurezza sanitaria a quei luoghi e alla nostra popolazione. Tanti impegni ma nessun fatto concreto. Quando le parole diventeranno azioni? Siate veloci, presidente Conte e ministro Lamorgese, come fate quando impugnate una nostra ordinanza. Non costringeteci ad agire di nuovo». Ma anche in Sardegna continuano gli arrivi. Ieri un tentativo di sbarco si è trasformato in tragedia: un barchino con 14 persone a bordo è affondato. C'è un disperso.
Sul patto di Dublino solo parole Italia ostaggio degli Stati del Nord
«Aboliremo il trattato di Dublino». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di chiusura sullo stato dell'Unione al Parlamento europeo dopo aver parlato di lavoro, clima e lotta al virus ha lanciato il suo annuncio bomba: «Nel nuovo piano sulle migrazioni sostituiremo il regolamento di Dublino con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e per i rimpatri e un forte meccanismo di solidarietà». La revisione di Dublino significherebbe mettere fine alla norma dello «Stato di primo approdo», che obbliga soprattutto Italia e Grecia a farsi carico - per mesi e spesso anni - di tutti i richiedenti asilo che sbarcano sulle coste europee. L'annuncio è stato subito osannato dal governo giallorosso, anche se non c'è niente di chiaro né definitivo visto che sarà presentato soltanto mercoledì prossimo, il giorno prima dell'inizio del Consiglio europeo con tutti i capi di Stato e di governo dell'Ue. Difficile quindi che il nuovo Migration Pact possa trovare subito accoglienza e condivisione anche se la von der Leyen ha sottolineato: «Salvare vite umane non è un optional. E quei Paesi che adempiono ai loro doveri giuridici e morali o che sono più esposti di altri devono poter contare sulla solidarietà dell'intera Ue. Voglio essere chiara, se noi acceleriamo, mi aspetto che accelerino anche tutti gli Stati membri». L'Italia, già con l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini premeva per rendere obbligatorio il meccanismo di ripartizione dei migranti recuperati in mare ma essendo l'adesione volontaria, ad ogni sbarco il nostro Paese è costretto a una trattativa spesso inconcludente. Comunque l'avviso della presidente sembra diretto ai Paesi del blocco nordeuropeo, da sempre sordi alla condivisione degli immigrati. Il blocco di Visegrad e l'Austria non sono mai stati propensi a prendere «quote di stranieri». A mettere i puntini sulle i è subito Giorgia Meloni, leader di Fdi: «Il trattato riguarda i rifugiati che sono il 10% dei migranti che arrivano da noi. Ma noi dobbiamo risolvere il problema del rimanente 90%, cioè degli immigrati clandestini che noi, anche se modificassimo cento volte il decreto di Dublino, non potremmo comunque ricollocare in Europa».
Il piano non è ancora noto ma Ursula von der Layen ha già fatto capire che non vuole ripetere il flop del 2015, quando il suo predecessore, Jean- Claude Juncker, lanciò la sua riforma che però venne bocciata da alcuni governi: «Se facciamo compromessi possiamo trovare soluzioni. I governi che fanno di più e sono più esposti ai flussi devono poter contare sulla solidarietà europea». Quello che anticipa è che ci sarà «un link tra asilo e rimpatri con la distinzione tra chi avrà diritto di rimanere e chi no». L'obiettivo di fondo sarà costruire «confini esterni forti e vie legali di migrazione». Una rassicurazione per i Paesi che lei definisce «portatori di odio» e un gesto di «riguardo» per l'Italia. Tutto apparentemente gratis come il Recovery fund? Vedremo quando si passerà dagli annunci ai fatti concreti.
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La nave spagnola Open Arms è riuscita a far recuperare dalla nostra Guardia costiera 76 migranti al largo di Palermo. Lo schema? Avvicinarsi alle coste italiane, lanciare un allarme e far immergere i migranti dotati di salvagente. Il recupero, così, diventa obbligato.Nonostante i proclami di Ursula von der Leyen, Germania e soci non ci aiuteranno.Lo speciale contiene due articoliI 76 immigrati «volontari» hanno indossato un giubbotto salvagente color arancio ciascuno e si sono tuffati in mare. Ufficialmente è per una protesta. Ma in realtà è perché così la nostra Guardia costiera è costretta a recuperarli. O, almeno, è questo, a quanto risulta alla Verità, il pensiero comune tra i soccorritori. Aggirati i divieti previsti dai Decreti sicurezza, sono partite decine di comunicazioni notturne inviate alla Capitaneria di porto. Il pressing della Ong Open Arms si è concentrato su asseriti «problemi di sicurezza» a bordo, perché gli immigrati volevano sbarcare a tutti i costi. La strategia è continuata sui social: «Da ieri (martedì per chi legge ndr) davanti al porto di Palermo, come da indicazioni, siamo rimasti in attesa di istruzioni per sbarcare cercando di gestire la situazione critica a bordo». Poi, i tuffi. I 76 della protesta sono stati tutti recuperati dalle motovedette della Capitaneria di porto prima che raggiungessero a nuoto la terraferma. Fanno parte dei 275 (provenienti da Egitto, Burkina Faso, Ghana, Siria e Costa d'Avorio), tra i quali ci sarebbero anche 56 minori, tirati su in tre distinti interventi dalla nave della Ong Spagnola, che dopo aver tentato un approdo a Malta ha puntato verso Palermo. «L'altro giorno», ha twittato la Ong, «momenti di tensione sulla Open Arms dopo la risposta negativa di Malta di concedere riparo per il temporale». E dopo aver ricevuto il solito «niet» definitivo dalle autorità maltesi, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. È a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta giunta di fronte al porto siciliano, la Open Arms ha chiesto istruzioni al Viminale sulla possibilità di sbarco. Ma la pressione sull'Italia è cominciata martedì: «Continuiamo a ripararci in acque territoriali italiane, con grande tensione a bordo». E siccome i tuffi in mare avevano già funzionato, gli immigrati ci hanno riprovato. Qualcuno ha fornito loro i giubbotti di salvataggio e uno dopo l'altro si sono tuffati. Open Arms pian piano si è avvicinata alla costa, fermandosi a meno di un miglio, nello specchio d'acqua del porto, a poche centinaia di metri dalla Sea Watch 4. I 76 che si erano tuffati, dopo gli accertamenti sanitari, saliranno sulla nave Allegra, che nel frattempo ha fatto sbarcare 41 minori non accompagnati e una decina di donne.E mentre la Ong spagnola attende indicazioni dal governo italiano, fa sapere che «tutte le persone che soccorriamo fuggono da contesti di violenza nei propri Paesi di origine e rischiano la vita in mare in cerca di un futuro migliore per loro e per le proprie famiglie. Quello che vogliono è costruirsi un futuro in paesi democratici dove possano vivere in pace e sicurezza». È per questo motivo che la Ong, sostenuta anche da Emergency, propone «protocolli di ricerca e soccorso strutturali». La finalità è un «approdo in un porto sicuro come previsto dalle Convenzioni internazionali, dal diritto del mare, e dalle costituzioni democratiche». L'ultima comunicazione usata come una leva per tentare di aprire il porto è questa: «A bordo alcune delle persone salvate presentano ustioni di terzo grado, problemi di salute e sintomi da stress post traumatico dovuti alla violenza o agli abusi che hanno subito nei Paesi di origine e di transito, oltre che alla dura traversata in mare». Il leader del Carroccio Matteo Salvini ha sparato ad alzo zero: «Dall'Europa sono arrivate solo parole, ma la certezza è che al momento ci sono 2.000 clandestini a bordo di navi da crociera al largo della Sicilia, a spese degli italiani, e altri 275 stanno arrivando a bordo di una nave di una Ong spagnola, visto che sono stati rifiutati da Malta. L'Italia non può essere il campo profughi d'Europa». Anche il governatore siciliano Nello Musumeci è stato molto duro: «Leggere sui giornali che l'Europa cambia la linea sui migranti, mentre tutte le Ong si dirigono solo verso i porti siciliani, suona come una beffa. Sembra che la cosa non interessi più a nessuno, ma continua ad essere la Sicilia a sostenere il peso più grande di questa emergenza nell'emergenza». Il fronte caldo dell'immigrazione resta la Sicilia. Sette dei 60 sbarcati sulla spiaggia di Calamosche, nell'area della riserva naturale di Vendicari, a Sud di Siracusa, sono risultati positivi al Covid. Ora sono su una nave per la quarantena ormeggiata nella rada di Siracusa. E Musumeci comincia a perdere la pazienza: «Non si è visto un solo intervento concreto per restituire sicurezza sanitaria a quei luoghi e alla nostra popolazione. Tanti impegni ma nessun fatto concreto. Quando le parole diventeranno azioni? Siate veloci, presidente Conte e ministro Lamorgese, come fate quando impugnate una nostra ordinanza. Non costringeteci ad agire di nuovo». Ma anche in Sardegna continuano gli arrivi. Ieri un tentativo di sbarco si è trasformato in tragedia: un barchino con 14 persone a bordo è affondato. C'è un disperso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovo-trucco-ong-tuffo-in-mare-e-salvataggio-2647702342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-patto-di-dublino-solo-parole-italia-ostaggio-degli-stati-del-nord" data-post-id="2647702342" data-published-at="1600382011" data-use-pagination="False"> Sul patto di Dublino solo parole Italia ostaggio degli Stati del Nord «Aboliremo il trattato di Dublino». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di chiusura sullo stato dell'Unione al Parlamento europeo dopo aver parlato di lavoro, clima e lotta al virus ha lanciato il suo annuncio bomba: «Nel nuovo piano sulle migrazioni sostituiremo il regolamento di Dublino con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e per i rimpatri e un forte meccanismo di solidarietà». La revisione di Dublino significherebbe mettere fine alla norma dello «Stato di primo approdo», che obbliga soprattutto Italia e Grecia a farsi carico - per mesi e spesso anni - di tutti i richiedenti asilo che sbarcano sulle coste europee. L'annuncio è stato subito osannato dal governo giallorosso, anche se non c'è niente di chiaro né definitivo visto che sarà presentato soltanto mercoledì prossimo, il giorno prima dell'inizio del Consiglio europeo con tutti i capi di Stato e di governo dell'Ue. Difficile quindi che il nuovo Migration Pact possa trovare subito accoglienza e condivisione anche se la von der Leyen ha sottolineato: «Salvare vite umane non è un optional. E quei Paesi che adempiono ai loro doveri giuridici e morali o che sono più esposti di altri devono poter contare sulla solidarietà dell'intera Ue. Voglio essere chiara, se noi acceleriamo, mi aspetto che accelerino anche tutti gli Stati membri». L'Italia, già con l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini premeva per rendere obbligatorio il meccanismo di ripartizione dei migranti recuperati in mare ma essendo l'adesione volontaria, ad ogni sbarco il nostro Paese è costretto a una trattativa spesso inconcludente. Comunque l'avviso della presidente sembra diretto ai Paesi del blocco nordeuropeo, da sempre sordi alla condivisione degli immigrati. Il blocco di Visegrad e l'Austria non sono mai stati propensi a prendere «quote di stranieri». A mettere i puntini sulle i è subito Giorgia Meloni, leader di Fdi: «Il trattato riguarda i rifugiati che sono il 10% dei migranti che arrivano da noi. Ma noi dobbiamo risolvere il problema del rimanente 90%, cioè degli immigrati clandestini che noi, anche se modificassimo cento volte il decreto di Dublino, non potremmo comunque ricollocare in Europa». Il piano non è ancora noto ma Ursula von der Layen ha già fatto capire che non vuole ripetere il flop del 2015, quando il suo predecessore, Jean- Claude Juncker, lanciò la sua riforma che però venne bocciata da alcuni governi: «Se facciamo compromessi possiamo trovare soluzioni. I governi che fanno di più e sono più esposti ai flussi devono poter contare sulla solidarietà europea». Quello che anticipa è che ci sarà «un link tra asilo e rimpatri con la distinzione tra chi avrà diritto di rimanere e chi no». L'obiettivo di fondo sarà costruire «confini esterni forti e vie legali di migrazione». Una rassicurazione per i Paesi che lei definisce «portatori di odio» e un gesto di «riguardo» per l'Italia. Tutto apparentemente gratis come il Recovery fund? Vedremo quando si passerà dagli annunci ai fatti concreti.
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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