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2019-01-20
Nuova strage in mare: incolpano Salvini e assolvono gli scafisti
Ansa
I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone.
L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire.
Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone.
L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite.
Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute».
Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva».
«L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».
Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».
Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».
La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole».
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini».
Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».
Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf
Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?».
Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra.
Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente.
Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti».
C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare».
Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese».
Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte.
Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci».
Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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Un gommone naufraga al largo delle coste libiche, i morti sarebbero 117. Matteo Renzi come gli attivisti: «Ora aprite i porti». Leoluca Orlando delira: «Norimberga per il vicepremier». Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull'accoglienza di Msf. Arriva anche al cinema Dove bisogna stare, il documentario di Daniele Gaglianone sulle volontarie che lavorano con i migranti. Realizzato grazie a fondi pubblici, con il sostegno della Ong e della terza rete.Lo speciale comprende due articoli. I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone. L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire. Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone. L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite. Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute». Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva». «L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini». Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. 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Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?». Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra. Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente. Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti». C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare». Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese». Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte. Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci». Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
Sullo sfondo lo stabilimento Ilva, nel riquadro Michael Flacks (Ansa)
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...
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Ansa
Interventi resi possibili soprattutto il taglio delle aliquote dell’Irpef, grazie al prelievo su banche e assicurazioni. Per le banche, infatti, è stato aumentato del 2% l’Irap, con un gettito di circa 1,3 miliardi di euro. Inoltre, è stata ulteriormente ridotta la deducibilità sulle perdite pregresse: le percentuali scendono dal 43% al 35% per il 2026 e dal 54% al 42% per il 2027. In questo caso, le risorse garantite sono circa 600 milioni di euro in due anni. Irap più pesante anche per le assicurazioni, per le quali, in aggiunta, è stata innalzata al 12,5% l’aliquota sulla polizza Rc auto per gli infortuni al conducente. Alle compagnie sono richiesti 1,3 miliardi attraverso il versamento di un acconto pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti, dovuto per l’anno precedente al gettito dalla manovra è tutto qui. Altre risorse, circa mezzo miliardo, arrivano dall’aumento delle accise sui carburanti, mentre 213 dal rincaro dei tabacchi.
Il pilastro della manovra è rappresentato dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef per i redditi fino a 50.000 euro, dal 35 al 33%. Tra le altre voci la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali (per i redditi fino a 33.000 euro e per i contratti rinnovati dal 2024 al 2026). Sui premi di risultato e forme di partecipazione agli utili d’impresa, fino a 5.000 euro, l’imposta sostitutiva scende all’1%. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.
A sostegno delle imprese ci sono l’estensione fino al 30 settembre 2028 dell’iperammortamento, le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e Zes (532,64 milioni). L’altro destinatario delle risorse è la famiglia, alla quale sono state destinati 1,5 miliardi di euro. La manovra promette agevolazioni per il calcolo dell’Isee. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu. A neodiplomati la nuova Carta Valore Cultura per l’acquisto di materiali e prodotti culturali.
Tra i temi più dibattuti ci sono la rottamazione quinquies e gli affitti brevi. I debiti maturati dall’1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 potranno essere estinti attraverso una rateizzazione su 9 anni con 54 rate bimestrali, con un interesse al 3%. Per le locazioni turistiche, resta la cedolare al 21% per il primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo e dal terzo scatta l’attività di impresa.
Alcuni dei nodi sono rimasti sospesi e saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi. Resta un capitolo aperto, quello delle pensioni con la richiesta della Lega di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile che scatta dal 2027. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto che «si vedrà nel 2026» e ha ricordato che l’aumento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 dell’età pensionabile, laddove ci sarebbe stato un innalzamento automatico di tre mesi dal 2027, ha richiesto come «copertura oltre un miliardo». La legge di Bilancio, inoltre, fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando la rendita della previdenza complementare. Altro cantiere aperto sempre da parte della Lega per il dopo manovra, è il ritorno alla flat tax incrementale e a quella per i giovani under 30 e under 35. Forza Italia invece punta a irrobustire il sostegno ai ceti medi e ad allargare la base dell’Irpef almeno a 60.000.
Nel 2026 il governo potrà valersi dell’ottava rata del Pnrr, pari a 12,8 miliardi di euro, inviata dalla Commissione europea a seguito della valutazione positiva sul raggiungimento di 32 obiettivi. Inoltre, è stata inoltrata anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata, anch’essa pari a 12,8 miliardi di euro. «L’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del Pnrr, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79% della dotazione totale, a fronte della media europea del 60%», ha affermato il premier Meloni.
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L'imam della comunità islamica di Torino, Mohamed Shanin (Ansa)
La decisione della Corte d’appello di Caltanissetta rappresenta un nuovo stop per il governo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. I giudici hanno infatti confermato che l’imam torinese Mohamed Shahin, in quanto richiedente asilo, può restare sul territorio italiano in attesa che la sua domanda di protezione internazionale venga esaminata. Una pronuncia che non cancella formalmente il decreto di espulsione firmato dal ministero dell’Interno, ma che ne sospende l’efficacia, impedendone l’esecuzione fino alla conclusione della procedura. Si tratta di una conferma di quanto già stabilito in primo grado dal tribunale di Caltanissetta, contro cui l’Avvocatura dello Stato aveva presentato ricorso. Anche in appello, tuttavia, la linea dell’esecutivo si è scontrata con la valutazione dei giudici, che hanno ritenuto legittima la permanenza di Shahin in Italia in virtù della richiesta di asilo presentata dopo l’arresto. Un esito che, sul piano politico, viene letto come l’ennesimo schiaffo al Viminale, impegnato da mesi a difendere un provvedimento adottato esclusivamente per ragioni di sicurezza nazionale.
La vicenda affonda le sue radici nello scorso novembre, quando il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione nei confronti dell’imam, motivandolo con la presenza di elementi ritenuti indicativi di una radicalizzazione ideologica. Al centro del dossier vi erano anche alcune dichiarazioni sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, considerate dalle autorità incompatibili con la permanenza sul territorio nazionale. In seguito al decreto, Mohamed Shahin era stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa dell’esecuzione dell’espulsione. Ma già in quella fase era arrivato un primo, significativo stop per il governo: la Corte d’appello di Torino aveva infatti disposto la sua liberazione, ritenendo che non sussistessero i presupposti giuridici per il trattenimento nel Cpr. Una decisione che aveva di fatto indebolito l’impianto del provvedimento ministeriale, pur senza metterlo formalmente in discussione.
Ora, con la pronuncia della Corte d’appello di Caltanissetta, l’azione dell’esecutivo subisce un ulteriore rallentamento. I giudici non entrano nel merito del decreto di espulsione, ma ribadiscono che la presentazione di una domanda di protezione internazionale produce effetti sospensivi, imponendo allo Stato di attendere l’esito della procedura prima di procedere con l’allontanamento. Una distinzione tecnica, ma politicamente pesante, perché di fatto congela l’iniziativa del governo. Sul piano amministrativo resta aperto un altro fronte cruciale: quello relativo alla revoca del permesso di soggiorno di Shahin. Su questo aspetto dovrà pronunciarsi il Tar del Lazio nel mese di gennaio. Anche in questo caso, però, i tempi della giustizia amministrativa si sovrappongono alle esigenze di sicurezza rivendicate dal Viminale, alimentando la frizione tra poteri dello Stato.
A complicare ulteriormente il quadro è l’emersione del nome di Mohamed Shahin negli atti dell’Operazione Domino, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di una presunta rete di raccolta e trasferimento di fondi destinati a Hamas. Nell’ordinanza firmata dal gip Silvia Carpantini viene ricostruita l’attività della cosiddetta cellula di Mohammed Hannoun, attiva anche in Italia. Tra i contatti citati compare più volte - pur senza risultare indagato - proprio l’imam di Torino. Il suo nome emerge in diverse conversazioni intercettate, talvolta con errori di battitura, ma comunque riconducibili a Shahin. Dagli atti risulta che l’imam intrattenesse rapporti diretti con uno degli arrestati, l’uomo accusato di raccogliere fondi a Torino per destinarli a Gaza. Un elemento che rafforza, sul piano politico, la convinzione dell’esecutivo di trovarsi di fronte a un profilo altamente problematico, anche in assenza di contestazioni penali formali. Non sorprende, quindi, la dura reazione di Fratelli d’Italia. La deputata Augusta Montaruli, che da tempo segue il caso, parla apertamente di una distorsione del sistema. «È incredibile - ha dichiarato - che dopo anni di permanenza in Italia emerga una richiesta di protezione internazionale solo a seguito di un decreto di espulsione. Ma ancora più incredibile è che questo strumento diventi un modo per bloccare l’allontanamento, a fronte di elementi che, al di là delle eventuali responsabilità penali, si aggiungono ad altri che già motivavano un’espulsione preventiva per ragioni di sicurezza nazionale». Il caso di Mohammed Shahin si conferma così come uno dei dossier più sensibili per il governo sul fronte dell’immigrazione e della prevenzione. Non un annullamento formale delle decisioni del Viminale, ma una serie di incredibili stop giudiziari che ne paralizzano l’efficacia, alimentando lo scontro politico e lasciando aperta una partita che, tra tribunali ordinari, giustizia amministrativa e procedure di asilo, è tutt’altro che chiusa e che mette a repentaglio la sicurezza nazionale.
Hannoun non risponde alle domande. A sinistra presentano il conto a Elly
La notte di Mohammad Hannoun nel carcere di Marassi ha già una scadenza. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha deciso che il carcere genovese non è il posto giusto per un uomo accusato di terrorismo. E così, a breve, l’architetto palestinese di 63 anni, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cellula italiana di Hamas, verrà trasferito. A Ferrara o ad Alessandria, entrambe strutture dotate di sezioni ad «alta sorveglianza», quelle riservate ai detenuti accusati di terrorismo o eversione. Sezioni speciali. Sorveglianza rafforzata. Isolamento più rigido. «Si tratta di una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura», spiegano i suoi difensori, Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio. Hannoun, dal momento dell’arresto, è stato posto in isolamento. Sabato le manette, poi Marassi. E ieri mattina alle 9 in punto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che l’ha privato della libertà: Silvia Carpanini. E la scelta dell’indagato è stata netta. Hannoun si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Gli abbiamo consigliato noi di avvalersi», spiegano ancora i legali, «perché non ha avuto modo ancora di leggere gli atti». Ma non è stato un muro totale. Perché Hannoun, pur senza rispondere alle domande, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha parlato per circa mezz’ora. Ha rivendicato la sua storia, la sua attività di raccolta fondi «per iniziative precise di beneficenza a favore del popolo palestinese in tutte le sedi, cioè Gaza, la Cisgiordania e i campi profughi, attività che ha cominciato a svolgere negli anni Novanta». Hannoun ha confermato la finalità umanitaria del suo agire e ha provato a smontare la pietra angolare dell’accusa: ha negato con forza di avere finanziato direttamente o indirettamente Hamas. Poi ha spiegato come funzionava la raccolta fondi e la loro distribuzione prima e dopo il 7 ottobre 2023. Da una parte l’accusa, che parla di oltre 7 milioni di euro transitati attraverso associazioni benefiche fondate e guidate da Hannoun, soldi che secondo gli investigatori avrebbero alimentato Hamas. Dall’altra la versione dell’indagato, che insiste su un’attività di beneficenza cominciata 30 anni fa, su canali, modalità e contesti che, a suo dire, nulla avrebbero a che fare con il finanziamento del terrorismo. I suoi avvocati valutano i prossimi passi, ovvero «se presentare una qualche istanza di attenuazione della misura o se proporre ricorso al tribunale del Riesame». Sulla vicenda piove da sinistra una bomba su Pd. A lanciarla è l’ex dem Sandro Gozi, eurodeputato dei centristi di Renew Europe (ma è stato eletto con il partito di Emmanuel Macron) e segretario generale del Partito democratico europeo, in relazione alle manifestazioni pro Pal: «La sinistra deve fare i conti con una realtà scomoda. C’è imbarazzo, legato a una sottovalutazione e a un’ingenuità, da parte dei propri leader. Questo mix deve essere subito superato da Elly Schlein, altrimenti non puoi guidare il Pd». La ramanzina di Gozi prosegue: «Parliamo di posizioni politiche molto nette, come quelle di chi ha definito Hamas un movimento di resistenza o che ha detto che si possono uccidere tranquillamente gli ebrei, che non potevano essere mescolate con l’entusiasmo di tanti giovani e non che, in buona fede, hanno partecipato alle iniziative pro Pal. Movimenti interi sono stati strumentalizzati». L’eurodeputato ha poi criticato duramente anche il comportamento di alcuni amministratori locali dem: «Quei sindaci, che sono andati a quelle manifestazioni, sono stati davvero degli sprovveduti a dare, poi la cittadinanza onoraria a un personaggio come la Albanese». Il riferimento è a Francesca Albanese, la giurista relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Anche Bonelli (Angelo, portavoce di Alleanza dei Verdi e Sinistra, ndr), dopo le ultime rivelazioni, ha dovuto scaricarla».
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Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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