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2019-01-20
Nuova strage in mare: incolpano Salvini e assolvono gli scafisti
Ansa
I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone.
L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire.
Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone.
L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite.
Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute».
Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva».
«L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».
Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».
Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».
La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole».
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini».
Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».
Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf
Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?».
Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra.
Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente.
Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti».
C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare».
Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese».
Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte.
Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci».
Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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Un gommone naufraga al largo delle coste libiche, i morti sarebbero 117. Matteo Renzi come gli attivisti: «Ora aprite i porti». Leoluca Orlando delira: «Norimberga per il vicepremier». Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull'accoglienza di Msf. Arriva anche al cinema Dove bisogna stare, il documentario di Daniele Gaglianone sulle volontarie che lavorano con i migranti. Realizzato grazie a fondi pubblici, con il sostegno della Ong e della terza rete.Lo speciale comprende due articoli. I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone. L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire. Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone. L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite. Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute». Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva». «L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini». Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuova-strage-in-mare-incolpano-salvini-e-assolvono-gli-scafisti-2626483367.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rai-e-regione-piemonte-sostengono-il-film-spot-sullaccoglienza-di-msf" data-post-id="2626483367" data-published-at="1780188928" data-use-pagination="False"> Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?». Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra. Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente. Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti». C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare». Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese». Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte. Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci». Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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