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2019-01-20
Nuova strage in mare: incolpano Salvini e assolvono gli scafisti
Ansa
I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone.
L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire.
Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone.
L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite.
Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute».
Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva».
«L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».
Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».
Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».
La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole».
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini».
Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».
Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf
Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?».
Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra.
Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente.
Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti».
C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare».
Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese».
Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte.
Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci».
Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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Un gommone naufraga al largo delle coste libiche, i morti sarebbero 117. Matteo Renzi come gli attivisti: «Ora aprite i porti». Leoluca Orlando delira: «Norimberga per il vicepremier». Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull'accoglienza di Msf. Arriva anche al cinema Dove bisogna stare, il documentario di Daniele Gaglianone sulle volontarie che lavorano con i migranti. Realizzato grazie a fondi pubblici, con il sostegno della Ong e della terza rete.Lo speciale comprende due articoli. I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone. L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire. Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone. L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite. Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute». Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva». «L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini». Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. 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Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?». Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra. Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente. Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti». C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare». Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese». Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte. Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci». Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
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I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
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