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2019-01-20
Nuova strage in mare: incolpano Salvini e assolvono gli scafisti
Ansa
I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone.
L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire.
Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone.
L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite.
Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute».
Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva».
«L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».
Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».
Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».
La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole».
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini».
Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».
Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf
Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?».
Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra.
Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente.
Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti».
C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare».
Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese».
Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte.
Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci».
Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
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Un gommone naufraga al largo delle coste libiche, i morti sarebbero 117. Matteo Renzi come gli attivisti: «Ora aprite i porti». Leoluca Orlando delira: «Norimberga per il vicepremier». Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull'accoglienza di Msf. Arriva anche al cinema Dove bisogna stare, il documentario di Daniele Gaglianone sulle volontarie che lavorano con i migranti. Realizzato grazie a fondi pubblici, con il sostegno della Ong e della terza rete.Lo speciale comprende due articoli. I trafficanti di esseri umani hanno sulla coscienza altre decine di morti. Un gommone riempito fino all'inverosimile di disperati, partito dalla Libia e diretto verso l'Italia, è affondato l'altro ieri mattina a 45 miglia a est di Tripoli. Solo tre i superstiti del naufragio, tratti in salvo da un elicottero della Marina italiana: due sudanesi e un gambiano. Erano in gravi condizioni di ipotermia, hanno raccontato ai soccorritori che a bordo del gommone erano partiti in 120, comprese dieci donne, di cui una incinta, e dieci bambini, uno di appena 10 mesi. Una stima diversa da quella della marina libica, che invece parla di 50 persone a bordo del gommone. L'imbarcazione è andata in avaria durante la notte tra giovedì e venerdì, dopo essere partita da Garabulli, in Libia. La centrale operativa della guardia costiera libica ha disposto l'intervento di una propria motovedetta per andare a soccorrere il gommone, ma l'imbarcazione ha avuto un'avaria ed è stata costretta a rientrare. A questo punto la stessa sala operativa della guardia costiera libica ha contattato il mercantile liberiano Cordula Jacob per intervenire. Negli stessi istanti, il gommone in fase di affondamento è stato avvistato da un velivolo P72 dell'Aeronautica militare italiana, partito da Sigonella, in Sicilia, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro. Erano le 13.30 di venerdì, dalla partenza del gommone erano passate circa 10 ore, in quel momento a bordo c'era una ventina di persone. L'equipaggio dell'aereo ha lanciato due zattere di salvataggio di tipo Coastal che si sono regolarmente aperte. Contemporaneamente, dal cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio, che si trovava a oltre 110 miglia (200 chilometri) di distanza, è decollato l'elicottero SH 90 che, giunto sul luogo del naufragio, ha recuperato i tre naufraghi. Dall'elicottero sono stati avvistati anche tre cadaveri. Il cargo liberiano ha raggiunto la zona ma non ha trovato nessun altro superstite. Le ricerche sono proseguite per ore, invano: neanche il gommone, che pure era stato avvistato dall'elicottero, è stato recuperato. Stando alle testimonianze dei superstiti, i morti erano di diverse nazionalità: provenivano da Nigeria, Gambia Costa d'Avorio, Camerun, Sudan. Un altro naufragio, con 53 morti, sarebbe avvenuto nei giorni scorsi nel mare di Alboran, nel Mediterraneo occidentale, stando a quanto riferito dall'Unhcr, che cita notizie diffuse da Ong. Immediata è scattata l'operazione di sciacallaggio mediatico della sinistra. «Oltre 100 morti nel Mediterraneo», », ha scritto su Twitter Matteo Renzi. «Vanno aperti i porti ma soprattutto vanno aperti gli occhi. Noi siamo l'Italia: se c'è gente in mare prima la salviamo. Poi si discute». Renzi finge di non sapere che l'operazione di salvataggio, così come previsto dalle leggi, è stata coordinata dalle autorità libiche, che il naufragio è avvenuto in zona Sar (ricerca e salvataggio) libica, e che i tre superstiti sono stati salvati proprio dalla Marina italiana. Peggio di Renzi è riuscito a fare il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, autore di un commento nauseabondo: «Continua un genocidio», ha dichiarato, «e direi al ministro Salvini: si farà un secondo processo di Norimberga e lui non potrà dire che non lo sapeva». «L'ultima del sindaco di Palermo», ha risposto Salvini. «Parla di genocidio e mi paragona ai criminali nazisti, immaginandomi imputato in un nuovo processo di Norimberga. Non ho parole. I suoi insulti per me sono medaglie».Sbandata, confusa, ridotta a squallide operazioni di sciacallaggio, la sinistra italiana omette di dire che la responsabilità di queste morti è di chi, in Africa e non solo, lucra sul traffico di esseri umani. È quanto ricorda lo stesso ministro Salvini: «Tornano i naufragi nel Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà un caso che da tre giorni una nave di una Ong olandese con l'equipaggio tedesco gira davanti alla costa della Libia, e gli scafisti tornano a far partire barconi sgonfi che poi affondano, e si contano i morti. È evidente», aggiunge Salvini, «che lo scafista, che è uno schifoso trafficante di esseri umani, armi e droga, sa che se mette in mare questi disperati e c'è la possibilità che qualcuno torni a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono, più ne muoiono. Quelli che si fingono buoni», dice il vicepremier, «si rivelano nei fatti complici dei cattivi, e quelli che vengono descritti come cattivi vogliono un'immigrazione regolare e pulita per aiutare chi scappa davvero dalla guerra. Ora una di queste navi ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la manfrina del dove vado. In Italia no».Il riferimento di Salvini è a quanto comunicato ieri pomeriggio dalla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca, battente bandiera olandese: «Abbiamo appena soccorso», ha scritto su Twitter la Ong, «47 persone a bordo di un gommone in difficoltà. Ora sono tutti in salvo e ci stiamo prendendo cura di loro. Abbiamo informato tutte le autorità competenti. Quantomeno ci abbiamo provato: non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni».La prospettiva di un nuovo tira e molla con il governo italiano è realistica, ma Salvini mette in chiaro le cose: l'Italia non cederà al ricatto. «Una nave della Ong ha salvato altri migranti? Vada a Berlino», dice il ministro, «e faccia il giro lungo passando da Rotterdam, facendoli scendere ad Amburgo. O se olandese vada a Rotterdam, se francese a Marsiglia. Questo è rispetto delle regole». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso «profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini». Il premier Giuseppe Conte ha commentato con profondo dolore l'accaduto: «Sono rimasto scioccato», ha detto Conte, «da questa nuova strage. Come premier non avrò pace fin quando i trafficanti non saranno assicurati alla Corte penale internazionale. Sono crimini contro l'umanità. Quando avrò smesso questo mio mandato di servizio per il popolo italiano», ha aggiunto Conte, «mi dedicherò al diritto penale per perseguire e assicurare alla Corte internazionale i trafficanti di uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuova-strage-in-mare-incolpano-salvini-e-assolvono-gli-scafisti-2626483367.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rai-e-regione-piemonte-sostengono-il-film-spot-sullaccoglienza-di-msf" data-post-id="2626483367" data-published-at="1774933140" data-use-pagination="False"> Rai e Regione Piemonte sostengono il film spot sull’accoglienza di Msf Nel Mediterraneo si scatena l'ennesima ecatombe, e Matteo Salvini fa giustamente notare la coincidenza: «Da tre giorni c'è una nave di una Ong che gira davanti alle coste della Libia e in questi giorni gli scafisti tornano a far partire barchini e gommoni che si sgonfiano». Poi aggiunge: «Queste 117 persone sono morte perché le ho messe io sul gommone mezzo sgonfio? O forse perché i trafficanti sono convinti che i loro soldi li guadagnano perché tanto qualcuno poi li recupera in mare?». Far passare il concetto che più partenze dalla Libia significano più morti in mare, però, è piuttosto difficile. Se non altro per via dell'incessante martellamento mediatico a sostegno della tesi opposta, e cioè che le Ong andrebbero santificate. Per la gran parte dei presunti intellettuali italiani, per dire, le posizioni di Salvini sono mostruose, crudeli, razziste. Sono «ricette chiassose e fanfarone, ma dolorose per chi le subisce», almeno così dice Daniele Gaglianone, professione regista. Docente al Politecnico di Torino, Gaglianone è noto per i lungometraggi impegnati, opere da festival del cinema seri, e per le sue posizioni di sinistra. Nelle sale è appena uscito il suo nuovo film, intitolato Dove bisogna stare. Già, dove bisogna stare? Dalla parte dei migranti, ovviamente. Sullo schermo vengono raccontate le storie di «quattro donne italiane che hanno deciso di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell'accoglienza di persone migranti». C'è, per esempio, la vicenda di Georgia, segretaria ventiseienne. «Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po' più sostanziosa. È ancora lì». E poi ci sono le esperienze di «Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell'alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza». A tutte loro «è successa la stessa cosa: si sono trovate di fronte, concretamente, a una situazione di marginalità e di esclusione e non si sono voltate dall'altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare». Insomma, il film di Gaglianone mostra «i buoni», quelli che accolgono, quelli che lavorano con le Ong o con la Caritas. Quelli che si oppongo al feroce Salvini e ai suoi scherani. La recensione più ficcante al lungometraggio l'ha fatta Claudia Lodesani, presidente della Ong Medici senza frontiere Italia: «In un periodo in cui chi opera per salvare le vite di persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla miseria subisce forti pressioni e chiari episodi di criminalizzazione, questo documentario vuole cambiare la narrazione dominante sulla percezione che hanno gli italiani sulla presenza di persone migranti nel nostro Paese». Che c'entra la presidente di Msf con la pellicola? C'entra eccome, perché Dove bisogna stare «è stato realizzato con il sostegno di Medici Senza Frontiere e Piemonte Doc Film Fund - fondo regionale per il documentario - e Piemonte Film Commission». Capito? Un bel docufilm realizzato in parte con fondi pubblici della Regione Piemonte e in parte con il sostegno di una Ong. Perché, come sempre, la propaganda bisogna farla con i soldi di tutti, altrimenti non ci si diverte. Manco a dirlo, all'operazione a partecipato anche la Rai. Il film, si legge nel crediti, è stato realizzato in collaborazione con Rai 3, in particolare con il programma Doc 3 di Fabio Mancini. Il 30 agosto scorso, infatti, sulla terza rete è andato in onda Sorelle d'Italia, una sorta di versione embrionale di Dove bisogna stare. Anche in quel caso si trattava delle storie di tre donne impegnate nell'accoglienza. Tre donne che, si legge nella presentazione ancora disponibile sul profilo Facebook di Doc 3, «vanno in direzione contraria alle passioni tristi imperanti oggi, non si fanno risucchiare dalla paura dell'altro e dalla frustrazione che cerca un capro espiatorio più debole ma, vedendo esseri umani in difficoltà, hanno uno scatto di orgoglio e cambiano quasi vita, mettendosi al servizio di chi è veramente più sfortunato. Storie che possono sembrare appartenere ad una retorica cosiddetta buonista ma che in realtà appartengono alle grandi risorse dell'animo umano che non smettono mai di stupirci». Si dice che, in Italia, sia il «cattivismo» salviniano a dominare. Ma è vero il contrario: la narrazione immigrazionista continua a regnare sovrana. Alimentata da fondi pubblici e coccolata dalla tv di Stato.
Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
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