2021-01-10
Romano Prodi (Ansa)
L’ex premier «benedice» un incontro organizzato dai deputati Ciani e Delrio, a cui parteciperanno varie associazioni ecclesiali di stampo progressista. Un mondo che diffida di Elly e di Conte, ma anche della Salis.
C’è una parte importante del cattolicesimo democratico italiano che mostra sempre più segni di inquietudine rispetto al futuro politico del Paese.
In particolare, questo mondo ritiene che il cosiddetto «bipolarismo selvaggio» non possa essere la regola aurea del sistema politico italiano, e che per superarlo sia necessario affermare una vera e credibile «politica di centro», cui necessariamente serve un soggetto politico corrispondente.
Non avendo mai amato i partiti personali o del capo e non essendo affascinati dal «leaderismo», coloro che si ritengono eredi dalla miglior tradizione cattolico-popolare del nostro Paese, immaginano un luogo, o se si preferisce un contenitore politico, che sia autenticamente democratico, plurale, e riformista. Non un «centro» che sappia lucrare rendite di posizione giocando sugli equilibri politici, ma un soggetto politico dinamico, innovativo e moderno. Del resto, mano a mano che si consolida la leadership della Schlein dentro il Pd, diversi esponenti cattolici osservano che nel campo cosiddetto progressista la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni sta consolidandosi sempre di più e quindi un’area di centro democratica e riformista sarebbe del tutto fuori luogo e fuori spazio in quel campo politico. In questo contesto, quindi, i cattolici popolari vorrebbero contribuire ad aprire una nuova stagione politica in Italia, partendo da due presupposti: il primo è che questa cultura politica, con i suoi esponenti e i suoi dirigenti più rappresentativi, ha giocato un ruolo decisivo nei momenti più importanti della storia democratica italiana, e crede che il «centro politico» nel nostro Paese si identifichi prevalentemente con questo filone di pensiero. Il secondo elemento attiene direttamente al ruolo e alla funzione della cultura politica cattolica popolare e sociale, ed è la presa d’atto che, senza un sussulto di dignità e una nuova assunzione di responsabilità questa cultura rischia di decadere in un ruolo di puro gregariato e di marginalità nello scacchiere politico italiano. I cattolici popolari e sociali non vogliono ridursi ad essere «i cattolici indipendenti di sinistra» all’interno dei vari partiti di riferimento.
Queste considerazioni sono probabilmente alla base e stanno spingendo a muoversi la galassia del centro che guarda a sinistra, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
La data da evidenziare in rosso è quella del prossimo 16 maggio, quando all’Auditorium Antonianum di Roma, a due passi da San Giovanni in Laterano, si ritroverà gran parte del mondo cattolico democratico ex popolare, che dopo le convinte esperienze della Margherita e dell’Ulivo, ha proseguito, chi con entusiasmo e chi meno, aderendo al Pd, che tuttavia alcuni, oggi, cominciano a ritenere un luogo «scomodo». Il titolo dell’iniziativa è «Costruire Comunità» ed è il seguito ideale dell’appuntamento di un anno fa a Milano, a cui poi sono seguite altre iniziative. Ci sono però due elementi che rendono questo incontro più significativo rispetto ai tanti che si susseguono da mesi: il primo è il parterre delle organizzazioni che la promuovono. L’iniziativa nasce da Paolo Ciani, deputato eletto nelle liste del Pd sotto la sigla di Demos, realtà vicina alla Comunità di Sant’Egidio, e da Graziano Delrio, deputato del Pd, che di recente ha creato l’associazione Comunità democratica. Inoltre compaiono alcune realtà civiche territoriali di area cattolica: Basilicata Comune, la lista creata da Angelo Chiorazzo per le elezioni regionali; Campo Base, lista che ha eletto quattro consiglieri provinciali a Trento; e infine Per, associazione campana fondata nel 2020 da Nicola Campanile, già responsabile regionale dell’Azione Cattolica, uno dei principali animatori della cosiddetta Rete Trieste, network nato dopo la 50esima Settimana sociale della Chiesa italiana, a cui aderiscono mille amministratori locali di ogni parte d’Italia. Campanile, che alle elezioni regionali si era presentato da solo, è tra i promotori della Rete Civica Solidale nazionale, esperienza che raduna movimenti politici e civici di ispirazione cristiana e sociale. In sintesi, è un raduno che prova a chiamare a raccolta quel mondo cattolico - fatto di associazioni, movimenti, esperienze di liste territoriali - che ora fatica a trovare un riferimento. L’obiettivo è di riunire queste realtà che gravitano nel mondo dell’associazionismo cattolico. La domanda è: per andare dove? E, altro dettaglio non da poco, con chi.
La risposta a queste due domande la può dare la seconda differenza rispetto alle altre iniziative, e cioè la presenza confermata di Romano Prodi. Da tempo si dice che il Professore non abbia più rapporti splendidi con la segretaria del Pd. Dopo aver contribuito significativamente alla sua elezione, Prodi ha visto piano piano scemare la sua influenza: Elly non lo chiama più tre volte la settimana per chiedere consigli e la strada che il Pd sta prendendo, insieme ad altri soggetti, lo preoccupa perché lo porrebbero in una condizione marginale. Inoltre è consapevole che tutta questa attenzione verso la sindaca di Genova va verso la creazione di un «centro» che non corrisponde affatto alle tradizioni cattoliche popolari, ma alle mire di potere di Renzi e soci. Prodi è consapevole che con Schlein e Conte probabilmente non si vince e con la Salis lui stesso perderebbe una parte rilevante della sua influenza. Da qui il tentativo di dare una fisionomia più organizzata a un’area di centro cattolico-popolare, anche con un proprio candidato, che possa fortemente entrare in partita e condizionarne gli sviluppi. Ci riuscirà? Avrà il tempo necessario per questa impresa? Difficile dirlo, ma chi conosce bene il Professore, anche se ha sulle spalle 87 primavere, sa che tenterà fino all’ultimo.
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Giorgia Meloni (Ansa)
L’appuntamento in Senato, con la diretta televisiva, si trasforma in un super talk show, con Renzi nella parte del provocatore. Il premier: «Mi chiamate in aula solo per insultarmi». Poi rivendica il cambio di rotta sui bonus e la crescita dell’occupazione.
Giorgia Meloni si presenta al Senato, per il «premier time», già sapendo che la diretta tv trasformerà questo rito parlamentare in una specie di super-talk televisivo.
Risposte già pronte, appunti, tono pacato: le uniche scintille le regala, manco a dirlo, lo scontro con Matteo Renzi, ormai (politicamente parlando) il nemico numero uno del premier. La Meloni, dopo il duello con il leader di Italia viva, arriva addirittura a dare ragione al capogruppo di Sinistra Italiana Peppe De Cristofaro, che ricorda in aula come l’emigrazione giovanile in Italia è diventata un fenomeno strutturale.
Renzi, dicevamo, provoca e attacca: «Lei, presidente, mi sembra una copia sbiadita rispetto all’inizio della legislatura. Lei ha perso un referendum costituzionale e si è dimessa, è stata sedotta e abbandonata da Trump, ha una maggioranza incapace di rispettare le critiche. Lei», incalza Renzi, «è un’altra rispetto a quattro anni fa. Di fronte alla crisi di Hormuz la proposta è la legge elettorale. È incredibile come in questo governo dei leader, quando c’è un problema, si licenzino i sottoposti. Se c’è uno come Giuli al governo, è colpa sua. Se anziché un governo sembra la famiglia Addams, non è colpa mia, li avete scelti voi». «La cosa interessante», replica Giorgia Meloni, «è che si invoca la presenza del presidente del Consiglio in aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica e ogni volta che si viene qui sono accuse e insulti. Quello che noi intendiamo fare in questo ultimo anno di governo è continuare una strategia che abbiamo messo in campo che era fatta sul piano economico sostanzialmente da tre scelte fondamentali: rafforzare i salari e il potere d’acquisto, incentivare le aziende che assumevano e che investivano e in più la scelta, che è anche economica, di sostenere le famiglie e la natalità. Vogliamo rafforzare», aggiunge il premier, «i meccanismi che abbiamo già introdotto per accrescere gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale italiana. Perché qualcosa non funziona se ci sono 260 miliardi di euro che vengono raccolti dagli italiani, dei quali 40 miliardi solamente sono investiti in Italia. È un altro tema sul quale stiamo lavorando, vogliamo lavorare». «Non ho offeso nessuno», precisa Renzi, «vi ho solo paragonato alla famiglia Addams. Ma l’unica che si potrebbe offendere è Morticia».
Al di là dei siparietti a uso e consumo del pubblico televisivo, molto articolata la risposta della Meloni al capogruppo di Forza Italia, Stefania Craxi, che ha posto l’accento sul Sud: «Dove per molti anni l’approccio era stato concentrato sui sussidi», rivendica Giorgia Meloni, «noi abbiamo preferito concentrare la nostra attenzione sugli investimenti, sul lavoro, sulle infrastrutture, sulla semplificazione. La Zes unica è l’esempio più concreto di questa strategia. Abbiamo ridotto i tempi burocratici, abbiamo accelerato le autorizzazioni, dato alle imprese regole chiare. Il risultato è che in due anni sono stati autorizzati, e in parte sostenuti, con crediti di imposta, oltre 1.300 investimenti, per un volume d’affari complessivo di circa 55 miliardi di euro e, chiaramente, rilevanti ricadute in termini occupazionali. A questo si aggiungono gli investimenti del Pnrr, ma anche la riforma delle politiche di coesione, il rafforzamento delle infrastrutture, dei porti, delle reti energetiche e della logistica, gli incentivi alla occupazione. I dati ci dicono che siamo sulla strada giusta. Lo abbiamo ricordato molte volte che in questi anni il Pil del Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale e l’occupazione al Sud è cresciuta più di quanto crescesse a livello nazionale».
Insiste sulla nuova legge elettorale il capogruppo del Pd, Francesco Boccia: «Preoccupatevi di salari e pensioni. Quando ci proponete un tavolo», argomenta Boccia, «fatelo sulla sanità visto che le liste d’attesa non sono diminuite, nonostante due decreti. Invece che chiederci un tavolo sulla legge elettorale, che riguarda solo il consolidamento del potere della sua maggioranza, si preoccupi di migliorare i numeri che le abbiamo illustrato e che lei non prende in considerazione e di risolvere i problemi delle imprese e delle famiglie italiane». Pronta la risposta della Meloni: «Ci sono molte differenze», sottolinea il presidente del Consiglio, tra il 2022 e oggi. Gli occupati sono «aumentati, la disoccupazione è scesa, lo spread oggi è a 75 punti, la Borsa italiana è a quasi 50.000 punti. Secondo Eurostat, la popolazione a rischio povertà è diminuita. Sul fronte fiscale non ci dobbiamo dire molto. Sul fondo sanitario ci sono 17 miliardi in più. Se l’Italia è oggi così disastrosa, in che condizioni si trovava quando noi l’abbiamo ereditata». Al capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli, la Meloni rimprovera il Superbonus. Lui replica dicendo: voi lo avete prorogato per l’ultima volta. Nulla di nuovo sotto il sole.
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Giulia Troncatti, fondatrice del Movimento Italiano Diritti Detenuti
Il Movimento Italiano Diritti Detenuti punta a riformare la cultura della pena in Italia, tutelando i diritti di chi è in carcere. Strumenti digitali, percorsi formativi e una rete di esperti per garantire un reale reinserimento sociale.
Scardinare l'idea della pena come vendetta per dare spazio a un modello rieducativo: nasce a Milano, su iniziativa di Giulia Troncatti, il Movimento Italiano Diritti Detenuti. L'associazione punta a proteggere i diritti di chi è in carcere, garantendo concrete prospettive di futuro.Il Movimento opera su due livelli distinti. Il primo riguarda la sensibilizzazione della società civile sul tema della detenzione e della giustizia: informare, raccontare e rendere accessibile a tutti — non solo agli addetti ai lavori e ai volontari — una realtà spesso invisibile. In questa direzione, il Movimento si propone di tradurre dati, storie e diritti in una narrazione comprensibile, capace di raggiungere chiunque. Il secondo livello è quello dell'intervento diretto a sostegno di chi vive o ha vissuto un'esperienza di privazione della libertà, attraverso la promozione di percorsi formativi e lavorativi volti a garantire il reinserimento nella società al termine della pena.
L'Associazione si distingue inoltre come realtà innovativa nell'impiego di strumenti digitali al servizio delle persone private della libertà e dei loro cari. Tra questi: un assistente basato sull'intelligenza artificiale per la redazione di istanze di riduzione della pena per detenzione disumana, un generatore di istanza di liberazione anticipata, un calcolatore di fine pena e benefici di legge, e ZeroMail, un servizio che consente alle persone detenute di inviare e ricevere lettere tramite posta elettronica.
Nato dal percorso personale della fondatrice Giulia Troncatti — che dal 2021 ricopre il ruolo di tutor universitaria per il Progetto Carcere dell'Università degli Studi di Milano — il Movimento Italiano Diritti Detenuti si configura come una realtà multidisciplinare, capace di integrare conoscenze e competenze giuridiche, sociali e tecnologiche.
«Il Movimento Italiano Diritti Detenuti nasce da una constatazione tanto semplice quanto rilevante: il carcere italiano non garantisce né sicurezza né un reale accompagnamento al reinserimento. La recidiva al 70% è un dato che ci parla di un'istituzione che non funziona, e di cui la narrazione mediatica tradizionale si occupa solo in modo stereotipato. Il nostro proposito è inserirci proprio in questo scarto, per offrire una narrazione più realistica e democratica sulla detenzione e per promuovere la tutela dei diritti delle persone detenute: studio, lavoro, orientamento, accesso alle informazioni e continuità relazionale», dichiara Troncatti.
La direzione progettuale e strategica è affidata ad Andrea Noia, affiancato da un Comitato Scientifico composto da figure accademiche e istituzionali attive nei settori del diritto penitenziario, della criminologia e della giustizia riparativa: Rita Bernardini, già Deputata e Presidente dell'Associazione «Nessuno Tocchi Caino»; Stefano Simonetta, professore ordinario e prorettore dell'Università degli Studi di Milano; Sergio Grossi, professore associato del John Jay College of Criminal Justice di New York; e Alessandra Augelli, Ricercatrice presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Presidenza Onoraria è assegnata a Baz Dreisinger, professoressa proprio presso il John Jay College of Criminal Justice e direttrice fondatrice di Incarceration Nations Network, tra le voci più autorevoli a livello internazionale nell'ambito dei sistemi di reinserimento post-carcerario.
A sostenere il progetto sul piano infrastrutturale e tecnologico è la Fondazione Laura e Alberto Genovese ETS, a fronte di una realtà che conserva piena autonomia nella propria visione e nel proprio operato.
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Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.







