2021-01-10
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2026-06-24
Tajani conta le crepe della Ue «È rimasta in mezzo al guado Italia unico governo stabile»
MAurizio Belpietro e Antonio Tajani durante l'intervista a «Il giorno della Verità» (Michele Silvestro)
Il ministro degli Esteri: «Rompere con gli Usa non conviene né a noi né a loro. Costa può trattare con Putin». Poi apre a Calenda e propone Cottarelli sindaco di Milano
Qualche verità sull’Europa in maschera la dice Antonio Tajani. Sollecitato da Maurizio Belpietro, il vicepremier e ministro degli Esteri definisce la Ue un’entità «in mezzo al guado», necessaria ma non sufficiente. Ne esce un ritratto da anello debole nello scacchiere mondiale, ma al tempo stesso irrinunciabile. Un po’ come la televisione per le famiglie; ci saranno anche programmi brutti ma è impossibile non accenderla. «Non abbiamo alternative all’Europa, da soli non potremmo mai competere a livello globale. Che ci fanno 60 milioni di italiani con un miliardo e mezzo di cinesi e indiani, con la Russia, gli Stati Uniti, l’Africa? L’Europa è l’unica soluzione possibile perché mette insieme Paesi con radici comuni: civiltà romana, diritto romano e religione cristiana».
Illuminati i pilastri (peraltro picconati a pranzo e a cena dalla sinistra postmarxista accampata a Bruxelles) arriva la conta delle crepe, che sono tante. «L’Europa potrebbe e dovrebbe andare meglio, siamo in mezzo al guado e manca una leadership forte». Emmanuel Macron e Friedrich Merz sono ai minimi storici di popolarità, Pedro Sánchez è appeso a un filo, oltremanica Keir Starmer ha appena fatto le valigie. Per il vicepremier è facile trarre una conclusione: «Il Paese che oggi garantisce più stabilità è l’Italia. Siamo il secondo governo più longevo della nostra storia, guardacaso dopo quello di Silvio Berlusconi del 2001. La stabilità è garantita dai governi di centrodestra perché la nostra coalizione non è solo elettorale come quelle di centrosinistra, ma strategica».
Questo non può diventare un alibi per Bruxelles. «L’Unione europea deve fare di più, sono ormai fondamentali il mercato unico dei capitali e dell’energia. Serve l’armonizzazione fiscale, non possono esserci paradisi fiscali come Olanda e Irlanda». Tajani sottolinea un paio di contraddizioni da brivido caldo. «La Francia non vuole che l’Italia compri l’energia dalla Spagna perché pretende di avere il suo mercato elettrico. Assurdo, le frontiere si abbattono oppure no. Francia e Spagna continuano ad approvvigionarsi con il gas russo. Noi non lo facciamo perché siamo coerenti: se vogliamo costringere Vladimir Putin a sedersi a un tavolo dobbiamo dare messaggi forti. Fino a quando noi saremo duri da una parte e morbidi dall’altra, lui continuerà a fare i suoi interessi».
Qui arriva un problema, la ricetta per realizzare un collante più resistente. Per Tajani è il superamento dell’unanimità decisionale, uno scoglio impossibile da superare per Giorgia Meloni e Matteo Salvini. «Io invece sono favorevole ad allargare la procedura del voto a maggioranza. Non in tutto ma in alcune materie. Il Mercosur, migliorabile per l’agroalimentare ma decisivo per gli altri comparti, con l’unanimità e il diritto di veto non l’avremmo mai firmato. Incrementare il voto a maggioranza aiuta l’Europa ad andare avanti».
Un’altra verità riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, incrinati dal bullismo di Donald Trump. Qui il ministro degli Esteri contesta la lettura dell’opposizione che invita il governo ad abbandonare Washington per abbracciare ancora di più Bruxelles. «La loro è la scoperta dell’acqua calda, noi siamo in Ue ma dobbiamo continuare a guardare oltre l’Atlantico. Le offese gratuite sono inaccettabili ma dobbiamo fare in modo che i rapporti atlantici continuino con concretezza. L’Italia non è alleata degli Stati Uniti perché c’è un presidente piuttosto che un altro, è alleata perché siamo due facce della stessa medaglia che si chiama Occidente. Noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti hanno bisogno di noi, come Italia e come Europa. Ricordo che siamo la quarta potenza commerciale mondiale e la seconda manifattura europea».
Il direttore della Verità paventa una ricaduta sui dazi come conseguenza dello showdown con Trump (era accaduto anche con la Spagna). Ma Tajani non teme ritorsioni. «Nonostante i dazi, i prodotti italiani sono stravenduti negli Usa. Significa che agli americani piacciono. E poi laggiù ci sono milioni di italoamericani che votano. Non credo che alla Casa Bianca convenga rompere con l’Italia e neppure credo che voglia farlo. Noi continuiamo a lavorare con gli Usa come alleati, non come sudditi».
Per la serie, diciamoci tutto, Tajani affronta altri temi spinosi. L’incendio mediorientale: «Come Nato, l’Italia è il Paese che ha il maggior numero di militari impegnati in missioni all’estero. Se in Libano ci fosse una tregua, potremmo avere un ruolo». La mediazione con Putin: «Non può essere lui a scegliersi il mediatore, quindi mai Gehrard Schroeder. Mario Draghi? Meglio una figura istituzionale come il presidente del consiglio Ue Antonio Costa». Imperversa il caso Vannacci. «La coalizione è solida, governiamo bene insieme anche se con sfumature diverse. È stato Roberto Vannacci a mettersi contro il centrodestra, i suoi hanno votato con la sinistra. Un anno fa il generale diceva: se facessi un partito farei il gioco della sinistra. Credo che debba mettersi d’accordo con sé stesso».
Sulle alleanze, Tajani apre ai centristi («Con Carlo Calenda governiamo già in Basilicata»), indica a sorpresa Carlo Cottarelli per Milano («Anche Maurizio Lupi va benissimo, ma è meglio convergere su un civico contro la sinistra-sinistra di Pierfrancesco Majorino») ed è orgoglioso del dialogo aperto con Marina e Piersilvio Berlusconi. «Li sento, sono i figli del fondatore, i loro consigli sono preziosi». Poi suona il gong. Per le verità di oggi è tutto. Per quelle di domani vale sempre la lezione di Rossella O’Hara
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Il titolare dell’Economia puntualizza che prima delle elezioni va completata l’autonomia differenziata. E annuncia: «A settembre potremmo scoprire di essere dentro il 3% uscendo dalla procedura d’infrazione».
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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Pioggia di vendite sui titoli tech che colpisce Usa, Asia e quindi Europa. Maglia nera a Milano che ha chiuso in calo dell’1,46%, Parigi ha perso lo 0,7%, Francoforte lo 0,8%.
Non bastano i timori legati a Medio Oriente e Ucraina a spiegare la giornata nera dei mercati di ieri. Martedì 23 giugno la pressione è arrivata soprattutto dal comparto tecnologico: una vendita diffusa sui titoli dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale ha collegato idealmente Asia, Wall Street ed Europa, riportando al centro del dibattito la tenuta delle valutazioni e il costo della corsa all’IA.
La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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