True
2022-06-17
Norme più semplici per il Decreto flussi: 220.000 imprenditori pronti ad assumere
(Ansa)
L’Italia sta diventando il Paese delle contraddizioni. Da una parte si discute sulla questione del salario minimo, che la Ue costringerà ad applicare anche nel nostro Paese, e dall’altra si continua a incentivare l’arrivo (anche) di extracomunitari, che hanno stipendi molto più bassi, per cercare di colmare il gap di manodopera presente in diverse imprese, soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’accoglienza turistica.
Mercoledì sera il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure volte alla semplificazione delle procedure d’ingresso dei lavoratori stranieri allo scopo «di favorire, anche in relazione agli investimenti e agli obiettivi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’immissione di manodopera nei settori produttivi che hanno espresso maggiore fabbisogno», si legge nella comunicazione pubblicata dal governo.
Il tutto mentre in Ue non si muove una foglia sul lato immigrazione o, meglio, come precisa la segretaria europea per gli Affari interni, YIva Johansson: tutti gli Stati membri sono d’accordo per introdurre una solidarietà obbligatoria ma non si è deciso cosa «debba includere questa solidarietà obbligatoria». In pratica, mentre in Ue sono campioni di parole, l’Italia si porta avanti aprendo le porte a sempre più stranieri, anche con l’ultimo decreto flussi, per cercare di aiutare le imprese con carenza di manodopera.
Tra i settori in cui mancano lavoratori ci sono il mondo edilizio (per i cantieri da Superbonus) quello alimentare, l’assistenza alla persona, il lavoro domestico, meccanico e metalmeccanico. Carenze anche tra le imprese che impiegano lavoratori stagionali: il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, aveva sottolineato come per questa stagione mancano almeno «350.000 lavoratori». Tutto questo, ovviamente, ha delle ripercussioni sulle strutture, che sono costrette a chiudere, a ridurre i servizi offerti o a non riuscire a far fronte a tutte le richieste dei clienti. Una carenza di manodopera che era nota già da tempo ma che, con la pandemia prima e la crisi adesso, ha mostrato tutta la sua forza rendendo sempre più difficile la ripresa economica e l’attuazione del Pnrr.
C’è un aspetto tecnico aggiuntivo: per sveltire i permessi temporanei per lavoro, il cdm ha stabilito che il visto d’ingresso debba essere rilasciato entro 20 giorni dalla presentazione della domanda. Ottenuto il «nulla osta», lo Sportello unico per l’immigrazione dovrà convocare il datore di lavoro e lo straniero per la sottoscrizione del contratto di soggiorno. Questi due dettagli dovrebbero permettere di saltare il percorso a ostacoli che finora impantanava il sistema (problemi tecnici permettendo, visto che, come svelato dalla Verità, la piattaforma del Viminale è rimasta bloccata per qualche mese, impedendo di caricare i dati). Nel 2022 sono stati 220.000 gli imprenditori che hanno fatto richiesta per procedere all’assunzione di nuovo personale, a cui si aggiungono le pratiche inevase degli anni precedenti, e solo in pochi, come denunciano le associazioni degli agricoltori, degli imprenditori del turismo e delle piccole e medie imprese, a oggi, hanno ricevuto risposta. A fronte di 207.000 domande di emersione presentate dalle imprese, sono stati solo 105.000 i permessi di soggiorno rilasciati dal 2020. In media, a livello nazionale, solo la metà delle pratiche è stata portata a termine, con percentuali di lavorazione inferiori al 20% se si tiene in considerazione la media delle principali città metropolitane.
«Le procedure previste dal Decreto flussi rappresentano un vero e proprio labirinto burocratico, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. La tortuosità e la lentezza del meccanismo, infatti, non sono in grado di offrire una risposta concreta al grave problema della carenza di manodopera», ha commentato Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro Pmi. Che la carenza di lavoratori, specialmente in alcuni settori, sia un problema è innegabile. Che la soluzione sia, invece, di dar vita a norme scollegate dal contesto economico e sociale del Paese è un’altra cosa. Non ci si può, infatti, dimenticare come la settimana scorsa abbia tenuto banco il tema del salario minimo. In Unione europea si è raggiunto un accordo definitivo sul tema, e la direttiva dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni. Un tema molto dibattuto che divide l’attuale maggioranza e che risulta essere particolarmente delicato anche per la struttura economica italiana: pochi Stati all’interno dell’Ue hanno, infatti, le stesse differenze economiche e sociali che esistono nel nostro Paese.
Introdurre un salario minimo senza considerare queste variabili regionali, e i problemi di mancanza di manodopera in alcuni settori del Belpaese, provocherebbe più distorsioni che soluzioni, proprio come è accaduto con i correttivi per reclutare i lavoratori stagionali e con le indicazioni sul salario minimo. Il risultato finale è stato un contesto normativo più complicato e meno incisivo nella realtà.
Sbarcati oltre 500 immigrati a Lampedusa, hotspot ko
Nell’hotspot di Lampedusa, da qualche settimana, sono stati ricavati altri cento posti e, così, ora potrebbe ospitare al massimo 350 persone. Il problema che dal ministero dell’Interno, però, continuano a ignorare è che con i 13 sbarchi di ieri e con i centri d’accoglienza straordinaria che scoppiano, la Prefettura ne ha già stipati dentro quasi 1.500. Lì, gli sbarcati, dovrebbero restare solo per la fotosegnalazione e i controlli anti Covid. E invece, siccome il sistema di accoglienza è collassato, le permanenze si allungano. E i nuovi arrivati finiscono ammassati addosso a chi è sbarcato anche più di una settimana fa. Ieri il flusso degli approdi è stato uno dei più alti delle ultime settimane. I 13 barchini che sono arrivati al molo hanno portato ben 563 stranieri in 24 ore.
Per una sessantina di loro sono stati riscontrati casi di scabbia. Gli ultimi a raggiungere l’isola sono stati 82 tunisini, tra i quali sette donne e 20 minori. L’imbarcazione su cui viaggiavano, ormai alla deriva, è stata intercettata a una ventina di miglia dagli uomini della Capitaneria di porto. Prima di loro, al molo Favaloro, erano arrivati altri quattro gruppi di 12, 15, 6 e 15 tunisini. Una barca partita da Zuwara in Libia, invece, ha scaricato sulla spiaggia della Guitgia, poco dopo la mezzanotte di mercoledì, 97 tra siriani, egiziani e bengalesi. Dallo stesso porto libico erano salpati anche i 53 che sono stati intercettati a 17 miglia dalla Guardia costiera e 86 egiziani che tentavano di raggiungere la costa con una barca malandata. Erano affastellati su un barchino di sette metri partito da Mansour in Tunisia che si era incagliato tra gli scogli di Lampione, invece, altre 19 persone.
L’imbarcazione è stata soccorsa dai militari delle Fiamme gialle. La stessa motovedetta ha bloccato al largo anche un altro natante con 12 egiziani e, poco dopo, un secondo con altri dieci tunisini. All’alba, invece, sono stati intercettati dalla Guardia di finanza altri 74 tra egiziani e sudanesi. E altri tunisini sono arrivati alla spicciolata con dei barchini durante la mattinata. Fino a raggiungere quota 563. E mentre la Prefettura di Agrigento sta raschiando il barile dei posti liberi nei centri d’accoglienza siciliani per tentare di alleggerire l’hotspot, all’orizzonte si profila un altro maxi sbarco: la Sea Eye 4, ieri, ha comunicato di aver tirato a bordo altre 76 persone. E con l’ultimo carico, il taxi del mare ha ora 492 passeggeri.
A operazione conclusa Gorden Isler, presidente della Ong, ha subito chiesto «con urgenza» un porto di sbarco. E c’è da scommettere che la nave punterà dritta verso le coste italiane, con la solita strategia di pressing sul governo per ottenere il via libera allo sbarco. I dati degli sbarchi contano 22.000 arrivi dall’inizio dell’anno. Il leader della Lega Matteo Salvini ha telefonato al neo sindaco Filippo Mannino per avere notizie e auspicare interventi incisivi del Viminale anche per non rovinare la stagione turistica.
«L’isola va tutelata», ha sottolineato Salvini, che sarà a Palermo dove oggi è atteso in tribunale per il processo Open Arms. Gli elettori di Lampedusa e Linosa, alle elezioni, hanno bocciato il primo cittadino uscente Totò Martello, fan dell’accoglienza indiscriminata, e tra i consiglieri più votati con 370 voti c’è lo storico militante della Lega Attilio Lucia. Segno che i cittadini dell’isola non ne possono più della politica dei porti spalancati e degli approdi a go go. L’altro fronte caldo è quello sardo. Nel corso della notte in 13, tutti tunisini, sono stati fermati sulla spiaggia dai carabinieri mentre cercavano di far perdere le loro tracce. Erano partiti dalla spiaggia di Santa Margherita di Pula, a una quarantina di chilometri da Cagliari, dove erano appena sbarcati.
A far scattare l’allarme sono stati alcuni automobilisti che li hanno visti mentre si avvicinavano alla statale. Sono stati tutti trasferiti nel centro di prima accoglienza di Monastir dove verranno identificati.
Continua a leggereRiduci
Il governo snellisce le operazioni per la manodopera straniera. Tra i settori bisognosi edilizia, agricolo-alimentare e turismo.Lampedusa potrebbe ospitare 350 persone, ce ne sono 1.500: nelle ultime ore è stata presa d’assalto. Registrati decine di casi di scabbia.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia sta diventando il Paese delle contraddizioni. Da una parte si discute sulla questione del salario minimo, che la Ue costringerà ad applicare anche nel nostro Paese, e dall’altra si continua a incentivare l’arrivo (anche) di extracomunitari, che hanno stipendi molto più bassi, per cercare di colmare il gap di manodopera presente in diverse imprese, soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’accoglienza turistica. Mercoledì sera il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure volte alla semplificazione delle procedure d’ingresso dei lavoratori stranieri allo scopo «di favorire, anche in relazione agli investimenti e agli obiettivi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’immissione di manodopera nei settori produttivi che hanno espresso maggiore fabbisogno», si legge nella comunicazione pubblicata dal governo. Il tutto mentre in Ue non si muove una foglia sul lato immigrazione o, meglio, come precisa la segretaria europea per gli Affari interni, YIva Johansson: tutti gli Stati membri sono d’accordo per introdurre una solidarietà obbligatoria ma non si è deciso cosa «debba includere questa solidarietà obbligatoria». In pratica, mentre in Ue sono campioni di parole, l’Italia si porta avanti aprendo le porte a sempre più stranieri, anche con l’ultimo decreto flussi, per cercare di aiutare le imprese con carenza di manodopera. Tra i settori in cui mancano lavoratori ci sono il mondo edilizio (per i cantieri da Superbonus) quello alimentare, l’assistenza alla persona, il lavoro domestico, meccanico e metalmeccanico. Carenze anche tra le imprese che impiegano lavoratori stagionali: il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, aveva sottolineato come per questa stagione mancano almeno «350.000 lavoratori». Tutto questo, ovviamente, ha delle ripercussioni sulle strutture, che sono costrette a chiudere, a ridurre i servizi offerti o a non riuscire a far fronte a tutte le richieste dei clienti. Una carenza di manodopera che era nota già da tempo ma che, con la pandemia prima e la crisi adesso, ha mostrato tutta la sua forza rendendo sempre più difficile la ripresa economica e l’attuazione del Pnrr. C’è un aspetto tecnico aggiuntivo: per sveltire i permessi temporanei per lavoro, il cdm ha stabilito che il visto d’ingresso debba essere rilasciato entro 20 giorni dalla presentazione della domanda. Ottenuto il «nulla osta», lo Sportello unico per l’immigrazione dovrà convocare il datore di lavoro e lo straniero per la sottoscrizione del contratto di soggiorno. Questi due dettagli dovrebbero permettere di saltare il percorso a ostacoli che finora impantanava il sistema (problemi tecnici permettendo, visto che, come svelato dalla Verità, la piattaforma del Viminale è rimasta bloccata per qualche mese, impedendo di caricare i dati). Nel 2022 sono stati 220.000 gli imprenditori che hanno fatto richiesta per procedere all’assunzione di nuovo personale, a cui si aggiungono le pratiche inevase degli anni precedenti, e solo in pochi, come denunciano le associazioni degli agricoltori, degli imprenditori del turismo e delle piccole e medie imprese, a oggi, hanno ricevuto risposta. A fronte di 207.000 domande di emersione presentate dalle imprese, sono stati solo 105.000 i permessi di soggiorno rilasciati dal 2020. In media, a livello nazionale, solo la metà delle pratiche è stata portata a termine, con percentuali di lavorazione inferiori al 20% se si tiene in considerazione la media delle principali città metropolitane. «Le procedure previste dal Decreto flussi rappresentano un vero e proprio labirinto burocratico, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. La tortuosità e la lentezza del meccanismo, infatti, non sono in grado di offrire una risposta concreta al grave problema della carenza di manodopera», ha commentato Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro Pmi. Che la carenza di lavoratori, specialmente in alcuni settori, sia un problema è innegabile. Che la soluzione sia, invece, di dar vita a norme scollegate dal contesto economico e sociale del Paese è un’altra cosa. Non ci si può, infatti, dimenticare come la settimana scorsa abbia tenuto banco il tema del salario minimo. In Unione europea si è raggiunto un accordo definitivo sul tema, e la direttiva dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni. Un tema molto dibattuto che divide l’attuale maggioranza e che risulta essere particolarmente delicato anche per la struttura economica italiana: pochi Stati all’interno dell’Ue hanno, infatti, le stesse differenze economiche e sociali che esistono nel nostro Paese. Introdurre un salario minimo senza considerare queste variabili regionali, e i problemi di mancanza di manodopera in alcuni settori del Belpaese, provocherebbe più distorsioni che soluzioni, proprio come è accaduto con i correttivi per reclutare i lavoratori stagionali e con le indicazioni sul salario minimo. Il risultato finale è stato un contesto normativo più complicato e meno incisivo nella realtà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/norme-piu-semplici-per-il-decreto-flussi-220-000-imprenditori-pronti-ad-assumere-2657524174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbarcati-oltre-500-immigrati-a-lampedusa-hotspot-ko" data-post-id="2657524174" data-published-at="1655463841" data-use-pagination="False"> Sbarcati oltre 500 immigrati a Lampedusa, hotspot ko Nell’hotspot di Lampedusa, da qualche settimana, sono stati ricavati altri cento posti e, così, ora potrebbe ospitare al massimo 350 persone. Il problema che dal ministero dell’Interno, però, continuano a ignorare è che con i 13 sbarchi di ieri e con i centri d’accoglienza straordinaria che scoppiano, la Prefettura ne ha già stipati dentro quasi 1.500. Lì, gli sbarcati, dovrebbero restare solo per la fotosegnalazione e i controlli anti Covid. E invece, siccome il sistema di accoglienza è collassato, le permanenze si allungano. E i nuovi arrivati finiscono ammassati addosso a chi è sbarcato anche più di una settimana fa. Ieri il flusso degli approdi è stato uno dei più alti delle ultime settimane. I 13 barchini che sono arrivati al molo hanno portato ben 563 stranieri in 24 ore. Per una sessantina di loro sono stati riscontrati casi di scabbia. Gli ultimi a raggiungere l’isola sono stati 82 tunisini, tra i quali sette donne e 20 minori. L’imbarcazione su cui viaggiavano, ormai alla deriva, è stata intercettata a una ventina di miglia dagli uomini della Capitaneria di porto. Prima di loro, al molo Favaloro, erano arrivati altri quattro gruppi di 12, 15, 6 e 15 tunisini. Una barca partita da Zuwara in Libia, invece, ha scaricato sulla spiaggia della Guitgia, poco dopo la mezzanotte di mercoledì, 97 tra siriani, egiziani e bengalesi. Dallo stesso porto libico erano salpati anche i 53 che sono stati intercettati a 17 miglia dalla Guardia costiera e 86 egiziani che tentavano di raggiungere la costa con una barca malandata. Erano affastellati su un barchino di sette metri partito da Mansour in Tunisia che si era incagliato tra gli scogli di Lampione, invece, altre 19 persone. L’imbarcazione è stata soccorsa dai militari delle Fiamme gialle. La stessa motovedetta ha bloccato al largo anche un altro natante con 12 egiziani e, poco dopo, un secondo con altri dieci tunisini. All’alba, invece, sono stati intercettati dalla Guardia di finanza altri 74 tra egiziani e sudanesi. E altri tunisini sono arrivati alla spicciolata con dei barchini durante la mattinata. Fino a raggiungere quota 563. E mentre la Prefettura di Agrigento sta raschiando il barile dei posti liberi nei centri d’accoglienza siciliani per tentare di alleggerire l’hotspot, all’orizzonte si profila un altro maxi sbarco: la Sea Eye 4, ieri, ha comunicato di aver tirato a bordo altre 76 persone. E con l’ultimo carico, il taxi del mare ha ora 492 passeggeri. A operazione conclusa Gorden Isler, presidente della Ong, ha subito chiesto «con urgenza» un porto di sbarco. E c’è da scommettere che la nave punterà dritta verso le coste italiane, con la solita strategia di pressing sul governo per ottenere il via libera allo sbarco. I dati degli sbarchi contano 22.000 arrivi dall’inizio dell’anno. Il leader della Lega Matteo Salvini ha telefonato al neo sindaco Filippo Mannino per avere notizie e auspicare interventi incisivi del Viminale anche per non rovinare la stagione turistica. «L’isola va tutelata», ha sottolineato Salvini, che sarà a Palermo dove oggi è atteso in tribunale per il processo Open Arms. Gli elettori di Lampedusa e Linosa, alle elezioni, hanno bocciato il primo cittadino uscente Totò Martello, fan dell’accoglienza indiscriminata, e tra i consiglieri più votati con 370 voti c’è lo storico militante della Lega Attilio Lucia. Segno che i cittadini dell’isola non ne possono più della politica dei porti spalancati e degli approdi a go go. L’altro fronte caldo è quello sardo. Nel corso della notte in 13, tutti tunisini, sono stati fermati sulla spiaggia dai carabinieri mentre cercavano di far perdere le loro tracce. Erano partiti dalla spiaggia di Santa Margherita di Pula, a una quarantina di chilometri da Cagliari, dove erano appena sbarcati. A far scattare l’allarme sono stati alcuni automobilisti che li hanno visti mentre si avvicinavano alla statale. Sono stati tutti trasferiti nel centro di prima accoglienza di Monastir dove verranno identificati.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
Continua a leggereRiduci
Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
Continua a leggereRiduci