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2023-06-18
Nordio striglia i pm: «Il nostro referente è il Csm, il sindacato non può interferire»
Carlo Nordio (Ansa)
«L’interlocutore istituzionale del governo e della politica non è il sindacato, ma il Csm». Botta e risposta, seppur a distanza, tra il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia. Da Taormina, parlando a un evento organizzato nell’ambito della fiera del libro Taobuk, il Guardasigilli è tornato a difendere il suo ddl sulla riforma della giustizia approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri, riforma dedicata dal governo di Giorgia Meloni a Silvio Berlusconi, che da sempre aveva insistito sulla necessità di misure garantiste.
Nel ddl Nordio si prevede, infatti, tra le altre cose, la contestata depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, cioè della condotta del pubblico ufficiale che favorisce o danneggia intenzionalmente altri, violando la legge. Le critiche sono arrivate soprattutto dall’Associazione nazionale magistrati, la sigla di rappresentanza di giudici e pm, tramite il suo presidente, Santalucia, soprattutto dopo che Nordio aveva sostenuto: «L’abuso d’ufficio era ed è ancora un reato così evanescente che complica soltanto le cose senza aiutare minimamente, anzi ostruendo le indagini, perché intasa le Procure della Repubblica di fascicoli inutili, disperdendo le energie verso reati che invece dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione. Se l’Europa ci chiedesse una sorta di rimodulazione del nostro sistema integrato repressivo, noi siamo disposti ad accoglierla, ma non nella forma precedente, peraltro inesistente in altri ordinamenti europei».
Il ministro aveva già definito le osservazioni dei suoi ex colleghi «inammissibili», ma ieri ha insistito rivolgendosi, senza citarlo, al presidente Santalucia: «Se un magistrato singolarmente ritiene che dal suo punto di vista una legge sia sbagliata dal punto di vista tecnico, nessuno ha il diritto di dire che interferisce. In questo caso invece si tratta del rappresentante di un sindacato dei magistrati che aveva pronunciato una serie di critiche severissime prima ancora che fosse noto ufficialmente il testo del disegno di legge. Queste cose per me significano interferenze. Il magistrato non può criticare le leggi come il politico le sentenze. Il governo propone e il Parlamento dispone. Questa è la democrazia e non sono ammesse interferenze». Interferenze inaccettabili da parte di un presidente di un’associazione che si pone come «interlocutrice della politica del governo senza tener conto che l’interlocutore istituzionale del governo e della politica non è il sindacato ma il Csm», ha affondato il ministro.
Nordio poi è tornato ad attaccare i pubblici ministeri: «Noi siamo infarciti di errori giudiziari di persone che sono state in prigione per mesi o per anni, poi sono stati assolte, e nessuno ha detto niente. E la magistratura continua a essere autoreferenziale, dicendo che questa è la loro indipendenza e la loro autonomia. Io non avrei fatto il magistrato per 40 anni se non avessi onorato la magistratura, ma quando le indagini sono fatte male compromettono la vita degli individui e addirittura qualcuno viene promosso, o eletto in Parlamento dopo anni di lunghe indagini».
Poi ancora un affondo da parte dell’ex magistrato: «Noi interverremo sulle intercettazioni molto più radicalmente. Che questa sia una barbarie che costa 200 milioni di euro l’anno per raggiungere risultati minimi è sotto gli occhi di tutti. Spendiamo una cifra colossale», ha aggiunto, «per inchieste che raggiungono risultati minimi, tra l’altro rovinando la vita delle persone. Vorrei ricordare che la legge impedisce la pubblicazione degli atti giudiziari. Vengono pubblicati lo stesso e nessuno dice nulla. Ma la legge c’è già». Per Nordio anche le tecnologie usate sono superate mentre servirebbero più risorse per le indagini sulla grande criminalità organizzata.
Niente più quote rosa, contano i voti: Tajani calma le correnti e cambia Fi
Quando Antonio Tajani condivide nella chat di Forza Italia i sondaggi che segnalano la crescita del partito, causata dall’ondata di commozione per la scomparsa di Silvio Berlusconi, lo scatto di orgoglio dei big si mescola a una serie di interrogativi sul futuro. I dubbi riguardano innanzitutto quelli che avevano polemizzato con le scelte del Cav, ad esempio Alessandro Cattaneo, vicecoordinatore nazionale, rimosso da capogruppo alla Camera per volere di Marta Fascina. La Fascina aveva piazzato pure il suo fedelissimo Alessandro Sorte come coordinatore lombardo al posto di Licia Ronzulli e Sorte, nel suo nuovo ruolo, aveva destituito Cattaneo da commissario del partito a Pavia: una decisione che aveva scatenato polemiche. L’interrogativo che circola resta senza risposta: «Marta sarebbe riuscita a rimuovere Licia da capogruppo al Senato?». Non si sa, ma la scomparsa di Silvio ha congelato tutto e tutti, le correnti interne hanno smesso di farsi la guerra, o almeno hanno dichiarato una tregua vera o una pace obbligata.«In realtà», dice alla Verità un esponente berlusconiano molto vicino a Marta Fascina, «la pace presuppone una precedente guerra che non c’è mai stata». Tajani si è guadagnato sul campo il rispetto dell’ala ronzulliana pochi giorni prima dell’ultimo ricovero di Berlusconi, quando si è rischiata veramente l’esplosione di Fi. La Verità è in grado di ricostruire quanto accaduto: Fascina aveva deciso di nominare tre coordinatori, uno per il Nord, uno per il Centro e uno per il Sud, e di sostituire alcuni vertici locali. «Così ha deciso il presidente», era stata la spiegazione, ma Tajani non aveva eseguito. «Si è assunto la responsabilità di dire no», ci racconta una fonte molto informata e non sospettabile di fedeltà acritica al ministro degli Esteri, «e ha scongiurato la deflagrazione del partito. Finché continuerà ad agire così, il clima resterà tranquillo». Nel cielo, che era stato attraversato da fulmini di guerra, volano ramoscelli d’ulivo. Sentite Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo a Tajani. Il seggio al Senato, che dovrà essere assegnato dopo la scomparsa di Berlusconi, potrebbe andare la fratello Paolo? «Penso», dice Barelli a RaiNews24, «che dobbiamo avere grande rispetto per la famiglia Berlusconi e per quelle che saranno le loro volontà». A quanto ci risulta, potrebbe essere Gianni Letta a candidarsi il prossimo 29 ottobre nel seggio senatoriale lasciato vuoto dal Cav, ma le parole di Barelli sono una carezza verso Marta, che con Marina Berlusconi ha un rapporto solido. Certo, la nuova Fi vedrà calare il «potere delle donne», e crescere il «potere dei voti», ora che non c’è più Silvio a calamitarli. La barca va tenuta a galla, fino alle prossime europee: è interesse prima di tutto di Giorgia Meloni, che non può fare a meno di un alleato moderato, liberale e soprattutto parte importante del Ppe. Detto ciò, Forza Italia dovrà caratterizzare la sua proposta politica: detto in parole povere, dovrà distinguersi da Fdi e Lega. Non lo farà, non può, sulla politica estera: i pensieri di Berlusconi sulla guerra in Ucraina, il suo impegno per la pace, le sue perplessità sulla Nato e sulla rottura totale con la Russia se ne sono andati con lui, il centrodestra deve essere per forza appiattito su Washington, ne va della sua stessa sopravvivenza. Può distinguersi dagli alleati, Fi, su altri temi, a partire da quella autonomia differenziata che la Lega vuole fortemente e che la Meloni non può non concedere, sacrificando la storia nazionalista della destra italiana sull’altare della continuità di governo. «Vigileremo», dice Tajani, ieri in Molise per la campagna elettorale per le regionali, «affinché il Sud non sia penalizzato»: uno slogan che, se si tradurrà in iniziativa politica e parlamentare, aiuterà i berlusconiani a conservare i consensi delle regioni meridionali, dove Forza Italia ha sempre ottenuto ottimi risultati. Resta immutato il progetto di dare vita, dopo le prossime europee, a una maggioranza a Bruxelles diversa dall’attuale, mandando all’opposizione i Socialisti: «Berlusconi», dice Tajani al Tg2, «ci ha indicato un percorso: creare una maggioranza con popolari, conservatori, liberali. La stessa maggioranza che mi ha permesso di essere eletto nel 2017 presidente del Parlamento europeo. Renzi? Non entrerà mai in Forza Italia».
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Sulla riforma della giustizia, il ministro rimette al suo posto l’Anm di Giuseppe Santalucia: «Critiche ancora prima di vedere il testo».La minoranza guidata da Ronzulli riconosce al vicepremier autonomia da Marta Fascina.Lo speciale contiene due articoli.«L’interlocutore istituzionale del governo e della politica non è il sindacato, ma il Csm». Botta e risposta, seppur a distanza, tra il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia. Da Taormina, parlando a un evento organizzato nell’ambito della fiera del libro Taobuk, il Guardasigilli è tornato a difendere il suo ddl sulla riforma della giustizia approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri, riforma dedicata dal governo di Giorgia Meloni a Silvio Berlusconi, che da sempre aveva insistito sulla necessità di misure garantiste.Nel ddl Nordio si prevede, infatti, tra le altre cose, la contestata depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, cioè della condotta del pubblico ufficiale che favorisce o danneggia intenzionalmente altri, violando la legge. Le critiche sono arrivate soprattutto dall’Associazione nazionale magistrati, la sigla di rappresentanza di giudici e pm, tramite il suo presidente, Santalucia, soprattutto dopo che Nordio aveva sostenuto: «L’abuso d’ufficio era ed è ancora un reato così evanescente che complica soltanto le cose senza aiutare minimamente, anzi ostruendo le indagini, perché intasa le Procure della Repubblica di fascicoli inutili, disperdendo le energie verso reati che invece dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione. Se l’Europa ci chiedesse una sorta di rimodulazione del nostro sistema integrato repressivo, noi siamo disposti ad accoglierla, ma non nella forma precedente, peraltro inesistente in altri ordinamenti europei». Il ministro aveva già definito le osservazioni dei suoi ex colleghi «inammissibili», ma ieri ha insistito rivolgendosi, senza citarlo, al presidente Santalucia: «Se un magistrato singolarmente ritiene che dal suo punto di vista una legge sia sbagliata dal punto di vista tecnico, nessuno ha il diritto di dire che interferisce. In questo caso invece si tratta del rappresentante di un sindacato dei magistrati che aveva pronunciato una serie di critiche severissime prima ancora che fosse noto ufficialmente il testo del disegno di legge. Queste cose per me significano interferenze. Il magistrato non può criticare le leggi come il politico le sentenze. Il governo propone e il Parlamento dispone. Questa è la democrazia e non sono ammesse interferenze». Interferenze inaccettabili da parte di un presidente di un’associazione che si pone come «interlocutrice della politica del governo senza tener conto che l’interlocutore istituzionale del governo e della politica non è il sindacato ma il Csm», ha affondato il ministro. Nordio poi è tornato ad attaccare i pubblici ministeri: «Noi siamo infarciti di errori giudiziari di persone che sono state in prigione per mesi o per anni, poi sono stati assolte, e nessuno ha detto niente. E la magistratura continua a essere autoreferenziale, dicendo che questa è la loro indipendenza e la loro autonomia. Io non avrei fatto il magistrato per 40 anni se non avessi onorato la magistratura, ma quando le indagini sono fatte male compromettono la vita degli individui e addirittura qualcuno viene promosso, o eletto in Parlamento dopo anni di lunghe indagini». Poi ancora un affondo da parte dell’ex magistrato: «Noi interverremo sulle intercettazioni molto più radicalmente. Che questa sia una barbarie che costa 200 milioni di euro l’anno per raggiungere risultati minimi è sotto gli occhi di tutti. Spendiamo una cifra colossale», ha aggiunto, «per inchieste che raggiungono risultati minimi, tra l’altro rovinando la vita delle persone. Vorrei ricordare che la legge impedisce la pubblicazione degli atti giudiziari. Vengono pubblicati lo stesso e nessuno dice nulla. Ma la legge c’è già». Per Nordio anche le tecnologie usate sono superate mentre servirebbero più risorse per le indagini sulla grande criminalità organizzata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordio-striglia-i-pm-2661479646.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niente-piu-quote-rosa-contano-i-voti-tajani-calma-le-correnti-e-cambia-fi" data-post-id="2661479646" data-published-at="1687040646" data-use-pagination="False"> Niente più quote rosa, contano i voti: Tajani calma le correnti e cambia Fi Quando Antonio Tajani condivide nella chat di Forza Italia i sondaggi che segnalano la crescita del partito, causata dall’ondata di commozione per la scomparsa di Silvio Berlusconi, lo scatto di orgoglio dei big si mescola a una serie di interrogativi sul futuro. I dubbi riguardano innanzitutto quelli che avevano polemizzato con le scelte del Cav, ad esempio Alessandro Cattaneo, vicecoordinatore nazionale, rimosso da capogruppo alla Camera per volere di Marta Fascina. La Fascina aveva piazzato pure il suo fedelissimo Alessandro Sorte come coordinatore lombardo al posto di Licia Ronzulli e Sorte, nel suo nuovo ruolo, aveva destituito Cattaneo da commissario del partito a Pavia: una decisione che aveva scatenato polemiche. L’interrogativo che circola resta senza risposta: «Marta sarebbe riuscita a rimuovere Licia da capogruppo al Senato?». Non si sa, ma la scomparsa di Silvio ha congelato tutto e tutti, le correnti interne hanno smesso di farsi la guerra, o almeno hanno dichiarato una tregua vera o una pace obbligata.«In realtà», dice alla Verità un esponente berlusconiano molto vicino a Marta Fascina, «la pace presuppone una precedente guerra che non c’è mai stata». Tajani si è guadagnato sul campo il rispetto dell’ala ronzulliana pochi giorni prima dell’ultimo ricovero di Berlusconi, quando si è rischiata veramente l’esplosione di Fi. La Verità è in grado di ricostruire quanto accaduto: Fascina aveva deciso di nominare tre coordinatori, uno per il Nord, uno per il Centro e uno per il Sud, e di sostituire alcuni vertici locali. «Così ha deciso il presidente», era stata la spiegazione, ma Tajani non aveva eseguito. «Si è assunto la responsabilità di dire no», ci racconta una fonte molto informata e non sospettabile di fedeltà acritica al ministro degli Esteri, «e ha scongiurato la deflagrazione del partito. Finché continuerà ad agire così, il clima resterà tranquillo». Nel cielo, che era stato attraversato da fulmini di guerra, volano ramoscelli d’ulivo. Sentite Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo a Tajani. Il seggio al Senato, che dovrà essere assegnato dopo la scomparsa di Berlusconi, potrebbe andare la fratello Paolo? «Penso», dice Barelli a RaiNews24, «che dobbiamo avere grande rispetto per la famiglia Berlusconi e per quelle che saranno le loro volontà». A quanto ci risulta, potrebbe essere Gianni Letta a candidarsi il prossimo 29 ottobre nel seggio senatoriale lasciato vuoto dal Cav, ma le parole di Barelli sono una carezza verso Marta, che con Marina Berlusconi ha un rapporto solido. Certo, la nuova Fi vedrà calare il «potere delle donne», e crescere il «potere dei voti», ora che non c’è più Silvio a calamitarli. La barca va tenuta a galla, fino alle prossime europee: è interesse prima di tutto di Giorgia Meloni, che non può fare a meno di un alleato moderato, liberale e soprattutto parte importante del Ppe. Detto ciò, Forza Italia dovrà caratterizzare la sua proposta politica: detto in parole povere, dovrà distinguersi da Fdi e Lega. Non lo farà, non può, sulla politica estera: i pensieri di Berlusconi sulla guerra in Ucraina, il suo impegno per la pace, le sue perplessità sulla Nato e sulla rottura totale con la Russia se ne sono andati con lui, il centrodestra deve essere per forza appiattito su Washington, ne va della sua stessa sopravvivenza. Può distinguersi dagli alleati, Fi, su altri temi, a partire da quella autonomia differenziata che la Lega vuole fortemente e che la Meloni non può non concedere, sacrificando la storia nazionalista della destra italiana sull’altare della continuità di governo. «Vigileremo», dice Tajani, ieri in Molise per la campagna elettorale per le regionali, «affinché il Sud non sia penalizzato»: uno slogan che, se si tradurrà in iniziativa politica e parlamentare, aiuterà i berlusconiani a conservare i consensi delle regioni meridionali, dove Forza Italia ha sempre ottenuto ottimi risultati. Resta immutato il progetto di dare vita, dopo le prossime europee, a una maggioranza a Bruxelles diversa dall’attuale, mandando all’opposizione i Socialisti: «Berlusconi», dice Tajani al Tg2, «ci ha indicato un percorso: creare una maggioranza con popolari, conservatori, liberali. La stessa maggioranza che mi ha permesso di essere eletto nel 2017 presidente del Parlamento europeo. Renzi? Non entrerà mai in Forza Italia».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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