Il trombettista, pioniere del jazz italiano, a 86 anni è il «musicista dell’anno» nella classifica Top Jazz 2025 della rivista Musica Jazz. E fra poco pubblicherà un nuovo disco con i Fearless Five e il compagno di viaggio di una vita: Joe Lovano.
Il trombettista, pioniere del jazz italiano, a 86 anni è il «musicista dell’anno» nella classifica Top Jazz 2025 della rivista Musica Jazz. E fra poco pubblicherà un nuovo disco con i Fearless Five e il compagno di viaggio di una vita: Joe Lovano.
Emmanuel Macron (Ansa)
Il francese inaugura un consolato nell’isola artica per un dispetto agli Usa. Diserta la cerimonia delle Olimpiadi a San Siro per i suoi «giochetti», lui che a Parigi 2024 lasciò i capi di Stato sotto l’acqua.
Ieri sono state ufficialmente inaugurate le Olimpiadi invernali. Nella suggestiva cornice dello stadio Giuseppe Meazza, però, il mondo intero non ha potuto non notare un’assenza illustre: quella di Emmanuel Macron. L’inquilino dell’Eliseo, infatti, ha pensato bene di disertare la cerimonia d’apertura dei Giochi perché era in tutt’altra faccenda affaccendato: piantare la bandierina francese nei ghiacci eterni della Groenlandia. Come hanno constatato diverse testate internazionali, tuttavia, la mossa di Monsieur le président è stata più simbolica che altro: il proverbiale specchietto per le allodole, insomma. Ma andiamo ai fatti.
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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Un clandestino aggredisce donne a caso a Roma, ma la polizia è impotente. Cos’altro serve per capire che il sistema è sbagliato?
Quella che vi sto per raccontare è una storia di ordinaria follia, ma anche una vicenda di assoluta incapacità dello Stato di reagire di fronte alla criminalità e al degrado. La faccenda ha per teatro San Lorenzo, storico quartiere popolare di Roma. Lunedì pomeriggio una mamma, mentre stava accompagnando il figlio di 10 anni dall’oculista, è stata colpita con un pugno al volto da un uomo. Era in bicicletta, non conosceva il suo aggressore e con lui non solo non ha avuto alcun diverbio, ma non ha scambiato neppure una parola. Eppure, quando lo ha incrociato, quello l’ha colpita a tradimento, facendola cadere e rompendole il setto nasale. Ricoverata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, è stata dimessa dopo sette ore con una prognosi di 30 giorni, oltre che per la frattura al naso anche per quella a uno zigomo e all’orbita dell’occhio destro.
Ma chi è l’uomo che l’ha picchiata e, soprattutto, che cosa ha scatenato la sua furia nei confronti di una donna che non conosceva e che ha incrociato per caso? E qui viene la prima risposta disarmante, quella che fa capire come lo Stato, con la sua burocrazia e la sua democrazia, sia incapace di prevenire fenomeni come quello accaduto a San Lorenzo. L’aggressore è un tunisino di 22 anni, clandestino in Italia e già noto per altri episodi di violenza. Secondo i racconti delle persone del quartiere, si aggirerebbe nei paraggi da novembre scorso. Sporco, sempre arrabbiato, con un bastone in mano, avrebbe già aggredito altre tre donne prima di quella a cui lunedì ha rotto il naso. Le violenze scatterebbero sempre senza apparente motivo e senza che le vittime conoscano il loro aggressore. Prima della mamma in bicicletta, a essere colpite sono state due operatrici dell’Ama, l’azienda municipalizzata di Roma, e perfino una ragazzina di 12 anni. Anche loro prese a pugni per strada e una delle tre ha dovuto ricorrere all’assistenza del Pronto soccorso.
Fin qui la cronaca di una violenza improvvisa e ingiustificata, che però già restituisce l’immagine di una zona della capitale dove le persone non possono circolare tranquille senza il timore di essere picchiate. Ma il peggio viene in seguito, ovvero dopo che le forze dell’ordine hanno identificato il tunisino e lo hanno denunciato per lesioni aggravate. Gli agenti hanno scoperto che l’uomo aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi gli era stato revocato e alla decisione lui si era opposto con un ricorso, come ormai fanno tutti, dato che a ogni straniero lo Stato assicura il gratuito patrocinio, ovvero l’avvocato pagato con i soldi pubblici. Ci sono legali specializzati, che spesso neppure conoscono il loro cliente, ma che per alcune migliaia di euro sono disposti a difenderlo e a impedire prima della fine delle procedure che questo sia espulso.
Infatti, l’aggressore delle donne di San Lorenzo, una volta identificato e denunciato è stato rimesso in libertà, perché non si può fare altro. Grazie alla magistratura, ma anche alle leggi che i raffinati giuristi del Colle correggono in versione garantista, in attesa dell’esito del ricorso non lo si può espellere né rinchiudere in un centro per il rimpatrio. Risultato, il picchiatore continua ad aggirarsi nel quartiere, con la possibilità di aggredire altre persone. In seguito agli accertamenti delle forze dell’ordine, si sa che il clandestino è già stato sottoposto a trattamenti sanitari per disturbi di natura psichica (anche dopo il pugno in faccia è stato portato in ospedale per un Tso) e se ne sono occupati i servizi sociali, offrendo assistenza e ospitalità, ma il tunisino ha sempre rifiutato. Così, dopo l’ultima aggressione, lo si è rivisto a San Lorenzo, in un bar della zona. Probabilmente pronto a colpire altre donne.
Vi sembra una storia incredibile? No, è una vicenda di ordinaria follia. Ma il matto non è solo il tunisino che picchia chi incontra, ma pure chi non comprende che dobbiamo farla finita con l’accoglienza a ogni costo e contro il buon senso. Nel decreto sicurezza il governo ha abolito l’automatismo che regala a tutti gli stranieri il gratuito patrocinio. L’opposizione, ovviamente, è contraria. Se ci sarà ancora qualcuno in giro che picchia le persone o, come nel caso della povera Aurora Livoli, le violenta e le uccide, sapete con chi prendervela.
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Una seduta del Csm. Nel riquadro Donatella Ferranti (Ansa)
- La data della consultazione destinata a slittare. Così il rinnovo del Csm avverrà col solito sistema delle correnti. E i membri lottizzati potranno scegliere i vertici delle Procure di Roma, Milano e Palermo, blindandoli per anni. Tra i consiglieri autori del blitz, Donatella Ferranti, già deputato del Pd e protagonista delle chat con Palamara. In cui sollecitava nomine di magistrati amici.
- Il costituzionalista Stefano Ceccanti: i promotori ricorreranno alla Consulta per la data.
Lo speciale contiene due articoli.
«Questo matrimonio non s’ha da fare» ordinarono i bravi, su ordine di don Rodrigo, a don Abbondio per impedire le nozze tra Renzo e Lucia. «Questa riforma non s’ha da fare», ordinano oggi i giudici della Corte di Cassazione che hanno accolto la richiesta di quindici giuristi di sinistra di riformulare il testo della domanda referendaria, cosa che potrebbe - il condizionale è d’obbligo - fare slittare il voto a chissà quando.
Almeno questa è la speranza del fronte del No che ha bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi ma che soprattutto mira a fare in modo che comunque vada il prossimo Csm, in scadenza tra pochi mesi, sia nominato con le vecchie regole. Il che permetterebbe all’attuale casta correntista, tra l’altro, di decidere i nuovi procuratori di Milano, Roma, Palermo che andranno a scadenza il prossimo anno. Di fatto di continuare a controllare con le vecchie logiche il motore della magistratura italiana. Agli addetti ai lavori non è sfuggito il fatto che il primo dei magistrati componenti la commissione che ha preso la decisione di riaprire i giochi referendari sia Donatella Ferranti, deputata del Pd e presidente della Commissione Giustizia della Camera fino al 2018.
Su di lei c’è ampia documentazione degli stretti rapporti con Luca Palamara capo del sistema che ha governato la magistratura in modo correntizio dal 2008 al 2019: in numerosi messaggi poi resi pubblici la Ferranti chiedeva a Palamara di adoperarsi per nominare questo o quel magistrato amico politico, il più delle volte ottenendo ciò che desiderava. Nonostante questo, la Ferranti è stata graziata dalla purga seguita allo scoppio dello scandalo e ora dalla Cassazione, dove è finita nel 2018, è addirittura chiamata a decidere se quel sistema marcio di cui ha fatto parte debba o no continuare a esistere.
Questa, purtroppo, è la realtà di quel mondo che non vuole saperne non solo di mollare la presa sul Paese e sulla democrazia, ma che addirittura continua a pretendere una assoluta immunità. C’è da capirli: per la sinistra è una questione di vita o di morte, la riforma è uno spartiacque tra il continuare ad avvalersi dell’aiuto della magistratura, vale ovviamente il viceversa, e il dover camminare solo sulle proprie gambe. In altre parole, se continuare a giocare una partita truccata a loro favore o giocare in campo aperto senza protezioni. La Cassazione, evidentemente, sta dalla loro parte, vedremo cosa diranno gli italiani - la giustizia è amministrata in nome del popolo, non dell’Associazione nazionale magistrati - se mai sarà loro concesso di esprimersi.
Nell’ordinanza del Palazzaccio è stata aggiunta solo una frase
Per fortuna che Sergio Mattarella aveva invocato la tregua olimpica. I giudici, come si sa, non guardano in faccia a nessuno e ieri una mezz’oretta prima che tutto il mondo puntasse gli occhi sulla cerimonia di apertura dei giochi della neve la Corte di Cassazione si è presa la scena. Gli ermellini hanno fatto, sia chiaro in punta di diritto, un blitz che manda a Giorgia Meloni di traverso il trionfo olimpico e che rischia di cogliere l’obbiettivo da sempre perseguito dall’Anm: far entrare in vigore la riforma Nordio il più tardi possibile per poter eleggere a gennaio il nuovo Csm con il vecchio sistema elettorale che garantisce il dominio delle correnti della magistratura. Pasquale D’Ascola primo presidente della Consulta ha delegato la questione al presidente dell’ufficio centrale per il referendum, Raffaele Gaetano Antonio Frasca. Palazzo Chigi con decreto poi promulgato dal Presidente della Repubblica il 14 gennaio scorso ha fissato la data del referendum confermativo per il 22 e 23 marzo specificando la domanda da porre la popolo sovrano. Ma, tanto per stare ad antichi echi sportivi, come avrebbe detto Gino Bartali: gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare. Gli ermellini hanno infatti accolto la tesi dei cosiddetti 15 volenterosi – una squadra di costituzionali e giuristi tutti di sinistra - che hanno promosso la raccolta di 500.000 firme per indire un nuovo referendum. I promotori, sostenuti dall’Anm in primissima fila, hanno chiesto d’integrare il quesito referendario e la Cassazione ha detto che hanno ragione. L’ordinanza si articola in 38 pagine per motivare ampiamente la decisione e integra il quesito del governo che chiedeva solamente «Approvate il testo della legge costituzionale concernente Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?», con questa ulteriore specificazione: «Con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?». Lo capisce anche un bambino che non cambia assolutamente nulla e tuttavia gli ermellini si prodigano in una dotta disertazione per difendersi (in via cautelativa e sotto traccia) dall’eventuale accusa di fare slittare i termini del referendum e ritengono legittimo cassare la loro prima decisione, quella appunto che ha ammesso il quesito del governo, sostituendola con questa nuova domanda agli elettori.
Evidentemente ai giudici di Cassazione - che in qualche modo paiono censurare la sentenza del Tar che ha dato torto al comitato del No che voleva un allargamento dei tempi della campagna elettorale - il tema dei tempi deve essere ben presente tant’è che l’ordinanza è stata immediatamente trasmessa a Mattarella, alle Camere e alla Meloni. Ma che succede adesso? Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ma uno degli animatori del Si alla riforma, non dovrebbe cambiare nulla. «Il referendum – sostiene Ceccanti - è già indetto per decreto: viene solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia, ma la data no. Non escluderei però che i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo di nuovo alla Consulta. Penso però che il ricorso non verrebbe ammesso».
E tuttavia il problema sotto traccia c’era se Mattarella non aveva dato il visto si stampi alle schede elettorali. C’è poi la questione dei sessanta giorni per la campagna elettorale. Se per caso si dovesse spostare la consultazione a metà aprile tenendo conto anche del periodo pasquale appare evidente che non ci sarebbe tempo sufficiente per far diventare operativa la riforma prima del voto per il nuovo Csm. Perché è vero che una volta proclamato il risultato del referendum si procede alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo testo costituzionale che diventa immediatamente vigente, ma poi devono essere approvate le leggi attuative ed è su questo iter che conta l’Anm per continuare a determinare la composizione del Csm.
Come si vede il presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola il 30 gennaio quando ha letto le sue Considerazioni finali alla relazione sull’amministrazione della giustizia doveva avere ben presente la questione referendaria. Ha scandito: «La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale». Ora la preoccupazione passa al Parlamento e a Palazzo Chigi che potrebbero ben chiedersi che valore ha l’articolo 1 (popolo sovrano) della Costituzione e la, tanto invocata dal fronte del No, separazione dei poteri.
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2026-02-07
Enrico Rava: «Miracolo italiano, il nostro Paese sforna musicisti di livello mondiale»
Enrico Rava (@Roberto Cifarelli)
Il leggendario trombettista rivince il premio Top Jazz a 86 anni: «Forse i giovani di oggi sono andati tutti a Lourdes, mi sembrano pazzeschi. Il segreto dei Fearless five è la libertà perché ti costringe a crescere».
Clicca qui per guardare il video dell'intervista realizzata da Carlo Melato.
È il 1967. A Londra i Beatles danno alla luce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. A Roma Aldo Moro battezza il suo terzo governo. A New York un trombettista italiano neanche trentenne sta facendo sfracelli. Il Principe delle tenebre, Miles Davis, andrà ad ascoltarlo di lì a breve in un club nell’Upper West Side, benedicendolo con un «Ti tengo d’occhio!» e un cazzotto di stima sul braccio sinistro. «Il nostro rappresentante», scrive eccitata la testata Musica Jazz parlando del suo pioniere come se fosse un pugile, «si batte vittoriosamente nella tana del lupo». Oggi, a 59 anni di distanza, Enrico Rava per la stessa storica rivista è ancora una volta il «musicista dell’anno».
I riconoscimenti in carriera non sono mancati, ma il suo understatement torinese resta intatto. Nell’autobiografia ho trovato un commento emblematico agli apprezzamenti che Downbeat le faceva negli anni ruggenti: «A sùn sudisfasiùn».
«Se i referendum non ci fossero si vivrebbe bene lo stesso. Dato che esistono, meglio vincerli…» (ride).
Ma che effetto le fa aggiudicarsi il Top Jazz 2025?
«Ovviamente è un piacere. Vuol dire che sono ancora in pista, malgrado gli anni che sono tanti, anzi troppi…».
Svelo il dato, anche se mi sembra puramente aritmetico: 86. Il viaggio però continua con la passione di sempre.
«Sono proprio gli spostamenti la fatica più atroce alla mia età: la strada da fare, i ristoranti - dove ultimamente si mangia malissimo - gli alberghi. Io vado avanti, ma sono un po’ alla frutta…».
Altro che frutta, solo un anno fa al podcast Non sparate sul pianista parlavamo di una doppietta: «Miglior disco» e «miglior formazione dell’anno», i Fearless five (Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso ed Evita Polidoro alla batteria).
«Ecco, questi ragazzi sono la ragione più importante per la quale non smetto di suonare. Stare sul palcoscenico con loro è un piacere enorme. Accadono cose che mi ripagano di tutto il resto. Per un attimo mi dimentico del peso della vecchiaia e degli acciacchi».
Quegli «istanti di bellezza sublime» di cui lei parla spesso. Come dice scherzando al termine dei concerti, è per quelli che non passa le giornate «a dar da mangiare ai piccioni o a guardare i cantieri»?
«Il fatto è che con questi musicisti si crea quella situazione meravigliosa che io chiamo “democrazia perfetta”. Nella realtà non è replicabile, ma sul palco con loro quattro riaccade quasi sempre. Solo un paio di volte non ci siamo messi a volare... D’altra parte la scelta dei membri del gruppo è cruciale nella creazione della musica».
Definirli «giovani», anche se a livello anagrafico lo sono, è riduttivo. Ognuno di loro è a sua volta leader di altre formazioni e porta avanti i suoi progetti.
«Sono pronto ad accettare qualunque deviazione del percorso facciano nell’improvvisazione perché c’è una fiducia reciproca di fondo. Non sono solo bravi, quello non basta. Sono veramente dentro la musica. Matteo (Paggi, ndr) ha lavorato nelle orchestre sinfoniche e ha un totale dominio del trombone. L’anno scorso si è aggiudicato meritatamente il Top Jazz come “migliore nuovo talento”. Diodati è mio complice da oltre dieci anni e lo ritengo uno dei più grandi chitarristi italiani in generale. Ponticelli suonava il contrabbasso con me da giovanissimo e sono felice di averlo ritrovato. Per lui “ogni nota conta” e questo è diventato il suo soprannome. E poi c’è Evita (Polidoro, ndr), che è incredibile anche come compositrice. Nella vita ho avuto la fortuna di collaborare con i migliori batteristi del mondo e raramente ho avuto una connessione così forte, a livello musicale, con chi suona il suo strumento».
Ormai siete insieme da tempo e avete girato l’Italia e l’Europa. A volte compaiono brani nuovi in repertorio, come My funny Valentine cantata dalla Polidoro o una composizione che porta la sua firma, ma non sembra ancora avere un titolo. Vede un’evoluzione in questa formazione?
«Nel nostro campo l’evoluzione c’è sempre, anche se in alcuni casi si chiama involuzione. Con i miei compagni di viaggio ogni concerto è diverso dall’altro. E questo ha a che fare con l’idea di musica che porto avanti da sempre: creare una situazione all’interno della quale ciascuno possa trovare la propria via. Come faceva Miles Davis, il musicista che amo alla follia e che per me è stato il più grande nella storia del jazz moderno».
Un esempio ci starebbe bene.
«Di recente mi è capitato tra le mani un vecchio box, Jazz at the Philharmonic. Sono delle jam session di all star che il famoso produttore Norman Granz organizzava radunando i più forti sulla scena: il risultato è... inascoltabile. I soli sono così lunghi che ti fanno scordare di che pezzo si tratti. Singolarmente sono tutti ottimi musicisti, ma non c’è un minimo di creazione collettiva. Si mettono in mostra come al circo, anzi peggio, come se si trattasse di un’esibizione muscolare. È in casi come questo che il jazz diventa la musica più noiosa del mondo».
Miles invece?
«Basta ascoltare Stella by Starlight dall’album live al Lincoln Center My funny Valentine (1964, ndr). Succedono cose incredibili: c’è lo sviluppo drammaturgico che porta l’inconfondibile firma di Davis e si percepisce una tale telepatia tra i musicisti da rendere questo momento, a mio avviso, uno dei più alti di tutta la musica del Novecento. E non parlo solo di jazz, parlo di musica in genere... anzi dell’arte».
È una magia che si può ricreare?
«Non è così semplice. Quello che provo a fare io è concepire la mia formazione come una sorta di laboratorio. E la libertà che do obbliga i musicisti a crescere. Penso a Gianluca Petrella, a Giovanni Guidi o allo stesso Stefano Bollani. Non mi prendo i meriti, sarebbero migliorati anche senza di me, ma li ho messi nella condizione di farlo più in fretta. Quando ho chiamato Bollani era conosciuto solo nel mondo del pop: in pochissimo tempo ha fatto un balzo in avanti pazzesco. È la via tracciata da Miles Davis. Guarda caso gente come Red Garland, Tony Williams o Herbie Hancock ha dato il meglio quando era al suo fianco. Non dico che brillassero di luce riflessa, sto parlando di quello che combinavano loro: che lo sapessero o meno, erano all’apice delle loro potenzialità».
Lei non si sente un talent scout, ma ha pescato spesso dal vivaio dei seminari di Siena Jazz. Forse oggi è più facile trovare giovani interessanti rispetto a una volta.
«In Italia? Non solo è più semplice, basta passeggiare per strada e i nuovi talenti te li tirano dalle finestre. A volte mi viene il dubbio che questa generazione si sia trasferita per qualche anno a Lourdes. Da quando son tornati a casa mi sembrano pazzeschi…» (ride). «Quando ho iniziato io eravamo il fanalino di coda del mondo. Un paradosso visto che la storia del jazz è piena di italoamericani, da Lennie Tristano a tutti gli altri. Ricordo un libro dell’autorevole critico tedesco Joachim-Ernst Berendt. Mise la mia foto nel capitolo dedicato al nostro Paese citandomi come uno dei pochissimi. Oggi lo conferma anche la rivista New York Jazz Record: l’Italia, appena dopo gli Stati Uniti, è il Paese più ricco di musicisti jazz di qualità».
Avete già registrato un nuovo album e ci sarà tempo di parlarne appena uscirà. Ma come le è venuta l’idea di invitare Joe Lovano come sesto Fearless?
«Un giorno chiesero a Michael Brecker, da tutti considerato il più importante sassofonista in circolazione: “Cosa si prova a essere il numero uno?”. E lui rispose: “Non saprei, chiedete a Lovano”. Quindi non lo dico io che gli sono amico: Joe è il più grande tenorista degli ultimi 30 anni. Lo ascoltai la prima volta a Messina con il batterista Paul Motian. Era uno sconosciuto ma a ogni assolo il pubblico scatenava un uragano. Sembrava che Charlie Parker fosse sceso dal cielo. Poi ho scoperto il perché...».
Ovvero?
«Erano tutti suoi parenti, accorsi da ogni parte della Sicilia. L’hanno rimpinzato così tanto di cibo che è tornato nella Grande Mela ingrassatissimo».
In effetti c’è un interessante documentario (Lovano Supreme) che racconta il suo amore per John Coltrane e l’orgoglio per le radici italiane, che affondano per la precisione ad Alcara Li Fusi e Cesarò (Messina).
«È stato bello averlo con noi, al momento giusto ascolterete il risultato. A proposito di magia, con Joe Lovano ho fatto il più bel concerto della mia vita. In quel quartetto formidabile c’erano anche Miroslav Vitous al contrabbasso e Tony Oxley alla batteria. Ne riparliamo da decenni ogni volta che ci incrociamo negli aeroporti, ma non riusciamo a ricordarci dove quel miracolo sia avvenuto».
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