A distanza di quasi 20 anni il delitto di Chiara Poggi fa discutere non soltanto nelle aule di giustizia, e di conseguenza sui giornali e in tv, ma anche nei convegni, come un caso di scuola da cui, in negativo, prendere esempio. Ne ha parlato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - intervenuto a un dibattito - si è chiesto come si possa condannare una persona quando è già stata assolta due volte da una Corte d’assise e da una d’Appello. «È una situazione paradossale, dovuta a una legislazione che andrebbe cambiata, ma è molto difficile», ha spiegato il Guardasigilli. «Certo, oggi un comune cittadino si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre un’altra è attualmente indagata sulla base di prove per le quali l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo». A certificare il cortocircuito della giustizia, ribadisco, è il ministro della Giustizia. Il quale ammette l’anomalia, ma addirittura riconosce che quello di Garlasco è un esempio di legislazione sbagliata.
Nel mirino di Nordio c’è il triplo grado di giudizio, quello davanti alla Cassazione, ritenuto una garanzia per l’imputato nel caso sia stato condannato, magari con una pronuncia contraddittoria tra prima istanza e appello, e una stortura qualora la sentenza definitiva contraddica le prime due. I processi per il delitto di Chiara Poggi in effetti rappresentano un caso che alimenta molti interrogativi sul sistema giudiziario italiano. Primo perché la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere è arrivata dopo ben cinque pronunciamenti, ovvero dopo due sentenze favorevoli all’imputato, un rinvio alla Corte d’appello da parte della Cassazione, un rifacimento del dibattimento di secondo grado e una convalida della Suprema corte, più varie richieste di revisione. E secondo perché una volta pronunciata la condanna definitiva, a distanza di quasi 20 anni dal delitto e a 11 dall’incarcerazione di Alberto Stasi, la magistratura inquirente riparte da capo, con un nuovo colpevole, disconoscendo quello che hanno fatto i colleghi requirenti e giudicanti.
E qui sta il punto messo a fuoco da Nordio. Quante toghe si sono occupate del caso Garlasco? Beh, a occhio e croce poco meno di una cinquantina di magistrati, tra giudici e pm. E com’è possibile che a distanza di 20 anni non si sia giunti a un verdetto incontrovertibile? Ma il ministro della Giustizia mette l’accento su una questione, ovvero le due assoluzioni precedenti alla sentenza di condanna. Dice il Guardasigilli: che senso ha ricorrere, dopo che per ben due processi la magistratura non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato? Difficile dargli torto: i pm dispongono di molti strumenti per accertare i fatti e individuare il colpevole di un reato. E se non ci riescono né in primo né in secondo grado, che senso ha consentire loro una «rivincita» in Cassazione rimettendo tutto in gioco? Per di più non sulla base di elementi nuovi, di prove raccolte successivamente ai precedenti giudizi, ma sulla valutazione degli stessi indizi già accertati in primo e secondo grado. La logica vorrebbe che l’azione penale si concludesse con la seconda assoluzione: la giustizia ha fatto il suo corso, ma per ben due volte non è riuscita a convincere i giudici della colpevolezza dell’imputato. Non solo la logica, ma anche il buon senso e pure l’economicità e l’efficienza del sistema imporrebbero di fermare le Procure dopo due sconfitte, ma invece non accade. Vi chiedete perché? La questione posta da Nordio non è nuova e infatti lui stesso ammette come cambiare sia complicato. Non per via delle regole, che si possono sempre modificare, ma per l’opposizione di gran parte della magistratura, ossia del corpo meno aperto ai cambiamenti, che, come abbiamo visto al referendum, fa quadrato come nessun’altra corporazione è in grado di fare. Pensate, perfino il legale di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, si dice d’accordo con il ministro: non tanto sulla parte che riguarda l’abolizione del terzo grado di giudizio, ma su quella che evidenzia l’anomalia del caso Garlasco. Ovvero un processo a carico di una persona per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro. Ditemi voi se questo non sarà un caso da manuale del diritto penale: sì, per spiegare come non commettere mai più un pasticcio simile.





