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2020-04-29
«Non favoriamo i sovranisti». Il cerchio magico del Papa impone la frenata sulle messe
Papa Francesco (Grzegorz Galazka/Archivio Grzegorz Galazka/Mondadori Portfolio via Getty Images)
- Francesco sconfessa i vescovi: pesa l'azione dei suoi consiglieri attenti a non guastare i rapporti con Giuseppe Conte (e Sergio Mattarella). In vista di un nuovo soggetto politico progressista.
- Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici). Le beghe di palazzo fanno passare in secondo piano le esigenze vere dei credenti. Che non possono essere affidate ai soli comitati tecnici di esperti o alle diatribe fra i gruppi di interessi della politica.
Lo speciale comprende due articoli.
Non disturbate il manovratore. Non poteva che essere papa Francesco con l'autorevolezza morale della veste bianca a silenziare i vescovi italiani in ebollizione contro la sciatteria del premier Giuseppe Conte, favorevole alla pizza d'asporto e non all'eucaristia sull'altare. Lo strappo era evidente, la frase «non possiamo accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto» scritta nel comunicato della Cei ha percorso come una scarica elettrica il mondo cattolico. E al malumore di chi vorrebbe veder riaprire i portali delle chiese si è aggiunto quello di chi, nelle stanze del potere vaticano, è più sensibile alle ragioni della politica che a quelle della dottrina.
Ieri nella funzione in Santa Marta il pontefice ha provato a rimettere le cose a posto e a mandare a palazzo Chigi un sostanziale messaggio di pace. «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Una cascata di schiuma antincendio subito rilanciata su Twitter con il sottofondo di campane a festa da padre Antonio Spadaro, il consigliere del Papa più preoccupato per un eventuale deterioramento dei rapporti con Pd e Movimento 5 stelle.
Dopo le parole di Francesco, i vescovi guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti rimangono con il cerino acceso, protagonisti di quella che sembra una fuga in avanti, anche se un risultato concreto lo hanno raggiunto: costringono Conte a cercare soluzioni alternative, non ultima la proposta di tenere funzioni religiose all'aperto già dalla prossima settimana per evitare assembramenti in ambiente chiuso. Gli emissari della Cei avevano parlato a lungo con il governo, avevano stilato un protocollo molto rigido per consentire ai fedeli di tornare nella casa del Signore. Tutto questo per vedersi rifiutare gli sforzi dagli scienziati che dominano la scena, dal Comitato tecnico-scientifico, con la formula burocratica: «Criticità ineliminabili».
Sembrava un braccio di ferro d'altri tempi anche senza i bagliori dei roghi illuministi. Eppure i vescovi si erano semplicemente attenuti agli ordini del Papa. È stato proprio il pontefice due settimane fa a sottolineare con forza che «la familiarità dei cristiani con il Signore è sempre comunitaria, personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa e può diventare gnostica. In questa pandemia si comunica attraverso i media ma non si sta insieme. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa». Il concetto è anche più profondo e frontale di quello enunciato dalla Conferenza episcopale, ma Francesco può permettersi amnesie non concesse ai comuni mortali, soprattutto quando sono utili alla diplomazia.
In questa fase i rapporti con il premier Conte, con il vero destinatario di ogni interlocuzione alta che è il capo dello Stato Sergio Mattarella, con l'inner circle intellettuale cattodem sono troppo importanti per essere messi in discussione dalla riapertura delle chiese. Questa è la filosofia politica dei più stretti collaboratori di Bergoglio, pronti a sacrificare i sacramenti sull'altare dell'ideologia. E impegnati su due fronti strategici: costruire il piedistallo di un partito del Papa proprio con l'attuale presidente del Consiglio come riferimento parlamentare e contare sulle alleanze italiane per annodare i fili con la Cina allo scopo di concretizzare lo storico viaggio di Francesco a Pechino via Wuhan.
Per capire la portata della fibrillazione provocata dalla legittima sollevazione dei vescovi è sufficiente allargare lo sguardo verso i tifosi della corrente progressista che domina in Vaticano e che è ben rappresentata nei media. A dare il via alle danze con comunicato della Cei ancora caldo è stata Chiara Geloni, ex dirigente dell'Azione cattolica, già portavoce di Pierluigi Bersani e direttrice di Youdem, la tv del Pd. Una domanda retorica ai vescovi sul suo blog ospitato da Huffington Post dice tutto: «Vale la pena di prestarsi alle strumentalizzazioni di qualche partitino o partitone abituato a volare bassissimo, a quelle degli atei devoti, a quelle dei nemici di papa Francesco?». Non prestare il fianco, partitini, nemici. Quindi politica.
Don Dino Pirri, twittstar e ospite fisso in televisione, simbolo dei parroci da spettacolo: «È una reazione emotiva, mi sarei aspettato più prudenza. Abbiamo spiegato ai fedeli che si doveva vivere con serenità questa privazione, ora diventa un sopruso». La bellezza della privazione in aiuto al governo, quindi politica. Un esempio lampante della contrapposizione arriva da Milano. Don Mario Longo, noto parroco della Santissima Trinità (zona Sarpi, Chinatown): «Lo Stato non può dire alla Chiesa di non esercitare la sua missione pastorale». Gli risponde sul Corriere della Sera don Luigi Caldera, guida della comunità Madonna del Rosario di Cesano Boscone e compagno di studi dell'arcivescovo Mario Delpini. La motivazione è da brivido: «In Corea la Chiesa è scomparsa per 200 anni e la fede è rimasta. Non facciamoci strumentalizzare dalla politica». Sempre la stessa ossessione.
Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici)
Il clangore delle spade incrociate da governo e Conferenza episcopale sta sovrastando un mormorio più sommesso: quello dei fedeli cattolici che vorrebbero poter tornare nelle proprie parrocchie per partecipare all'eucarestia. Nel subbuglio prodotto dagli scambi di cortesie a mezzo stampa si rischia infatti di perdere di vista il tema principale: riaprire le messe al popolo non è semplicemente un modo per ribadire, da parte della Chiesa, un peso politico. È un'esigenza vera e profonda, che va al di là delle tensioni con i sovranisti e dei patti stabiliti sottovoce con Giuseppe Conte.
Si diventa Chiesa, ricordava Joseph Ratzinger, «non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l'inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del battesimo e della eucarestia». Si diventa Chiesa partecipando alla messa. Perché quel pasto condiviso dai fedeli è l'esatto momento in cui - scriveva Carl Gustav Jung - «per un istante la vita di Cristo, eternamente presente al di fuori del tempo, diventa visibile e scorre nella successione temporale». Cristo è lì, in presenza dei fedeli: davvero ha senso impedire un così immenso incontro?
Per qualcuno, ovviamente, tutto ciò non ha importanza. Per i laicisti di Micromega, ad esempio, la comunità dei fedeli «è parte integrante di una comunità più estesa, quella civile, di fonte alla quale ogni soggetto istituzionale, ivi inclusa la Chiesa cattolica, è responsabile». Motivo per cui alle indicazioni del governo sulla chiusura «non è possibile derogare in nome di qualsivoglia autonomia o garantismo». Nel dibattito sulle messe, tuttavia, non sono in discussione soltanto l'autonomia della Chiesa cattolica e il potere dell'esecutivo. Qui c'è in gioco molto di più dell'antipatia di certi ambienti ecclesiastici per Salvini&Meloni o delle ambizioni della Comunità di Sant'Egidio. Parliamo della completezza degli esseri umani, che riguarda tanto i cattolici quanto i non credenti. Nei fatti, stiamo permettendo a un «comitato tecnico scientifico» e a qualche gruppo di interesse politico di prendere decisioni importantissime le quali hanno senz'altro a che fare con la salute del corpo, ma pure con la cura dell'anima.
Accettando la separazione dagli affetti più cari (ai quali ora ci viene concesso di riavvicinarci, non prima che siano passati al grottesco vaglio della «stabilità») e rinunciando ai riti più sacri, abbiamo permesso al governo di spezzarci in due. Come ha scritto Giorgio Agamben, «abbiamo scisso l'unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall'altra».
Questa scissione ci impedisce di vivere una vita «autenticamente umana». Ci condanna - lo intuì Ivan Illich - a una «sopravvivenza anestetizzata, impotente e solitaria in un mondo trasformato in una corsia d'ospedale». Vale per tutti, non soltanto per un pugno di cattolici e qualche sacerdote. Lasciando che a determinare il nostro rapporto con la fede e con il sacro siano i tecnici o gli amministratori da essi ispirati, ci priviamo di una parte fondamentale di umanità. Ci comportiamo come se l'esistenza si riducesse alla mera sopravvivenza del corpo.
È da parecchio tempo che questa concezione distorta della vita domina l'orizzonte, soprattutto da quando imperano l'ansia salutista e l'ossessione di ottenere «migliori prestazioni». In questo modo l'uomo è ridotto a una macchina, e la tecnica può proseguire nella sua marcia trionfale. Il problema è che se siamo giunti a questo punto - cioè a una pandemia globale - è anche per via dell'arroganza di un progresso che si basa soltanto sull'efficienza e sul profitto. In nome dell'efficienza e del profitto i piccoli coltivatori cinesi sono stati confinati nei wet market da cui è originata la malattia. In nome dell'efficienza e del profitto abbiamo tagliato i posti letto nella sanità pubblica, abbiamo cessato la produzione interna di mascherine, abbiamo perfino fondato l'intero edificio europeo sulla legge «della perdita e del guadagno».
Se pensiamo di costruire un futuro radioso su queste stesse basi - trascurando cioè la vita «autenticamente umana», tralasciando il sacro, limitando la vera libertà - non facciamo altro che illuderci. Affidando ai «comitati» e agli autocrati improvvisati la gestione dell'anima potremo sicuramente tornare «alla vita di prima». Ma è la «vita di prima» che ci ha condotto dove siamo ora.
Francesco sconfessa i vescovi: pesa l'azione dei suoi consiglieri attenti a non guastare i rapporti con Giuseppe Conte (e Sergio Mattarella). In vista di un nuovo soggetto politico progressista.Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici). Le beghe di palazzo fanno passare in secondo piano le esigenze vere dei credenti. Che non possono essere affidate ai soli comitati tecnici di esperti o alle diatribe fra i gruppi di interessi della politica.Lo speciale comprende due articoli. Non disturbate il manovratore. Non poteva che essere papa Francesco con l'autorevolezza morale della veste bianca a silenziare i vescovi italiani in ebollizione contro la sciatteria del premier Giuseppe Conte, favorevole alla pizza d'asporto e non all'eucaristia sull'altare. Lo strappo era evidente, la frase «non possiamo accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto» scritta nel comunicato della Cei ha percorso come una scarica elettrica il mondo cattolico. E al malumore di chi vorrebbe veder riaprire i portali delle chiese si è aggiunto quello di chi, nelle stanze del potere vaticano, è più sensibile alle ragioni della politica che a quelle della dottrina.Ieri nella funzione in Santa Marta il pontefice ha provato a rimettere le cose a posto e a mandare a palazzo Chigi un sostanziale messaggio di pace. «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Una cascata di schiuma antincendio subito rilanciata su Twitter con il sottofondo di campane a festa da padre Antonio Spadaro, il consigliere del Papa più preoccupato per un eventuale deterioramento dei rapporti con Pd e Movimento 5 stelle. Dopo le parole di Francesco, i vescovi guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti rimangono con il cerino acceso, protagonisti di quella che sembra una fuga in avanti, anche se un risultato concreto lo hanno raggiunto: costringono Conte a cercare soluzioni alternative, non ultima la proposta di tenere funzioni religiose all'aperto già dalla prossima settimana per evitare assembramenti in ambiente chiuso. Gli emissari della Cei avevano parlato a lungo con il governo, avevano stilato un protocollo molto rigido per consentire ai fedeli di tornare nella casa del Signore. Tutto questo per vedersi rifiutare gli sforzi dagli scienziati che dominano la scena, dal Comitato tecnico-scientifico, con la formula burocratica: «Criticità ineliminabili». Sembrava un braccio di ferro d'altri tempi anche senza i bagliori dei roghi illuministi. Eppure i vescovi si erano semplicemente attenuti agli ordini del Papa. È stato proprio il pontefice due settimane fa a sottolineare con forza che «la familiarità dei cristiani con il Signore è sempre comunitaria, personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa e può diventare gnostica. In questa pandemia si comunica attraverso i media ma non si sta insieme. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa». Il concetto è anche più profondo e frontale di quello enunciato dalla Conferenza episcopale, ma Francesco può permettersi amnesie non concesse ai comuni mortali, soprattutto quando sono utili alla diplomazia. In questa fase i rapporti con il premier Conte, con il vero destinatario di ogni interlocuzione alta che è il capo dello Stato Sergio Mattarella, con l'inner circle intellettuale cattodem sono troppo importanti per essere messi in discussione dalla riapertura delle chiese. Questa è la filosofia politica dei più stretti collaboratori di Bergoglio, pronti a sacrificare i sacramenti sull'altare dell'ideologia. E impegnati su due fronti strategici: costruire il piedistallo di un partito del Papa proprio con l'attuale presidente del Consiglio come riferimento parlamentare e contare sulle alleanze italiane per annodare i fili con la Cina allo scopo di concretizzare lo storico viaggio di Francesco a Pechino via Wuhan.Per capire la portata della fibrillazione provocata dalla legittima sollevazione dei vescovi è sufficiente allargare lo sguardo verso i tifosi della corrente progressista che domina in Vaticano e che è ben rappresentata nei media. A dare il via alle danze con comunicato della Cei ancora caldo è stata Chiara Geloni, ex dirigente dell'Azione cattolica, già portavoce di Pierluigi Bersani e direttrice di Youdem, la tv del Pd. Una domanda retorica ai vescovi sul suo blog ospitato da Huffington Post dice tutto: «Vale la pena di prestarsi alle strumentalizzazioni di qualche partitino o partitone abituato a volare bassissimo, a quelle degli atei devoti, a quelle dei nemici di papa Francesco?». Non prestare il fianco, partitini, nemici. Quindi politica. Don Dino Pirri, twittstar e ospite fisso in televisione, simbolo dei parroci da spettacolo: «È una reazione emotiva, mi sarei aspettato più prudenza. Abbiamo spiegato ai fedeli che si doveva vivere con serenità questa privazione, ora diventa un sopruso». La bellezza della privazione in aiuto al governo, quindi politica. Un esempio lampante della contrapposizione arriva da Milano. Don Mario Longo, noto parroco della Santissima Trinità (zona Sarpi, Chinatown): «Lo Stato non può dire alla Chiesa di non esercitare la sua missione pastorale». Gli risponde sul Corriere della Sera don Luigi Caldera, guida della comunità Madonna del Rosario di Cesano Boscone e compagno di studi dell'arcivescovo Mario Delpini. La motivazione è da brivido: «In Corea la Chiesa è scomparsa per 200 anni e la fede è rimasta. Non facciamoci strumentalizzare dalla politica». 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Nel subbuglio prodotto dagli scambi di cortesie a mezzo stampa si rischia infatti di perdere di vista il tema principale: riaprire le messe al popolo non è semplicemente un modo per ribadire, da parte della Chiesa, un peso politico. È un'esigenza vera e profonda, che va al di là delle tensioni con i sovranisti e dei patti stabiliti sottovoce con Giuseppe Conte. Si diventa Chiesa, ricordava Joseph Ratzinger, «non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l'inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del battesimo e della eucarestia». Si diventa Chiesa partecipando alla messa. Perché quel pasto condiviso dai fedeli è l'esatto momento in cui - scriveva Carl Gustav Jung - «per un istante la vita di Cristo, eternamente presente al di fuori del tempo, diventa visibile e scorre nella successione temporale». Cristo è lì, in presenza dei fedeli: davvero ha senso impedire un così immenso incontro? Per qualcuno, ovviamente, tutto ciò non ha importanza. Per i laicisti di Micromega, ad esempio, la comunità dei fedeli «è parte integrante di una comunità più estesa, quella civile, di fonte alla quale ogni soggetto istituzionale, ivi inclusa la Chiesa cattolica, è responsabile». Motivo per cui alle indicazioni del governo sulla chiusura «non è possibile derogare in nome di qualsivoglia autonomia o garantismo». Nel dibattito sulle messe, tuttavia, non sono in discussione soltanto l'autonomia della Chiesa cattolica e il potere dell'esecutivo. Qui c'è in gioco molto di più dell'antipatia di certi ambienti ecclesiastici per Salvini&Meloni o delle ambizioni della Comunità di Sant'Egidio. Parliamo della completezza degli esseri umani, che riguarda tanto i cattolici quanto i non credenti. Nei fatti, stiamo permettendo a un «comitato tecnico scientifico» e a qualche gruppo di interesse politico di prendere decisioni importantissime le quali hanno senz'altro a che fare con la salute del corpo, ma pure con la cura dell'anima. Accettando la separazione dagli affetti più cari (ai quali ora ci viene concesso di riavvicinarci, non prima che siano passati al grottesco vaglio della «stabilità») e rinunciando ai riti più sacri, abbiamo permesso al governo di spezzarci in due. Come ha scritto Giorgio Agamben, «abbiamo scisso l'unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall'altra». Questa scissione ci impedisce di vivere una vita «autenticamente umana». Ci condanna - lo intuì Ivan Illich - a una «sopravvivenza anestetizzata, impotente e solitaria in un mondo trasformato in una corsia d'ospedale». Vale per tutti, non soltanto per un pugno di cattolici e qualche sacerdote. Lasciando che a determinare il nostro rapporto con la fede e con il sacro siano i tecnici o gli amministratori da essi ispirati, ci priviamo di una parte fondamentale di umanità. Ci comportiamo come se l'esistenza si riducesse alla mera sopravvivenza del corpo. È da parecchio tempo che questa concezione distorta della vita domina l'orizzonte, soprattutto da quando imperano l'ansia salutista e l'ossessione di ottenere «migliori prestazioni». In questo modo l'uomo è ridotto a una macchina, e la tecnica può proseguire nella sua marcia trionfale. Il problema è che se siamo giunti a questo punto - cioè a una pandemia globale - è anche per via dell'arroganza di un progresso che si basa soltanto sull'efficienza e sul profitto. In nome dell'efficienza e del profitto i piccoli coltivatori cinesi sono stati confinati nei wet market da cui è originata la malattia. In nome dell'efficienza e del profitto abbiamo tagliato i posti letto nella sanità pubblica, abbiamo cessato la produzione interna di mascherine, abbiamo perfino fondato l'intero edificio europeo sulla legge «della perdita e del guadagno». Se pensiamo di costruire un futuro radioso su queste stesse basi - trascurando cioè la vita «autenticamente umana», tralasciando il sacro, limitando la vera libertà - non facciamo altro che illuderci. Affidando ai «comitati» e agli autocrati improvvisati la gestione dell'anima potremo sicuramente tornare «alla vita di prima». Ma è la «vita di prima» che ci ha condotto dove siamo ora.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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