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«Non favoriamo i sovranisti». Il cerchio magico del Papa impone la frenata sulle messe

«Non favoriamo i sovranisti». Il cerchio magico del Papa impone la frenata sulle messe
Papa Francesco (Grzegorz Galazka/Archivio Grzegorz Galazka/Mondadori Portfolio via Getty Images)
  • Francesco sconfessa i vescovi: pesa l'azione dei suoi consiglieri attenti a non guastare i rapporti con Giuseppe Conte (e Sergio Mattarella). In vista di un nuovo soggetto politico progressista.
  • Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici). Le beghe di palazzo fanno passare in secondo piano le esigenze vere dei credenti. Che non possono essere affidate ai soli comitati tecnici di esperti o alle diatribe fra i gruppi di interessi della politica.

Lo speciale comprende due articoli.


Non disturbate il manovratore. Non poteva che essere papa Francesco con l'autorevolezza morale della veste bianca a silenziare i vescovi italiani in ebollizione contro la sciatteria del premier Giuseppe Conte, favorevole alla pizza d'asporto e non all'eucaristia sull'altare. Lo strappo era evidente, la frase «non possiamo accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto» scritta nel comunicato della Cei ha percorso come una scarica elettrica il mondo cattolico. E al malumore di chi vorrebbe veder riaprire i portali delle chiese si è aggiunto quello di chi, nelle stanze del potere vaticano, è più sensibile alle ragioni della politica che a quelle della dottrina.

Ieri nella funzione in Santa Marta il pontefice ha provato a rimettere le cose a posto e a mandare a palazzo Chigi un sostanziale messaggio di pace. «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Una cascata di schiuma antincendio subito rilanciata su Twitter con il sottofondo di campane a festa da padre Antonio Spadaro, il consigliere del Papa più preoccupato per un eventuale deterioramento dei rapporti con Pd e Movimento 5 stelle.

Dopo le parole di Francesco, i vescovi guidati dal cardinale Gualtiero Bassetti rimangono con il cerino acceso, protagonisti di quella che sembra una fuga in avanti, anche se un risultato concreto lo hanno raggiunto: costringono Conte a cercare soluzioni alternative, non ultima la proposta di tenere funzioni religiose all'aperto già dalla prossima settimana per evitare assembramenti in ambiente chiuso. Gli emissari della Cei avevano parlato a lungo con il governo, avevano stilato un protocollo molto rigido per consentire ai fedeli di tornare nella casa del Signore. Tutto questo per vedersi rifiutare gli sforzi dagli scienziati che dominano la scena, dal Comitato tecnico-scientifico, con la formula burocratica: «Criticità ineliminabili».

Sembrava un braccio di ferro d'altri tempi anche senza i bagliori dei roghi illuministi. Eppure i vescovi si erano semplicemente attenuti agli ordini del Papa. È stato proprio il pontefice due settimane fa a sottolineare con forza che «la familiarità dei cristiani con il Signore è sempre comunitaria, personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa e può diventare gnostica. In questa pandemia si comunica attraverso i media ma non si sta insieme. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa». Il concetto è anche più profondo e frontale di quello enunciato dalla Conferenza episcopale, ma Francesco può permettersi amnesie non concesse ai comuni mortali, soprattutto quando sono utili alla diplomazia.

In questa fase i rapporti con il premier Conte, con il vero destinatario di ogni interlocuzione alta che è il capo dello Stato Sergio Mattarella, con l'inner circle intellettuale cattodem sono troppo importanti per essere messi in discussione dalla riapertura delle chiese. Questa è la filosofia politica dei più stretti collaboratori di Bergoglio, pronti a sacrificare i sacramenti sull'altare dell'ideologia. E impegnati su due fronti strategici: costruire il piedistallo di un partito del Papa proprio con l'attuale presidente del Consiglio come riferimento parlamentare e contare sulle alleanze italiane per annodare i fili con la Cina allo scopo di concretizzare lo storico viaggio di Francesco a Pechino via Wuhan.

Per capire la portata della fibrillazione provocata dalla legittima sollevazione dei vescovi è sufficiente allargare lo sguardo verso i tifosi della corrente progressista che domina in Vaticano e che è ben rappresentata nei media. A dare il via alle danze con comunicato della Cei ancora caldo è stata Chiara Geloni, ex dirigente dell'Azione cattolica, già portavoce di Pierluigi Bersani e direttrice di Youdem, la tv del Pd. Una domanda retorica ai vescovi sul suo blog ospitato da Huffington Post dice tutto: «Vale la pena di prestarsi alle strumentalizzazioni di qualche partitino o partitone abituato a volare bassissimo, a quelle degli atei devoti, a quelle dei nemici di papa Francesco?». Non prestare il fianco, partitini, nemici. Quindi politica.

Don Dino Pirri, twittstar e ospite fisso in televisione, simbolo dei parroci da spettacolo: «È una reazione emotiva, mi sarei aspettato più prudenza. Abbiamo spiegato ai fedeli che si doveva vivere con serenità questa privazione, ora diventa un sopruso». La bellezza della privazione in aiuto al governo, quindi politica. Un esempio lampante della contrapposizione arriva da Milano. Don Mario Longo, noto parroco della Santissima Trinità (zona Sarpi, Chinatown): «Lo Stato non può dire alla Chiesa di non esercitare la sua missione pastorale». Gli risponde sul Corriere della Sera don Luigi Caldera, guida della comunità Madonna del Rosario di Cesano Boscone e compagno di studi dell'arcivescovo Mario Delpini. La motivazione è da brivido: «In Corea la Chiesa è scomparsa per 200 anni e la fede è rimasta. Non facciamoci strumentalizzare dalla politica». Sempre la stessa ossessione.


Nello scontro fra poteri si dimentica la libertà dei cattolici (e dei laici)

Il clangore delle spade incrociate da governo e Conferenza episcopale sta sovrastando un mormorio più sommesso: quello dei fedeli cattolici che vorrebbero poter tornare nelle proprie parrocchie per partecipare all'eucarestia. Nel subbuglio prodotto dagli scambi di cortesie a mezzo stampa si rischia infatti di perdere di vista il tema principale: riaprire le messe al popolo non è semplicemente un modo per ribadire, da parte della Chiesa, un peso politico. È un'esigenza vera e profonda, che va al di là delle tensioni con i sovranisti e dei patti stabiliti sottovoce con Giuseppe Conte.

Si diventa Chiesa, ricordava Joseph Ratzinger, «non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l'inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del battesimo e della eucarestia». Si diventa Chiesa partecipando alla messa. Perché quel pasto condiviso dai fedeli è l'esatto momento in cui - scriveva Carl Gustav Jung - «per un istante la vita di Cristo, eternamente presente al di fuori del tempo, diventa visibile e scorre nella successione temporale». Cristo è lì, in presenza dei fedeli: davvero ha senso impedire un così immenso incontro?

Per qualcuno, ovviamente, tutto ciò non ha importanza. Per i laicisti di Micromega, ad esempio, la comunità dei fedeli «è parte integrante di una comunità più estesa, quella civile, di fonte alla quale ogni soggetto istituzionale, ivi inclusa la Chiesa cattolica, è responsabile». Motivo per cui alle indicazioni del governo sulla chiusura «non è possibile derogare in nome di qualsivoglia autonomia o garantismo». Nel dibattito sulle messe, tuttavia, non sono in discussione soltanto l'autonomia della Chiesa cattolica e il potere dell'esecutivo. Qui c'è in gioco molto di più dell'antipatia di certi ambienti ecclesiastici per Salvini&Meloni o delle ambizioni della Comunità di Sant'Egidio. Parliamo della completezza degli esseri umani, che riguarda tanto i cattolici quanto i non credenti. Nei fatti, stiamo permettendo a un «comitato tecnico scientifico» e a qualche gruppo di interesse politico di prendere decisioni importantissime le quali hanno senz'altro a che fare con la salute del corpo, ma pure con la cura dell'anima.

Accettando la separazione dagli affetti più cari (ai quali ora ci viene concesso di riavvicinarci, non prima che siano passati al grottesco vaglio della «stabilità») e rinunciando ai riti più sacri, abbiamo permesso al governo di spezzarci in due. Come ha scritto Giorgio Agamben, «abbiamo scisso l'unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall'altra».

Questa scissione ci impedisce di vivere una vita «autenticamente umana». Ci condanna - lo intuì Ivan Illich - a una «sopravvivenza anestetizzata, impotente e solitaria in un mondo trasformato in una corsia d'ospedale». Vale per tutti, non soltanto per un pugno di cattolici e qualche sacerdote. Lasciando che a determinare il nostro rapporto con la fede e con il sacro siano i tecnici o gli amministratori da essi ispirati, ci priviamo di una parte fondamentale di umanità. Ci comportiamo come se l'esistenza si riducesse alla mera sopravvivenza del corpo.

È da parecchio tempo che questa concezione distorta della vita domina l'orizzonte, soprattutto da quando imperano l'ansia salutista e l'ossessione di ottenere «migliori prestazioni». In questo modo l'uomo è ridotto a una macchina, e la tecnica può proseguire nella sua marcia trionfale. Il problema è che se siamo giunti a questo punto - cioè a una pandemia globale - è anche per via dell'arroganza di un progresso che si basa soltanto sull'efficienza e sul profitto. In nome dell'efficienza e del profitto i piccoli coltivatori cinesi sono stati confinati nei wet market da cui è originata la malattia. In nome dell'efficienza e del profitto abbiamo tagliato i posti letto nella sanità pubblica, abbiamo cessato la produzione interna di mascherine, abbiamo perfino fondato l'intero edificio europeo sulla legge «della perdita e del guadagno».

Se pensiamo di costruire un futuro radioso su queste stesse basi - trascurando cioè la vita «autenticamente umana», tralasciando il sacro, limitando la vera libertà - non facciamo altro che illuderci. Affidando ai «comitati» e agli autocrati improvvisati la gestione dell'anima potremo sicuramente tornare «alla vita di prima». Ma è la «vita di prima» che ci ha condotto dove siamo ora.

A Gent, nelle Fiandre, capolavoro assoluto è l’Agnello Mistico da poco restaurato
In mostra al Museo delle Belle Arti opere delle pittrici fiamminghe. Mentre a Mechelen trionfa l’Art Noveaux.

A Gent un lampione emette, all’improvviso, lampi luminosi. Non è un cortocircuito, ma una gioiosa usanza locale. Nella piazza Sint Veerleplein quella luce, direttamente collegata all’ospedale di Maternità, avverte i passanti che un bambino è venuto al mondo.

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Maestro progressista con le idee degli altri
Umberto Galimberti (Ansa)
È uno degli intellettuali più osannati a sinistra, molto amato dalle donne. Con l’appurato vizietto, però, di appropriarsi spesso di pensieri non suoi, perfino per l’abilitazione a ordinario. Eppure, conformismo e pigrizia l’hanno trasformato in un intoccabile.

Cognome e nome: Galimberti Umberto. Monza, 2 maggio 1942. «Galimba» per i fan adoranti.

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Gualtieri sa solo usare la motosega. «In 5 anni ha tagliato 40.000 alberi»
Roberto Gualtieri (Ansa)
Per gli ambientalisti, il primo cittadino ha estirpato altofusti in ogni quartiere di Roma.
Aveva promesso che il suo mandato sarebbe stato «green». Su questo patto con i cittadini, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (Pd) ha improntato tutta la campagna elettorale del 2021 e ora promette di fare lo stesso per quella del 2027: la sua, però, passerà alla storia come la giunta sedicente ambientalista che ha tagliato più alberi.
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La remigrazione è considerata tabù, il Festival delle Migrazioni invece...
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Dalla manifestazione promossa dalla Lega all’incontro nel Ferrarese, se si discute di incentivi ai rimpatri fioccano le intimidazioni rosse. È lecito solo promuovere i porti aperti, come con il Festival voluto dai vescovi.

Ovunque si cerchi di parlare di remigrazione scattano richieste di censura, intimidazioni e minacce. A Milano è prevista una manifestazione dei patrioti europei per sabato 18 e da giorni i centri sociali promettono di accerchiare l’evento e di togliere ogni spazio alla destra, cosa che però non sembra aver generato particolare sdegno o allarme: a parti invertite fioccherebbero comunicati stampa ed editoriali indignati, ma finché i toni minacciosi provengono da sinistra a quanto pare tutto va bene.

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