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2019-11-08
No. Il voto in Virginia e Kentucky non è un avviso di sfratto a Trump
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Ansa
Il punto è che la situazione rischia di rivelarsi un po' più complicata di come viene raccontata. Negli Stati Uniti, attribuire un valore nazionale alle elezioni di carattere locale è sempre rischioso. A maggior ragione in questo caso. È quindi forse necessario entrare nel dettaglio delle ultime consultazioni.
Partiamo dalla Virginia. È senz'altro indubbio che, riconquistando l'assemblea legislativa locale i democratici abbiano conseguito un buon risultato. Tuttavia si tratta di un fattore che difficilmente può essere scaricato sulle spalle di Trump. Per quanto vanti una storia tendenzialmente repubblicana, sono almeno vent'anni che questo Stato ha avviato una progressiva virata verso il Partito democratico. Fatta eccezione per una parentesi dal 2010 al 2014, è dal 2002 che la Virginia ha ininterrottamente governatori dell'asinello. Del resto, questo spostamento a sinistra si è registrato anche in riferimento alle elezioni presidenziali. L'ultima volta che il cosiddetto Old Dominion ha votato per un repubblicano alla Casa Bianca è stata nel 2004, ai tempi di George W. Bush. Non solo, nel 2008 e nel 2012, ha infatti optato per Barack Obama. Ma, nel 2016, ha sostenuto Hillary Clinton, conferendole un vantaggio di circa cinque punti su Trump. Anche per questa ragione, l'attuale presidente non considera la Virginia un territorio strategico per il 2020 e - non a caso - non si è speso granché nelle ultime settimane per la campagna elettorale locale. D'altronde, la stessa maggioranza repubblicana nell'Assemblea legislativa si era progressivamente assottigliata nel corso degli ultimi anni. Più in generale, non bisogna trascurare che - da circa due decenni a questa parte - l'Old Dominion ha conosciuto un progressivo spostamento della sua popolazione dalle aree rurali alle città: una dinamica che ha conferito un vantaggio strutturale all'asinello in questo territorio.
In Kentucky la situazione sembrerebbe più ingarbugliata. Qui effettivamente Trump si era impegnato in prima persona a sostenere il governatore repubblicano uscente, Matt Bevin. Questo però forse non basta ad affermare - come fanno i democratici - che la sconfitta di Bevin sia un avviso di sfratto al presidente. In primo luogo, non dobbiamo trascurare che si sia verificato un testa a testa con il candidato democratico (lo scarto è infatti dello 0,4%): tanto che il governatore non ha ancora ammesso la sconfitta e ha chiesto un riconteggio dei voti. Comunque, al di questo, non dobbiamo sottacere che Bevin fosse una figura estremamente impopolare nel suo Stato. Non solo si è sempre duramente opposto all'espansione del programma sanitario Medicaid ma molto contestata è risultata anche la sua politica di tagli pensionistici al settore degli insegnanti. Del resto, che fosse in serissima difficoltà per la riconferma era già chiaro a metà dello scorso ottobre, quando i sondaggi lo davano appaiato al rivale democratico. Anche per questa ragione, i repubblicani oggi sostengono che - se Trump non fosse sceso in campo al suo fianco - Bevin avrebbe rimediato un risultato elettorale ben peggiore di quello conseguito. Quello stesso Bevin che, pur essendo oggi molto vicino al presidente, è diventato governatore nel 2015: ben prima che l'era Trump avesse inizio. D'altronde, che il voto negativo riguardasse in prima persona proprio il governatore uscente è testimoniato dal fatto che, in Kentucky, il Partito Repubblicano abbia contemporaneamente conquistato tutte le altre cariche importanti per cui si votava (dal segretario di Stato al procuratore generale). Se proprio si deve trovare un dato di (potenziale) rilevanza nazionale nelle consultazioni del Bluegrass State, bisogna forse guardare ai flussi elettorali. In alcune aree suburbane in cui Trump aveva registrato una buona performance tre anni fa, stavolta i democratici hanno conseguito ottimi risultati. Questo fattore è indubbiamente interessante, perché il presidente deve presidiare fermamente quei territori, se vuole essere rieletto nel 2020.
Del resto, il discorso di una scarsa consistenza dei risultati sul piano nazionale è valido anche per il Mississippi: Stato in cui l'elefantino ha agevolmente riconquistato il seggio governatoriale (con un vantaggio del 6%). È dal 2004 che questo territorio elegge infatti ininterrottamente governatori repubblicani ed è dal 1980 che, alla Casa Bianca, vota ripetutamente per i candidati dell'elefantino.
In tutto questo, al di là delle aggrovigliate dinamiche locali, c'è anche un discorso di carattere più generale. Posto che - come abbiamo visto - caricare questi voti di significato nazionale è sempre azzardato, non va comunque trascurato che Virginia, Kentucky e Mississippi non risulteranno Stati dirimenti in vista del 2020. Beninteso, nessuno nega si tratti di territori di rilievo. Ma, almeno per ora, la loro scelta in vista delle prossime presidenziali sembra abbastanza scontata: è infatti altamente probabile che la Virginia voterà democratico, mentre Kentucky e Mississippi confermeranno il proprio sostegno ai repubblicani. Insomma, salvo eventi eclatanti, la loro linea politica a livello nazionale resta tutto sommato prevedibile. Discorso diverso avrebbe potuto aver luogo, se elezioni locali si fossero invece tenute in quegli Stati per cui Trump e i democratici stanno da tempo battagliando: Stati come il Michigan, la Pennsylvania, il Wisconsin e l'Ohio. In questo caso, sarebbe stato maggiormente fondato cercare di scorgere delle conseguenze politiche per la corsa presidenziale. Fermo restando che, come si diceva, confondere le dinamiche elettorali locali e nazionali negli Stati Uniti sia sempre molto rischioso. D'altronde, anche quando vota per il Congresso, l'elettore americano fa spesso prevalere logiche e considerazioni di natura locale (soprattutto per il Senato). Insomma, per quanto magari non troppo favorevole ai repubblicani, il voto del 5 novembre è ben lungi dal rivelarsi un avviso di sfratto a Trump.
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Le recenti consultazioni elettorali che si sono tenute negli Stati Uniti hanno portato molti analisti e commentatori a parlare di una dura sconfitta per Donald Trump. In effetti, a prima vista, le cose sembrerebbero stare proprio così. In Virginia, i democratici hanno riconquistato - dopo vent'anni - la maggioranza nell'assemblea legislativa, mentre in Kentucky - Stato in cui Trump nel 2016 aveva vinto con trenta punti di vantaggio - è stato sconfitto il governatore repubblicano uscente.Il punto è che la situazione rischia di rivelarsi un po' più complicata di come viene raccontata. Negli Stati Uniti, attribuire un valore nazionale alle elezioni di carattere locale è sempre rischioso. A maggior ragione in questo caso. È quindi forse necessario entrare nel dettaglio delle ultime consultazioni.Partiamo dalla Virginia. È senz'altro indubbio che, riconquistando l'assemblea legislativa locale i democratici abbiano conseguito un buon risultato. Tuttavia si tratta di un fattore che difficilmente può essere scaricato sulle spalle di Trump. Per quanto vanti una storia tendenzialmente repubblicana, sono almeno vent'anni che questo Stato ha avviato una progressiva virata verso il Partito democratico. Fatta eccezione per una parentesi dal 2010 al 2014, è dal 2002 che la Virginia ha ininterrottamente governatori dell'asinello. Del resto, questo spostamento a sinistra si è registrato anche in riferimento alle elezioni presidenziali. L'ultima volta che il cosiddetto Old Dominion ha votato per un repubblicano alla Casa Bianca è stata nel 2004, ai tempi di George W. Bush. Non solo, nel 2008 e nel 2012, ha infatti optato per Barack Obama. Ma, nel 2016, ha sostenuto Hillary Clinton, conferendole un vantaggio di circa cinque punti su Trump. Anche per questa ragione, l'attuale presidente non considera la Virginia un territorio strategico per il 2020 e - non a caso - non si è speso granché nelle ultime settimane per la campagna elettorale locale. D'altronde, la stessa maggioranza repubblicana nell'Assemblea legislativa si era progressivamente assottigliata nel corso degli ultimi anni. Più in generale, non bisogna trascurare che - da circa due decenni a questa parte - l'Old Dominion ha conosciuto un progressivo spostamento della sua popolazione dalle aree rurali alle città: una dinamica che ha conferito un vantaggio strutturale all'asinello in questo territorio.In Kentucky la situazione sembrerebbe più ingarbugliata. Qui effettivamente Trump si era impegnato in prima persona a sostenere il governatore repubblicano uscente, Matt Bevin. Questo però forse non basta ad affermare - come fanno i democratici - che la sconfitta di Bevin sia un avviso di sfratto al presidente. In primo luogo, non dobbiamo trascurare che si sia verificato un testa a testa con il candidato democratico (lo scarto è infatti dello 0,4%): tanto che il governatore non ha ancora ammesso la sconfitta e ha chiesto un riconteggio dei voti. Comunque, al di questo, non dobbiamo sottacere che Bevin fosse una figura estremamente impopolare nel suo Stato. Non solo si è sempre duramente opposto all'espansione del programma sanitario Medicaid ma molto contestata è risultata anche la sua politica di tagli pensionistici al settore degli insegnanti. Del resto, che fosse in serissima difficoltà per la riconferma era già chiaro a metà dello scorso ottobre, quando i sondaggi lo davano appaiato al rivale democratico. Anche per questa ragione, i repubblicani oggi sostengono che - se Trump non fosse sceso in campo al suo fianco - Bevin avrebbe rimediato un risultato elettorale ben peggiore di quello conseguito. Quello stesso Bevin che, pur essendo oggi molto vicino al presidente, è diventato governatore nel 2015: ben prima che l'era Trump avesse inizio. D'altronde, che il voto negativo riguardasse in prima persona proprio il governatore uscente è testimoniato dal fatto che, in Kentucky, il Partito Repubblicano abbia contemporaneamente conquistato tutte le altre cariche importanti per cui si votava (dal segretario di Stato al procuratore generale). Se proprio si deve trovare un dato di (potenziale) rilevanza nazionale nelle consultazioni del Bluegrass State, bisogna forse guardare ai flussi elettorali. In alcune aree suburbane in cui Trump aveva registrato una buona performance tre anni fa, stavolta i democratici hanno conseguito ottimi risultati. Questo fattore è indubbiamente interessante, perché il presidente deve presidiare fermamente quei territori, se vuole essere rieletto nel 2020.Del resto, il discorso di una scarsa consistenza dei risultati sul piano nazionale è valido anche per il Mississippi: Stato in cui l'elefantino ha agevolmente riconquistato il seggio governatoriale (con un vantaggio del 6%). È dal 2004 che questo territorio elegge infatti ininterrottamente governatori repubblicani ed è dal 1980 che, alla Casa Bianca, vota ripetutamente per i candidati dell'elefantino. In tutto questo, al di là delle aggrovigliate dinamiche locali, c'è anche un discorso di carattere più generale. Posto che - come abbiamo visto - caricare questi voti di significato nazionale è sempre azzardato, non va comunque trascurato che Virginia, Kentucky e Mississippi non risulteranno Stati dirimenti in vista del 2020. Beninteso, nessuno nega si tratti di territori di rilievo. Ma, almeno per ora, la loro scelta in vista delle prossime presidenziali sembra abbastanza scontata: è infatti altamente probabile che la Virginia voterà democratico, mentre Kentucky e Mississippi confermeranno il proprio sostegno ai repubblicani. Insomma, salvo eventi eclatanti, la loro linea politica a livello nazionale resta tutto sommato prevedibile. Discorso diverso avrebbe potuto aver luogo, se elezioni locali si fossero invece tenute in quegli Stati per cui Trump e i democratici stanno da tempo battagliando: Stati come il Michigan, la Pennsylvania, il Wisconsin e l'Ohio. In questo caso, sarebbe stato maggiormente fondato cercare di scorgere delle conseguenze politiche per la corsa presidenziale. Fermo restando che, come si diceva, confondere le dinamiche elettorali locali e nazionali negli Stati Uniti sia sempre molto rischioso. D'altronde, anche quando vota per il Congresso, l'elettore americano fa spesso prevalere logiche e considerazioni di natura locale (soprattutto per il Senato). Insomma, per quanto magari non troppo favorevole ai repubblicani, il voto del 5 novembre è ben lungi dal rivelarsi un avviso di sfratto a Trump.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.