Netanyahu rallenta per le proteste: rinviata la riforma della giustizia

Paese paralizzato, riforma congelata. Dopo settimane vissute nel magma incendiario della protesta, il governo di Israele mette il freno a mano e decide di fermare la riforma della giustizia, motivo scatenante dei moti (ieri 600.000 persone in piazza e due manifestanti entrati alla Knesset) che hanno portato disordini e scontri con la polizia in tutte le città, ma soprattutto a Tel Aviv. Se ne riparlerà dopo la pausa della Knesset per la Pasqua ebraica, ma la pausa di riflessione potrebbe far slittare all’estate ogni decisione, tempo utile per placare la fibrillazione che ha scosso nel profondo la democrazia israeliana.
Ieri Benjamin Netanyahu ha chiuso la partita: «Rinvio la riforma per favorire il dialogo. Non lascio spazio a una minoranza di estremisti pronta a lacerare il Paese, che usa violenza, appicca il fuoco, fomenta la guerra civile e fa appello alla disobbedienza».
Università e aeroporti chiusi, sindacati sul piede di guerra, trasporti al collasso. Se il tema scatenante dello scontro politico è la riforma della giustizia, che il primo ministro Netanyahu e i suoi alleati di destra intendono portare avanti con lo scopo di «limitare le derive insulari della Corte suprema» (la casta giudiziaria dipinta come un’isola), il motivo dell’ultimo incendio è la cacciata del ministro della Difesa, Yoav Gallant, del suo stesso partito, il conservatore Likud. Quest’ultimo ha apertamente criticato non tanto la revisione del sistema giudiziario, ma la volontà di imporre a spallate le novità con il risultato di esacerbare gli animi, incrinare la tenuta sociale e soprattutto creare un diffuso malumore dentro l’esercito.
Il cuore del problema è la Corte suprema, monolite granitico e irriformabile, centro di potere che rappresenta il contrappeso istituzionale del governo (in un Paese senza Costituzione) ma che altrettanto spesso ne diventa l’alternativa politica. Per superare lo scoglio, la riforma prevede la nomina governativa di parte dei giudici, esattamente come accade negli Stati Uniti, dove non esiste il pericolo di derive autoritarie. Storicamente l’apparato giudiziario di vertice è inviso aI coloni nei Territori e agli ebrei ortodossi, per lo stesso motivo: spesso annulla o rende inapplicabili leggi del Parlamento democraticamente eletto, schierandosi di fatto con le opposizioni.
Un problema non da poco per l’esecutivo e in questo caso per Netanyahu, che pure ha espresso un forte sostegno alla magistratura. La sua posizione è indebolita dal coinvolgimento personale in alcune inchieste (frode, abuso d’ufficio); è gioco facile per la sinistra indicarlo come responsabile di leggi ad personam per sfuggire al salvifico lavacro del sistema giudiziario. «Non ho cambiato la mia opinione», ha spiegato recentemente alla Cnn. «Penso che abbiamo bisogno di giudici forti e indipendenti. Ma indipendenti non significa schierati e sfrenati, ciò che è successo qui negli ultimi 25 anni». Qualche similitudine con una penisola a noi ben nota si può azzardare.
A costituire un campanello d’allarme assoluto è stata l’adesione alla protesta di parte dei militari, il nervosismo delle gerarchie, il rifiuto dei riservisti di rispondere eventualmente a chiamate d’emergenza. Addirittura la contrarietà del Mossad; alcuni ex capi si sono espressi contro le riforme, facendo sapere che la divisione radicale sul tema sta danneggiando la sicurezza nazionale. Forse per la prima volta un popolo abituato a compattarsi contro i nemici esterni si trova a fare i conti con lacerazioni così forti all’interno. Lo scenario ha indotto il ministro Gallant a uscire allo scoperto e il premier a licenziarlo per evitare di trasformarsi in un’anatra zoppa.
Il forte attrito fra due amici ha creato una situazione surreale nella consueta narrazione del mainstream progressista. Essendo Gallant un eroe di guerra, vicecomandante di Tsahal, protagonista delle operazioni in Libano nel 2006 e comandante in capo dell’Operazione Piombo fuso contro i terroristi di Hamas nella Striscia di Gaza (2009), quello che fino all’altroieri veniva dipinto come un falco si è improvvisamente trasformato in uno Spartacus, che si mette di traverso sulla strada del «perfido Bibi». Puro folclore mediatico.
Il rinvio della legge non annullerà le proteste, ma potrebbe far rientrare gli eccessi. Ed è stato accolto «con favore» dalla Casa Bianca, come si è appreso in serata. L’accordo è stato raggiunto fra il premier e il leader della destra, Itamar Ben Gvir, nonché ministro per la Sicurezza nazionale, convinto sostenitore della riforma, in cambio della creazione della Guardia nazionale, nuovo corpo sotto le dirette dipendenze del suo ministero. Una pausa di riflessione potrebbe essere utile, questa volta l’approccio muscolare del premier ha creato forti spaccature. Secondo un sondaggio dell’Israel democracy institute, il 72% degli israeliani chiede che si raggiunga un compromesso. «Comunque andremo fino in fondo», ha promesso Netanyahu. Sarà un’estate calda.





