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2019-05-21
Nemmeno le sue lacrime fermano i medici che stanno ammazzando Vincent Lambert
Ansa
Vincent Lambert ha iniziato a morire di fame e di sete. Secondo i medici potrebbe sopravvivere da due a quattro giorni. L'equipe medica dell'ospedale di Reims - dove si trova il quarantaduenne ex infermiere psichiatrico, tetraplegico dal 2008 dopo un incidente stradale - ha iniziato le procedure per la fine dell'alimentazione e dell'idratazione. Domenica scorsa Viviane Lambert, la madre settantatreenne di Vincent, ha realizzato un video nel quale la si vede intenta a consolarlo. «Non piangere piccolo mio», dice la donna disperata mentre accarezza delicatamente il figlio. Il video è stato pubblicato ieri sul sito del settimanale transalpino Valeurs Actuelles.
Già all'arrivo in ospedale la donna era stata ripresa da vari canali d'informazione mentre dichiarava in lacrime: «Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri». La madre del giovane tetraplegico ha anche affermato di aver appreso «questa mattina via mail» che l'ospedale stava effettivamente iniziando l'eutanasia di suo figlio. La notizia ha suscitato numerose reazioni nel mondo politico, intrecciandosi con la campagna elettorale per le elezioni europee. Senza sorprese, varie forze di sinistra si sono pronunciate contro la scelta dei genitori del tetraplegico francese. Raphaël Glucksmann, il capolista della formazione Parti Socialiste-Place Publique ha detto che «si deve aver fiducia nei medici» oltre che «nella giustizia del nostro Paese» e «nelle istituzioni europee, quindi smettere i trattamenti».
Anche Manon Aubry, candidata numero uno del partito La France Insoumise si è rimessa alla decisione dei giudici. Yannick Jadot, leader degli ecologisti di Europe-Ecologie-Les Verts, ha richiamato i principi della legge belga che prevede che siano il coniuge oppure ai figli maggiorenni o, se sono ancora in vita, i genitori a decidere per una persona in uno stato vegetativo. Da destra sono invece arrivate critiche alle decisioni dei medici e dei giudici. Jordan Bardella, capolista del Rassemblement National, ha dichiarato ai microfoni della radio Rtl: «Questa decisione giudiziaria mi sciocca». La presidente del suo partito, Marine Le Pen, ha affermato su Franceinfo che si tratta «di una decisione di giustizia che in realtà condanna a morte».
Anche il leader della lista di Debout La France, Nicolas Dupont-Aignan, si è detto «scioccato» dal fatto che «certi militanti favorevoli all'eutanasia facciano di Vincent Lambert un manifesto». Il numero uno della lista de Les Républicains, François-Xavier Bellamy, ha affermato, sempre su Rtl, «non c'è nessuna vita che non sia degna di essere vissuta». Oltre alle forze politiche anche la Chiesa cattolica di Francia ha preso posizione. Già qualche giorno fa, il gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese aveva già invitato a «rispettare l'etica e lo Stato di diritto». Sabato, in un comunicato i vescovi transalpini si sono chiesti il perché di «questa fretta nel condurre» il quarantaduenne tetraplegico «verso la morte». Ieri anche papa Francesco è intervenuto sulla vicenda con un tweet. «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità», ha scritto il santo padre, aggiungendo: «Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto».
Sempre ieri, i due anziani genitori di Vincent hanno presentato diversi appelli. L'avvocato Jean Paillot - che insieme con Jerome Triomphe rappresenta la coppia - ha dichiarato a Rtl di aver presentato nuovi ricorsi al Consiglio di Stato, alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e alla corte d'appello di Parigi. Ma già poche ore dopo la presentazione del ricorso, la Cedu ha risposto negativamente. Nel motivare la sua decisione, l'istituzione europea ha ricordato di aver già respinto una richiesta di misure provvisorie il 30 aprile, aggiungendo che da allora non è emerso «alcun elemento nuovo».
Queste nuove iniziative giudiziarie arrivano dopo le numerose istanze presentate dal 2013, quando i medici avevano già tentato, due volte, di staccare la spina a Vincent Lambert. Solo dall'inizio del 2019, Viviane e suo marito Pierre Lambert, insieme con un nipote e un fratellastro di Vincent, hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, al Consiglio di Stato francese, al Comitato internazionale dell'Onu responsanile dei diritti delle persone handicappate, e al Défenseur des droits (l'authority francese di tutela dei diritti dei cittadini, ndr). Gli unici ad aver dato una risposta positiva, almeno in parte, sono stati il Comitato Onu e l'authority francese. Il primo ha chiesto due volte alla Francia di non interrompere il mantenimento in vita del quarantaduenne tetraplegico. Il secondo, pur dichiarandosi non competente a dirimere la controversia tra l'istituzione internazionale e la giustizia francese, aveva affermato che «le misure provvisorie chieste dal Comitato delle Nazioni unite devono essere rispettate dallo Stato».
Ma il ministro francese della salute, Agnès Buzyn, aveva ridimensionato l'appello dell'ente delle Nazioni Unite: «Non siamo tenuti legalmente a rispondere a questo comitato», aveva dichiarato il ministro lo scorso 5 maggio, «ma ovviamente terremo conto di ciò che dice l'Onu e risponderemo». Sabato scorso i genitori di Lambert hanno inviato un ultimo disperato appello al presidente francese Emmanuel Macron. Hanno implorato il presidente della repubblica francese affinché facesse rispettare «tramite il ministro della salute le obbligazioni della Francia a favore di un uomo handicappato». Gli avvocati hanno anche ricordato al leader transalpino che l'eutanasia di Lambert sarebbe un «segnale disastroso alle persone handicappate e alla comunità internazionale» a poche settimane dall'inizio della presidenza francese del Consiglio d'Europa. Il capo dello Stato francese è intervenuto sulla vicenda, nel tardo pomeriggio di ieri, con un post sulla sua pagina Facebook. Dopo aver dichiarato di essere sensibile all'«angoscia» dovuta al fatto «che in Francia si possa decidere in maniera arbitraria della morte di un cittadino», Macron ha detto che nel suo Paese «non c'è spazio per l'arbitrio» e dunque «non devo immischiarmi nella decisione di sanità e di diritto che è stata presa nel caso di Vincent Lambert». Poco prima del presidente francese si è espressa anche Rachel Lambert, moglie del protagonista di questo probabile primo caso di eutanasia ammesso dalla giustizia francese. Intervistata da Rtl ha dichiarato: «Lo voglio vedere andare via da uomo libero».
Il triste cammino verso l’eutanasia
Il piano inclinato che porta all'uccisione di Vincent Lambert per fame e per sete parte da molto lontano e ha visto l'eutanasia trasformarsi da eccezione applicata a casi limite in cui i parenti del malato ne facevano esplicita richiesta a sistematica eliminazione dei disabili gravi e improduttivi.
Forse il caso che ha diviso maggiormente l'opinione pubblica è stato quello di Eluana Englaro, vissuta in stato vegetativo per 17 anni fino alla morte per disidratazione sopraggiunta il 9 febbraio del 2009 a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale. Eluana a seguito di un incidente era rimasta in uno stato vegetativo permanente ma respirava in maniera autonoma e non era in una fase terminale. Tuttavia dal 1999 la famiglia diede inizio una battaglia giudiziaria per ottenere lo stop dell'alimentazione. Il percorso giudiziario si concluse, dopo la forte opposizione del governo Berlusconi allora in carica, con la Cassazione che per ben due volte si pronunciò a favore della sospensione delle cure. Anche se la ragazza non si era mai espressa sul fine vita i giudici ritennero che le sue volontà potevano essere tratte dalle «sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti».
Il simbolo delle battaglie per l'eutanasia e senza dubbio Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associzione Luca Coscioni. Collegato dal 1997 al respiratore automatico perché affetto da una malattia degenerativa, la distrofia muscolare amiotrofica, il 20 dicembre 2006 Welby decide di far interrompere, sotto sedazione, la respirazione artificiale. Fra i più recenti casi di eutanasia richiesta dal paziente c'è poi quello di dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale che il 27 febbraio del 2017 ha posto fine alle sua vita in un clinica svizzera grazie all'aiuto dell'esponente del Partito radicale, Marco Cappato.
E fra le decine di italiani che hanno attraversato il confine elvetico per raggiungere una clinica della morte c'è stato anche Lucio Magri, giornalista e politico, tra i fondatori del Manifesto, che depresso per la scomparsa della moglie decise di farla finita a 79 anni. La deriva eutanasica è andata molto più veloce nel resto dei Paesi occidentali: in Belgio e Olanda dopo l'approvazione di leggi che hanno regolato la «dolce morte» c'è stata un impennata spaventosa di richieste. Nei Paesi bassi si è passati dai 1.882 casi di morte su richiesta del 2002 ai 6.585 nel 2017.
Al centro delle cronache sono state però le vicende dei bambini della Gran Bretagna ai quali è stata imposta un'eutanasia di Stato contro la volontà dei genitori. Nel 2017 fu la volta di Charlie Gard, affetto da una sindrome da deplezione mitocondriale, e di Isaiah Haastrup, un altro bambino inglese morto per sentenza dell'Alta Corte britannica. Nel 2018 ci fu poi il caso di Alfie Evans che vide anche l'intervento di papa Francesco che lanciò diversi appelli per il piccolo e la mobilitazione dell'ospedale Bambino Gesù che espresse la propria disponibilità ad accogliere il bimbo.
Intanto in Italia sul finire della scorsa legislatura sono state approvate le disposizioni anticipate di trattamento che consento a qualsiasi persona di rifiutare alimentazione e idratazione e di essere rianimati in caso di arresto cardiaco.
Lo scorso ottobre però la Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare sull'eutanasia entro il 24 settembre 2019. La decisione della Consulta è arrivata dopo era stata interrogata sulla costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale che punisce con la stessa pena l'aiuto e l'istigazione al suicidio.
«Rifiutiamo la cultura dello scarto». Ma su questo nessuno ascolta il Papa
Nelle stesse ore in cui nella giornata di ieri, con la sedazione, per Vincent Lambert è iniziato l'iter eutanasico, nel mondo cattolico si sono levate numerose voci contro quella che viene ritenuta a tutti gli effetti l'eliminazione di un essere umano innocente. La più autorevole è stata quella di papa Francesco, intervenuto su Twitter in tarda mattinata: «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto».
Vista la tempistica, il pensiero a «quanti vivono in stato di grave infermità» del pontefice contiene una chiara allusione al caso del tetraplegico francese il quale, tuttavia, non è stato nominato apertis verbis. Se ne deve essere accorto anche Alessandro Gisotti, il direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede dallo scorso dicembre, che ha ripreso il tweet del Santo padre aggiungendovi sopra a quello che ha tutto il sapore di un pensiero esplicativo: «Prions pour #VincentLambert», preghiamo per Vincent Lambert.
Di note didascaliche non ha invece avuto bisogno il cardinale Robert Sarah, che sul suo profilo ha postato direttamente una foto dell'ex infermiere francese di 42 anni accompagnandola con una citazione evangelica anch'essa dal significato lampante: «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere"». (Mt 25, 41-42).
Non meno duro è stato, sempre restando su Twitter, l'intervento di monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, il quale rivolgendosi al medico responsabile del trattamento eutanasico di Lambert, il dottor Vincent Sanchez, capo dell'unità per pazienti cerebrolesi dell'ospedale di Reims, ha tuonato un esplicito: «Stop alla barbarie». Questo è però solo l'ultimo di tutta una serie di interventi dei prelati francesi contro l'eutanasia.
Basti pensare che, appena qualche giorno fa, era stata diffusa una nota congiunta di monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, e del suo vescovo ausiliare, monsignor Bruno Feillet, in cui si rimarcava in modo chiaro che è «dovere di una società umana far sì che nessuno dei suoi membri muoia di fama e di sete, mantenendo in essere tutte le cure adeguate». «La grandezza dell'umanità», proseguiva la nota, «sta nel considerare inalienabile e inviolabile la dignità di ciascuno dei suoi componenti, specialmente i più fragili». Dai due prelati, infine, una chiara critica ai medici di Reims: «Una società deve sapere avere fiducia dei medici […] i medici, dal canto loro, devono accettare di tener conto delle opinioni dei parenti e aiutare le loro decisioni».
L'indignazione per quanto sta accadendo non interessa comunque solo il clero, bensì tutto il mondo cattolico e pro life francese. Jean-Marie Le Méné, per esempio, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune ha protestato contro quella che, in un comunicato, ha definito una «uccisione scandalosa». Anche la politica italiana si è mostrata scossa dalla vicenda, con Massimiliano Salini di Forza Italia che ha dichiarato che interrompere le cure di Lambert significa «negare il diritto inviolabile alla vita», mentre Giorgia Meloni su Facebook ha chiesto alla Francia di fermarsi «e di farlo subito prima che muoia un innocente», e il leghista Simone Pillon ha invitato tutti alla mobilitazione: «Alziamoci in piedi e urliamo mai più!».
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Parigi ignora la richiesta di rinvio giunta dall'Onu e procede alla sedazione profonda del tetraplegico. La condanna a morte viene eseguita senza appello.Da Eluana Englaro a dj Fabo, passando per i piccoli Alfie Evans e Charlie Gard. In Occidente si sta affermando la tendenza che porta all'eliminazione dei deboli.Il Pontefice invita via Twitter a «custodire la vita». Anche la politica italiana si mobilita.Lo speciale contiene tre articoli.Vincent Lambert ha iniziato a morire di fame e di sete. Secondo i medici potrebbe sopravvivere da due a quattro giorni. L'equipe medica dell'ospedale di Reims - dove si trova il quarantaduenne ex infermiere psichiatrico, tetraplegico dal 2008 dopo un incidente stradale - ha iniziato le procedure per la fine dell'alimentazione e dell'idratazione. Domenica scorsa Viviane Lambert, la madre settantatreenne di Vincent, ha realizzato un video nel quale la si vede intenta a consolarlo. «Non piangere piccolo mio», dice la donna disperata mentre accarezza delicatamente il figlio. Il video è stato pubblicato ieri sul sito del settimanale transalpino Valeurs Actuelles.Già all'arrivo in ospedale la donna era stata ripresa da vari canali d'informazione mentre dichiarava in lacrime: «Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri». La madre del giovane tetraplegico ha anche affermato di aver appreso «questa mattina via mail» che l'ospedale stava effettivamente iniziando l'eutanasia di suo figlio. La notizia ha suscitato numerose reazioni nel mondo politico, intrecciandosi con la campagna elettorale per le elezioni europee. Senza sorprese, varie forze di sinistra si sono pronunciate contro la scelta dei genitori del tetraplegico francese. Raphaël Glucksmann, il capolista della formazione Parti Socialiste-Place Publique ha detto che «si deve aver fiducia nei medici» oltre che «nella giustizia del nostro Paese» e «nelle istituzioni europee, quindi smettere i trattamenti». Anche Manon Aubry, candidata numero uno del partito La France Insoumise si è rimessa alla decisione dei giudici. Yannick Jadot, leader degli ecologisti di Europe-Ecologie-Les Verts, ha richiamato i principi della legge belga che prevede che siano il coniuge oppure ai figli maggiorenni o, se sono ancora in vita, i genitori a decidere per una persona in uno stato vegetativo. Da destra sono invece arrivate critiche alle decisioni dei medici e dei giudici. Jordan Bardella, capolista del Rassemblement National, ha dichiarato ai microfoni della radio Rtl: «Questa decisione giudiziaria mi sciocca». La presidente del suo partito, Marine Le Pen, ha affermato su Franceinfo che si tratta «di una decisione di giustizia che in realtà condanna a morte». Anche il leader della lista di Debout La France, Nicolas Dupont-Aignan, si è detto «scioccato» dal fatto che «certi militanti favorevoli all'eutanasia facciano di Vincent Lambert un manifesto». Il numero uno della lista de Les Républicains, François-Xavier Bellamy, ha affermato, sempre su Rtl, «non c'è nessuna vita che non sia degna di essere vissuta». Oltre alle forze politiche anche la Chiesa cattolica di Francia ha preso posizione. Già qualche giorno fa, il gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese aveva già invitato a «rispettare l'etica e lo Stato di diritto». Sabato, in un comunicato i vescovi transalpini si sono chiesti il perché di «questa fretta nel condurre» il quarantaduenne tetraplegico «verso la morte». Ieri anche papa Francesco è intervenuto sulla vicenda con un tweet. «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità», ha scritto il santo padre, aggiungendo: «Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto». Sempre ieri, i due anziani genitori di Vincent hanno presentato diversi appelli. L'avvocato Jean Paillot - che insieme con Jerome Triomphe rappresenta la coppia - ha dichiarato a Rtl di aver presentato nuovi ricorsi al Consiglio di Stato, alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e alla corte d'appello di Parigi. Ma già poche ore dopo la presentazione del ricorso, la Cedu ha risposto negativamente. Nel motivare la sua decisione, l'istituzione europea ha ricordato di aver già respinto una richiesta di misure provvisorie il 30 aprile, aggiungendo che da allora non è emerso «alcun elemento nuovo». Queste nuove iniziative giudiziarie arrivano dopo le numerose istanze presentate dal 2013, quando i medici avevano già tentato, due volte, di staccare la spina a Vincent Lambert. Solo dall'inizio del 2019, Viviane e suo marito Pierre Lambert, insieme con un nipote e un fratellastro di Vincent, hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, al Consiglio di Stato francese, al Comitato internazionale dell'Onu responsanile dei diritti delle persone handicappate, e al Défenseur des droits (l'authority francese di tutela dei diritti dei cittadini, ndr). Gli unici ad aver dato una risposta positiva, almeno in parte, sono stati il Comitato Onu e l'authority francese. Il primo ha chiesto due volte alla Francia di non interrompere il mantenimento in vita del quarantaduenne tetraplegico. Il secondo, pur dichiarandosi non competente a dirimere la controversia tra l'istituzione internazionale e la giustizia francese, aveva affermato che «le misure provvisorie chieste dal Comitato delle Nazioni unite devono essere rispettate dallo Stato». Ma il ministro francese della salute, Agnès Buzyn, aveva ridimensionato l'appello dell'ente delle Nazioni Unite: «Non siamo tenuti legalmente a rispondere a questo comitato», aveva dichiarato il ministro lo scorso 5 maggio, «ma ovviamente terremo conto di ciò che dice l'Onu e risponderemo». Sabato scorso i genitori di Lambert hanno inviato un ultimo disperato appello al presidente francese Emmanuel Macron. Hanno implorato il presidente della repubblica francese affinché facesse rispettare «tramite il ministro della salute le obbligazioni della Francia a favore di un uomo handicappato». Gli avvocati hanno anche ricordato al leader transalpino che l'eutanasia di Lambert sarebbe un «segnale disastroso alle persone handicappate e alla comunità internazionale» a poche settimane dall'inizio della presidenza francese del Consiglio d'Europa. Il capo dello Stato francese è intervenuto sulla vicenda, nel tardo pomeriggio di ieri, con un post sulla sua pagina Facebook. Dopo aver dichiarato di essere sensibile all'«angoscia» dovuta al fatto «che in Francia si possa decidere in maniera arbitraria della morte di un cittadino», Macron ha detto che nel suo Paese «non c'è spazio per l'arbitrio» e dunque «non devo immischiarmi nella decisione di sanità e di diritto che è stata presa nel caso di Vincent Lambert». Poco prima del presidente francese si è espressa anche Rachel Lambert, moglie del protagonista di questo probabile primo caso di eutanasia ammesso dalla giustizia francese. 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Forse il caso che ha diviso maggiormente l'opinione pubblica è stato quello di Eluana Englaro, vissuta in stato vegetativo per 17 anni fino alla morte per disidratazione sopraggiunta il 9 febbraio del 2009 a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale. Eluana a seguito di un incidente era rimasta in uno stato vegetativo permanente ma respirava in maniera autonoma e non era in una fase terminale. Tuttavia dal 1999 la famiglia diede inizio una battaglia giudiziaria per ottenere lo stop dell'alimentazione. Il percorso giudiziario si concluse, dopo la forte opposizione del governo Berlusconi allora in carica, con la Cassazione che per ben due volte si pronunciò a favore della sospensione delle cure. Anche se la ragazza non si era mai espressa sul fine vita i giudici ritennero che le sue volontà potevano essere tratte dalle «sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti». Il simbolo delle battaglie per l'eutanasia e senza dubbio Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associzione Luca Coscioni. Collegato dal 1997 al respiratore automatico perché affetto da una malattia degenerativa, la distrofia muscolare amiotrofica, il 20 dicembre 2006 Welby decide di far interrompere, sotto sedazione, la respirazione artificiale. Fra i più recenti casi di eutanasia richiesta dal paziente c'è poi quello di dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale che il 27 febbraio del 2017 ha posto fine alle sua vita in un clinica svizzera grazie all'aiuto dell'esponente del Partito radicale, Marco Cappato. E fra le decine di italiani che hanno attraversato il confine elvetico per raggiungere una clinica della morte c'è stato anche Lucio Magri, giornalista e politico, tra i fondatori del Manifesto, che depresso per la scomparsa della moglie decise di farla finita a 79 anni. La deriva eutanasica è andata molto più veloce nel resto dei Paesi occidentali: in Belgio e Olanda dopo l'approvazione di leggi che hanno regolato la «dolce morte» c'è stata un impennata spaventosa di richieste. Nei Paesi bassi si è passati dai 1.882 casi di morte su richiesta del 2002 ai 6.585 nel 2017. Al centro delle cronache sono state però le vicende dei bambini della Gran Bretagna ai quali è stata imposta un'eutanasia di Stato contro la volontà dei genitori. Nel 2017 fu la volta di Charlie Gard, affetto da una sindrome da deplezione mitocondriale, e di Isaiah Haastrup, un altro bambino inglese morto per sentenza dell'Alta Corte britannica. Nel 2018 ci fu poi il caso di Alfie Evans che vide anche l'intervento di papa Francesco che lanciò diversi appelli per il piccolo e la mobilitazione dell'ospedale Bambino Gesù che espresse la propria disponibilità ad accogliere il bimbo. Intanto in Italia sul finire della scorsa legislatura sono state approvate le disposizioni anticipate di trattamento che consento a qualsiasi persona di rifiutare alimentazione e idratazione e di essere rianimati in caso di arresto cardiaco. Lo scorso ottobre però la Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare sull'eutanasia entro il 24 settembre 2019. La decisione della Consulta è arrivata dopo era stata interrogata sulla costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale che punisce con la stessa pena l'aiuto e l'istigazione al suicidio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nemmeno-le-sue-lacrime-fermano-i-medici-che-stanno-ammazzando-vincent-lambert-2637631773.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rifiutiamo-la-cultura-dello-scarto-ma-su-questo-nessuno-ascolta-il-papa" data-post-id="2637631773" data-published-at="1770714173" data-use-pagination="False"> «Rifiutiamo la cultura dello scarto». Ma su questo nessuno ascolta il Papa Nelle stesse ore in cui nella giornata di ieri, con la sedazione, per Vincent Lambert è iniziato l'iter eutanasico, nel mondo cattolico si sono levate numerose voci contro quella che viene ritenuta a tutti gli effetti l'eliminazione di un essere umano innocente. La più autorevole è stata quella di papa Francesco, intervenuto su Twitter in tarda mattinata: «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto». Vista la tempistica, il pensiero a «quanti vivono in stato di grave infermità» del pontefice contiene una chiara allusione al caso del tetraplegico francese il quale, tuttavia, non è stato nominato apertis verbis. Se ne deve essere accorto anche Alessandro Gisotti, il direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede dallo scorso dicembre, che ha ripreso il tweet del Santo padre aggiungendovi sopra a quello che ha tutto il sapore di un pensiero esplicativo: «Prions pour #VincentLambert», preghiamo per Vincent Lambert. Di note didascaliche non ha invece avuto bisogno il cardinale Robert Sarah, che sul suo profilo ha postato direttamente una foto dell'ex infermiere francese di 42 anni accompagnandola con una citazione evangelica anch'essa dal significato lampante: «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere"». (Mt 25, 41-42). Non meno duro è stato, sempre restando su Twitter, l'intervento di monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, il quale rivolgendosi al medico responsabile del trattamento eutanasico di Lambert, il dottor Vincent Sanchez, capo dell'unità per pazienti cerebrolesi dell'ospedale di Reims, ha tuonato un esplicito: «Stop alla barbarie». Questo è però solo l'ultimo di tutta una serie di interventi dei prelati francesi contro l'eutanasia. Basti pensare che, appena qualche giorno fa, era stata diffusa una nota congiunta di monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, e del suo vescovo ausiliare, monsignor Bruno Feillet, in cui si rimarcava in modo chiaro che è «dovere di una società umana far sì che nessuno dei suoi membri muoia di fama e di sete, mantenendo in essere tutte le cure adeguate». «La grandezza dell'umanità», proseguiva la nota, «sta nel considerare inalienabile e inviolabile la dignità di ciascuno dei suoi componenti, specialmente i più fragili». Dai due prelati, infine, una chiara critica ai medici di Reims: «Una società deve sapere avere fiducia dei medici […] i medici, dal canto loro, devono accettare di tener conto delle opinioni dei parenti e aiutare le loro decisioni». L'indignazione per quanto sta accadendo non interessa comunque solo il clero, bensì tutto il mondo cattolico e pro life francese. Jean-Marie Le Méné, per esempio, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune ha protestato contro quella che, in un comunicato, ha definito una «uccisione scandalosa». Anche la politica italiana si è mostrata scossa dalla vicenda, con Massimiliano Salini di Forza Italia che ha dichiarato che interrompere le cure di Lambert significa «negare il diritto inviolabile alla vita», mentre Giorgia Meloni su Facebook ha chiesto alla Francia di fermarsi «e di farlo subito prima che muoia un innocente», e il leghista Simone Pillon ha invitato tutti alla mobilitazione: «Alziamoci in piedi e urliamo mai più!».
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
«Nei gruppi di antagonisti ci sono veri e propri “esperti del disordine” che si macchiano di violenze gravissime da decenni. Sono sempre in cerca di nuovi pretesti per mobilitarsi: Tav, Tap, Medio Oriente, alternanza scuola lavoro, il Ponte, l’Expo, l’ambiente e adesso perfino le Olimpiadi invernali. Ora si mobiliteranno anche per il pacchetto sicurezza? Io credo che, se non avessimo varato le norme, questi soggetti sarebbero comunque all’opera. Basta leggere i loro comunicati per capire le loro intenzioni deliranti».
Per Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia «hanno ragione quelli di Askatasuna quando dicono che il loro non è un edificio, ma è una proposta, un’attitudine e un atteggiamento. In effetti, è la proposta di praticare il metodo della violenza mettendo a ferro e fuoco le città. È un metodo, quello della prevaricazione, dell’intolleranza, dello stalinismo. È un’attitudine, quella di avere atteggiamenti contrari ai principi fondamentali della legge. Pertanto, Askatasuna non è un edificio e forse non è neanche soltanto una proposta, un metodo, un’attitudine. È semplicemente una tragedia che si è abbattuta sul nostro Paese, che ha prodotto centinaia e centinaia di poliziotti, carabinieri e esponenti della guardia di finanza, feriti in questi anni. Non bisogna soltanto togliergli la sede, bisogna anche infliggergli le giuste condanne che la magistratura ha sin qui esitato a definire nella proporzione adeguata». Insomma il 28 marzo sarà il banco di prova per capire se queste nuove norme potranno realmente limitare i danni e le violenze di queste guerriglie urbane.
Rispetto alla misura del fermo preventivo, si contesta che per gli arrestati di Torino non si poteva applicare perché i violenti risultavano tutti incensurati. Piantedosi però ha chiarito che non si valuteranno solo i precedenti ma anche tutte quelle azioni che possano portare a pensare la predisposizione allo scontro: «Si valuteranno anche altri comportamenti univoci ed eloquenti, ad esempio proprio quelli di essersi predisposti agli scontri, rilevabile da oggetti trovati addosso». Altri strumenti da valutare potrebbero essere le conversazioni delle chat oppure il monitoraggio dei social.
Per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine, anche quello è destinato a crescere. Negli ultimi 3 anni sono stati assunti 40.000 tra uomini e donne in uniforme, nell’ultimo anno 3.500 unità e a giugno ci sarà un’altra tornata. Sino al 2027 avremo altre 30.000 unità: «Dobbiamo coprire il turn over che abbiamo trovato dei pensionamenti, ma soprattutto adeguare le forze di polizia anche alle strumentazioni: dai guanti anti-taglio che non c’erano ai mezzi per bloccare dei cortei violenti come quelli che abbiamo visto», ha spiegato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, aggiungendo: «Abbiamo dovuto rafforzare i presidi nelle grandi stazioni e nei pronto soccorso. Vediamo quello che avviene nelle tante piazze italiane. Quello che chiede il cittadino è sicurezza che purtroppo si avverte spesso essere traballante. Ma parliamo anche di nuovi pericoli, di forme eversive. Ciò che è avvenuto ad Askatasuna è una forma eversiva. Noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni».
Sul decreto, Ferro spiega che queste nuove misure rispondono a nuove urgenze come «il fermo preventivo di 12 ore in occasioni di manifestazioni dove le forze di polizia hanno elementi per essere preoccupate».
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Ansa
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
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