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2019-05-21
Nemmeno le sue lacrime fermano i medici che stanno ammazzando Vincent Lambert
Ansa
Vincent Lambert ha iniziato a morire di fame e di sete. Secondo i medici potrebbe sopravvivere da due a quattro giorni. L'equipe medica dell'ospedale di Reims - dove si trova il quarantaduenne ex infermiere psichiatrico, tetraplegico dal 2008 dopo un incidente stradale - ha iniziato le procedure per la fine dell'alimentazione e dell'idratazione. Domenica scorsa Viviane Lambert, la madre settantatreenne di Vincent, ha realizzato un video nel quale la si vede intenta a consolarlo. «Non piangere piccolo mio», dice la donna disperata mentre accarezza delicatamente il figlio. Il video è stato pubblicato ieri sul sito del settimanale transalpino Valeurs Actuelles.
Già all'arrivo in ospedale la donna era stata ripresa da vari canali d'informazione mentre dichiarava in lacrime: «Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri». La madre del giovane tetraplegico ha anche affermato di aver appreso «questa mattina via mail» che l'ospedale stava effettivamente iniziando l'eutanasia di suo figlio. La notizia ha suscitato numerose reazioni nel mondo politico, intrecciandosi con la campagna elettorale per le elezioni europee. Senza sorprese, varie forze di sinistra si sono pronunciate contro la scelta dei genitori del tetraplegico francese. Raphaël Glucksmann, il capolista della formazione Parti Socialiste-Place Publique ha detto che «si deve aver fiducia nei medici» oltre che «nella giustizia del nostro Paese» e «nelle istituzioni europee, quindi smettere i trattamenti».
Anche Manon Aubry, candidata numero uno del partito La France Insoumise si è rimessa alla decisione dei giudici. Yannick Jadot, leader degli ecologisti di Europe-Ecologie-Les Verts, ha richiamato i principi della legge belga che prevede che siano il coniuge oppure ai figli maggiorenni o, se sono ancora in vita, i genitori a decidere per una persona in uno stato vegetativo. Da destra sono invece arrivate critiche alle decisioni dei medici e dei giudici. Jordan Bardella, capolista del Rassemblement National, ha dichiarato ai microfoni della radio Rtl: «Questa decisione giudiziaria mi sciocca». La presidente del suo partito, Marine Le Pen, ha affermato su Franceinfo che si tratta «di una decisione di giustizia che in realtà condanna a morte».
Anche il leader della lista di Debout La France, Nicolas Dupont-Aignan, si è detto «scioccato» dal fatto che «certi militanti favorevoli all'eutanasia facciano di Vincent Lambert un manifesto». Il numero uno della lista de Les Républicains, François-Xavier Bellamy, ha affermato, sempre su Rtl, «non c'è nessuna vita che non sia degna di essere vissuta». Oltre alle forze politiche anche la Chiesa cattolica di Francia ha preso posizione. Già qualche giorno fa, il gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese aveva già invitato a «rispettare l'etica e lo Stato di diritto». Sabato, in un comunicato i vescovi transalpini si sono chiesti il perché di «questa fretta nel condurre» il quarantaduenne tetraplegico «verso la morte». Ieri anche papa Francesco è intervenuto sulla vicenda con un tweet. «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità», ha scritto il santo padre, aggiungendo: «Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto».
Sempre ieri, i due anziani genitori di Vincent hanno presentato diversi appelli. L'avvocato Jean Paillot - che insieme con Jerome Triomphe rappresenta la coppia - ha dichiarato a Rtl di aver presentato nuovi ricorsi al Consiglio di Stato, alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e alla corte d'appello di Parigi. Ma già poche ore dopo la presentazione del ricorso, la Cedu ha risposto negativamente. Nel motivare la sua decisione, l'istituzione europea ha ricordato di aver già respinto una richiesta di misure provvisorie il 30 aprile, aggiungendo che da allora non è emerso «alcun elemento nuovo».
Queste nuove iniziative giudiziarie arrivano dopo le numerose istanze presentate dal 2013, quando i medici avevano già tentato, due volte, di staccare la spina a Vincent Lambert. Solo dall'inizio del 2019, Viviane e suo marito Pierre Lambert, insieme con un nipote e un fratellastro di Vincent, hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, al Consiglio di Stato francese, al Comitato internazionale dell'Onu responsanile dei diritti delle persone handicappate, e al Défenseur des droits (l'authority francese di tutela dei diritti dei cittadini, ndr). Gli unici ad aver dato una risposta positiva, almeno in parte, sono stati il Comitato Onu e l'authority francese. Il primo ha chiesto due volte alla Francia di non interrompere il mantenimento in vita del quarantaduenne tetraplegico. Il secondo, pur dichiarandosi non competente a dirimere la controversia tra l'istituzione internazionale e la giustizia francese, aveva affermato che «le misure provvisorie chieste dal Comitato delle Nazioni unite devono essere rispettate dallo Stato».
Ma il ministro francese della salute, Agnès Buzyn, aveva ridimensionato l'appello dell'ente delle Nazioni Unite: «Non siamo tenuti legalmente a rispondere a questo comitato», aveva dichiarato il ministro lo scorso 5 maggio, «ma ovviamente terremo conto di ciò che dice l'Onu e risponderemo». Sabato scorso i genitori di Lambert hanno inviato un ultimo disperato appello al presidente francese Emmanuel Macron. Hanno implorato il presidente della repubblica francese affinché facesse rispettare «tramite il ministro della salute le obbligazioni della Francia a favore di un uomo handicappato». Gli avvocati hanno anche ricordato al leader transalpino che l'eutanasia di Lambert sarebbe un «segnale disastroso alle persone handicappate e alla comunità internazionale» a poche settimane dall'inizio della presidenza francese del Consiglio d'Europa. Il capo dello Stato francese è intervenuto sulla vicenda, nel tardo pomeriggio di ieri, con un post sulla sua pagina Facebook. Dopo aver dichiarato di essere sensibile all'«angoscia» dovuta al fatto «che in Francia si possa decidere in maniera arbitraria della morte di un cittadino», Macron ha detto che nel suo Paese «non c'è spazio per l'arbitrio» e dunque «non devo immischiarmi nella decisione di sanità e di diritto che è stata presa nel caso di Vincent Lambert». Poco prima del presidente francese si è espressa anche Rachel Lambert, moglie del protagonista di questo probabile primo caso di eutanasia ammesso dalla giustizia francese. Intervistata da Rtl ha dichiarato: «Lo voglio vedere andare via da uomo libero».
Il triste cammino verso l’eutanasia
Il piano inclinato che porta all'uccisione di Vincent Lambert per fame e per sete parte da molto lontano e ha visto l'eutanasia trasformarsi da eccezione applicata a casi limite in cui i parenti del malato ne facevano esplicita richiesta a sistematica eliminazione dei disabili gravi e improduttivi.
Forse il caso che ha diviso maggiormente l'opinione pubblica è stato quello di Eluana Englaro, vissuta in stato vegetativo per 17 anni fino alla morte per disidratazione sopraggiunta il 9 febbraio del 2009 a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale. Eluana a seguito di un incidente era rimasta in uno stato vegetativo permanente ma respirava in maniera autonoma e non era in una fase terminale. Tuttavia dal 1999 la famiglia diede inizio una battaglia giudiziaria per ottenere lo stop dell'alimentazione. Il percorso giudiziario si concluse, dopo la forte opposizione del governo Berlusconi allora in carica, con la Cassazione che per ben due volte si pronunciò a favore della sospensione delle cure. Anche se la ragazza non si era mai espressa sul fine vita i giudici ritennero che le sue volontà potevano essere tratte dalle «sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti».
Il simbolo delle battaglie per l'eutanasia e senza dubbio Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associzione Luca Coscioni. Collegato dal 1997 al respiratore automatico perché affetto da una malattia degenerativa, la distrofia muscolare amiotrofica, il 20 dicembre 2006 Welby decide di far interrompere, sotto sedazione, la respirazione artificiale. Fra i più recenti casi di eutanasia richiesta dal paziente c'è poi quello di dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale che il 27 febbraio del 2017 ha posto fine alle sua vita in un clinica svizzera grazie all'aiuto dell'esponente del Partito radicale, Marco Cappato.
E fra le decine di italiani che hanno attraversato il confine elvetico per raggiungere una clinica della morte c'è stato anche Lucio Magri, giornalista e politico, tra i fondatori del Manifesto, che depresso per la scomparsa della moglie decise di farla finita a 79 anni. La deriva eutanasica è andata molto più veloce nel resto dei Paesi occidentali: in Belgio e Olanda dopo l'approvazione di leggi che hanno regolato la «dolce morte» c'è stata un impennata spaventosa di richieste. Nei Paesi bassi si è passati dai 1.882 casi di morte su richiesta del 2002 ai 6.585 nel 2017.
Al centro delle cronache sono state però le vicende dei bambini della Gran Bretagna ai quali è stata imposta un'eutanasia di Stato contro la volontà dei genitori. Nel 2017 fu la volta di Charlie Gard, affetto da una sindrome da deplezione mitocondriale, e di Isaiah Haastrup, un altro bambino inglese morto per sentenza dell'Alta Corte britannica. Nel 2018 ci fu poi il caso di Alfie Evans che vide anche l'intervento di papa Francesco che lanciò diversi appelli per il piccolo e la mobilitazione dell'ospedale Bambino Gesù che espresse la propria disponibilità ad accogliere il bimbo.
Intanto in Italia sul finire della scorsa legislatura sono state approvate le disposizioni anticipate di trattamento che consento a qualsiasi persona di rifiutare alimentazione e idratazione e di essere rianimati in caso di arresto cardiaco.
Lo scorso ottobre però la Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare sull'eutanasia entro il 24 settembre 2019. La decisione della Consulta è arrivata dopo era stata interrogata sulla costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale che punisce con la stessa pena l'aiuto e l'istigazione al suicidio.
«Rifiutiamo la cultura dello scarto». Ma su questo nessuno ascolta il Papa
Nelle stesse ore in cui nella giornata di ieri, con la sedazione, per Vincent Lambert è iniziato l'iter eutanasico, nel mondo cattolico si sono levate numerose voci contro quella che viene ritenuta a tutti gli effetti l'eliminazione di un essere umano innocente. La più autorevole è stata quella di papa Francesco, intervenuto su Twitter in tarda mattinata: «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto».
Vista la tempistica, il pensiero a «quanti vivono in stato di grave infermità» del pontefice contiene una chiara allusione al caso del tetraplegico francese il quale, tuttavia, non è stato nominato apertis verbis. Se ne deve essere accorto anche Alessandro Gisotti, il direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede dallo scorso dicembre, che ha ripreso il tweet del Santo padre aggiungendovi sopra a quello che ha tutto il sapore di un pensiero esplicativo: «Prions pour #VincentLambert», preghiamo per Vincent Lambert.
Di note didascaliche non ha invece avuto bisogno il cardinale Robert Sarah, che sul suo profilo ha postato direttamente una foto dell'ex infermiere francese di 42 anni accompagnandola con una citazione evangelica anch'essa dal significato lampante: «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere"». (Mt 25, 41-42).
Non meno duro è stato, sempre restando su Twitter, l'intervento di monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, il quale rivolgendosi al medico responsabile del trattamento eutanasico di Lambert, il dottor Vincent Sanchez, capo dell'unità per pazienti cerebrolesi dell'ospedale di Reims, ha tuonato un esplicito: «Stop alla barbarie». Questo è però solo l'ultimo di tutta una serie di interventi dei prelati francesi contro l'eutanasia.
Basti pensare che, appena qualche giorno fa, era stata diffusa una nota congiunta di monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, e del suo vescovo ausiliare, monsignor Bruno Feillet, in cui si rimarcava in modo chiaro che è «dovere di una società umana far sì che nessuno dei suoi membri muoia di fama e di sete, mantenendo in essere tutte le cure adeguate». «La grandezza dell'umanità», proseguiva la nota, «sta nel considerare inalienabile e inviolabile la dignità di ciascuno dei suoi componenti, specialmente i più fragili». Dai due prelati, infine, una chiara critica ai medici di Reims: «Una società deve sapere avere fiducia dei medici […] i medici, dal canto loro, devono accettare di tener conto delle opinioni dei parenti e aiutare le loro decisioni».
L'indignazione per quanto sta accadendo non interessa comunque solo il clero, bensì tutto il mondo cattolico e pro life francese. Jean-Marie Le Méné, per esempio, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune ha protestato contro quella che, in un comunicato, ha definito una «uccisione scandalosa». Anche la politica italiana si è mostrata scossa dalla vicenda, con Massimiliano Salini di Forza Italia che ha dichiarato che interrompere le cure di Lambert significa «negare il diritto inviolabile alla vita», mentre Giorgia Meloni su Facebook ha chiesto alla Francia di fermarsi «e di farlo subito prima che muoia un innocente», e il leghista Simone Pillon ha invitato tutti alla mobilitazione: «Alziamoci in piedi e urliamo mai più!».
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Parigi ignora la richiesta di rinvio giunta dall'Onu e procede alla sedazione profonda del tetraplegico. La condanna a morte viene eseguita senza appello.Da Eluana Englaro a dj Fabo, passando per i piccoli Alfie Evans e Charlie Gard. In Occidente si sta affermando la tendenza che porta all'eliminazione dei deboli.Il Pontefice invita via Twitter a «custodire la vita». Anche la politica italiana si mobilita.Lo speciale contiene tre articoli.Vincent Lambert ha iniziato a morire di fame e di sete. Secondo i medici potrebbe sopravvivere da due a quattro giorni. L'equipe medica dell'ospedale di Reims - dove si trova il quarantaduenne ex infermiere psichiatrico, tetraplegico dal 2008 dopo un incidente stradale - ha iniziato le procedure per la fine dell'alimentazione e dell'idratazione. Domenica scorsa Viviane Lambert, la madre settantatreenne di Vincent, ha realizzato un video nel quale la si vede intenta a consolarlo. «Non piangere piccolo mio», dice la donna disperata mentre accarezza delicatamente il figlio. Il video è stato pubblicato ieri sul sito del settimanale transalpino Valeurs Actuelles.Già all'arrivo in ospedale la donna era stata ripresa da vari canali d'informazione mentre dichiarava in lacrime: «Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri». La madre del giovane tetraplegico ha anche affermato di aver appreso «questa mattina via mail» che l'ospedale stava effettivamente iniziando l'eutanasia di suo figlio. La notizia ha suscitato numerose reazioni nel mondo politico, intrecciandosi con la campagna elettorale per le elezioni europee. Senza sorprese, varie forze di sinistra si sono pronunciate contro la scelta dei genitori del tetraplegico francese. Raphaël Glucksmann, il capolista della formazione Parti Socialiste-Place Publique ha detto che «si deve aver fiducia nei medici» oltre che «nella giustizia del nostro Paese» e «nelle istituzioni europee, quindi smettere i trattamenti». Anche Manon Aubry, candidata numero uno del partito La France Insoumise si è rimessa alla decisione dei giudici. Yannick Jadot, leader degli ecologisti di Europe-Ecologie-Les Verts, ha richiamato i principi della legge belga che prevede che siano il coniuge oppure ai figli maggiorenni o, se sono ancora in vita, i genitori a decidere per una persona in uno stato vegetativo. Da destra sono invece arrivate critiche alle decisioni dei medici e dei giudici. Jordan Bardella, capolista del Rassemblement National, ha dichiarato ai microfoni della radio Rtl: «Questa decisione giudiziaria mi sciocca». La presidente del suo partito, Marine Le Pen, ha affermato su Franceinfo che si tratta «di una decisione di giustizia che in realtà condanna a morte». Anche il leader della lista di Debout La France, Nicolas Dupont-Aignan, si è detto «scioccato» dal fatto che «certi militanti favorevoli all'eutanasia facciano di Vincent Lambert un manifesto». Il numero uno della lista de Les Républicains, François-Xavier Bellamy, ha affermato, sempre su Rtl, «non c'è nessuna vita che non sia degna di essere vissuta». Oltre alle forze politiche anche la Chiesa cattolica di Francia ha preso posizione. Già qualche giorno fa, il gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese aveva già invitato a «rispettare l'etica e lo Stato di diritto». Sabato, in un comunicato i vescovi transalpini si sono chiesti il perché di «questa fretta nel condurre» il quarantaduenne tetraplegico «verso la morte». Ieri anche papa Francesco è intervenuto sulla vicenda con un tweet. «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità», ha scritto il santo padre, aggiungendo: «Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto». Sempre ieri, i due anziani genitori di Vincent hanno presentato diversi appelli. L'avvocato Jean Paillot - che insieme con Jerome Triomphe rappresenta la coppia - ha dichiarato a Rtl di aver presentato nuovi ricorsi al Consiglio di Stato, alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e alla corte d'appello di Parigi. Ma già poche ore dopo la presentazione del ricorso, la Cedu ha risposto negativamente. Nel motivare la sua decisione, l'istituzione europea ha ricordato di aver già respinto una richiesta di misure provvisorie il 30 aprile, aggiungendo che da allora non è emerso «alcun elemento nuovo». Queste nuove iniziative giudiziarie arrivano dopo le numerose istanze presentate dal 2013, quando i medici avevano già tentato, due volte, di staccare la spina a Vincent Lambert. Solo dall'inizio del 2019, Viviane e suo marito Pierre Lambert, insieme con un nipote e un fratellastro di Vincent, hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, al Consiglio di Stato francese, al Comitato internazionale dell'Onu responsanile dei diritti delle persone handicappate, e al Défenseur des droits (l'authority francese di tutela dei diritti dei cittadini, ndr). Gli unici ad aver dato una risposta positiva, almeno in parte, sono stati il Comitato Onu e l'authority francese. Il primo ha chiesto due volte alla Francia di non interrompere il mantenimento in vita del quarantaduenne tetraplegico. Il secondo, pur dichiarandosi non competente a dirimere la controversia tra l'istituzione internazionale e la giustizia francese, aveva affermato che «le misure provvisorie chieste dal Comitato delle Nazioni unite devono essere rispettate dallo Stato». Ma il ministro francese della salute, Agnès Buzyn, aveva ridimensionato l'appello dell'ente delle Nazioni Unite: «Non siamo tenuti legalmente a rispondere a questo comitato», aveva dichiarato il ministro lo scorso 5 maggio, «ma ovviamente terremo conto di ciò che dice l'Onu e risponderemo». Sabato scorso i genitori di Lambert hanno inviato un ultimo disperato appello al presidente francese Emmanuel Macron. Hanno implorato il presidente della repubblica francese affinché facesse rispettare «tramite il ministro della salute le obbligazioni della Francia a favore di un uomo handicappato». Gli avvocati hanno anche ricordato al leader transalpino che l'eutanasia di Lambert sarebbe un «segnale disastroso alle persone handicappate e alla comunità internazionale» a poche settimane dall'inizio della presidenza francese del Consiglio d'Europa. Il capo dello Stato francese è intervenuto sulla vicenda, nel tardo pomeriggio di ieri, con un post sulla sua pagina Facebook. Dopo aver dichiarato di essere sensibile all'«angoscia» dovuta al fatto «che in Francia si possa decidere in maniera arbitraria della morte di un cittadino», Macron ha detto che nel suo Paese «non c'è spazio per l'arbitrio» e dunque «non devo immischiarmi nella decisione di sanità e di diritto che è stata presa nel caso di Vincent Lambert». Poco prima del presidente francese si è espressa anche Rachel Lambert, moglie del protagonista di questo probabile primo caso di eutanasia ammesso dalla giustizia francese. 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Forse il caso che ha diviso maggiormente l'opinione pubblica è stato quello di Eluana Englaro, vissuta in stato vegetativo per 17 anni fino alla morte per disidratazione sopraggiunta il 9 febbraio del 2009 a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale. Eluana a seguito di un incidente era rimasta in uno stato vegetativo permanente ma respirava in maniera autonoma e non era in una fase terminale. Tuttavia dal 1999 la famiglia diede inizio una battaglia giudiziaria per ottenere lo stop dell'alimentazione. Il percorso giudiziario si concluse, dopo la forte opposizione del governo Berlusconi allora in carica, con la Cassazione che per ben due volte si pronunciò a favore della sospensione delle cure. Anche se la ragazza non si era mai espressa sul fine vita i giudici ritennero che le sue volontà potevano essere tratte dalle «sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti». Il simbolo delle battaglie per l'eutanasia e senza dubbio Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associzione Luca Coscioni. Collegato dal 1997 al respiratore automatico perché affetto da una malattia degenerativa, la distrofia muscolare amiotrofica, il 20 dicembre 2006 Welby decide di far interrompere, sotto sedazione, la respirazione artificiale. Fra i più recenti casi di eutanasia richiesta dal paziente c'è poi quello di dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale che il 27 febbraio del 2017 ha posto fine alle sua vita in un clinica svizzera grazie all'aiuto dell'esponente del Partito radicale, Marco Cappato. E fra le decine di italiani che hanno attraversato il confine elvetico per raggiungere una clinica della morte c'è stato anche Lucio Magri, giornalista e politico, tra i fondatori del Manifesto, che depresso per la scomparsa della moglie decise di farla finita a 79 anni. La deriva eutanasica è andata molto più veloce nel resto dei Paesi occidentali: in Belgio e Olanda dopo l'approvazione di leggi che hanno regolato la «dolce morte» c'è stata un impennata spaventosa di richieste. Nei Paesi bassi si è passati dai 1.882 casi di morte su richiesta del 2002 ai 6.585 nel 2017. Al centro delle cronache sono state però le vicende dei bambini della Gran Bretagna ai quali è stata imposta un'eutanasia di Stato contro la volontà dei genitori. Nel 2017 fu la volta di Charlie Gard, affetto da una sindrome da deplezione mitocondriale, e di Isaiah Haastrup, un altro bambino inglese morto per sentenza dell'Alta Corte britannica. Nel 2018 ci fu poi il caso di Alfie Evans che vide anche l'intervento di papa Francesco che lanciò diversi appelli per il piccolo e la mobilitazione dell'ospedale Bambino Gesù che espresse la propria disponibilità ad accogliere il bimbo. Intanto in Italia sul finire della scorsa legislatura sono state approvate le disposizioni anticipate di trattamento che consento a qualsiasi persona di rifiutare alimentazione e idratazione e di essere rianimati in caso di arresto cardiaco. Lo scorso ottobre però la Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare sull'eutanasia entro il 24 settembre 2019. La decisione della Consulta è arrivata dopo era stata interrogata sulla costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale che punisce con la stessa pena l'aiuto e l'istigazione al suicidio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nemmeno-le-sue-lacrime-fermano-i-medici-che-stanno-ammazzando-vincent-lambert-2637631773.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rifiutiamo-la-cultura-dello-scarto-ma-su-questo-nessuno-ascolta-il-papa" data-post-id="2637631773" data-published-at="1781695733" data-use-pagination="False"> «Rifiutiamo la cultura dello scarto». Ma su questo nessuno ascolta il Papa Nelle stesse ore in cui nella giornata di ieri, con la sedazione, per Vincent Lambert è iniziato l'iter eutanasico, nel mondo cattolico si sono levate numerose voci contro quella che viene ritenuta a tutti gli effetti l'eliminazione di un essere umano innocente. La più autorevole è stata quella di papa Francesco, intervenuto su Twitter in tarda mattinata: «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto». Vista la tempistica, il pensiero a «quanti vivono in stato di grave infermità» del pontefice contiene una chiara allusione al caso del tetraplegico francese il quale, tuttavia, non è stato nominato apertis verbis. Se ne deve essere accorto anche Alessandro Gisotti, il direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede dallo scorso dicembre, che ha ripreso il tweet del Santo padre aggiungendovi sopra a quello che ha tutto il sapore di un pensiero esplicativo: «Prions pour #VincentLambert», preghiamo per Vincent Lambert. Di note didascaliche non ha invece avuto bisogno il cardinale Robert Sarah, che sul suo profilo ha postato direttamente una foto dell'ex infermiere francese di 42 anni accompagnandola con una citazione evangelica anch'essa dal significato lampante: «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere"». (Mt 25, 41-42). Non meno duro è stato, sempre restando su Twitter, l'intervento di monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, il quale rivolgendosi al medico responsabile del trattamento eutanasico di Lambert, il dottor Vincent Sanchez, capo dell'unità per pazienti cerebrolesi dell'ospedale di Reims, ha tuonato un esplicito: «Stop alla barbarie». Questo è però solo l'ultimo di tutta una serie di interventi dei prelati francesi contro l'eutanasia. Basti pensare che, appena qualche giorno fa, era stata diffusa una nota congiunta di monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, e del suo vescovo ausiliare, monsignor Bruno Feillet, in cui si rimarcava in modo chiaro che è «dovere di una società umana far sì che nessuno dei suoi membri muoia di fama e di sete, mantenendo in essere tutte le cure adeguate». «La grandezza dell'umanità», proseguiva la nota, «sta nel considerare inalienabile e inviolabile la dignità di ciascuno dei suoi componenti, specialmente i più fragili». Dai due prelati, infine, una chiara critica ai medici di Reims: «Una società deve sapere avere fiducia dei medici […] i medici, dal canto loro, devono accettare di tener conto delle opinioni dei parenti e aiutare le loro decisioni». L'indignazione per quanto sta accadendo non interessa comunque solo il clero, bensì tutto il mondo cattolico e pro life francese. Jean-Marie Le Méné, per esempio, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune ha protestato contro quella che, in un comunicato, ha definito una «uccisione scandalosa». Anche la politica italiana si è mostrata scossa dalla vicenda, con Massimiliano Salini di Forza Italia che ha dichiarato che interrompere le cure di Lambert significa «negare il diritto inviolabile alla vita», mentre Giorgia Meloni su Facebook ha chiesto alla Francia di fermarsi «e di farlo subito prima che muoia un innocente», e il leghista Simone Pillon ha invitato tutti alla mobilitazione: «Alziamoci in piedi e urliamo mai più!».
In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.
Palazzo Koch, sede di Bankitalia (Imagoeconomica)
Un allarme circostanziato, che non chiama in causa solo più o meno oscuri colletti bianchi, ma anche la classe politica.
«Le segnalazioni connesse con contesti corruttivi» ha detto infatti Serata, «evidenziano spesso schemi operativi complessi, volti a occultare la corresponsione di indebite utilità a esponenti politici e funzionari pubblici con ruoli decisionali». «Tali schemi» ha proseguito il direttore dell’Uif, «prevedono l’interposizione di soggetti collegati da rapporti familiari o professionali o di enti, anche esteri, caratterizzati da assetti proprietari opachi. Frequente il transito su conti esteri dei flussi finanziari». Per questo, ha esortato Serata nelle sue conclusioni sul punto, «specialmente in contesti che prevedono l’uso di risorse pubbliche, è necessaria una maggiore attenzione nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono ai segnalanti».
La relazione resa pubblica ieri entra ancora più nel dettaglio e svela il nuovo corso delle bustarelle, che sempre di più si sposta fuori dai confini dell’Italia, rendendo molto difficile intercettarle. «Le analisi di segnalazioni connesse a possibili contesti di riciclaggio», si legge nel documento, «derivanti da fenomeni corruttivi rappresentano articolati schemi finalizzati a schermare la corresponsione di somme a esponenti politici o dipendenti con ruoli decisionali presso la Pa, mediante l’interposizione di enti spesso esteri, aventi assetti proprietari opachi o eccessivamente complessi, ovvero per il tramite di operazioni immobiliari frequenti e articolate. Dalle informazioni raccolte dal canale della collaborazione internazionale, i flussi finanziari rappresentativi di potenziali indebite utilità sovente vengono fatti transitare su conti esteri rendendo ancora più complessa la ricostruzione dell’origine e della destinazione dei flussi».
«In tale contesto», si legge ancora in un passaggio del documento evidenziato in corsivo, «si è osservato il caso di un consorzio aggiudicatario di appalto pubblico contraddistinto da numerose varianti tecniche e suppletive che hanno comportato un aumento rilevante del costo sostenuto per l’Erario. L’analisi finanziaria dei rapporti ha evidenziato che parte dei fondi corrisposti per l’esecuzione dell’opera è stata inviata su conti esteri e poi forse utilizzata per trasferimenti a favore di un esponente della Pa coinvolto nella valutazione delle varianti tecniche dell’appalto medesimo. Altre somme sono state impiegate per disporre bonifici verso entità riconducibili a soggetti che, da notizie di stampa, risultano indagati dall’Autorità giudiziaria per reati di criminalità organizzata».
Ovviamente né Serata né il documento hanno fatto nomi di persone coinvolte, ma l’allarme lanciato dal direttore dell’Uif, oltre a far temere il rischio di una escalation della corruzione tra i politici, porta con sé anche un grosso punto interrogativo.
Gli accertamenti di Bankitalia hanno dato il via a inchieste della magistratura che coinvolgono politici e che potrebbero deflagrare durante l’ultimo anno della legislatura? Non lo sappiamo, ma da quanto emerso ieri il rischio di una campagna elettorale influenzata anche dal lavoro delle toghe appare più che plausibile.
A maggior ragione visto che il rapporto spiega che nel 2025, le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette «riconducibili a interessi della criminalità organizzata sono state circa il 14% del totale». Se da un lato il dato è in linea con quello del 2024, a collegare questi dati con l’allarme lanciato da Serata sulla politica è il fatto che «permane l’interesse delle organizzazioni criminali per il settore degli appalti, delle energie rinnovabili e delle agevolazioni pubbliche».
Ma a preoccupare gli uomini dell’Uif c’è anche il fatto che nel 2025 gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese e la sua estensione al più ampio contesto mediorientale hanno continuato a incidere sulla minaccia terroristica internazionale, favorendo dinamiche di radicalizzazione e attività propagandistica dei principali gruppi jihadisti, con possibili riflessi sul finanziamento del terrorismo. Secondo il rapporto, infatti, «in questo scenario, analogamente all’anno precedente, il rischio di finanziamento del terrorismo ha continuato a mostrare elementi di attenzione, anche in relazione al possibile sfruttamento dell’instabilità geopolitica per attivare canali di supporto economico illecito. Tali fattori, in linea con quanto osservato nel 2024, hanno trovato riscontro nei fenomeni talvolta emersi nel flusso segnaletico». «L’aggravarsi del quadro geopolitico in Medio Oriente nei primi mesi del 2026» si legge ancora nel documento, «rappresenta inoltre un ulteriore fattore di attenzione, in quanto potenzialmente idoneo a incidere sulle dinamiche di radicalizzazione e sui rischi di attivazione di canali di supporto economico illecito».
Più limitati i pericoli rilevati sul fronte del terrorismo interno: «Di portata più contenuta è invece rimasto il contributo segnaletico riconducibile a possibili attività eversive connesse all’estremismo politico violento che, analogamente all’anno precedente, ha generato un numero limitato di segnalazioni, per lo più riferite a soggetti già noti alle autorità competenti».
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Silvia Salis con Charlotte de Witte sul palco del concerto di Genova dello scorso 11 aprile (Getty Images)
Ma noi non ci siamo scoraggiati e abbiamo continuato a indagare per capire chi ci sia davvero dietro alle società che fanno incetta di contratti con l’amministrazione Salis. La Ops eventi ha organizzato il dj set di Charlotte De Witte, la Rst il concerto di Capodanno, incarico ottenuto di fatto senza gara, dopo l’esclusione, contestata dal Tar, del concorrente più quotato, la Duemilagrandieventi. Un affare da quasi 1,2 milioni di euro: 736.350 per Rst, 198.500 per la sicurezza, 47.500 per strutture e servizi aggiuntivi, 15.500 per la comunicazione, per un totale di 997.850, una cifra a cui bisogna aggiungere l’Iva.
Lunedì presso la sede legale della Ops, ubicata negli uffici di una società di consulenza e servizi aziendali di periferia, ci hanno spiegato che quello era solo un appoggio e che per trovare la sede operativa avremmo dovuto recarci nel quartier generale della Rst, l’azienda gemella. Al nuovo indirizzo c’è solo la targa della Mainagency, una società di sicurezza, mentre sul citofono compare anche la Rst. Al quarto piano, sulla porta dell’ufficio, sono appesi due fogli A4 con stampati i nomi della Mainagency e della Rst, ma anche qui nessuna traccia della Ops. Il titolare della società di sicurezza, l’ex bodyguard tarantino Antonio Boccuni, contattato dalla Verità, nega con fermezza di dividere l’ufficio con la Ops: «Non è vero che abbia la sede da noi. Abbiamo affittato l’ufficio insieme alla Rst, non con l’altra ditta». Eppure due titolari su tre di quest’ultima (Alessandro Orlando e Nicolò Sasso) sono anche i soci di maggioranza della Rst (hanno rispettivamente il 49 e il 45% delle quote). La Rst, come abbiamo scritto ieri, ha vinto la gara per l’organizzazione dell’ultimo Capodanno in piazza, con la presenza del gruppo canoro Pinguini tattici nucleari. Un affidamento ritenuto irregolare dal Tar (il Comune ha fatto ricorso e il Consiglio di Stato ha imposto una sospensiva in attesa di entrare nel merito), a causa dell’esclusione della Duemilagrandieventi, storica società di eventi.
Secondo alcune voci la persona che avrebbe convinto i Pinguini a cantare a Genova, accettando le condizioni economiche previste nel bando (comunque un cachet cospicuo), sarebbe stato Nicolò Sasso, grazie all’agenda costruita ai tempi in cui era dipendente proprio della Duemilagrandieventi, società da lui lasciata nel gennaio 2025, quando ha dato vita alla Ops insieme con Orlando. Dopo l’aggiudicazione di ottobre, Sasso è diventato socio anche della Rst, acquisendo il pacchetto di un altro imprenditore. Non passa neanche una settimana e la Rst, forse forte del contratto quasi milionario (oltre 700.000 euro) ottenuto dal Comune per il veglione di San Silvestro e dell’accordo per un altro triennio di collaborazioni, fa il «grande» salto e modifica la denominazione sociale da Srl semplificata (con un capitale sociale di soli 2.000 euro) in Srl, portando il capitale sociale a 10.000 euro. Sasso, con un investimento di 4.500 euro, diventa così socio al 45%. Una crescita coincisa con il grande affare di Capodanno.
Ieri abbiamo cercato a più riprese Sasso e quando ci ha risposto ha sostenuto di essere impegnato in una riunione. Poi, nel pomeriggio, ci ha scritto: «Buongiorno Giacomo, per me sono giornate molto impegnative, possiamo sentirci più avanti? La ringrazio molto». Abbiamo rilanciato ponendo tre domande per iscritto. Sasso non ha risposto al quesito sulla sede, ma a quella sul suo apporto all’ingaggio dei Pinguini: «Sono stati ingaggiati a Genova dalla società nell’ordinario esercizio della propria attività d’impresa, secondo quanto previsto dal proprio oggetto sociale. È pertanto tecnicamente impreciso affermare che sia stato io a “portare” il complesso a Genova: la società è dotata di autonomia patrimoniale e di personalità giuridica distinta e separata rispetto alla mia persona. È, invece, corretto affermare che ho contribuito a tale risultato nell’esercizio delle mie funzioni dapprima in qualità di dipendente e, successivamente, anche nella veste di socio della medesima società, di cui peraltro conservo tuttora il rapporto di lavoro subordinato». E come è diventato socio della Rst? «Il mio ingresso nella compagine sociale, con la conseguente modifica dell’assetto del capitale, si inscrive in un progetto imprenditoriale di più ampio respiro e di più lungo periodo, del tutto indipendente dalla singola iniziativa o dal singolo evento».
Diamo, infine, un’occhiata ai bilanci della Rst: fino al 2023 sono stati approvati oltre il termine previsto, sintomo di una gestione non propriamente in linea con una buona governance aziendale e stiamo parlando di una microimpresa. Nel 2023 e nel 2024 la Rst ha iniziato a presentare il bilancio in forma abbreviata, dichiarando un fatturato di circa 1 milione l’anno. Nel prospetto di bilancio del 2025, per il periodo 1 gennaio-31 ottobre, il valore della produzione è schizzato a 1,273 milioni, ma non sappiamo se il dato contenesse già l’importo dell’appalto per il Capodanno, aggiudicato proprio a fine ottobre.
La consigliera Anna Orlando, esperta di cultura ed eventi e rappresentante della lista di centrodestra Vince Genova, chiede «massima chiarezza sulle procedure di affidamento» del concerto di fine anno, ponendo due interrogativi: «Come mai era già noto che sarebbero venuti i Pinguini tattici nucleari prima della chiusa dell’iter amministrativo? Perché non ha vinto il bando chi ha fatto la migliore offerta economica, che avrebbe garantito un risparmio di circa 50.000 euro? Un aumento di spesa non giustificato da parte di un’amministrazione pubblica sarebbe un fatto molto grave». Quindi la Orlando lancia una frecciata alla maggioranza: «La sinistra genovese per anni ha definito la città un “eventificio”. Peccato che negli ultimi 12 mesi di governo gli eventi di piazza, di ogni tipo, ma con particolare attenzione ai concerti, non siano certo diminuiti. Mi preoccupa che questo tipo di intrattenimento possa (o voglia) distrarre dai problemi veri della città che sono gravemente trascurati, in primis l’emergenza sicurezza. Ci troviamo di fronte a una sorta di “populismo di sinistra”, in cui gli eventi sono funzionali alle ambizioni politiche della sindaca e Genova e i genovesi hanno un ruolo del tutto marginale».
Paola Bordilli, capogruppo della Lega in Consiglio, rincara: «Stiamo monitorando la gestione del Capodanno fin dall’inizio. Sono riusciti a spendere per una sola sera oltre 1,2 milioni di euro, la stessa cifra che prima il Comune di centrodestra aveva investito per tre intere giornate di eventi. La maggioranza di sinistra auspicava l’intervento di numerosi sponsor, ma quei pochi che sono arrivati sono stati destinati alla lounge Vip. È assurdo che le risorse di uno dei già pochi sponsor siano state investite per finanziare un servizio di baby-sitting privato, riservato a una cerchia ristretta di invitati dell’area autorità».
C’è poi la questione gara: «Da novembre stiamo ancora aspettando una risposta alla nostra richiesta ufficiale di sapere se la giunta abbia incontrato i soggetti aggiudicatari durante lo svolgimento del bando. Abbiamo anche scritto al Prefetto per denunciare questa inadempienza del sindaco, ma non abbiamo ricevuto riscontro. Alla faccia della trasparenza: qui siamo davanti a un vero e proprio muro di gomma. Quando Salis vorrà raccontarci la verità?».
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Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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