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2023-01-07
Nel mondo delle coop 10 miliardi di risparmi ancora senza vigilanza
Dentro al mondo delle coop, ancora oggi si celano 10 miliardi di prestiti sociali, non vigilati da Bankitalia, con tassi di interesse spesso sganciati dal livello di rischio. Un mondo che si trascina problematiche simili ai fiumi carsici. Appaiono e scompaiono. Sei anni fa l’emersione fece scalpore. Nell’aprile del 2016 uscì infatti in libreria un libro inchiesta scritto da Antonio Amorosi, Coop Connection. Vi si documentavano i lati oscuri dell’universo delle coop di consumo che raccolgono anche finanziamenti dai soci e non garantiscono il rimborso se qualcosa va storto. Quelle che offrono assistenza sanitaria pagando meno tasse di una clinica «normale». Il neocapitalismo delle grandi multiutility emiliane che gestiscono rifiuti e servizi energetici e le «sette sorelle del mattone» finite in liquidazione o in concordato lasciando a casa i dipendenti. Le piccole cooperative di facchinaggio, logistica, pulizie o preparazione di alimenti che lavorano in subappalto e pagavano tre euro l’ora, in gran parte «al nero». Sullo sfondo, Unipol, uno dei maggiori gruppi assicurativi italiani, quotato in Borsa ma controllato dalle coop.
Sono passati quasi sette anni da quell’inchiesta. Cosa è cambiato? L’ultima fotografia scattata dal Censis al settore mostra un esercito di 50.000 cooperative (considerando quelle con bilancio depositato) con un fatturato che si aggira sui 135 miliardi e un’occupazione superiore a 1,2 milioni di persone. I casi di cronaca non mancano, l’ultimo quello che ha coinvolto Aboubakar Soumahoro. Ma ce ne sono anche di meno eclatanti, come quello del dissesto della cooperativa emiliana di costruzioni, la Cmr di Reggiolo. Il 29 luglio scorso, 124 soci prestatori, alcuni dei quali in rappresentanza di altri, per un totale di 250, hanno sporto denuncia in Procura. Si tratta di persone che nei libretti hanno depositato somme intorno ai 7 milioni di euro. I soci chiedono in particolare che venga fatta luce sugli investimenti e le operazioni immobiliari condotte poco prima del concordato del 2012. I prestatori hanno ottenuto da Legacoop il 40% delle somme che avevano conferito alla coop reggiolese, una realtà che in paese godeva di grande fiducia. Nel 2021 le aste per la vendita dei beni ancora di proprietà della Cmr sono andate deserte, circostanza che viene attribuita anche all’epidemia di Covid. Dallo stato patrimoniale del bilancio 2021 della Cmr, che a luglio i soci prestatori hanno bocciato, emerge che la coop ha ancora debiti per quasi 92 milioni di euro.
E qui si innesta il capitolo sul prestito sociale, cioè la raccolta di risparmio tra soci delle coop che oggi vale attorno ai 10 miliardi. Tecnicamente il prestito sociale costituisce una forma di finanziamento della società cooperativa che si concretizza nell’apporto, da parte dei soci persone fisiche, di capitale rimborsabile, solitamente a medio e a breve termine, a fronte del quale vengono corrisposti normalmente degli interessi. Il prestito da soci si distingue dal conferimento di capitale sociale (finanziamento di rischio) e dalle obbligazioni (accessibili anche a soggetti non soci e rimborsabili a medio-lungo termine). Bankitalia nel 2016 ha stabilito che l’ammontare complessivo del prestito sociale non possa superare il limite del triplo del patrimonio della società cooperativa. Ma non ha poteri di vigilanza. Certo, ci sono i regolamenti interni dalle singole coop. Il problema però è che i fallimenti di grandi operatori hanno provocato per i soci sottoscrittori la perdita di svariate decine di milioni di euro. Per questo la legge di bilancio del 2018 aveva posto nuovi e più stringenti limiti al prestito sociale. Ad esempio, la definizione di maggiori obblighi informativi al fine di assicurare la tutela dei soci, dei creditori e dei terzi. La stretta era prevista al comma 240 del suo primo articolo, demandandone l’attuazione ad un provvedimento ad opera del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio. La delibera del Cicr richiesta al fine di definire i limiti alla raccolta del prestito sociale e le relative forme di garanzia doveva prendere forma entro il 30 giugno 2018, ma non ha ancora visto la luce.
Nel frattempo, Coop Italia ha chiuso il 2021 con un patrimonio netto salito a quasi 6,6 miliardi e un valore del prestito sociale poco sotto i 7,9 miliardi con oltre 1 milione di soci prestatori a cui le cooperative hanno distribuito 22 milioni di interessi. Al 31 dicembre 2021 l’ammontare del prestito sociale di Unicoop Tirreno risultava pari a 594,6 milioni, in calo rispetto ai 606 del 2020 (l’anno scorso la cooperativa, per la prima volta nella sua storia, ha inoltre emesso due prestiti obbligazionari rivolti ai soci prestatori). La consistenza del prestito sociale riconducibile, invece, a Coop Alleanza 3.0 - ovvero la più grande cooperativa di consumatori d’Italia - nel 2021 è stata di quasi 3,2 milioni con 417.682 soci prestatori (-1,46% rispetto al 2020 insieme a una flessione nel numero dei libretti attivi), il tasso unico dello 0,30% per i prestiti ordinari e piani diversi per quelli vincolati (1% il tasso lordo annuo per il piano di prestito vincolato a 24 mesi, 1,5% per il piano a 36 mesi). Ma ci sono anche i prestiti sociali delle altre coop, come quelle edili o agricole. Con tassi che, secondo i critici, non sono commisurati al rischio. E senza un sistema di garanzia come per i depositi bancari.
Le partecipazioni portano a Unipol
Il mondo di quelle che un tempo venivano etichettate come cooperative rosse è stato stravolto negli ultimi anni da una complessa riorganizzazione che da una parte ha fatto pulizia, ma dall’altra ha messo ancora più in luce i rischi di un sistema che lega a doppio filo i consumatori alla finanza. Creando qualche mal di pancia soprattutto per come vengono gestiti i soldi custoditi nel fondo mutualistico che viene alimentato dal 3% degli utili realizzati ogni anno da tutte le cooperative aderenti a Legacoop e dai patrimoni residui di quelle poste in liquidazione. La spa che gestisce il fondo si chiama Coopfond, è presieduta da Mauro Lusetti, numero uno di Legacoop, controllata dalla stessa Lega e sottoposta alla vigilanza del ministero dello Sviluppo Economico. La società, si legge sul sito, punta a «promuovere, rafforzare ed estendere la presenza cooperativa all’interno del sistema economico nazionale». Lo scorso 30 dicembre sul Corriere della Sera, il direttore generale Simone Gamberini ha spiegato che «Coopfond agisce prevalentemente attraverso interventi rotativi, cioè attivando partecipazioni temporanee al capitale di cooperative oppure concedendo prestiti, da solo o in partnership con altri soggetti con cui ha attive convenzioni». «Tutti gli interventi del fondo, che durano in media sette anni, presuppongono sempre l’elaborazione di un business plan da parte del soggetto che propone il progetto», ha assicurato Gamberini al Corriere. Di certo, il fondo mutualistico nato nel 1993 oggi può contare su un patrimonio di quasi 500 milioni di euro e sul contributo di oltre 2.300 cooperative.
Ma negli ambienti delle coop c’è chi sostiene che Coopfond sia diventata una holding da fare invidia ai salotti della finanza e che quell’«obolo» da consegnare ogni anno al fondo sia diventata una sorta di tassa da pagare a Unipol. Gli scontenti puntano in particolare il dito su un’ altra spa che si chiama Cooperare, di cui Coopfond detiene quasi il 50% e che a sua volta è azionista con il 3,78% del gruppo assicurativo guidato da Carlo Cimbri (che controlla il 20% di Bper Banca che possiede il 3,6% di Cooperare). La rete e gli intrecci finanziari sono fitti. Abbiamo consultato gli ultimi bilanci disponibili. In quello di Coopfond, chiuso al 30 settembre 2021, si legge che il valore delle partecipazioni azionarie di questa spa ha superato i 300 milioni di euro.
Dall’elenco delle quote spuntano l’11,5% della holding alimentare Unibon (azionista di Unipol) che controlla i Grandi salumifici italiani e finanziarie locali che distribuiscono capitale a piccole coop. Ma anche 166 milioni relativi a Cooperare, la spa presieduta da Carlo Zini (che siede anche nel cda del gruppo Unipol. Cooperare ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2022 con 20,8 milioni di euro di utile (in aumento rispetto ai 12,2 milioni dell’anno precedente) e un patrimonio netto contabile di 347,6 milioni. La partecipazione in Unipol ha un valore di bilancio di oltre 268 milioni. I ricavi da partecipazioni sono raddoppiati proprio «per effetto del doppio dividendo percepito da Unipol (ottobre 2021 e maggio 2022)», si legge nella relazione al bilancio di Cooperare. Non solo. Cooperare possiede anche il 17,8% di Koru spa (partecipata anche da Coop Alleanza 3.0 e da altre cooperative) alla cui patrimonializzazione ha partecipato con 10 milioni.
Koru ha acquisito il 3,3% di Unipol investendo 107,6 milioni. Il sogno che anche le coop possano fare finanza per sostenere la propria crescita continua.
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Le 50.000 cooperative italiane fatturano 135 miliardi. Grazie ai prestiti sociali, si finanziano con tassi di interesse spesso sganciati dal livello di rischio. Bankitalia ha le mani legate e il nuovo regolamento latita.Le partecipazioni portano a Unipol. Legacoop controlla il fondo che gestisce la cassa. Ma c’è chi si lamenta dell’«obolo» annuale, diventato con il tempo una sorta di tassa da pagare alla holding bolognese.Lo speciale comprende due articoli.Dentro al mondo delle coop, ancora oggi si celano 10 miliardi di prestiti sociali, non vigilati da Bankitalia, con tassi di interesse spesso sganciati dal livello di rischio. Un mondo che si trascina problematiche simili ai fiumi carsici. Appaiono e scompaiono. Sei anni fa l’emersione fece scalpore. Nell’aprile del 2016 uscì infatti in libreria un libro inchiesta scritto da Antonio Amorosi, Coop Connection. Vi si documentavano i lati oscuri dell’universo delle coop di consumo che raccolgono anche finanziamenti dai soci e non garantiscono il rimborso se qualcosa va storto. Quelle che offrono assistenza sanitaria pagando meno tasse di una clinica «normale». Il neocapitalismo delle grandi multiutility emiliane che gestiscono rifiuti e servizi energetici e le «sette sorelle del mattone» finite in liquidazione o in concordato lasciando a casa i dipendenti. Le piccole cooperative di facchinaggio, logistica, pulizie o preparazione di alimenti che lavorano in subappalto e pagavano tre euro l’ora, in gran parte «al nero». Sullo sfondo, Unipol, uno dei maggiori gruppi assicurativi italiani, quotato in Borsa ma controllato dalle coop. Sono passati quasi sette anni da quell’inchiesta. Cosa è cambiato? L’ultima fotografia scattata dal Censis al settore mostra un esercito di 50.000 cooperative (considerando quelle con bilancio depositato) con un fatturato che si aggira sui 135 miliardi e un’occupazione superiore a 1,2 milioni di persone. I casi di cronaca non mancano, l’ultimo quello che ha coinvolto Aboubakar Soumahoro. Ma ce ne sono anche di meno eclatanti, come quello del dissesto della cooperativa emiliana di costruzioni, la Cmr di Reggiolo. Il 29 luglio scorso, 124 soci prestatori, alcuni dei quali in rappresentanza di altri, per un totale di 250, hanno sporto denuncia in Procura. Si tratta di persone che nei libretti hanno depositato somme intorno ai 7 milioni di euro. I soci chiedono in particolare che venga fatta luce sugli investimenti e le operazioni immobiliari condotte poco prima del concordato del 2012. I prestatori hanno ottenuto da Legacoop il 40% delle somme che avevano conferito alla coop reggiolese, una realtà che in paese godeva di grande fiducia. Nel 2021 le aste per la vendita dei beni ancora di proprietà della Cmr sono andate deserte, circostanza che viene attribuita anche all’epidemia di Covid. Dallo stato patrimoniale del bilancio 2021 della Cmr, che a luglio i soci prestatori hanno bocciato, emerge che la coop ha ancora debiti per quasi 92 milioni di euro. E qui si innesta il capitolo sul prestito sociale, cioè la raccolta di risparmio tra soci delle coop che oggi vale attorno ai 10 miliardi. Tecnicamente il prestito sociale costituisce una forma di finanziamento della società cooperativa che si concretizza nell’apporto, da parte dei soci persone fisiche, di capitale rimborsabile, solitamente a medio e a breve termine, a fronte del quale vengono corrisposti normalmente degli interessi. Il prestito da soci si distingue dal conferimento di capitale sociale (finanziamento di rischio) e dalle obbligazioni (accessibili anche a soggetti non soci e rimborsabili a medio-lungo termine). Bankitalia nel 2016 ha stabilito che l’ammontare complessivo del prestito sociale non possa superare il limite del triplo del patrimonio della società cooperativa. Ma non ha poteri di vigilanza. Certo, ci sono i regolamenti interni dalle singole coop. Il problema però è che i fallimenti di grandi operatori hanno provocato per i soci sottoscrittori la perdita di svariate decine di milioni di euro. Per questo la legge di bilancio del 2018 aveva posto nuovi e più stringenti limiti al prestito sociale. Ad esempio, la definizione di maggiori obblighi informativi al fine di assicurare la tutela dei soci, dei creditori e dei terzi. La stretta era prevista al comma 240 del suo primo articolo, demandandone l’attuazione ad un provvedimento ad opera del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio. La delibera del Cicr richiesta al fine di definire i limiti alla raccolta del prestito sociale e le relative forme di garanzia doveva prendere forma entro il 30 giugno 2018, ma non ha ancora visto la luce.Nel frattempo, Coop Italia ha chiuso il 2021 con un patrimonio netto salito a quasi 6,6 miliardi e un valore del prestito sociale poco sotto i 7,9 miliardi con oltre 1 milione di soci prestatori a cui le cooperative hanno distribuito 22 milioni di interessi. Al 31 dicembre 2021 l’ammontare del prestito sociale di Unicoop Tirreno risultava pari a 594,6 milioni, in calo rispetto ai 606 del 2020 (l’anno scorso la cooperativa, per la prima volta nella sua storia, ha inoltre emesso due prestiti obbligazionari rivolti ai soci prestatori). La consistenza del prestito sociale riconducibile, invece, a Coop Alleanza 3.0 - ovvero la più grande cooperativa di consumatori d’Italia - nel 2021 è stata di quasi 3,2 milioni con 417.682 soci prestatori (-1,46% rispetto al 2020 insieme a una flessione nel numero dei libretti attivi), il tasso unico dello 0,30% per i prestiti ordinari e piani diversi per quelli vincolati (1% il tasso lordo annuo per il piano di prestito vincolato a 24 mesi, 1,5% per il piano a 36 mesi). Ma ci sono anche i prestiti sociali delle altre coop, come quelle edili o agricole. Con tassi che, secondo i critici, non sono commisurati al rischio. 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Creando qualche mal di pancia soprattutto per come vengono gestiti i soldi custoditi nel fondo mutualistico che viene alimentato dal 3% degli utili realizzati ogni anno da tutte le cooperative aderenti a Legacoop e dai patrimoni residui di quelle poste in liquidazione. La spa che gestisce il fondo si chiama Coopfond, è presieduta da Mauro Lusetti, numero uno di Legacoop, controllata dalla stessa Lega e sottoposta alla vigilanza del ministero dello Sviluppo Economico. La società, si legge sul sito, punta a «promuovere, rafforzare ed estendere la presenza cooperativa all’interno del sistema economico nazionale». Lo scorso 30 dicembre sul Corriere della Sera, il direttore generale Simone Gamberini ha spiegato che «Coopfond agisce prevalentemente attraverso interventi rotativi, cioè attivando partecipazioni temporanee al capitale di cooperative oppure concedendo prestiti, da solo o in partnership con altri soggetti con cui ha attive convenzioni». «Tutti gli interventi del fondo, che durano in media sette anni, presuppongono sempre l’elaborazione di un business plan da parte del soggetto che propone il progetto», ha assicurato Gamberini al Corriere. Di certo, il fondo mutualistico nato nel 1993 oggi può contare su un patrimonio di quasi 500 milioni di euro e sul contributo di oltre 2.300 cooperative. Ma negli ambienti delle coop c’è chi sostiene che Coopfond sia diventata una holding da fare invidia ai salotti della finanza e che quell’«obolo» da consegnare ogni anno al fondo sia diventata una sorta di tassa da pagare a Unipol. Gli scontenti puntano in particolare il dito su un’ altra spa che si chiama Cooperare, di cui Coopfond detiene quasi il 50% e che a sua volta è azionista con il 3,78% del gruppo assicurativo guidato da Carlo Cimbri (che controlla il 20% di Bper Banca che possiede il 3,6% di Cooperare). La rete e gli intrecci finanziari sono fitti. Abbiamo consultato gli ultimi bilanci disponibili. In quello di Coopfond, chiuso al 30 settembre 2021, si legge che il valore delle partecipazioni azionarie di questa spa ha superato i 300 milioni di euro. Dall’elenco delle quote spuntano l’11,5% della holding alimentare Unibon (azionista di Unipol) che controlla i Grandi salumifici italiani e finanziarie locali che distribuiscono capitale a piccole coop. Ma anche 166 milioni relativi a Cooperare, la spa presieduta da Carlo Zini (che siede anche nel cda del gruppo Unipol. Cooperare ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2022 con 20,8 milioni di euro di utile (in aumento rispetto ai 12,2 milioni dell’anno precedente) e un patrimonio netto contabile di 347,6 milioni. La partecipazione in Unipol ha un valore di bilancio di oltre 268 milioni. I ricavi da partecipazioni sono raddoppiati proprio «per effetto del doppio dividendo percepito da Unipol (ottobre 2021 e maggio 2022)», si legge nella relazione al bilancio di Cooperare. Non solo. Cooperare possiede anche il 17,8% di Koru spa (partecipata anche da Coop Alleanza 3.0 e da altre cooperative) alla cui patrimonializzazione ha partecipato con 10 milioni. Koru ha acquisito il 3,3% di Unipol investendo 107,6 milioni. Il sogno che anche le coop possano fare finanza per sostenere la propria crescita continua.
Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.