Giorgia Meloni (Getty Images)
Passata la batosta delle urne e alle prese col caso Piantedosi, l’esecutivo deve puntare sulle cose concrete: aiuti a famiglie e imprese, più espulsioni e una sanità che funzioni. A costo di sforare i parametri dell’Unione.
Un tempo, i capiredattori insegnavano ai cronisti alle prime armi la regola delle tre S. Un articolo di successo, che consentisse di vendere più copie, doveva parlare di Sesso, Soldi e Sangue. Da allora non è cambiato molto, infatti le storie che narrano di delitti, di denaro e pure di relazioni pruriginose sono le più seguite.
Se rispolvero le tre S della carta stampata non è per fare un viaggio intorno al giornalismo, ma per parlare di politica. Infatti, la regola vale anche per chi sta al governo, con una variazione di temi. Dopo i soldi, che rappresentano la questione centrale, vengono la sicurezza e la salute. Credo che in qualsiasi famiglia, la sera, a tavola o seduti in salotto, si parli di questo. Magari ci scappa qualche imprecazione (legittima) contro Gravina e Gattuso, dopo che l’Italia è rimasta fuori un’altra volta dai Mondiali di calcio, ma poi immagino che si torni ai problemi di tutti i giorni, ovvero lo stipendio che scarseggia, la sensazione di paura quando si passeggia per le vie della città o del paese, le liste d’attesa per farsi curare.
Fossi Giorgia Meloni, o qualcuno dei leader di centrodestra, dopo la batosta del referendum ripartirei da qui, dalle tre S. I soldi. Tagliare le accise va bene, quanto meno per tamponare i rincari dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. E va bene anche un’indagine sugli speculatori, che approfittano di ogni crisi per ritoccare i prezzi. Ma poi c’è da fare qualche cosa di più strutturale. Lo so che le casse sono vuote, perché qualcuno che oggi si erge a statista le ha svuotate con il Superbonus e pure con il Reddito di cittadinanza, ma nell’anno e mezzo che manca alla fine della legislatura bisogna trovare dei fondi che diano aiuto alle famiglie e alle imprese, restituendo un po’ di fiducia. Facile a dirsi stando seduti in redazione, davanti al proprio computer, difficile a farsi se si è nella scomoda posizione di stare a Palazzo Chigi. Però, anche se l’operazione è complicatissima per via dei parametri di bilancio imposti dalla Ue, questa è la leva principale su cui agire se si vogliono recuperare consensi. Che si chiamino tagli delle tasse, sgravi, aiuti, sostegni o incentivi, alla fine sempre di quattrini parliamo e occorre metterne qualcuno nelle tasche degli italiani.
La sicurezza. Su questo giornale parliamo spesso di fatti di cronaca nera che hanno per protagonisti immigrati clandestini. So pure che l’espulsione di chi non ha diritto di restare in Italia, perché non fugge da una guerra ma talvolta soltanto da un mandato di cattura nel proprio Paese, non è facile. Però anche questa deve diventare una priorità. Urge riallacciare rapporti con gli Stati africani da cui molti extracomunitari arrivano, è necessario riannodare i fili delle relazioni con la Libia e la Tunisia, bisogna provare a costruire altri centri per il rimpatrio, magari con la benedizione di qualche organismo internazionale. So che anche questo è più facile a dirsi che a farsi, perché di mezzo c’è la magistratura, che è tutta o quasi pro migranti e non vede l’ora di lasciarli liberi di scorrazzare per l’Italia, ma sul giro di vite si gioca la credibilità del governo. Il caso Cinturrino, dal nome del poliziotto killer di Milano, ha gettato fango sulle forze dell’ordine, ma la difesa di chi indossa una divisa e garantisce la sicurezza dei cittadini non può essere buttata alle ortiche e dunque ogni iniziativa a tutela di polizia e carabinieri, pagando magari le spese legali quando sono necessarie, è benvenuta. Soprattutto in un momento in cui chi ha giustamente inseguito due giovani che si erano sottratti all’alt rischia il processo con l’accusa di omicidio stradale, perché uno dei due fuggiaschi è finito contro il palo di un semaforo ed è morto.
Poi c’è la salute, intesa come sanità. Nonostante le promesse, le liste d’attesa sono ancora lunghe, le Case di comunità volute da Giuseppe Conte e Roberto Speranza sono un flop e i buchi nella rete dei medici di base sempre più numerosi. La prima cosa da fare è integrare sanità pubblica e privata: quello che la prima non riesce a fare lo deve fare la seconda e non certo a spese del paziente, ma consentendo a chi ne ha bisogno di rivolgersi alla prima struttura disponibile a carico del servizio sanitario nazionale. E i medici che mancano? Bisogna riportare a casa quelli che se ne sono andati all’estero. Come? C’è un modo semplice: alzare gli stipendi.
Come avrete capito, in fondo la regola delle tre S ha un unico filo conduttore: che si tratti di soldi, di sicurezza o di salute serve mettere mano al portafogli, mandando al diavolo il dogma del tre per cento che tanto piace a Bruxelles. Se il governo vuole uscire dall’angolo, rinunci all’obiettivo del tetto al deficit di bilancio e punti all’obiettivo di rivincere le elezioni. E a proposito di angolo in cui la sinistra vorrebbe cacciare l’esecutivo, mi pare chiaro perché si prova a montare un can can contro il ministri dell’Interno. Se cade Matteo Piantedosi, per una faccenda privata che nulla ha a che fare con il suo ruolo al Viminale, la strategia per contenere immigrazione e criminalità rischia la battuta d’arresto. Far dimettere uno dei protagonisti dei decreti sicurezza significa azzoppare il centrodestra e pure il caposaldo di una delle tre S necessarie per rilanciare l’azione del governo. Che poi a strillare sia il partito che ha fatto eleggere Ilaria Salis spiega tutto.
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Giuseppe Sala (Imagoeconomica)
Dalla sicurezza alla fuga del ceto medio: c’è una città da rimettere in carreggiata.
Non so come andranno a finire le inchieste che riguardano il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e, per quanto delicate visto che riguardano l’urbanistica e la vendita di San Siro, non intendo anticipare verdetti di natura giudiziaria. La questione di cui vorrei discutere è squisitamente politica e non è meno importante di quella che passa dal tribunale. Il modello Beppe Sala, dopo due mandati, è un modello che deve restare a galla oppure no?
Questa domanda anticipa la seconda: quale idea politica ha il centrodestra per riprendersi dopo tanta colpevole latitanza una città che sta sfuggendo di mano? Per quel che mi riguarda, boccio pienamente il modello Sala: un impasto di ingredienti incompatibili l’un l’altro, odorati con spezie che che oggi possiamo definire stucchevoli. Il sindaco green, Lgbt, il sindaco dei grattacieli, delle piste ciclabili, il sindaco manager: definizioni che si sono consolidate nella narrazione per assenza di contrasto politico netto.
Beppe Sala ha di fatto lavorato per escludere più che per includere. Al netto delle calze arcobaleno, Palazzo Marino ha alzato l’asticella della accessibilità e della vivibilità svantaggiando molte categorie di cittadini: ceto medio, operai, studenti universitari, giovani coppie, lavoratori in formazione o in tirocinio non possono abitare Milano se non per spezzoni di giornata, essenzialmente lavorativi o ricreativi. Parlate con chi fa i mercati e sentite quant’è difficile per loro accedere nelle zone adibite ai loro banchi. Parlate con le partite Iva che entrano in città per lavoro, magari si trattengono per un aperitivo, ma poi devono scappare perché il costo delle case è proibitivo. Come lo è per gli universitari e ormai per il ceto medio, un tempo polmone della città, anima dello spirito ambrosiano, diventato elitario pure quello. Parlate con le mamme di asili, elementari, zone comuni all’aria aperta…
Milano è sempre stata in grado di tenere in equilibrio l’alto e il basso, l’anima popolare e quella dei cumenda e finanche di quel fenomeno che andava sotto l’etichetta del rampantismo, degli yuppies. Tutte cose che sappiamo benissimo. Non è stato Sala a esaltare l’anima internazionale; il bolognese Lucio Dalla lo scrisse nel 1979: «Milano vicino all’Europa (…) Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano», e tanti altri versi straordinari di inclusione. Tratto che, con il centrosinistra e con questo sindaco, la città ha perso.
Il tema delle case: grattacieli, affitti cari, immobili visti come affare, speculazione. Nei giorni delle Olimpiadi scendevi in metropolitana e campagne finanziate da Airbnb mettevano in chiaro le nuove regole del gioco globalista e neoliberista. Lo spirito di Milano al miglior offerente, che come arriva se ne deve andare. Ma Milano cresce con chi arriva e vorrebbe restare. I giovani che vivono la città lo fanno da forestieri, a meno che il reddito (dei genitori) non consenta certi affitti. Guardate cos’è diventato Isola, quartiere dall’anima popolare oggi nel portafoglio degli immobiliaristi. Cosa accadrà a Città Studi? Non c’è riqualificazione di Milano che non abbia dietro fondi, per lo più stranieri e magari arabi.
E la sicurezza? Hai voglia a tirar su case per le élite quando, poi ,Milano oggi è capitale di insicurezza per reati predatori, risse, regolamenti di conti tra bande di giovani (molti immigrati, i «maranza») e per violenze a malcapitati. Milano è tra le città più inquinate al mondo e, quindi, tutte le misure draconiane non sono servite a nulla. Abbiamo una rete di mezzi pubblici efficiente e importante, ma non basta aprire linee metropolitane se poi i parcheggi delle aree esterne sono sguarniti. Prendete Lampugnano: c’è un parcheggio dell’azienda milanese che necessiterebbe di un ammodernamento; e poi c’è un hub per i pullman di lunga percorrenza, un servizio che in tempi di crisi sta andando assai bene. Ecco, al mattino presto o alla sera tardi chi usa il parcheggio o deve prendere gli autobus non può fare a meno di incrociare capannelli di stranieri che si sentono padroni dell’area. Poco distante c’è San Siro.
Tutto questo è peggiorato negli anni di Sala, il cui bis poteva essere contrastato meglio se il centrodestra si fosse impegnato in un’azione seria sul territorio. Non solo con un candidato forte e credibile, ma che si regga su una politica innervata nel territorio e sostanziata a Palazzo Marino. In questi anni di opposizione doveva nascere e affermarsi una classe dirigente che contrastasse le azioni della maggioranza e non si limitasse a battaglie isolate. Io non vedo a Milano il primo pezzo di quella proposta che dovrà tentare di governare. Maurizio Lupi dice di essere disponibile: gli si riconosca il merito di essersi proposto e di aver aperto un dibattito sul profilo, cioè se un politico o un esponente della società civile. Concordo: dev’essere un politico, perché la politica non solo non deve nascondersi ma si deve pure svegliare. Basta con candidati scelti con l’affanno e, quindi, zoppi: il centrodestra milanese torni a giocare con coraggio. Che modello pensa di proporre? Che evolva quello di Sala o che ridia un’anima alla città? La politica si nutre di incontri, dibattiti, sfide tra temi: qui si vede poco. Milano non è un giochino che si esaurisce in spartizioni.
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Gianluigi Buffon e Gabriele Gravina (Getty Images)
- Per la presidenza si deciderà il 22 giugno: fra i nomi anche Abete e Rivera, più le idee Maldini e Baggio. A settembre però inizia la Nations League, contro Francia e Belgio.
- Soldi ai club di C che schierano i nostri. Risultato: in campo solo chi genera guadagni...
Lo speciale contiene due articoli.
Il calcio italiano non riparte dallo 0-0 ma dallo zero termico. «Mi dimetto». È glaciale l’atmosfera in federazione a Roma quando Gabriele Gravina annuncia l’uscita di scena dopo 48 ore di pressioni dell’Italia intera e un saggio ritorno al principio di realtà. Praticamente è stato sradicato dalla poltrona. Davanti ai presidenti di tutte le leghe (dalla Serie A ai Dilettanti) lascia il responsabile numero uno del disastro mondiale in Bosnia, seguito a ruota dal soprammobile Gianluigi Buffon, capo delegazione. Il ct Gennaro Gattuso da Maiorca tace fino a sera ma, avendo il contratto in scadenza a giugno, o saluta o lo salutano quanto prima.
Dopo otto anni di immobilismo alla base dell’inesorabile declino del circo pallonaro (con l’estemporanea gemma dell’Europeo 2021), l’azzeramento totale era indispensabile anche per evitare il commissariamento. Il futuro è nelle mani del Consiglio che deciderà le nuove cariche il 22 giugno. Il commiato di Gravina è lapidario: «La scelta è convinta e meditata, ringrazio tutti per la vicinanza alla mia persona in queste ore». Con una coda dedicata alla gaffe imperiale sul dilettantismo degli altri sport. «Quelle frasi non volevano essere offensive, erano un riferimento alle differenti normative di altre federazioni rispetto alla natura societaria dei club professionistici del calcio». Concetto ribadito, fastidio immutato.
Gravina ci è pure rimasto male per un appuntamento annullato. Avrebbe dovuto andare alla Camera dei deputati a spiegare «lo stato di salute del calcio italiano» l’8 aprile ma lo hanno convinto che non è più il caso; il rendering dello stato comatoso nella notte di Zenica non necessita di altre slide. Più realista Buffon nello sganciarsi dal treno deragliato: «Abbiamo fallito. Rassegnare le dimissioni un minuto dopo la partita era un atto impellente ma mi è stato chiesto di temporeggiare. Ora mi sento libero di darle».
Guardare indietro è inutile, guardare i Mondiali senza l’Italia è ormai un’abitudine. Non resta che guardare avanti, nella consapevolezza che l’attesa fino al 22 giugno sarà solo tempo perso in vista delle due amichevoli previste (avversari e date da definire) prima della pausa estiva. In settembre ci aspetta la Nations League contro Belgio, Francia e Turchia, clienti non proprio comodi da affrontare al buio. Da chi si riparte? Per la presidenza le candidature dovranno diventare ufficiali entro il 13 maggio e i nomi sono due.
Il super-prezzemolo Giovanni Malagò piace al ministro dello Sport Andrea Abodi, che lo considera giustamente il vincitore morale delle Olimpiadi Milano-Cortina con le 30 medaglie tintinnanti e un’organizzazione perfetta. Nel backstage del pallone è molto quotato il ritorno di Giancarlo Abete, numero uno dei Dilettanti e già dottor sottile dell’era Tavecchio. Lui si defila: «È un problema che non mi pongo, sarà il Consiglio a decidere per un percorso molto importante. Rivoluzione? Il termine non mi appartiene ma serviranno riforme profonde». Le prime due, imprescindibili: Serie A a 18 squadre e almeno tre italiani titolari per decreto in campionato. In serata si è autocandidato anche Gianni Rivera (82 anni).
Molto delicata la nomina del commissario tecnico. Servirà un allenatore di personalità, in grado di ricostruire dalle macerie provocate dal disastro mondiale, senza dimenticare i danni della sciagurata era Spalletti. L’ideale sarebbe stato Carlo Ancelotti ma si è accasato a Copacabana. L’identikit porta a un ritorno di Roberto Mancini, che lasciò la Nazionale in braghe di tela tre anni fa per andare a guadagnare milioni in Arabia Saudita e adesso è in stand-by in Qatar (a 5 milioni) per via della guerra. Allora con la federazione era finita a pesci in faccia e minacce di azioni legali ma lui ha chiesto scusa e tutto sembra ricomposto. In fondo il Mancio è l’ultimo ad aver alzato un trofeo vero, anche se somigliava a un giro di roulette. Rigori danno, rigori tolgono.
L’altro papabile è Antonio Conte, sempre che non rivinca lo scudetto. I rapporti con Aurelio De Laurentiis sono tutt’altro che idilliaci ma il contratto da 6 milioni più bonus dice «tre anni fino al 2027» e un exploit nel finale di stagione lo blinderebbe a Napoli. Max Allegri sarebbe perfetto nella gestione del gruppo e della partita (difesa chiusa e contropiede, italico binomio vincente) ma ha due limiti: il Milan non intende lasciarlo andare e la Nazionale dovrà pure tornare a proporre calcio. Rimane Simone Inzaghi, pronto a rientrare dall’esperienza saudita, sempre che accetti per la causa di potare (e di molto) i 25 milioni di ingaggio: il mal di testa in azzurro vale al massimo 5 milioni d’ingaggio.
In queste ore il tam tam porta la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City, ma il guru catalano dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio per preferire l’afa di Coverciano a un’estate a Manhattan a giocare a scacchi a Battery Park. Qualunque sia la scelta, il tempo dei Bonucci in panchina è finito. La Federazione è intenzionata a coinvolgere nel ruolo di team manager ex calciatori di caratura internazionale della levatura di Paolo Maldini e Roberto Baggio. Due giganti. Per attitudini caratteriali è preferibile il primo nel supportare con il suo carisma i giovani della rinascita, vale a dire Marco Palestra, Pio Esposito, Davide Bartesaghi, con la conferma di Sandro Tonali (l’unico con i ritmi del premier), le manone di Gigio Donnarumma, più Federico Dimarco e Nicolò Barella se tornano ai loro livelli abituali. Gli altri a scalare, in attesa della cicogna che sforna i Totti e i Vieri.
Questo è il minuto zero. Poi dovranno arrivare la valorizzazione dei vivai con centri federali, allenatori all’altezza (fondamentali innanzitutto, senza l’ansia del risultato per i dodicenni) e la volontà feroce di entrare nel futuro. Con un avviso ai naviganti: qualunque cura, rifondazione o ripartenza vedrà i suoi effetti strutturali almeno fra quattro anni. Sempre che non si tratti, ancora una volta, di chiacchiere da bar.
Più italiani sì, ma non a ogni costo. La riforma Zola è un boomerang
Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino all’1 gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.
Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).
L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei 20 club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.
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Gli Etf sui governativi registrano cali fino al 7%. Una instabilità acuita dalle tensioni internazionali e da quelle di politica interna. Fra i titoli spicca Legal & General, con alti dividendi e il ruolo di cassaforte. Giù 3i Group.
Fino a poche settimane fa, il Regno Unito sembrava essersi lasciato alle spalle il ruolo di «grande malato» d’Europa. Dopo il lungo purgatorio post-Brexit, inflazione in calo, tassi attesi in discesa e una Borsa di titoli «value» avevano riportato l’attenzione degli investitori su Londra. Poi, il quadro è cambiato.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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