(Ansa)
A Brindisi solo riserve limitate per voli statali, di ricerca e soccorso, e ospedalieri. Quantità scarse anche a Reggio Calabria e Pescara. Un nuovo problema per l’esecutivo mentre il ministro Pichetto Fratin prevede risorse solamente per un altro mese.
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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(Getty Images)
Nonostante la narrazione, il «passaggio in transito» è sancito dal diritto internazionale.
Ogni volta che la tensione nel Golfo Persico sale, riemerge come un riflesso automatico la stessa frase: «L’Iran potrebbe chiudere lo Stretto di Hormuz». È diventata quasi uno slogan, ripetuto da analisti, giornalisti e talvolta anche da esponenti politici, come se si trattasse di una facoltà naturale di Teheran.
Domenico Vecchioni, già ambasciatore italiano a Cuba.
Ma è davvero così? Davvero lo Stretto di Hormuz è, per usare una metafora efficace, una sorta di «lago iraniano»? La risposta, dal punto di vista del diritto internazionale, è netta: no. Hormuz è uno degli esempi più classici di Stretto internazionale, cioè di un passaggio marittimo che collega due bacini e che è indispensabile per la navigazione globale. In questi casi non si applica la sovranità piena degli Stati costieri, ma un regime giuridico speciale, codificato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos): quello del «passaggio in transito».
Qui sta il punto che troppo spesso viene dimenticato - o volutamente ignorato perché non politicamente corretto.
Il passaggio in transito non è una concessione, ma un diritto della Comunità internazionale. Le navi, civili e militari, possono attraversare lo Stretto senza dover chiedere permessi, senza poter essere fermate arbitrariamente e, soprattutto, senza che lo Stato rivierasco possa sospendere tale diritto. Unica eccezione riguarda le navi che, in caso di conflitto, potrebbero minacciare la sicurezza dello Stato rivierasco. Il «passaggio in transito» insomma non è un dettaglio tecnico: è il pilastro che garantisce la circolazione delle merci, dell’energia, della stessa economia mondiale.
È vero peraltro che l’Iran ha firmato, ma non ratificato la Convenzione Unclos. Ma va tenuto presente che le norme sugli Stretti sono oramai parte del diritto internazionale consuetudinario e si applicano quindi anche agli Stati che non fanno parte della suddetta Convenzione.
Eppure, nel racconto corrente, tutto questo scompare. Si parla di Hormuz come se fosse sotto il controllo discrezionale dell’Iran, come se Teheran potesse decidere chi passa, quando passa e a quali condizioni. È una rappresentazione profondamente fuorviante.
Intanto, lo Stretto non appartiene a un solo Stato. Sulla sponda opposta si affaccia l’Oman, e le acque sono condivise. Già questo basterebbe a escludere qualsiasi pretesa unilaterale. Ma soprattutto, il diritto internazionale - anche nella sua dimensione consuetudinaria, come abbiamo visto - esclude che uno Stato possa trasformare uno Stretto internazionale in una sorta di casello autostradale.
L’idea, talvolta evocata, di imporre dazi o pedaggi per il passaggio è semplicemente incompatibile con questo regime giuridico. Non si paga per transitare in uno Stretto internazionale, se non per servizi effettivamente resi. Diversamente, si violerebbe un principio consolidato e condiviso.
Naturalmente, la realtà è più complessa del diritto. L’Iran utilizza lo Stretto come strumento di pressione strategica: minacce di chiusura, sequestri di navi, controlli aggressivi. Ma qui siamo già fuori dal terreno del diritto e dentro quello, ben più scivoloso, della forza.
Ed è proprio questa confusione tra ciò che è possibile e ciò che è legittimo a inquinare il dibattito. Che l’Iran possa, in determinate circostanze, ostacolare il traffico è un dato di fatto. Che abbia il diritto di farlo è un’altra questione - e la risposta, ancora una volta, è negativa.
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Il via libera (in cambio di un obolo) agli Stati «amici» non ci eviterà la recessione
Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz ha raggiunto i livelli più alti dall’inizio della guerra, poiché sempre più Paesi si assicurano apparenti accordi di passaggio sicuro con l’Iran. Lo scrive Bloomberg. Ad esempio una nave metaniera battente bandiera indiana ma appartenente alla compagnia di navigazione giapponese Mitsui Osk Lines ha attraversato ieri la lingua di mare più attenzionata al mondo, diretta in India, diventando la terza nave collegata a Tokyo a transitare nello stretto. Forse perché il governo nipponico sta organizzando un vertice con l’Iran nel tentativo di contribuire a ridurre le tensioni in Medio Oriente? Ma anche tre petroliere appartenenti a compagnie turche hanno attraversato in sicurezza Hormuz. Il ministro turco dei Trasporti e delle Infrastrutture, Abdulkadir Uraloglu, citato dal quotidiano Daily Sabah, sottolinea che questo è il «risultato del lavoro che stiamo conducendo con il nostro ministero degli Esteri». Semaforo verde poi per un’altra petroliera che trasportava greggio iracheno, la Ocean Thunder. La nave - che può trasportare circa un milione di barili di oro nero - avrebbe caricato il petrolio all’inizio di marzo presso il terminal di Bassora e sarebbe diretta verso la Malesia. Come mai questa bontà? Sabato scorso, Ebrahim Zolfaghari, portavoce di Khatam al Anbiya, il comando operativo sia delle forze armate regolari iraniane che del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, aveva dichiarato che l’Iraq (dove la maggioranza della popolazione è sciita) è esentato dalle restrizioni sul traffico marittimo, confermando che queste si applicheranno solo agli «Stati nemici».
Via libera al transito inoltre a diverse navi francesi, indiane e pakistane, riferiscono fonti iraniane ad Al Jazeera. Un funzionario di Teheran ha spiegato all’emittente araba che è stato consentito il transito ad alcune imbarcazioni mercantili di «Paesi amici» in cambio del pagamento di pedaggi che la Repubblica Islamica ha affermato di riscuotere a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Insomma, o si paga o si tratta con l’Iran. E Hormuz diventa un falso problema. Sarà per questo allora che il prezzo del petrolio, benché a tre cifre, non corre verso i 200 dollari che tanti analisti danno come obiettivo in caso di guerra per un altro mese. In effetti, se alcune imbarcazioni passano, il blocco non è totale. E basta appunto sganciare ai pasdaran una «tassa» in criptovalute Tether, quella ancorata al dollaro, per lasciare che Usa e Israele continuino a combattere con l’Iran salvando gli affari. Anzi, bisogna versare l’obolo. Anche le navi dei Paesi amici devono farlo, riporta l’agenzia Nournews.
Par di capire che la tattica iraniana miri ad isolare politicamente e non solo Washington e Tel Aviv, aprendo al resto del mondo. Resto del mondo che dipende mani e piedi principalmente dai sauditi. E l’Arabia ha così aumentato i prezzi del petrolio a livelli record. Secondo quanto riporta il Financial Times, i clienti asiatici di Saudi Aramco dovranno pagare a maggio un premio di 19,50 dollari al barile rispetto al benchmark Oman-Dubai per l’Arab Light. Negli ultimi 26 anni, il premio non aveva mai superato i 10 dollari al barile. In rialzo a livelli massimi anche i prezzi verso le altre destinazioni. I clienti europei dovranno pagare tra i 24 e i 30 dollari al barile sopra il Brent, che scambia intorno ai 110 dollari al barile, per il petrolio saudita il prossimo mese. D’altronde solo due delle cinque qualità di greggio normalmente offerte dai sauditi per la spedizione - spiega il quotidiano londinese - sono attualmente disponibili. E chi le vuole deve strapagarle.
A cascata strapaghiamo noi i carburanti. L’Eni in questo weekend pasquale ha calmierato la stangata vendendo, fuori dall’autostrada, il gasolio sotto i 2 euro al litro. I listini indicavano 1,995 circa. Poco più di 10 centesimi in più del diesel + che infatti era praticamente esaurito. La media prezzi per il diesel è invece 2,14 euro al litro, mentre la benzina viaggia sugli 1,78 euro, ricordando che entrambe le quotazioni godono di un abbattimento di accise e Iva che complessivamente si aggira sui 30 centesimi al litro. Sconto che durerà fino al 30 aprile. Prezzi difficilmente sostenibili per mesi dal sistema economico, in Italia, in Europa e perfino negli Usa autosufficienti dal punto di vista della produzione petrolifera. Probabilmente è per questo che i futures sul greggio Wti americano di aprile 2027 - fra un anno insomma - sono scambiato poco sotto i 70 dollari. È come se il mercato si aspettasse un crollo della domanda, in virtù di aumenti di prezzi e relativa stagnazione o mini recessione, e una conseguente caduta dei prezzi. Non come nel 2008 quando il petrolio a 150 dollari precipitò in seguito al crac Lehman, ma qualcosa di similare.
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Ansa
In Pakistan il cricket si gioca in stadi vuoti, in India riserve solo per 70 giorni. Svolta di Taiwan: riapre le centrali nucleari.
Il blocco del passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz sta provocando una serie di conseguenze sempre più gravi per una lunga lista di nazioni. Il problema maggiore potrebbe non essere il continuo aumento del costo del carburante, ma la sua carenza.
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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