Viktor Orbán (Ansa)
Con le elezioni alle porte, rispunta la tesi della manina di Mosca per aiutare Viktor Orbán. Insinuazioni rilanciate senza prove, diffuse da organi anti Fidesz e finanziati dall’Ue. L’esperto Thomas Fazi: «Sondaggi sfavorevoli al leader per delegittimarne un’eventuale vittoria».
Spie russe, agenti disturbatori. Una poderosa macchina di interferenza nel voto in Ungheria. Tutto manovrato dal Cremlino pronto a qualunque cosa pur di aiutare Viktor Orbán a vincere le elezioni del prossimo 12 aprile. La tesi rimbalza da settimane nelle redazioni e di titolone in titolone è già diventata un nuovo Russiagate. L’ultima chicca la offre un’indagine del Washington Post secondo cui i servizi segreti russi avrebbero addirittura suggerito agli ungheresi di inscenare un attentato a Orbán.
Poco più di una settimana prima era stata la volta del Financial Times convinto che dietro la campagna elettorale del presidente magiaro starebbe lavorando l’Agency for Social Design (Asp), agenzia considerata caposaldo della sempre riproposta «disinformazione russa», su diretto mandato del Cremlino.
Notizie che hanno fatto il giro del mondo senza però fornire prove o evidenze di alcun tipo. A partire dalle fonti. Tutte rigorosamente anonime. O i documenti. Visionati ma non pubblicati. Come quello cui fa riferimento il Washington Post: un report dell’Svr, i servizi segreti esteri russi, ottenuto tramite un misterioso servizio di intelligence europeo. Dove gli 007 russi avrebbero suggerito all’entourage di Orbán di prendere spunto dall’attentato a Donald Trump nel luglio 2024 che lo aveva portato a un rapido aumento dei consensi, tra foto iconiche ed elogi per la sua resilienza. «Un simile incidente» si leggerebbe nel report «sposterebbe la percezione della campagna elettorale dalla sfera razionale delle questioni socioeconomiche a quella emotiva, dove i temi chiave diventeranno la sicurezza dello Stato e la stabilità e difesa del sistema politico».
Il punto di partenza a quanto pare è che Orbán si troverebbe alle prese con un forte calo di popolarità a causa del peggioramento dell’economia nel Paese. Anche per via dei cattivi rapporti con Bruxelles che dal 2022 ha congelato 20 miliardi di fondi all’Ungheria dopo la stretta nel Paese su immigrazione illegale, diritti Lgbt e insegnamento universitario. Un rapporto di continua tensione con l’Unione europea che la guerra in Ucraina ha acuito. A partire dal no di Orbán ai finanziamenti a Kiev fino al blocco di un prestito Ue di 90 miliardi di euro a causa del mancato ripristino delle forniture di petrolio russo all’Ungheria attraverso l’oleodotto Družba danneggiato dagli attacchi russi.
Una serie di aut aut che hanno trasformato le elezioni ungheresi in una questione geopolitica, dove in gioco c’è la fedeltà all’Unione europea o alla Russia. E dove il tam tam mediatico sulle presunte «interferenze russe» ripropone un copione già sentito, come nelle ultime elezioni in Moldavia o in Romania, con l’esito del voto popolare cancellato senza che fosse fornita alcuna prova di frodi o interferenze. Storie poi finite con l’insediamento di governi filo Ue. «Tutte queste notizie, frutto di intelligence occidentali, basate su fonti anonime e senza prove, pongono non pochi interrogativi», spiega alla Verità Thomas Fazi, saggista che da tempo si occupa di sovranità politica ed economica. A partire da VSquare, la testata che per prima solleva il caso lo scorso 5 marzo, raccontando che Putin avrebbe incaricato Sergei Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto, di gestire in Ungheria un’operazione di interferenza inviando tre esperti di tecnologia politica legati al Gru, il servizio d’intelligence militare russo per poter operare dalla propria ambasciata a Budapest. L’autore dell’articolo dice di aver ottenuto queste informazioni da tre diverse fonti dei servizi segreti europei. Quali? Non è dato sapere. «Difficile fidarsi quando le notizie arrivano da media che da sempre hanno una linea anti Orbán e sono finanziati dai soliti sponsor di qualche rivoluzione colorata» continua Fazi.
Sebbene VSquare venga citato come «piattaforma indipendente», l’elenco degli sponsor suggerisce un posizionamento tutt’altro che bipartisan. Tra i donors figurano enti finanziati dalla stessa Unione europea come il German Marshall fund of the Us e progetti di giornalismo investigativo come ij4eu. E poi Usaid e il National Endowment for Democracy, noti strumenti di soft power americano in chiave liberal depotenziati con tagli di centinaia di migliaia di dollari dall’amministrazione Trump.
Di certo, quest’ultima, più in linea con Orbán che con Bruxelles. A sicuro vantaggio di Putin che da un’Europa poco compatta e una vittoria del primo ministro ungherese, può solo beneficiarne. Un gioco di sponda ideale rispetto al quale le presunte interferenze, pur possibili, restano tutte da dimostrare. Come le notizie sul drastico calo di consenso del primo ministro e del suo partito Fidesz, o la presunta impennata del partito d’opposizione Tisza e del candidato Péter Magyar. Addirittura 20 punti percentuali di stacco secondo un recente sondaggio. Se però si va a controllare l’identikit delle società che sfornano tali dati, sorgono non poche domande. Come nel caso dell’ultima ricerca, realizzata da Medián, componente di un ampio ecosistema di società, tra cui l’Istituto Republikon che tra il 2015 e il 2024 ha ricevuto 1,5 milioni di dollari in sovvenzioni dall’Ue, nonché il sostegno dei soliti: dall’Open Society Policy Centre al German Marshall Fund, dal National Democratic Institute, al Rockefeller Brothers Fund fino alla Fondazione Friedrich Naumann. Finanziamenti esteri che di per sé non invalidano i risultati di un istituto di sondaggi, ma sono spie di una strategia tutt’altro che casuale. «Prevedere la vittoria dell’opposizione permette di delegittimare un’eventuale vittoria di Orbán. E giustificare successive intromissioni nel voto da parte dell’Unione europea, cosa che peraltro sta già facendo. Per poi magari arrivare a sospendere il diritto di voto dell’Ungheria al Consiglio europeo, un sogno per le élite europee. O puntare sul Digital Services Act per censurare il dibattito in Ungheria» conclude Fazi. «“Elezioni rubate!” Già vedo il titolo che verrebbe riproposto sui principali media mainstream, pronti a trasformare un errore dei sondaggi in accuse di frode elettorale. Accuse che, una volta formulate, si rivelano difficili da smentire».
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Christine Lagarde
A parte una certa capacità di intervento finanziario con debito comune, l’Unione europea balbetta. E anche la Christine Lagarde, che vuole alzare i tassi, contribuisce alla catastrofe.
L’Ue mostra capacità insufficienti di gestione delle emergenze che abbiano un’origine geopolitica, tema di attenzione urgente per gli effetti economici della crisi nel Golfo. La prova è che la Commissione abbia comunicato un piano preventivo di riduzione dei consumi energetici - atto razionale, ma di gestione passiva - invece di attivare misure d’emergenza.
Anche per le emergenze di diversa natura, quali i disastri ambientali o epidemiologici, è osservabile una certa capacità di intervento finanziario con debito comune, come per l’epidemia Covid, ma non una istituzione comune specializzata per la gestione delle emergenze né un sostegno monetario sufficiente per la prevenzione tecnica. Inoltre, mantiene regolamentazioni di tipo ambientalista di dubbia efficacia, anche se alleggerite recentemente, di notevole peso de-competitivo per i sistemi industriali. In sintesi, l’Ue non è sufficientemente attrezzata per aiutare le nazioni partecipanti a gestire casi di instabilità di fonte esterna. La soluzione proposta da Mario Draghi è di aumentare la cessione di sovranità all’Ue per poter incrementare il debito comune finalizzato a finanziare la competitività eurocontinentale e la sua sicurezza generale.
In astratto, questa soluzione confederale avrebbe senso perché darebbe un ministero del Tesoro unico all’Eurozona che è presupposto per correlare politica fiscale (bilancio) e monetaria dando più spazio espansivo al primo e più solidità alla valuta. Ma se imposta prematuramente dall’alto verso il basso, la confederalizzazione aumenterebbe il rischio di frammentazione dell’Ue. Pertanto, la strategia più realistica e prudente di collaborazione tra europei occidentali è quella «funzionalista» (adottata dal 1957 fino al Trattato di Maastricht del 1992 dove fu invertita come Unione dall’alto verso il basso), cioè con metodo dal basso verso l’alto, dove l’integrazione è condizionata da passi ritenuti vantaggiosi per tutti. Ma è una strategia lenta che non risponde alla configurazione utile per gestire un aumento delle discontinuità multiple con frequenza crescente nel globo. Cosa fare?
La mia - e del mio gruppo di ricerca - risposta è: più di un’aleanza, ma meno di un’Unione, dove «più di un’alleanza» implica nuove istituzioni comuni per la prevenzione e gestione delle emergenze combinate con coalizioni selettive di nazioni. Andiamo alle soluzioni per evitare una crisi economica grave causata dal blocco dei flussi via Hormuz per gli importatori europei. Tempi: il calcolo di gestibilità del gap di forniture di petrolio e derivati quali fertilizzanti ecc. per gli importatori europei va diviso in due momenti. Quello di sblocco e ripresa dei traffici e poi di ristabilizzazione finanziaria. Stime: caso migliore, sblocco entro un mese e ristabilizzazione entro tre; caso intermedio con danni, ma non destabilizzanti: sblocco entro tre mesi e altri tre o quattro di ristabilizzazione; caso peggiore: sblocco selettivo o minacciato dal regime iraniano per un tempo più lungo e ristabilizzazione incerta. Al momento, lo scenario migliore non è il più probabile per la capacità del regime iraniano, pur amputato e depotenziato, di mantenere la minaccia sui transiti di Hormuz. Resta quello intermedio con attenzione ai modi per accelerarlo.
Alcuni analisti scommettono su una soluzione negoziale, osservando la densità di comunicazioni tra le parti e l’interesse globale per chiudere la questione. Da un lato il regime è diviso, ma dall’altro conta sulla non disponibilità dell’America a un’invasione terrestre per resistere fino al punto di poter negoziare la propria sopravvivenza. Ciò rende ambigui i tempi dello sblocco e della ristabilizzazione. Per ridurli entro un tempo di gestibilità, la soluzione migliore è la creazione di una procedura che metta in sicurezza i transiti, opzione possibile via mobilitazione di mezzi di scorta militare al naviglio civile con una massa molte superiore alle capacità statunitensi. Va sottolineato che la disponibilità di 30 o 40 nazioni - discussa recentemente nel summit di Londra - a inviare risorse di sicurezza, darebbe al regime un segnale dissuasivo che favorirebbe un vero negoziato di sblocco e quindi la ristabilizzazione entro l’autunno del 2026.
Tale scenario intermedio implica l’ingaggio di una coalizione selettiva di europei - problematico quello di Francia e Spagna - Australia, Giappone, Regno Unito, che hanno i mezzi necessari e i codici di interoperabilità, o Nato o di alleanza nel Pacifico - con le forze statunitensi. Dove il punto chiave sarebbero i comportamenti di Emirati, Arabia e degli altri Paesi del Golfo. Per inciso, Georgia Meloni va apprezzata perché è andata a capire in colloqui diretti, a parte le questioni tecniche energetiche, cosa questi intendano fare, particolarmente Emirati e sauditi. Se si ingaggiano per questa formula di presidio-scorta, l’operazione avrebbe un esito probabile di successo entro tempi gestibili. E così raccomando.
In conclusione, una raccomandazione anche alla Bce: aspetti l’evidenza di questo intervento di sicurezza o formule simili prima di alzare il costo del denaro come misura antinflazione. Da un lato è comprensibile che la Bce prepari un rialzo dei tassi per il suo mandato antinflazione. Dall’altro, se l’inflazione energetica ha causa geopolitica, l’azione monetaria non ha effetti stabilizzanti: aggiungere la restrizione monetaria alla scarsità energetica sarebbe catastrofico.
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Teheran colpisce una nave «sionista» ma esenta quelle umanitarie, indiane e turche. Poi giura: «Lo Stretto non tornerà come prima». E spunta un’ipotesi: sbloccarlo solo in cambio del via libera ai programmi atomici.
Per risolvere un problema che prima non c’era (il transito da Hormuz), si rischia di aggravarne un altro che andava risolto (il nucleare iraniano): è il disgraziato epilogo verso cui sta precipitando la guerra di Donald e Bibi. Teheran ha compreso di poter sfruttare con profitto il suo formidabile strumento di pressione.
Così, dopo aver annunciato l’introduzione di un sistema di pedaggi, Abbas Goudarzi, portavoce della presidenza del Parlamento iraniano - la casella istituzionale nella quale gli Usa avevano individuato un interlocutore «ragionevole», Mohammad Bagher Ghalibaf - ha messo in chiaro che lo Stretto «non tornerà mai allo status che aveva prima», essendo ormai diventato un «vantaggio strategico nelle nuove condizioni di sicurezza».
Una mossa del genere si tradurrebbe in un’inflazione perenne sulle fonti energetiche, per non parlare del commercio di fertilizzanti, la cui contrazione prefigura una crisi alimentare globale dalla quale sorgerebbe, con una reazione a catena, una bomba migratoria dall’Africa, che ovviamente scoppierebbe in mano all’Europa. Intanto, chi acquista oro nero e gas liquefatto, anche a ostilità cessate, dovrebbe mettere in conto un aggravio permanente dei costi, legato alle tariffe imposte ai «caselli» degli aytollah: secondo Al Jazeera, solo alle nazioni alleate sarebbe garantita la navigazione gratuita (sarebbe il caso dell’Iraq, esentato ieri da ogni restrizione); a quelle ostili, Hormuz rimarrebbe interdetto; quelle «neutrali» dovrebbero versare un tributo. Stando alla ricostruzione di Bloomberg, la gabella ammonterebbe a 1 dollaro per ogni barile di greggio trasportato. Una petroliera ne può caricare anche più di 2 milioni: i mullah, insomma, avrebbero trovato una comodissima fonte di finanziamento. I siti Internet nazionali gongolano e spiegano che, con i soldi, verranno riparate le infrastrutture danneggiate da America e Israele.
È altrettanto chiaro che, per rinunciare all’esazione, Teheran pretenderebbe una contropartita sostanziosa. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, elogiando la mediazione del Pakistan, ha evocato «condizioni per una fine definitiva e duratura» della guerra. Un dettaglio succoso è emerso dalle fonti diplomatiche citate da alcune agenzie di stampa russe: a parte le richieste già note, come il versamento delle riparazioni belliche da parte degli aggressori e la garanzia affidabile di non subire nuovi attacchi in futuro, tra i diktat iraniani vi sarebbe il riconoscimento della legittimità del programma nucleare a scopi pacifici. Dovrebbe essere una proposta inaccettabile per Benjamin Netanyahue Donald Trump, il quale, infatti, ieri ha rilanciato un ultimatum di 48 ore per Hormuz. Lui ha perso credibilità, però la ragione dichiarata del conflitto stava proprio nei tentativi del nemico sciita di dotarsi di un arsenale atomico, sforzo al quale i progetti per i reattori a uso civile venivano considerati connessi e subordinati. Salvo un improvviso tracollo del gruppo dirigente della Repubblica islamica, più passano i giorni e più le opzioni si riducono, specie per l’inquilino della Casa Bianca: le elezioni di medio termine paiono compromesse, il brent continua ad aumentare e la spirale dei prezzi travolge i consumatori statunitensi, benché il Paese non dipenda dalle forniture del Golfo. Le leve che ha in mano il tycoon, peraltro, sono meno agevoli di quelle dell’Iran: si inseguono voci sull’impiego - senza precedenti - di piccole cariche atomiche per distruggere i siti nucleari ultraprotetti; e rimane la minaccia dell’invasione di terra, che sarebbe un bagno di sangue per i Marines e la cui riuscita è tutt’altro che scontata. Per prendersi gioco delle mire di Trump sul cruciale avamposto di Kharg, Teheran ha fatto sapere che le esportazioni di petrolio dall’isola «non solo non sono diminuite, ma sono aumentate». È un’informazione da prendere con le pinze, ma rende bene l’idea del sorprendente squilibrio che potrebbe vanificare l’enorme capacità offensiva di due delle principali potenze militari mondiali. Tanto più che, sui mercati sotto choc, incombe pure lo spettro degli Huthi: ieri, Ghalibaf, con un post su X, ha alluso alla chiusura dell’altro Stretto, quello di Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso.
La situazione a Hormuz segue una sua logica. Non vige un embargo totale; in linea con l’approccio della leadership iraniana, sussistono dei via libera selettivi. Ieri, ad esempio, è stato concesso l’attraversamento a navi umanitarie; sarebbe permesso il transito anche a chi trasporta «beni essenziali», anche se non è chiaro di quali merci si tratti. Si noti che, come ha riportato il New York Times, l’Italia aveva suggerito una missione delle Nazioni Unite per proteggere quel tipo di convogli. Al contrario, una portacontainer che, per i pasdaran, era «legata al regime sionista», è stata presa di mira da droni, che hanno provocato un incendio a bordo: è la Msc Ishyka, con bandiera liberiana, di proprietà di Pasithea Oceanway Ltd e gestita da una compagnia cipriota. Hanno avuto luce verde una nave indiana carica di Gpl e una petroliera turca, il secondo natante di Ankara transitato in quelle acque da quando è cominciata la guerra. L’India aveva già trattato un salvacondotto. Addirittura - lo ha confermato Nuova Delhi stessa - ha ripreso gli acquisti di petrolio dall’Iran, cosa che non accadeva dal 2019. Non proprio un successo strategico per The Donald. La Turchia ha dovuto difendersi, tramite i sistemi Nato, da alcuni missili iraniani diretti nel suo spazio aereo. Ma sebbene abbia condannato i bombardamenti negli Stati sunniti, temendo una faida nel mondo musulmano che farebbe aggio a Tel Aviv, Recep Erdogan, reduce da una telefonata con Vladimir Putin, non è di sicuro ostile agli ayatollah. Dallo Stretto, nei giorni scorsi, sono passati anche una nave di proprietà francese, una metaniera nipponica e delle navi omanite: proprio Mascate avrebbe attivato un percorso radente le sue coste, in seguito a contatti con l’Iran.
Sono elementi che concorrono a confermare il quadro: la coalizione dei volenterosi è ridotta alle dichiarazioni d’intenti; le sue opzioni militari sono impraticabili; all’Onu, Parigi, Mosca e Pechino hanno messo il veto su qualsiasi azione di forza, mentre il voto sulla risoluzione che darebbe mandato per ricorrere a «mezzi difensivi», ieri, è stato rinviato una seconda volta, alla prossima settimana; per adesso, naviga solo chi accetta di negoziare. Trump ha ottimi motivi per provare una «furia epica».
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Donald Trump (Ansa)
- No comment di Donald Trump sulle sorti del pilota disperso: «L’evento non intacca i colloqui». Nuove voci sul rimpasto nel governo.
- Usa e Israele distruggono un petrolchimico. Bombe su Gerusalemme. Il «Washinton Posti»: «La Cina aiuta gli ayatollah».
Lo speciale contiene due articoli
All’indomani dell’abbattimento del caccia F-15 americano nei cieli iraniani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mostrato ripensamenti sull’ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz. «Ricordate quando ho dato all’Iran dieci giorni per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!» ha scritto il tycoon su Truth. Che ha già minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane. A detta del senatore Lindsey Graham, che ieri ha parlato con Trump, il presidente sarebbe fermo su questa posizione: «Sono assolutamente convinto che userà una forza militare schiacciante contro il regime».
Quel che è certo è che l’amministrazione americana «non permetterà che gli Stati Uniti diventino un rifugio per gli stranieri che sostengono regimi terroristici anti-americani». E per questo sono state arrestate «la nipote e la pronipote del defunto generale di divisione Qasem Soleimani, membro del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane», ucciso nel 2020 in un raid americano a Baghdad. Le manette sono scattate dopo che il segretario di Stato, Marco Rubio, ha revocato il «loro status di residenti permanenti legali (Lpr)».
Lo stesso Rubio, annunciando che le due parenti dell’ex comandante della Forza Quds iraniana saranno espulse, ha commentato che «Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia erano titolari di una carta verde e vivevano nel lusso negli Stati Uniti». La nipote di Soleimani «è anche una fervente sostenitrice del regime iraniano, che ha celebrato gli attacchi contro gli americani e si è riferita al nostro Paese come al “Grande Satana”». Ma non è tutto. All’inizio del mese, è stato revocato lo status legale anche a Fatemeh Ardeshir-Larijani, figlia dell’ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani, e del marito Seyed Kalantar Motamedi.
Intanto, dopo l’abbattimento dell’F-15 e il salvataggio venerdì del primo pilota, restano sconosciute, nel momento in cui scriviamo, le sorti del secondo militare americano disperso in Iran. Sulle eventuali ripercussioni, Trump non si è sbilanciato troppo. In una breve intervista telefonica rilasciata a Nbc News, ha sottolineato che l’episodio non influenzerà i negoziati con l’Iran. E all’Independent, non ha voluto svelare la risposta statunitense nel caso in cui Teheran catturasse il pilota dell’F-15: «Non posso commentare. Speriamo che ciò non accada».
A detta dell’Iran non sarebbe ancora successo: il regime, che messo una taglia sulla sua cattura, ha smentito di averlo ritrovato. Dall’altra parte, diversi esperti americani si sono espressi sulla difficoltà della missione di recupero del militare da parte dell’aeronautica americana. Alla Cbs, un ex comandante dei Pararescue Jumpers dell’aeronautica militare statunitense ha rivelato che se il pilota si trovasse in una zona impervia per gli elicotteri Blackhawk, interverrebbero i paracadutisti: dopo il lancio, dovranno proseguire la missione a piedi. Allo stesso tempo, inevitabilmente, dovranno eludere i nemici. Il pilota disperso invece, secondo l’analista di sicurezza nazionale per la Cbs News, Aaron MacLean, avrebbe a disposizione un kit di primo soccorso, un localizzatore Gps, un segnalatore di emergenza e una radio criptata.
Nel frattempo, sono emersi ulteriori dettagli sull’F-15 abbattuto: le immagini dei rottami suggeriscono che potrebbe essere partito da una delle basi americane situate nel Regno Unito. Tutto tace a tal riguardo da parte del Comando centrale degli Stati Uniti e del ministero della Difesa britannico. Ma secondo Justin Bronk, ricercatore senior del Royal united services institute, si tratterebbe di un F-15 del 494th Fighter squadron della base Raf di Lakenheath, nell’Est dell’Inghilterra. In tal caso sarebbe confermata una linea più morbida da parte del premier britannico, Keir Starmer, che inizialmente aveva negato l’autorizzazione ad utilizzare le basi, salvo poi fare marcia indietro.
Oltre al fronte mediorientale, il grande grattacapo di Trump è all’interno dei confini americani. Mentre le elezioni di midterm si avvicinano e i cittadini americani sono sempre più scontenti sulla guerra in Iran, si fanno sempre più insistenti le voci su un rimpasto. Dopo aver rimosso l’Attorney general Pam Bondi, diverse fonti hanno rivelato a Reuters che la stessa sorte potrebbe toccare al direttore dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e al segretario al Commercio, Howard Lutnick. Sulla prima, Trump avrebbe già manifestato il suo disappunto, chiedendo consiglio al suo entourage su eventuali sostituti. Sul secondo, il tycoon starebbe ricevendo pressioni da parte dei suoi alleati alla luce dei rapporti di Lutnick con Jeffrey Epstein. Tra l’altro, il tycoon sarebbe sempre più scontento della copertura mediatica riservata al conflitto in Medio Oriente. E il caso del caccia americano abbattuto non fa altro che aumentare la sua frustrazione.
Raid sugli impianti, però i mullah reagiscono
Dopo pesanti attacchi aerei segnalati venerdì notte nella zona Nord di Teheran, ieri mattina un missile è caduto vicino alla centrale nucleare di Bushehr, nell’Iran occidentale, danneggiando un edificio e provocando la morte di un addetto alla sicurezza. Secondo l’Agenzia iraniana per l’energia atomica (Aeoi), «gli impianti principali non sono stati danneggiati». Però la società statale russa per l’energia nucleare Rosatom annunciava l’evacuazione di 198 dipendenti, avvenuta 20 minuti dopo l’attacco. L’amministratore delegato di Rosatom, Alexey Likhachev, l’ha definita la «fase principale» dell’allontanamento di quanti vi stanno lavorando, in base alla pianificazione di inizio del conflitto.
Il personale ha raggiunto il confine armeno a bordo di autobus. «Non è stato riportato alcun aumento dei livelli di radiazione», ha precisato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un post su X, spiegando di essere stata messa al corrente del raid da Teheran. L’agenzia sottolineava che il direttore generale di Aiea, Rafael Mariano Grossi, «esprime profonda preoccupazione per l’incidente segnalato e sottolinea che i siti delle centrali nucleari o le aree circostanti non devono mai essere attaccate». Nel post si ricordava che «gli edifici ausiliari» di un impianto nucleare «possono avere al loro interno apparecchiature di sicurezza vitali». Grossi ribadisce «l’appello alla massima moderazione militare per evitare il rischio di un incidente nucleare».
In un post pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha incolpato Stati Uniti e Israele degli attacchi a Bushehr, compiuti «per ben quattro volte» da inizio conflitto, e accusato l’Occidente di aver avuto ben altro atteggiamento quando si era indignato «per le ostilità vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina». Araghchi ha poi avvertito che qualsiasi ricaduta radioattiva potrebbe «porre fine alla vita nelle capitali dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, non a Teheran».
Da Mosca si è fatta sentire con durezza la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Condanniamo fermamente questo atto malvagio, che ha provocato la perdita di vite umane». Ha aggiunto: «Gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, compresa la centrale nucleare di Bushehr, devono cessare immediatamente».
Ieri mattina, nel mirino sono finite diverse aziende petrolchimiche della provincia del Khuzestan, nel Sud Ovest dell’Iran, che hanno subìto danni agli impianti. Secondo l’agenzia di stampa statale iraniana Tasnim, aerei da combattimento israeliani e americani hanno colpito il complesso petrolchimico di Bu Ali e quello di Bandar Imam, danneggiando alcune parti degli impianti. Anche la zona petrolchimica Speciale di Mahshahr è stata oggetto di raid.
Si tratta di complessi strategici per l’economia industriale iraniana, dove gas e petrolio vengono convertiti in una vasta gamma di prodotti come plastica, fertilizzanti, fibre sintetiche e i danni economici provocati dal blocco del funzionamento saranno di miliardi di dollari. L’Idf ha confermato i bombardamenti, affermando che gli impianti venivano utilizzati da Teheran per la produzione anche di materiali per missili balistici.
Sul fronte israeliano, per tutta la notte di venerdì sono risuonate le sirene. I missili caduti nella parte centrale e meridionale del Paese non hanno causato vittime. Hezbollah ha fatto sapere di aver attaccato le caserme militari israeliane di Liman, a Nord della città di Nahariya, con uno «squadrone di droni d’attacco». Ieri, l’Iran ha lanciato diverse salve di missili balistici contro una dozzina di siti in Israele causando ingenti danni alle abitazioni e ferendo leggermente sei persone a Tel Aviv e in altre aree del centro. Piccoli ordigni esplosivi dispersi in volo da missili a grappolo iraniani sono caduti vicino alla base di Kirya, quartier generale centrale dell’Idf e del ministero della Difesa, ma non sono stati segnalati danni. Nel tardo pomeriggio, sei esplosioni sono state udite a Gerusalemme dopo che l’esercito israeliano aveva segnalato missili in arrivo dall’Iran.
Ieri il Washington Post ha pubblicato la notizia che aziende cinesi fornirebbero all’Iran informazioni di intelligence utili a spiare le forze statunitensi. Tra queste società private ci sarebbe la MizarVision, che sostiene di aver monitorato il dispiegamento delle forze Usa in Medio Oriente, inclusi gruppi di portaerei e basi aeree in Israele, Arabia Saudita e Qatar, utilizzando immagini satellitari e dati pubblici rielaborati con l’Ia.
Secondo alcuni analisti, le società private offrono a Pechino un vantaggio strategico ideale: la possibilità di sostenere indirettamente partner come l’Iran mantenendosi al contempo ufficialmente distanti dal conflitto.
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