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2024-11-19
Al Nazareno si balla sulle macerie del M5s
La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata.
Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte.
Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein.
In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.
Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria.
Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.
Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori
È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro».
Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta.
Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
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Giuseppe Conte passa dalle 5 stelle al 5 per cento scarso, ma fa proclami dalla sua Costituente. Mentre Avs gli ruba i voti e il Pd si afferma come unico albero in una coalizione di cespugli. Beppe Grillo sfotte: «Ultimo giapponese». E Matteo Renzi alza la cresta: «Peccato per la Liguria».Frizioni Fdi-Lega sul sindaco di Terni, che attacca Stefania Proietti: «Ti faccio la festa».Lo speciale contiene due articoli.La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata. Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte. Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein. In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria. Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nazareno-balla-sulle-macerie-m5s-2669951270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-candidati-al-nodo-bandecchi-destra-a-rapporto-sui-propri-errori" data-post-id="2669951270" data-published-at="1732057478" data-use-pagination="False"> Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro». Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta. Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.