True
2024-11-19
Al Nazareno si balla sulle macerie del M5s
La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata.
Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte.
Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein.
In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.
Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria.
Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.
Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori
È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro».
Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta.
Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte passa dalle 5 stelle al 5 per cento scarso, ma fa proclami dalla sua Costituente. Mentre Avs gli ruba i voti e il Pd si afferma come unico albero in una coalizione di cespugli. Beppe Grillo sfotte: «Ultimo giapponese». E Matteo Renzi alza la cresta: «Peccato per la Liguria».Frizioni Fdi-Lega sul sindaco di Terni, che attacca Stefania Proietti: «Ti faccio la festa».Lo speciale contiene due articoli.La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata. Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte. Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein. In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria. Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nazareno-balla-sulle-macerie-m5s-2669951270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-candidati-al-nodo-bandecchi-destra-a-rapporto-sui-propri-errori" data-post-id="2669951270" data-published-at="1732057478" data-use-pagination="False"> Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro». Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta. Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci