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2024-11-19
Al Nazareno si balla sulle macerie del M5s
La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata.
Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte.
Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein.
In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.
Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria.
Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.
Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori
È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro».
Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta.
Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
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Giuseppe Conte passa dalle 5 stelle al 5 per cento scarso, ma fa proclami dalla sua Costituente. Mentre Avs gli ruba i voti e il Pd si afferma come unico albero in una coalizione di cespugli. Beppe Grillo sfotte: «Ultimo giapponese». E Matteo Renzi alza la cresta: «Peccato per la Liguria».Frizioni Fdi-Lega sul sindaco di Terni, che attacca Stefania Proietti: «Ti faccio la festa».Lo speciale contiene due articoli.La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata. Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte. Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein. In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria. Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nazareno-balla-sulle-macerie-m5s-2669951270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-candidati-al-nodo-bandecchi-destra-a-rapporto-sui-propri-errori" data-post-id="2669951270" data-published-at="1732057478" data-use-pagination="False"> Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro». Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta. Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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