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2024-11-19
Al Nazareno si balla sulle macerie del M5s
La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata.
Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte.
Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein.
In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.
Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria.
Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.
Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori
È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro».
Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta.
Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
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Giuseppe Conte passa dalle 5 stelle al 5 per cento scarso, ma fa proclami dalla sua Costituente. Mentre Avs gli ruba i voti e il Pd si afferma come unico albero in una coalizione di cespugli. Beppe Grillo sfotte: «Ultimo giapponese». E Matteo Renzi alza la cresta: «Peccato per la Liguria».Frizioni Fdi-Lega sul sindaco di Terni, che attacca Stefania Proietti: «Ti faccio la festa».Lo speciale contiene due articoli.La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata. Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte. Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein. In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria. Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nazareno-balla-sulle-macerie-m5s-2669951270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-candidati-al-nodo-bandecchi-destra-a-rapporto-sui-propri-errori" data-post-id="2669951270" data-published-at="1732057478" data-use-pagination="False"> Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro». Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta. Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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