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2024-11-19
Al Nazareno si balla sulle macerie del M5s
La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata.
Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte.
Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein.
In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.
Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria.
Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.
Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori
È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro».
Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta.
Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
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Giuseppe Conte passa dalle 5 stelle al 5 per cento scarso, ma fa proclami dalla sua Costituente. Mentre Avs gli ruba i voti e il Pd si afferma come unico albero in una coalizione di cespugli. Beppe Grillo sfotte: «Ultimo giapponese». E Matteo Renzi alza la cresta: «Peccato per la Liguria».Frizioni Fdi-Lega sul sindaco di Terni, che attacca Stefania Proietti: «Ti faccio la festa».Lo speciale contiene due articoli.La sinistra che si mangia il Mago di Oz, come Beppe Grillo chiama ormai con scherno Giuseppe Conte, e il pover’uomo ancora convinto di avere un vasto futuro politico davanti a sé. Se la politica dovrebbe essere l’arte del pragmatismo, in mancanza di idee elevate, la slavina infinita del M5s sembra invece una spirale grottesca. Alle Regionali quel che resta del partito grillino è sprofondato sotto il 5%, ma Conte festeggia due vittorie in Emilia e Umbria, targate Pd e poco altro. E lancia pure la sua «Costituente», spacciando ancora sogni vari e una centralità del Movimento che in due anni si è semplicemente sgonfiata. Il quadro complessivo di quello che dovrebbe essere il «campo largo» sembra sempre più onirico. Le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna consegnano agli archivi un 2-1 per il centrosinistra, ma si tratta di tre regioni tradizionalmente rosse. Dopo la sconfitta del 2022 alle Politiche, il M5s di Conte tentava di negoziare alla pari con il Pd di Elly Schlein. Ora, la verità è che non c’è nessun campo largo perché c’è un solo albero, il Pd, e poi ci sono alcuni cespuglietti, dai radicali ai renziani, con i quali si possono fare accordi su singoli punti. Avs sta crescendo a spese del M5s, intercettando i consensi dei pochi grillini di sinistra che ancora votano, ma quando sei comunque un sesto del Pd resti in posizione ancillare. Con i numeri di oggi, se la sinistra vincesse le prossime politiche, Avs potrebbe giusto sperare in un paio di ministri. Questi sono i rapporti di forza, sorrisi a parte. Quello che più preoccupa l’opposizione, ufficialmente in festa per i risultati, non è solo lo scollamento dalla sua gente del possibile alleato grillino, ma lo scollamento dalla realtà di Conte. Con in mano numeri da dimissioni, l’ex premier ha festeggiato la ri-conquista dell’Umbria (da parte di Pd e Avs) scrivendo a Stefania Proietti: «Stiamo preparando Nova; non riesco a raggiungerti per festeggiare e ad abbracciarti, la Costituente mi blocca a Roma». Nova, la costituente che blocca il Mago di Oz a Roma. Forse neppure la neo governatrice dell’Umbria sa cos’è. In sostanza, l’«ultimo giapponese» Conte (copyright di Grillo che ormai lo prende a schiaffi a giorni alterni insieme a Davide Casaleggio) ha deciso che nel weekend, a Roma, una nuova assemblea di una «base» grillina calata dall’alto voterà un nuovo programma e lo incoronerà. In un mondo normale, minimamente rispettoso della matematica, sarebbe il Pd ad avere dubbi su M5s. Invece, nel regno solipsista del Mago di Oz è Conte che dubita della Schlein. Tanto che quando gli chiedono se almeno le due vittorie di lunedì gli sembrino una conferma che correre insieme conviene, l’avvocato amministrativo risponde serafico: «Ogni territorio e ogni elezione sono un discorso a sé». Insomma, non cambia la sua dottrina delle mani libere. Padronissimo, ma sembra un po’ lo zoppo che vuole valutare se fare la staffetta con Jacobs. Anche se la colpa non è tutta di Conte, visto che avendo sostituito Grillo con Marco Travaglio, come ideologo, non può deludere il direttore del Fatto, che da settimane consiglia di salutare il Pd e, al massimo, stringere qualche accordo qua e là con il partito guidato dalla Schlein. In ogni caso, aver portato M5s sotto il 5% è un dettaglio che a Conte non leva il sorriso a 32 denti. Un sorriso che ostenta da due giorni, grazie alla rimonta del Pd e al mezzo sorpasso di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader di Avs festeggiano gli ottimi risultati e ormai non fanno nulla per nascondere che i veri interlocutori del Pd, semmai, sono loro.Chi rialza la testa è Matteo Renzi, altro scienziato del festeggiamento sul nulla. Il leader di Italia viva cerca di far credere a quel che resta del campo largo (dove in molti lo detestano) che senza di lui non si vince. Ieri ha fatto addirittura finta di essere amareggiato: «Con la Liguria poteva essere un 3-0. Non do consigli, ma cara Elly, se segui quello che ha detto Elly Schlein vinci le elezioni. Se invece ascolti quello che ti dicono Marco Travaglio e gli altri, allora si perde come è successo in Liguria». Insomma, niente veti su Renzi o addio sogni di gloria. Il dato interessante è che all’ex premier non ha risposto Conte, che non lo voleva vedere manco in fotografia, ma la coppia Fratoianni-Bonelli. Che nel giro di un’ora lo rimettono a posto così: «Il Paese è interessato ai temi concreti più che alle alleanze ed è evidente come il leader di Iv metta al centro proposte politiche che sono incompatibili con le nostre». Poi, a scanso di equivoci, fanno un riassuntino di battaglie politiche da far venire l’orticaria a Renzi: «Abbiamo vinto perché siamo stati chiari sui contenuti. Sul nucleare, sul Ponte sullo Stretto, e su molto altro, la linea renziana è incompatibile non solo con la nostra ma anche con quella del Pd e del M5s». Insomma, se la notte della vittoria in Umbria la Schlein si è vantata di «aver consumato le suole», per far andare d’accordo i cespugli del Pd bisognerà che intanto la smettano di tirarsi le ciabatte ogni santo giorno. E poi capire, nella battaglia tra Conte e Grillo, per chi tifare. E che resterà di M5s.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nazareno-balla-sulle-macerie-m5s-2669951270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-candidati-al-nodo-bandecchi-destra-a-rapporto-sui-propri-errori" data-post-id="2669951270" data-published-at="1732057478" data-use-pagination="False"> Dai candidati al «nodo» Bandecchi: destra a rapporto sui propri errori È toccato a Giorgia Meloni fermare il gossip post elettorale. Circolava la voce che fosse infuriata con Matteo Salvini perché le ha imposto la ricandidatura di Donatella Tesei in Umbria dove il centrodestra ha incassato un’inattesa sconfitta. Il presidente del Consiglio ha scandito: «Ho sentito surreali ricostruzioni secondo cui io non avrei gradito la candidatura di Donatella Tesei, che invece rivendico: lei ha ben governato. Certo la non conferma del centrodestra in Umbria non mi lascia soddisfatta. Ma quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione e il centrodestra ha vinto le Politiche, le Europee, in undici Regioni su 14, mi pare che i cittadini abbiano parlato chiaro». Fin qui l’ufficialità. A livello nazionale la coalizione tiene, ma a livello locale è partita la stagione dei lunghi coltelli. Soprattutto nella Lega che rispetto alle scorse regionali ha perso 29,3% punti percentuali pur guadagnando l’1,3% sulle Europee. Il risultato umbro è quello che agita le acque nel centrodestra con la Lega nel ruolo di capro espiatorio. Ormai è il terzo partito della coalizione. Il responsabile umbro, uno dei Salvini boys, Riccardo Marchetti prova a rilanciare: «Abbiamo fatto tutto quello che era possibile, ringrazio Donatella Tesei e continueremo con maggior forza all’opposizione». Poi tenta un implicito paragone Vannacci-Bandecchi: «Bandecchi di certo è stato un alleato che ha contribuito anche con proposte fattive sulla città». Ma è proprio il sindaco di Terni al centro delle recriminazioni del centrodestra: un’alleanza che Fdi non voleva. Il personaggio non si smentisce e risponde ruvido alla neopresidente dell’Umbria, Stefania Proietti, che appena eletta aveva detto: «La nostra è la vittoria di chi non si è fatto sopraffare dalla violenza verbale, da chi sputa in faccia ai cittadini». Il riferimento al sindaco di Terni era implicito quanto evidente. Bandecchi ha replicato: «Se il candidato del centrodestra fossi stato io, Proietti non avrebbe festeggiato niente, era a casa a lavare i piatti; Proietti stia attenta a come parla: gliela organizzo io la festa nei prossimi cinque anni». Su tutte le furie è il centrosinistra, ma soprattutto Fratelli d’Italia che in Umbria è pronto a presentare un conto che potrebbe avere riflessi nazionali. Il prossimo anno si vota in altre sette regioni e c’è in ballo il Veneto dove la Lega non può ricandidare Luca Zaia. Fdi, seguendo lo schema bipartitico che questa tornata amministrativa consegna, vuole un suo uomo. Ormai sia nel centrodestra sia nel centrosinistra ci sono due partiti egemoni: Fdi e Pd; tanto la Lega - in Emilia-Romagna ha perso il 26,7% rispetto alle scorse regionali quando aveva candidato Lucia Borgonzoni - quanto e soprattutto i 5 stelle (stanno sotto il 5%) sono gli sconfitti. Matteo Salvini però rilancia: «Abbiamo perso, nella vita si vince e si perde e quando perdi fai i complimenti a chi ha vinto, ma guardi avanti. Ragioneremo sui motivi delle due sconfitte che mi danno ancor più voglia di impegnarmi, ma non sono disponibile a fare processi sulle candidature». Segno evidente che la questione è aperta. Chi mostra soddisfazione è Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nervi, fuor di polemica: «Non ci sono riflessi nazionali anche se non c’è dubbio che Fi si è rafforzata, raggiungendo il 9,69%». Di fatto ha raddoppiato i voti ed è il secondo partito del centrodestra. In Umbria, sottolinea Nervi, «il più votato di tutti i partiti è il nostro coordinatore regionale, Andrea Romizi, ex sindaco di Perugia». Doveva essere lui il candidato? Dal voto umbro emerge un’area moderata: Forza Italia al 9,7%, Noi moderati di Maurizio Lupi al 2,87 % e c’era molta Fi anche nella lista di Donatella Tesei (5%). Chi a Perugia sussurra di un terzo polo anti Bandecchi forse ha qualche numero dalla sua parte.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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