True
2024-05-26
La Nato sdogana le bombe contro Mosca
Jens Stoltenberg (Ansa)
Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».
Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto».
Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».
Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno».
E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari».
Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».
Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner
Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto.
«La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone.
Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger».
Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel.
Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
Continua a leggereRiduci
Escalation di Jens Stoltenberg che autorizza Volodymyr Zelensky a usare le armi occidentali sul territorio della Russia. Antonio Tajani frena, Matteo Salvini si oppone, Joe Biden nicchia.Raid russo su un centro commerciale: le autorità condannano, due i morti. Vladimir Putin intanto invia sul campo gli Africa Corps.Lo speciale contiene due articoli.Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto». Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno». E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari». Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nato-sdogana-bombe-contro-mosca-2668377594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="raid-russo-su-un-centro-commerciale-e-a-kharkiv-spunta-la-nuova-wagner" data-post-id="2668377594" data-published-at="1716675901" data-use-pagination="False"> Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto. «La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone. Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger». Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel. Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
Continua a leggereRiduci
Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
Continua a leggereRiduci
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo dice senza giri di parole, con il tono del contabile arrivato alla resa dei conti: lo Stato deve uscire dalle banche. «Siamo legati a criteri di debito pubblico», spiega. E poi la frase che suona come un colpo di spugna su anni di interventi pubblici: «Dobbiamo uscire come da tutte le banche e valutare chi ci dà di più, come è sempre avvenuto». Insomma Mps va al miglior offerente. Punto. Senza poesie. Stesso destino, seguirà la ex Banca Popolare di Bari, ora ribattezzata Banca del Mezzogiorno. La storia dello Stato banchiere finisce qui. Il mercato non aspetta i sottotitoli.
Sul tavolo c’è l’offerta di Intesa Sanpaolo, che insieme a Unipol ha messo sul piatto carta e contanti per un valore complessivo di 30,6 miliardi. Premio del 12,5% rispetto alle valutazioni attuali del titolo Mps in Borsa e un messaggio implicito: vince chi paga di più. Non si vede all’orizzonte il «cavaliere bianco» del Nord della cui presenza si è molto favoleggiato. Dalle parti di Siena si affaccia solo Banco Bpm, che propone una fusione alla pari per costruire il secondo polo bancario del Paese. Altro linguaggio, stessa sostanza: chi comanda il territorio, comanda il futuro. Tuttavia l’offerta di Bpm, al momento non ha molta sostanza. Solo una «lettera d’amore» come l’ha definita Carlo Messina. gran regista dell’operazione
Nel mezzo l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, con i consulenti di Ubs e Bank of America, a fare stretching tra offerte «non concordate», «non sollecitate» e strategie che si scompongono come un puzzle troppo ambizioso.
L’operazione su Mps non è più una semplice partita bancaria: è un nuovo parametro del potere. E mentre il board di Mps prende tempo, la banca continua formalmente il percorso di integrazione con Mediobanca, con riunioni che scorrono tra il 22 e il 25 giugno come tappe di un calendario sempre più affollato.
Sullo sfondo, come un metronomo istituzionale, c’è anche la Bce che deve ancora pronunciarsi su alcune nomine chiave. E la «passivity rule» che imbriglia ogni eventuale reazione del management: per reagire serve il via libera degli azionisti. E quindi tempo. E quindi politica. La fusione fra Mps e Mediobanca può andare avanti? Chissà?
Poi come sempre la finanza incontra la geografia elettorale.
Non a caso, da Siena si alza la voce della sindaca Nicoletta Fabio: «Siena non può restare spettatrice», dice. E invoca un tavolo istituzionale permanente per difendere occupazione, radicamento e soprattutto identità. Insomma la banca non è solo una banca, è un pezzo di città.
Ancora più esplicito il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che si dice pronto a vigilare su ogni passaggio e rilancia il mantra identitario: Mps è la banca più antica del mondo, patrimonio da non disperdere, presidio del territorio e delle imprese. E soprattutto: niente incorporazioni «senza anima». Le amnesie però dilagano: sono state le amministrazioni di sinistra a rovinare sei secoli di storia. I consigli d’amministrazione di Mps graditi al Pci e ai suoi eredi hanno aperto un buco da trenta miliardi Adesso invocano il rispetto del territorio. Peccato che l’abbiano cosparso di sale.
La Borsa guarda da un’altra parte. Prende nota, i volumi salgono, e le ipotesi si moltiplicano come monete lanciate sul tavolo verde.
Sul piano internazionale, la vicenda non è passata inosservata: l’operazione su Mps avviata da Intesa e Unipol ha acceso l’attenzione delle grandi testate economiche globali, che leggono nella partita senese un altro capitolo del consolidamento europeo del credito.
Così si chiude il cerchio: Giorgetti vuole uscire dalle banche. Il mercato vuole entrarci meglio. Il Pd, come sempre, prova a farlo rientrare dalla porta laterale. Siena resta al centro del risiko. Mai davvero proprietaria della partita.
Continua a leggereRiduci