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2024-05-26
La Nato sdogana le bombe contro Mosca
Jens Stoltenberg (Ansa)
Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».
Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto».
Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».
Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno».
E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari».
Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».
Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner
Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto.
«La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone.
Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger».
Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel.
Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
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Escalation di Jens Stoltenberg che autorizza Volodymyr Zelensky a usare le armi occidentali sul territorio della Russia. Antonio Tajani frena, Matteo Salvini si oppone, Joe Biden nicchia.Raid russo su un centro commerciale: le autorità condannano, due i morti. Vladimir Putin intanto invia sul campo gli Africa Corps.Lo speciale contiene due articoli.Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto». Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno». E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari». Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nato-sdogana-bombe-contro-mosca-2668377594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="raid-russo-su-un-centro-commerciale-e-a-kharkiv-spunta-la-nuova-wagner" data-post-id="2668377594" data-published-at="1716675901" data-use-pagination="False"> Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto. «La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone. Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger». Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel. Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
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A renderlo noto, in una comunicazione di 22 pagine indirizzata lunedì al Parlamento, è stato il ministro per la Salute Sophie Hermans. La relazione ministeriale, che concerneva gli aborti tardivi e i casi di morte infantile assistita, è stata presentata dalla Hermans - classe 1981, già balzata agli onori delle cronache perché voleva vietare gli asili ai bimbi non vaccinati -, la quale, nel suo documento, ha fatto presente come il caso del bambino eliminato con la «dolce morte» risalga a fine 2025. Il minore era, così almeno ha detto il ministro, affetto da una grave malattia.
Dallo scorso anno, quando si è registrato il caso, il comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia sui minori ha parlato con il medico coinvolto ed ha ricevuto una apposita relazione. Che, a sua volta, ha trasmesso alla Procura della Repubblica, la quale dovrà stabilire se il dottore che ha somministrato l’eutanasia abbia o meno agito in conformità con la legge. La norma infatti non solo consente la «dolce morte» per i minori, ma fissa alcuni macabri requisiti: l’eutanasia dai 12 ai 15 anni in poi è consentita purché i giovanissimi siano in grado di valutare e comprendere cosa sia meglio per loro, con tanto di consenso genitoriale o del tutore; dai 16 ai 17 anni questo le famiglie o il tutore devono essere consultati, benché il loro consenso non sia richiesto e non risulti perciò determinante.
Nel caso emerso lunedì, invece, fa testo una legge del 2024 riservata ai bambini dal primo al dodicesimo anno di età affetti da «malattia terminale e in condizioni di sofferenza insopportabili, senza alcuna prospettiva di miglioramento». In questi casi, la decisione deve essere assunta «sempre» consultando i genitori, chiamati a confrontarsi col medico, «e se possibile anche con il bambino». Nel caso in questione, lo si diceva poc’anzi, dovrà essere ora la magistratura a stabilire la regolarità dell’accaduto. In attesa che ciò avvenga, va detto che non stupisce che una così sconvolgente morte abbia avuto luogo in terra olandese. Parliamo infatti del Paese che, nel 2002, fu il primo al mondo a regolamentare l’eutanasia. Non solo.
Sempre in Olanda, su proposta del medico Eduard Verhagen, fu redatto il protocollo di Groningen, delle linee guida per una vera e propria eutanasia per bambini che «possono avere una qualità di vita molto bassa, senza prospettiva di miglioramento». Era il 2005 e Verhagen, con il collega Pieter Sauer, pubblicò il suo protocollo sul prestigioso New England Journal of Medicine riferendo di 22 casi di eutanasia infantile segnalati alle autorità tra il 1997 e il 2004, quattro dei quali avvenuti sotto la supervisione dello stesso Verhagen. All’epoca quell’articolo e quel protocollo sollevarono molte polemiche ma oggi, oltre vent’anni dopo, l’eutanasia infantile è realtà e per di più, per la prima volta - per quanto debbano essere ancora effettuati degli accertamenti sul caso reso noto dalla Hermans -, lo è in nome della legge.
Che tutto ciò rappresenti una deriva è provato dal fatto che, nell’Olanda patria dell’eutanasia, la vita risulta sempre più «indegna di essere vissuta» anche a chi malato terminale non è affatto. Prova ne sia il caso della diciassettenne Noa Pothoven la quale, nel 2019, si lasciò morire in casa, ad Arnhem, con l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata; era gravemente depressa ma, appunto, non malata terminale. Condizione quest’ultima che comunque, tornando a noi, anche là dove un bambino ha purtroppo poco da vivere davanti a sé non rende meno scioccante la «dolce morte». Chissà che storie come queste aprano almeno gli occhi ai politici italiani favorevoli alla morte assistita, pratica che, se legalizzata, è una porta spalancata all’abisso.
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Ansa
Il bilancio delle vittime e dei dispersi si aggrava di ora in ora ed al momento di andare in stampa era arrivato a contare 188 vittime, più di 1,500 feriti ed oltre 36,000 dispersi. Il presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha deciso la sospensione delle lezioni scolastiche e l’interruzione del servizio della metropolitana di Caracas e della ferrovia della Valles del Tuy. Moltissimi edifici restano pericolanti e interi quartieri dello Stato di La Guaira sono stati evacuati. Anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía rimane chiuso al traffico. In questa ecatombe che, stando ad una previsione dell’Us Geological survey (Usgs) potrebbe causare tra i 10.000 e i 100.000 morti, non risultato vittime italiane. Questa notizia è arrivata per bocca dell’ambasciatore in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, che ha anche dichiarato che l’unità di crisi era già al lavoro.
L’epicentro di questo maxi terremoto sembra essere fra le cittadine di Moron e Catia La Mar, a circa 200 chilometri da Caracas, nello stato di La Guaira, che sono risultate le due località più duramente colpite, anche se sono decine gli edifici crollati nella capitale dove si sta continuando a scavare tra le macerie per salvare le persone intrappolate. La Guaira, principale porto del Venezuela, è stata dichiarata come «zona disastrata» dal governo a causa del terremoto più potente degli ultimi 126 anni. Intanto è cominciata una gara di solidarietà internazionale per aiutare la nazione sudamericana con Donald Trump che ha parlato di un numero devastante di morti e che ha subito chiamato la presidente Rodríguez, la donna che gli Stati Uniti hanno messo al posto di Nicolás Maduro. Giorgia Meloni ha espresso «la più sentita solidarietà e vicinanza alle autorità venezuelane e alla popolazione» e si è subito adoperata per fornire aiuto e assistenza ai 150.000 italiani presenti in Venezuela, mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nella notte ha parlato con il presidente Rodríguez e con il suo omologo. L’Unione europea ha attivato il meccanismo di Protezione civile e il monitoraggio satellitare che coordineranno la risposta internazionale, semplificando le operazioni di intervento sul campo.
Italia, Spagna e Repubblica Ceca sono stati primi Paesi a mettersi a disposizione e l’Italia ha già organizzato un team avanzato composto da 40 vigili del fuoco. Leone XIV, attraverso l’Elemosineria apostolica, ha inviato 100.000 euro in aiuto al Venezuela e ha promesso un’attenzione costante a tutte le necessità del popolo venezuelano. Le Nazioni unite stanno coordinando diverse squadre di soccorso e il Fondo monetario internazionale ha stanziato 200 milioni di dollari per ricostruire infrastrutture, ospedali e le case di coloro che hanno perso tutto.
Mentre continuano le scosse di assestamento, l’ultimo conto ne menzionava 35, ci sono i primi cittadini europei rimasti uccisi nel sisma. Una donna di origine basca e un cittadino portoghese sono stati dichiarati deceduti nel crollo delle loro abitazioni. Gustavo Duque, sindaco di Chacao, uno dei Comuni del distretto di Caracas, ha raccontato che sotto le macerie si sentono voci che chiedono aiuto e che 23 persone sono state estratte vive. Carmen Meléndez, sindaco di Caracas, ha parlato alla televisione statale dichiarando che almeno 26 persone sono morte nella città da lei amministrata. Per l’emergenza è stato anche rimosso il blocco al social X, imposto da Maduro nel 2024 e ancora in funzione. Oltre 2.700 persone sono state salvate, compresi tre fratellini rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa, ma purtroppo si registrano i primi casi di sciacallaggio nella città di Catia La Mar dove alcuni supermercati, parzialmente distrutti, sono stati saccheggiati.
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Il racconto per immagini della giornata dedicata al confronto tra imprese, manager e istituzioni. Un dietro le quinte che ripercorre i principali momenti dei panel e gli interventi dei protagonisti.
Politecnico di Milano (iStock)
Con il nuovo avviso affidato a Cassa Depositi e Prestiti, il governo punta a rafforzare in modo significativo l’offerta di alloggi per studenti, mettendo sul tavolo almeno 579 milioni di euro e fissando una scadenza che lascia poco spazio ai ritardi: i posti letto dovranno essere disponibili entro maggio 2027 per consentire l’erogazione dei contributi entro il termine ultimo previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.
L’obiettivo è ambizioso. In un Paese dove il numero di posti letto dedicati agli universitari continua a essere insufficiente rispetto alla domanda, soprattutto nelle grandi città sede di atenei, il bando che scade il 29 giugno rappresenta uno degli strumenti principali per colmare un gap che negli ultimi anni ha alimentato proteste studentesche, rincari degli affitti e crescenti difficoltà di accesso all’istruzione universitaria per i fuori sede.
La misura, gestita da Cdp su mandato del Ministero dell’Università e della Ricerca dopo la revisione del Pnrr approvata dall’Ecofin, prevede una quota minima del 40% delle risorse destinata al Mezzogiorno. Potranno partecipare soggetti pubblici e privati, imprese, operatori economici, fondazioni, enti religiosi e altri soggetti interessati a realizzare o riqualificare immobili da destinare a residenze universitarie. Gli interventi ammissibili comprendono recupero di edifici esistenti, demolizioni e ricostruzioni, nuove edificazioni e opere di efficientamento energetico o miglioramento sismico.
Il contributo previsto ammonta a quasi 20.000 euro per ogni posto letto effettivamente realizzato e messo a disposizione degli studenti. Non si tratta però di un finanziamento diretto alla costruzione. Le spese per gli interventi restano infatti a carico dei proponenti, mentre il contributo pubblico serve a sostenere la gestione nei primi anni di attività, compensando parte dei minori introiti derivanti dall’obbligo di applicare canoni calmierati. I beneficiari dovranno infatti garantire affitti almeno del 15% inferiori ai valori di mercato e riservare il 30% dei posti a studenti fuori sede capaci e meritevoli privi di adeguati mezzi economici.
Sulla carta le condizioni per accelerare il settore sembrano esserci. Nella pratica, tuttavia, il percorso resta complesso. «La questione centrale non è tanto la disponibilità dei fondi quanto la capacità di utilizzarli in modo efficace e rapido», osserva Oliver Mantinger, managing director di Drees & Sommer Italia, società specializzata nel project e construction management. Secondo il manager, la vera sfida riguarda la velocità con cui il sistema riesce a trasformare le risorse disponibili in cantieri conclusi e strutture operative.
A rallentare il processo è soprattutto la frammentazione normativa e urbanistica che caratterizza il territorio italiano. L’esperienza maturata in diversi progetti, dal Piemonte all’Emilia-Romagna fino al Lazio, mostra come destinazioni d’uso differenti e procedure autorizzative non uniformi possano allungare sensibilmente i tempi di sviluppo. Una situazione che rende più difficile rispettare le scadenze imposte dal Pnrr. Eppure proprio gli studentati potrebbero rappresentare uno dei segmenti più adatti all’innovazione industriale nel settore delle costruzioni. La ripetitività delle unità abitative consente infatti di ricorrere a sistemi prefabbricati e a processi produttivi standardizzati, riducendo tempi e costi. Un modello già diffuso in altri Paesi europei ma ancora poco utilizzato in Italia.
Non mancano esempi incoraggianti. Mantinger cita il caso di uno studentato realizzato a Torino in appena tredici mesi, con oltre 500 stanze ottenute attraverso la riqualificazione di un’area dismessa. Un progetto che dimostra come il recupero del patrimonio inutilizzato è una leva strategica.
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