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2024-05-26
La Nato sdogana le bombe contro Mosca
Jens Stoltenberg (Ansa)
Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».
Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto».
Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».
Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno».
E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari».
Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».
Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner
Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto.
«La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone.
Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger».
Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel.
Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
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Escalation di Jens Stoltenberg che autorizza Volodymyr Zelensky a usare le armi occidentali sul territorio della Russia. Antonio Tajani frena, Matteo Salvini si oppone, Joe Biden nicchia.Raid russo su un centro commerciale: le autorità condannano, due i morti. Vladimir Putin intanto invia sul campo gli Africa Corps.Lo speciale contiene due articoli.Il conflitto in Ucraina sembra sempre più vicino al punto di non ritorno. Alcuni Paesi della Nato nelle ultime settimane hanno alzato i toni delle dichiarazioni, a cominciare dalla Francia. Adesso però è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a parlare. «Penso sia giunto il tempo per gli alleati di eliminare molte delle restrizioni imposte sull’uso delle armi donate all’Ucraina, perché specialmente adesso, in un momento in cui si combatte a Kharkiv, vicino al confine, negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo renderebbe molto difficile per loro difendersi».Dall’inizio della guerra a oggi, l’Occidente ha sempre sostenuto e appoggiato l’Ucraina a difendersi sul proprio territorio con un monito: vietare l’escalation per evitare la terza guerra mondiale. Le parole del più alto vertice dell’Alleanza atlantica potrebbero cambiare tutto e vanificare mesi di sforzi. «Dobbiamo ricordare di cosa si tratta. Si tratta di una guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Kiev ha diritto a difendersi e questo include anche colpire obiettivi in territorio russo», ha insistito Stoltenberg in un’intervista rilasciata all’Economist. «Alcuni alleati hanno già allentato queste restrizioni permettendo l’uso delle loro armi contro obiettivi militari in Ucraina. Io credo che sia giunto il tempo di considerare anche questo», ha precisato. In un’altra intervista, rilasciata questa volta al giornale tedesco Welt am Sonntag, Stoltenberg aggiusta un po’ il tiro e aggiunge: «Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina perché l’Alleanza non entrerà nel conflitto». Le sue parole fanno il giro del mondo ed è Mosca a reagire per prima. «Tutte le delegazioni invitate alla conferenza di pace in Svizzera sull’Ucraina dovrebbero essere consapevoli della posizione del segretario generale della Nato», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «I segnali che arrivano dalle autorità statunitensi sono assolutamente chiari. Washington non vuole la pace in Europa», l’accusa dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov. Ci pensa il presidente Usa, Joe Biden, ad abbassare i toni: «Non ci sono soldati americani in guerra in Ucraina. Sono determinato a mantenere la situazione così».Le parole di Stoltenberg stupiscono anche i vertici del governo italiano. «Noi lavoriamo per la pace», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo parte della Nato ma ogni decisione deve presa in modo collegiale». Poi ribadisce: «Noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e le armi, gli strumenti militari inviati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina». Più severa la reazione del vicepremier Matteo Salvini: «L’Italia non è in guerra con nessuno e se è stato giusto aiutare militarmente l’Ucraina, allo stesso tempo non se ne parla nemmeno di togliere il divieto a Kiev di colpire obiettivi militari in Russia, così come ribadisco che la Lega è contraria a inviare anche un solo soldato a combattere in Ucraina. Noi vogliamo la pace non l’anticamera della terza guerra mondiale». Sempre dalla Lega è il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, a rincarare la dose: «A Bruxelles parlano di vertice per la pace ma pensano alla guerra. Inebriati come sono dal furore bellicista rinnegano la stessa Costituzione europea, che nei suoi principi fondamentali si prefigge di promuovere la pace di fronte alle controversie internazionali». Per Romeo «la priorità è intensificare il lavoro diplomatico per arrivare a una tregua. Chi non comprende questo ci sta portando verso una guerra nucleare e sempre più vicini al punto di non ritorno». E mentre il G7 ha raggiunto un accordo sull’obiettivo di sostenere l’Ucraina anche nel 2025, al confine Nato, da tempo c’è già movimento. Polonia, Finlandia e Norvegia hanno concordato di creare un «muro di droni» a protezione dei loro confini. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno della Lituania, Agnè Bilotaitè: «Si tratta di qualcosa di completamente nuovo: droni schierati lungo la frontiera con la Russia, dalla Norvegia alla Polonia, il cui scopo sarà quello di proteggere il nostro confine anche con altre tecnologie. Non solo infrastrutture fisiche e sistemi di sorveglianza, ma anche droni e altre tecnologie che ci permetteranno di proteggerci». Per il resto le armi continuano a scarseggiare. Anche la Germania, tra i più grandi fornitori di Kiev, comincia a non avere più risorse da inviare. Il cancelliere, Olaf Scholz, dopo aver annunciato la spedizione di una nuova fornitura di carri armati, mezzi di artiglieria e droni, ha avvertito: «La Germania ha raggiunto il limite di ciò che è possibile fornire all’Ucraina in termini di aiuti militari». Nel frattempo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che deve ringraziare l’Occidente per aver respinto Mosca fin qui, prosegue con le stilettate nei confronti dei suoi stessi alleati. «Chiesi al presidente Usa, Joe Biden, e all’Unione europea di imporre sanzioni contro il Cremlino, Vladimir Putin, il suo entourage, il settore energetico russo prima dell’invasione, ma nessuno ci ha sentito. Tutti dissero detto no: prima i russi devono fare un passo, poi noi faremo i passi corrispondenti. E qual è il risultato? Di conseguenza, le grandi perdite umane sono irreparabili».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nato-sdogana-bombe-contro-mosca-2668377594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="raid-russo-su-un-centro-commerciale-e-a-kharkiv-spunta-la-nuova-wagner" data-post-id="2668377594" data-published-at="1716675901" data-use-pagination="False"> Raid russo su un centro commerciale. E a Kharkiv spunta la nuova Wagner Doppio attacco russo a Kharkiv. Ieri, un raid di Mosca ha colpito un ipermercato nella città: stando alle autorità ucraine, si sono registrati almeno due morti e 35 feriti, anche se si teme che il numero delle vittime possa salire, visto che, secondo Volodymyr Zelensky, nel megastore ci sarebbero state più di 200 persone. «Se l’Ucraina avesse avuto sufficienti sistemi di difesa aerea e moderni aerei da combattimento, attacchi russi come questo sarebbero stati impossibili», ha aggiunto il presidente ucraino. «Questo attacco a Kharkiv è un’altra manifestazione della follia russa, non c’è altro modo di dirlo. Solo pazzi come Vladimir Putin sono capaci di uccidere e terrorizzare le persone in un modo così ignobile», ha anche detto. «La Russia ha deliberatamente colpito un obiettivo civile nel bel mezzo di un fine settimana», ha affermato, dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko. Poco dopo, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Ukrinform, il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha reso noto che i russi avevano colpito anche il parco centrale della città. Quando La Verità è andata in stampa, il primo cittadino riferiva che la presenza di eventuali vittime e danni era ancora in fase di accertamento. Le autorità russe hanno nel frattempo accusato Kiev di aver condotto un raid contro la regione di Belgorod, uccidendo due persone. Se ieri Mosca ha annunciato di aver conquistato un villaggio nel Donetsk, è comunque l’oblast di Kharkiv che resta al centro dell’attenzione. Alcune ore prima dei raid russi, Zelensky aveva reso noto che le forze ucraine avevano ripreso il controllo della parte settentrionale della regione, in cui le truppe di Mosca erano penetrate a inizio maggio. Inoltre, secondo l’intelligence britannica, il ministero della Difesa russo avrebbe recentemente schierato in loco gli Africa Corps, che «consistono di oltre 2.000 soldati e ufficiali regolari, così come di mercenari con esperienza, molti dei quali hanno precedentemente servito nel Wagner Group». I servizi di Londra hanno anche sottolineato che «i distaccamenti degli Africa Corps molto probabilmente sono stati in precedenza schierati in Siria, Libia, Burkina Faso e Niger». Ricordiamo d’altronde che Mosca continua a esercitare una notevole presa sull’Est libico, mentre parte consistente del Sahel si è progressivamente inserito nell’orbita russa. Era la fine dell’anno scorso, quando il vecchio Wagner Group, ritrovatosi decapitato dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, veniva sottoposto a un più rigido controllo del governo russo, finendo assimilato agli Africa Corps. Quegli stessi Africa Corps che, secondo l’Institute for the study of war, sono stati inviati in Niger all’inizio di aprile. Vale forse la pena di rammentare che, a settembre, proprio il Niger, insieme al Burkina Faso e al Mali, siglò un patto di sicurezza che prevedeva l’assistenza militare reciproca: uno schiaffo in piena regola alla Francia e al G5 Sahel. Tutto questo pone nuovamente in luce la necessità di un urgente rafforzamento del fianco meridionale della Nato. La Russia non sta infatti soltanto rafforzando la sua longa manus sul Sahel, ma sta anche consolidando i propri già stretti legami con quell’Iran che, oltre a fornire droni a Mosca nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina, è un attore centrale (e assai pericoloso) nell’attuale crisi mediorientale. D’altronde, oltre a essere i principali finanziatori di Hamas, gli ayatollah stanno rafforzando la propria influenza sul Sahel: a partire dal Niger, con cui il regime khomeinista sta trattando per l’acquisto di 300 tonnellate di uranio. Guarda caso, giusto ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato la volontà da parte di Mosca e Teheran di avviare un «partenariato strategico».
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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