True
2022-11-23
L'allarme della Nato: «Con la guerra in Ucraina mancano le munizioni»
True
Ansa
Di fatto, dopo vent’anni di riduzione dei budget e delle capacità produttive degli armamenti nei Paesi europei, i loro massimi funzionari della Difesa affermano che la carenza di armi tra gli alleati occidentali dell'Ucraina sta costringendo a difficili operazioni per riuscire a bilanciare il sostegno a Kiev con le preoccupazioni che la Russia potrebbe aprire altri fronti. I Paesi dell’Alleanza atlantica che hanno inviato armi e attrezzature per miliardi di dollari stanno ora discutendo sui livelli delle scorte di cui hanno bisogno per continuare comunque ad adempiere ai loro obblighi ai sensi del trattato di mutua difesa. Lo scorso fine settimana, il presidente del comitato militare della Nato, l’ammiraglio Rob Bauer della Reale Marina militare olandese, in occasione dello Halifax International Security Forum ha dichiarato: «Quando continui a distribuire munizioni all'Ucraina e devi valutare il rischio che corri per mantenere la tua prontezza, devi costantemente considerare il livello della minaccia». L’attenzione e la criticità sulle scorte di armamenti sono particolarmente alte per quanto riguarda le munizioni, poiché nei due decenni scorsi molte nazioni hanno mantenuto le scorte a un livello inferiore alla metà delle loro capacità perché vedevano pochi rischi o non volevano permettersi più spese militari, adottando per l’industria della Difesa un approccio just-enough, appena sufficiente. Bauer ha spiegato: «Quindi l'urgenza ora è evidente e finalmente viene compresa, penso nella maggior parte delle nazioni, e non conta il fatto che i russi hanno gli stessi problemi che abbiamo noi in termini di scorte; mentre le perdite di Mosca sul campo di battaglia in termini di soldati, carri armati e mezzi aerei l'hanno resa meno minacciosa, a preoccupare devono essere la capacità e il ritmo con cui la Russia può ricostituire le sue forze». Tuttavia, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intervenendo al forum in videoconferenza, ha messo in guardia la Nato dal concedere respiro a Vladimir Putin in questo momento, rifiutando l'idea anche di una breve tregua: «La cessazione della guerra in quanto tale non garantisce la pace. La Russia ora cerca una breve tregua per recuperare le forze. Alcuni potrebbero definirla la fine della guerra, ma una tale pausa non farebbe che peggiorare le cose».
Il problema non è soltanto europeo. Gli Stati Uniti intenderebbero acquistare 100.000 colpi di munizioni d’artiglieria per obici da 155 mm dai produttori sudcoreani per continuare a fornire armamenti all'Ucraina. Non a caso nell’agosto scorso il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol aveva dichiarato di voler rendere il paese uno dei principali fornitori di armi al mondo. L'obiettivo è rendere Seoul il quarto fornitore al mondo dietro solo a Stati Uniti, Russia e Francia. L'accordo consente a Seoul di mantenere il suo impegno pubblico di non inviare aiuti letali all'Ucraina, e in una dichiarazione rilasciata venerdì mattina, il ministero della Difesa sudcoreano ha affermato di non aver cambiato posizione sulla spedizione di armi all'Ucraina e di ritenere che «l'utente finale» delle munizioni siano per loro gli Stati Uniti. Ma in una dichiarazione, il Pentagono ha affermato che la Corea del Sud ha «un'industria della difesa di livello mondiale che vende regolarmente ad alleati e partner, inclusi gli Stati Uniti». Di fatto sono in corso trattative tra le società statunitensi e coreane per esportare munizioni, al fine di sopperire alla carenza di scorte di munizioni da 155 mm negli Usa, si legge nella nota del ministero sudcoreano. Ma tale acquisto diventerebbe un argomento molto sensibile soprattutto nei confronti della Corea del Nord, soprattutto alla luce dei recenti lanci di missili effettuati da Pyongyang. Seoul ha comunque preso parte alle riunioni dell'Ucraina Defence Contact Group, il gruppo multinazionale istituito dagli Usa per identificare le scorte di armi disponibili e spedirle in Ucraina, e che comprende anche Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Latvia, Lituania, Italia, Polonia, Romania and Slovacchia. Finora però Seoul finora ha rifiutato pubblicamente di inviare aiuti letali all'Ucraina, consegnando solo forniture mediche e giubbotti antiproiettile. La notizia della vendita di proiettili per triangolazione dagli Usa era stata riportata per la prima volta dal Wall Street Journal circa una settimana fa, quando Washington aveva avvertito che la Corea del Nord stava segretamente fornendo alla Russia proiettili d’artiglieria per la guerra in Ucraina.
Il sottosegretario per la politica della Difesa Usa Colin Kahl, parlando ai giornalisti via internet, nel corso di una riunione per la sicurezza nazionale organizzata dalla George Washington University, ha dichiarato: «Non c'è dubbio che la guerra abbia messo sotto pressione le nostre scorte di munizioni a partire dalla nostra stessa base industriale; e questo è stato vero innanzi tutto per i nostri alleati. Fin dai primi mesi di guerra l'artiglieria è stata una delle armi chiave fornite all'Ucraina, che dapprima faceva affidamento su pezzi d’artiglieria da 152 mm dell'era sovietica, quindi sugli obici da 155 mm standard della Nato, dei quali gli Usa ad oggi ne hanno inviati 142. La guerra» - ha concluso detto Kahl - «ha rivelato che dobbiamo rendere la nostra base industriale della difesa più agile e reattiva».
Continua a leggereRiduci
Va bene dare armi all’Ucraina, ma qual è il limite oltre al quale le difese delle nazioni europee rimangono sguarnite? Si è parlato spesso di sistemi per la difesa aerea e di droni, ma l'artiglieria rimane fondamentale per il combattimento a terra. In nove mesi gli Usa hanno inviato a Kiev quasi un milione di munizioni da 155 mm, ma gli analisti stimano che ogni giorno vengano sparati da 4.000 a 7.000 colpi, mentre la Russia ne starebbe impiegando circa 20.000.Di fatto, dopo vent’anni di riduzione dei budget e delle capacità produttive degli armamenti nei Paesi europei, i loro massimi funzionari della Difesa affermano che la carenza di armi tra gli alleati occidentali dell'Ucraina sta costringendo a difficili operazioni per riuscire a bilanciare il sostegno a Kiev con le preoccupazioni che la Russia potrebbe aprire altri fronti. I Paesi dell’Alleanza atlantica che hanno inviato armi e attrezzature per miliardi di dollari stanno ora discutendo sui livelli delle scorte di cui hanno bisogno per continuare comunque ad adempiere ai loro obblighi ai sensi del trattato di mutua difesa. Lo scorso fine settimana, il presidente del comitato militare della Nato, l’ammiraglio Rob Bauer della Reale Marina militare olandese, in occasione dello Halifax International Security Forum ha dichiarato: «Quando continui a distribuire munizioni all'Ucraina e devi valutare il rischio che corri per mantenere la tua prontezza, devi costantemente considerare il livello della minaccia». L’attenzione e la criticità sulle scorte di armamenti sono particolarmente alte per quanto riguarda le munizioni, poiché nei due decenni scorsi molte nazioni hanno mantenuto le scorte a un livello inferiore alla metà delle loro capacità perché vedevano pochi rischi o non volevano permettersi più spese militari, adottando per l’industria della Difesa un approccio just-enough, appena sufficiente. Bauer ha spiegato: «Quindi l'urgenza ora è evidente e finalmente viene compresa, penso nella maggior parte delle nazioni, e non conta il fatto che i russi hanno gli stessi problemi che abbiamo noi in termini di scorte; mentre le perdite di Mosca sul campo di battaglia in termini di soldati, carri armati e mezzi aerei l'hanno resa meno minacciosa, a preoccupare devono essere la capacità e il ritmo con cui la Russia può ricostituire le sue forze». Tuttavia, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intervenendo al forum in videoconferenza, ha messo in guardia la Nato dal concedere respiro a Vladimir Putin in questo momento, rifiutando l'idea anche di una breve tregua: «La cessazione della guerra in quanto tale non garantisce la pace. La Russia ora cerca una breve tregua per recuperare le forze. Alcuni potrebbero definirla la fine della guerra, ma una tale pausa non farebbe che peggiorare le cose».Il problema non è soltanto europeo. Gli Stati Uniti intenderebbero acquistare 100.000 colpi di munizioni d’artiglieria per obici da 155 mm dai produttori sudcoreani per continuare a fornire armamenti all'Ucraina. Non a caso nell’agosto scorso il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol aveva dichiarato di voler rendere il paese uno dei principali fornitori di armi al mondo. L'obiettivo è rendere Seoul il quarto fornitore al mondo dietro solo a Stati Uniti, Russia e Francia. L'accordo consente a Seoul di mantenere il suo impegno pubblico di non inviare aiuti letali all'Ucraina, e in una dichiarazione rilasciata venerdì mattina, il ministero della Difesa sudcoreano ha affermato di non aver cambiato posizione sulla spedizione di armi all'Ucraina e di ritenere che «l'utente finale» delle munizioni siano per loro gli Stati Uniti. Ma in una dichiarazione, il Pentagono ha affermato che la Corea del Sud ha «un'industria della difesa di livello mondiale che vende regolarmente ad alleati e partner, inclusi gli Stati Uniti». Di fatto sono in corso trattative tra le società statunitensi e coreane per esportare munizioni, al fine di sopperire alla carenza di scorte di munizioni da 155 mm negli Usa, si legge nella nota del ministero sudcoreano. Ma tale acquisto diventerebbe un argomento molto sensibile soprattutto nei confronti della Corea del Nord, soprattutto alla luce dei recenti lanci di missili effettuati da Pyongyang. Seoul ha comunque preso parte alle riunioni dell'Ucraina Defence Contact Group, il gruppo multinazionale istituito dagli Usa per identificare le scorte di armi disponibili e spedirle in Ucraina, e che comprende anche Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Latvia, Lituania, Italia, Polonia, Romania and Slovacchia. Finora però Seoul finora ha rifiutato pubblicamente di inviare aiuti letali all'Ucraina, consegnando solo forniture mediche e giubbotti antiproiettile. La notizia della vendita di proiettili per triangolazione dagli Usa era stata riportata per la prima volta dal Wall Street Journal circa una settimana fa, quando Washington aveva avvertito che la Corea del Nord stava segretamente fornendo alla Russia proiettili d’artiglieria per la guerra in Ucraina. Il sottosegretario per la politica della Difesa Usa Colin Kahl, parlando ai giornalisti via internet, nel corso di una riunione per la sicurezza nazionale organizzata dalla George Washington University, ha dichiarato: «Non c'è dubbio che la guerra abbia messo sotto pressione le nostre scorte di munizioni a partire dalla nostra stessa base industriale; e questo è stato vero innanzi tutto per i nostri alleati. Fin dai primi mesi di guerra l'artiglieria è stata una delle armi chiave fornite all'Ucraina, che dapprima faceva affidamento su pezzi d’artiglieria da 152 mm dell'era sovietica, quindi sugli obici da 155 mm standard della Nato, dei quali gli Usa ad oggi ne hanno inviati 142. La guerra» - ha concluso detto Kahl - «ha rivelato che dobbiamo rendere la nostra base industriale della difesa più agile e reattiva».
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
L'assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia: «Va calmierato il costo energetico che ha un problema interno a livello europeo». Sull'automotive: «L'industria è a rischio perché il quadro normativo europeo non è conforme né con il mercato né con la contingenza economica».
La Corte suprema boccia i dazi ma Trump aggira l'ostacolo e li impone di nuovo. Le pressioni Usa fanno saltare i trafficanti messicani, mentre si prepara l'attacco all'Iran. Il caso Epstein, l'economia e la critica woke a «Cime tempestose».