
Luigi Lovaglio è definitivamente fuori da Mps. Non ricandidato. Archiviato. Qualunque sia la definizione la sostanza non cambia: l’uomo che quattro anni fa era stato chiamato dal governo a rianimare la pecora nera del credito scopre che la fiaba non prevede il lieto fine.
Adesso si apre la corsa per la successione che vede in pole position per la presidenza Corrado Passera, ex ministro e banchiere di lunghissimo corso che ha appena ceduto Illimity Bank, la sua creatura. Per il posto di amministratore delegato ci sono Fabrizio Palermo, il cui mandato in Acea (l’utility romana di gas e luce) scade ad aprile e Carlo Vivaldi che proprio come Lovaglio ha gestito le attività nell’EstEeuropa di Unicredit. L’ultima parola spetterà al consiglio d’amministrazione che si è protratto bella notte. La maggioranza richiesta è 10 su 14. Sulla mancata conferma dell’attuale amministratore delegato pesano un po’ di ombre: l’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata a Mediobanca e l’accoglienza glaciale riservata dal mercato al suo piano industriale. Certo non gli mancherà l’amarezza. Quando arriva, il 7 febbraio 2022, il Monte è in terapia intensiva. La vendita a Unicredit è saltata perché Andrea Orcel chiedeva una dote miliardaria per caricarsi la zavorra. Quella messa sul piatto dal governo era giudicata troppo bassa. L’Europa spingeva per la privatizzazione, il Tesoro cercava una via d’uscita e il mercato guardava Siena come si osserva un muro pericolante. Una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi nell’autunno 2022 sul cui successo scommettevano in pochi. Un accordo con i sindacati che porta a oltre 4.000 uscite e rende finalmente sostenibile il conto economico. Un lavoro certosino su crediti fiscali, rischi legali, core business. E mentre il vento dei tassi soffia a favore, il Monte torna a fare utili. Si rivede il dividendo dopo 13 anni. Riconquista il favore delle agenzie di rating. La capitalizzazione decuplica, fino a sfiorare i 28 miliardi. La vera svolta è la scalata a Mediobanca. Il salotto buono della finanza italiana, la cassaforte delle relazioni che contano, la banca che non è mai stata solo una banca. Nove mesi di battaglia, una guerra di nervi con Piazzetta Cuccia, un’operazione che fino a poco prima sarebbe sembrata fantascienza.
Siena che detta la linea a Milano. La provincia che conquista il salotto.
E qui scatta il riflesso condizionato del sistema: troppo, troppo in fretta, troppo personale. Si parla di scollamento con il board. Di frizioni. Di un confronto serrato sull’opportunità di far uscire Mediobanca da Piazza Affari. Di un manager troppo autonomo.
Sullo sfondo, come una nuvola nera, l’inchiesta sul presunto patto occulto nella scalata. Il timore di un eventuale rinvio a giudizio. La Borsa, si sa, è una signora permalosa. Il piano su Mediobanca viene accolto con freddezza. Scarsa visibilità sull’integrazione, promesse di 16 miliardi di dividendi che non scaldano i cuori. Nemmeno ieri le vendite si sono fermate: a fronte di una Borsa in netta ripresa il titolo Mps scivola: -1,2% in chiusura, dopo un -4,3% in mattinata. I segnali si interpretano. Il comitato nomine propone 26 nomi da ridurre a 20. Lovaglio non c’è. Adesso parte il toto-successore. Spunta Corrado Passera, banchiere ed ex ministro, uomo che conosce bene i corridoi del potere. Spunta Fabrizio Palermo, oggi ad di Acea, con un passato da timoniere di Cassa Depositi e Prestiti. Spunta Carlo Vivaldi, con il pedigree internazionale di Unicredit sull’Est Europa.
Tutti nomi solidi. Tutti profili rassicuranti. Tutti, soprattutto, meno divisivi. A decidere sarà l’assemblea dopo la decisione dell’attuale consiglio d’amministrazione che dovrà formulare la lista.
Perché il messaggio è chiaro: dopo l’azzardo serve l’ordine. Dopo l’assalto, la gestione. Dopo il comandante corsaro, il prefetto. Il paradosso è che Lovaglio paga anche i suoi successi. Ha trasformato il Monte nel terzo polo bancario del Paese. Ha riportato utili, dividendi, rating, orgoglio interno. Poi l’inciampo giudiziario e il piano industriale fuori scala
E così Siena, la banca più antica del mondo, si concede l’ennesimo cambio di scena. Si apre una nuova fase che dovrà consolidare la governance. Nel frattempo, il Monte va avanti. Perché le banche, a differenza dei banchieri, non vanno mai davvero in pensione.





