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2021-08-19
Un morto, due stupri, droga e alcol. Ma il maxi raduno illegale continua
Al terreno occupato, 35 ettari coltivati a grano a un tiro di schioppo dal lago di Mezzano, nella dispersa campagna di Valentano, paesello medievale con scarse 3.000 anime, si accede da tre diverse direttrici: Viterbo, Grosseto e Siena. Da lì, tra il 13 e il 14 agosto, sono passati indisturbati tir carichi di casse audio per migliaia di watt, carovane di furgoni e di automobili partite da tutta l'Europa. E, così, quel lembo di terra arsa e impolverata della Tuscia si è trasformata nello Space Travel, uno dei più grandi rave party della storia d'Italia. Ma anche in uno dei peggiori pasticci della storia dell'ordine e della sicurezza pubblica del Paese. Un ragazzo, Gianluca Santiago, morto per una overdose e finito in un lago, probabilmente una seconda vittima, colpita da arresto cardiaco, la cui notizia non viene confermata da alcuna fonte ufficiale ma che è finita sui siti di tutti i quotidiani online, due stupri denunciati in ospedale, cinque giovani ricoverati in coma etilico, uno dei quali positivo al Covid. E perfino il parto di una bambina, con la mamma che al nono mese di gravidanza non si è fatta scrupoli pur di raggiungere il rave. Questo è ciò che è accaduto finora nel non luogo scelto per l'assembramento di tekno non stop alimentato da giornate alcoliche, farmaci e droga sintetica. Ma a far tremare le istituzioni, che hanno convocato il Comitato della sicurezza al Viminale, è quello che potrebbe ancora accadere fino al 23. Perché, se da una parte è vero che degli stimati 10.000 partecipanti una buona fetta è ripartita dopo aver azzerato le proprie scorte di denaro, di alimentari e di droga (nei giorni successivi la quota sarebbe scesa tra le 6.000 e le 8.000 presenze), sembra che ci siano diversi autobus in arrivo. Quando sui gruppi social frequentati dai raver si è diffusa la notizia che per Prefettura e Questura la situazione era diventata ingestibile, per sfidare lo Stato sono partiti i rinforzi.
Il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni ha fatto sapere che «sono stati evitati ulteriori ingressi e sono state identificate persone e veicoli che hanno illegalmente occupato l'area protetta».
La Procura di Viterbo ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di «morte in conseguenza di altro delitto», ovvero la cessione di droga. Ma gli investigatori, nella loro ricostruzione, sono partiti da chi potrebbe aver segnalato quel posto semi sconosciuto.
L'amara scoperta l'ha fatta il proprietario di una buona parte di quei terreni occupati, Piero Camilli, 71 anni, imprenditore, sindaco di Grotte di Castro ed ex patron del Grosseto calcio. Quando è arrivato nella sua villetta in campagna, accompagnato dalla colonna sonora tekno, ha visto centinaia di camper. E quando si è affacciato nel luogo dal quale proveniva quel rumore martellante e inarrestabile non riusciva a credere ai suoi occhi. Erano state allestite un'area gastronomica, una per la musica e una per gli stupefacenti, con tanto di cartello con l'indicazione «fumo». Su una tanica per l'acqua è addirittura indicato dove trovare la «pasticca arancione Tiger/Kenzo Alprazolan (Xanax)». Il commento del sindaco è amaro: «Le forze dell'ordine sono inermi. Ecco come siamo finiti in Italia, non siamo più padroni a casa nostra». E anche se i nuclei della celere hanno cinturato l'area, i raver si sentono intoccabili e non mollano. Il questore di Viterbo, Giancarlo Sant'Elia, napoletano, proveniente da un'esperienza in Vaticano come organizzatore della sicurezza per il Santo Padre, ha dichiarato la resa: «Lo sgombero è impossibile. Ci sono migliaia di partecipanti sparpagliati». Il prefetto Giovanni Bruno martedì aveva dato un ultimatum: «La festa deve finire domani». Parole al vento.
Ma l'idea di una resa dello Stato viene respinta. Il portavoce dell'Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti, sostiene che «non sembra coerente con quella che è una scelta, secondo noi correttissima, di evitare scenari di straordinario rischio». Un intervento prevederebbe un uso della forza che dovrebbe tenere conto dei rischi connessi al movimento di mezzi pesanti tra la folla. E allora le forze dell'ordine se ne stanno lì a guardare, mentre si consuma quella che per i raver è una umiliazione delle istituzioni. «È una situazione gravissima», denuncia il sindaco di Valentano Stefano Bigiotti, che chiede «l'intervento diretto del ministro dell'Interno». Ma Luciana Lamorgese per tutta la giornata di ieri è rimasta in silenzio, mandando avanti con le agenzie di stampa «fonti del Viminale», che fanno sapere che le forze di polizia «stanno lavorando con grande senso di responsabilità per ripristinare la legalità nel più breve tempo possibile». Dalla Questura di Viterbo dicono che con gli organizzatori, dei ragazzi francesi, è stata avviata una trattativa. Ma gli uomini della fiera dell'illegalità hanno risposto che non andranno via prima di aver coperto completamente i costi. Alle loro spalle lasceranno un morto, forse due e tonnellate di rifiuti che il piccolo Comune dovrà capire come smaltire. Con buona pace delle istituzioni.
Sicilia in allarme per casi e ricoveri però sbarcano altri 166 clandestini
Continuano senza sosta gli arrivi sulle coste italiane legati al fenomeno dell'accoglienza. Sono stati infatti sbarcati ieri nel porto di Augusta i 166 passeggeri recuperati in mare in quattro diverse operazioni dalla nave Resq people, l'imbarcazione di 39 metri varata dalla quasi omonima ong Resq-People Saving People, di cui è presidente onorario l'ex pm del pool Mani pulite Gherardo Colombo. A bordo della nave anche 12 bambini, scesi a terra ieri sulle banchine del porto della cittadina in provincia di Siracusa assegnata come porto sicuro (richiesto domenica dall'organizzazione non governativa) all'imbarcazione anche a seguito di numerosi appelli pubblici di personalità di sinistra, tra cui l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, affiancati da un campagna su Twitter che in alcuni casi arrivava perfino a mettere la confronto l'esigenza del porto sicuro per l'imbarcazione dell'Ong italiana con la nascente crisi umanitaria in Afghanistan. A ieri gli sbarchi censiti nel nostro Paese erano 34.868, 413 in più di quelli al 16 agosto, dati che portano il totale provvisorio del 2021 a superare quello definitivo dello scorso anno di arrivi del 2020, quando il dato, comunque impressionante, si era fermato a 34.154. Ma se il trend dovesse rimanere quello degli ultimi giorni, il dato del 2021 potrebbe sfiorare il raddoppio, con in prima linea la Sicilia e le altre isole come Pantelleria e Lampedusa (dove ieri sono comunque arrivati altre 34 persone) il cui hotspot, ad esempio è di fatto al collasso. La struttura infatti ha una capienza massima di 250 ospiti, ma quest'anno non si è mai scesi al di sotto delle 300 persone presenti, con punte di oltre mille stipate in una struttura sottodimensionata. Una situazione che sta mettendo sotto pressione il personale sanitario, che anche nelle isole minori fa parte delle Asl siciliane già provate dai numeri della pandemia.
Al momento sulle condizioni di salute dei passeggeri sbarcati esiste solo una generica dichiarazione di Colombo, secondo il quale «al momento non ci sono problemi dal punto di vista sanitario». Nulla si sa quindi riguardo a possibili casi di positivi al Covid-19, che andrebbero a impattare sulla situazione della Sicilia, già a rischio di zona gialla. La regione insulare infatti è prima in Italia sia per incidenza di posti letto occupati che per numero di degenti, saliti ieri a quota 701 (17 in più in un giorno) in area medica e a 80 (tre in più) nelle terapie intensive. In totale ieri in Sicilia anche ieri si sono registrati 997 nuovi casi di Covid su 15.038 tamponi processati, che non comprendono però i 144 adulti a bordo della Resq people, alla sua prima operazione in mare con il nuovo nome e la nuova organizzazione, ma i n realtà una vecchia conoscenza delle cronache sull'accoglienza. Quando navigava nel Mediterraneo per l'ong tedesca Sea Eye con il nome Alan Kurdi divenne infatti famosa per la prima inchiesta che colpì l'allora ministro dell'Interno del governo Conte I, Matteo Salvini. Il 3 aprile del 2019 la nave fece salire a bordo al largo della Libia, 64 persone accorse su un gommone. Il Viminale si oppose allo sbarco in Italia, l'imbarcazione restò 10 giorni al largo per poi fare rotta verso Malta e infine ridistribuire i 64 a bordo in altri paesi europei. Una scelta che costò al leader della Lega e al suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi, un'indagine per abuso d'ufficio e rifiuto di atti d'ufficio. Posizione poi archiviata dal Tribunale dei ministri.
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Fino a 10.000 persone alla festa nel Viterbese iniziata sei giorni fa. La Procura indaga sul decesso del giovane trovato nel lago. E il caos prosegue: un'altra vittima da confermare, intossicazioni, violenze e perfino un parto.La Resq people di Gherardo Colombo ha attraccato ad Augusta. A Lampedusa 34 nuovi ingressi.Lo speciale contiene due articoli.Al terreno occupato, 35 ettari coltivati a grano a un tiro di schioppo dal lago di Mezzano, nella dispersa campagna di Valentano, paesello medievale con scarse 3.000 anime, si accede da tre diverse direttrici: Viterbo, Grosseto e Siena. Da lì, tra il 13 e il 14 agosto, sono passati indisturbati tir carichi di casse audio per migliaia di watt, carovane di furgoni e di automobili partite da tutta l'Europa. E, così, quel lembo di terra arsa e impolverata della Tuscia si è trasformata nello Space Travel, uno dei più grandi rave party della storia d'Italia. Ma anche in uno dei peggiori pasticci della storia dell'ordine e della sicurezza pubblica del Paese. Un ragazzo, Gianluca Santiago, morto per una overdose e finito in un lago, probabilmente una seconda vittima, colpita da arresto cardiaco, la cui notizia non viene confermata da alcuna fonte ufficiale ma che è finita sui siti di tutti i quotidiani online, due stupri denunciati in ospedale, cinque giovani ricoverati in coma etilico, uno dei quali positivo al Covid. E perfino il parto di una bambina, con la mamma che al nono mese di gravidanza non si è fatta scrupoli pur di raggiungere il rave. Questo è ciò che è accaduto finora nel non luogo scelto per l'assembramento di tekno non stop alimentato da giornate alcoliche, farmaci e droga sintetica. Ma a far tremare le istituzioni, che hanno convocato il Comitato della sicurezza al Viminale, è quello che potrebbe ancora accadere fino al 23. Perché, se da una parte è vero che degli stimati 10.000 partecipanti una buona fetta è ripartita dopo aver azzerato le proprie scorte di denaro, di alimentari e di droga (nei giorni successivi la quota sarebbe scesa tra le 6.000 e le 8.000 presenze), sembra che ci siano diversi autobus in arrivo. Quando sui gruppi social frequentati dai raver si è diffusa la notizia che per Prefettura e Questura la situazione era diventata ingestibile, per sfidare lo Stato sono partiti i rinforzi. Il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni ha fatto sapere che «sono stati evitati ulteriori ingressi e sono state identificate persone e veicoli che hanno illegalmente occupato l'area protetta». La Procura di Viterbo ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di «morte in conseguenza di altro delitto», ovvero la cessione di droga. Ma gli investigatori, nella loro ricostruzione, sono partiti da chi potrebbe aver segnalato quel posto semi sconosciuto. L'amara scoperta l'ha fatta il proprietario di una buona parte di quei terreni occupati, Piero Camilli, 71 anni, imprenditore, sindaco di Grotte di Castro ed ex patron del Grosseto calcio. Quando è arrivato nella sua villetta in campagna, accompagnato dalla colonna sonora tekno, ha visto centinaia di camper. E quando si è affacciato nel luogo dal quale proveniva quel rumore martellante e inarrestabile non riusciva a credere ai suoi occhi. Erano state allestite un'area gastronomica, una per la musica e una per gli stupefacenti, con tanto di cartello con l'indicazione «fumo». Su una tanica per l'acqua è addirittura indicato dove trovare la «pasticca arancione Tiger/Kenzo Alprazolan (Xanax)». Il commento del sindaco è amaro: «Le forze dell'ordine sono inermi. Ecco come siamo finiti in Italia, non siamo più padroni a casa nostra». E anche se i nuclei della celere hanno cinturato l'area, i raver si sentono intoccabili e non mollano. Il questore di Viterbo, Giancarlo Sant'Elia, napoletano, proveniente da un'esperienza in Vaticano come organizzatore della sicurezza per il Santo Padre, ha dichiarato la resa: «Lo sgombero è impossibile. Ci sono migliaia di partecipanti sparpagliati». Il prefetto Giovanni Bruno martedì aveva dato un ultimatum: «La festa deve finire domani». Parole al vento.Ma l'idea di una resa dello Stato viene respinta. Il portavoce dell'Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti, sostiene che «non sembra coerente con quella che è una scelta, secondo noi correttissima, di evitare scenari di straordinario rischio». Un intervento prevederebbe un uso della forza che dovrebbe tenere conto dei rischi connessi al movimento di mezzi pesanti tra la folla. E allora le forze dell'ordine se ne stanno lì a guardare, mentre si consuma quella che per i raver è una umiliazione delle istituzioni. «È una situazione gravissima», denuncia il sindaco di Valentano Stefano Bigiotti, che chiede «l'intervento diretto del ministro dell'Interno». Ma Luciana Lamorgese per tutta la giornata di ieri è rimasta in silenzio, mandando avanti con le agenzie di stampa «fonti del Viminale», che fanno sapere che le forze di polizia «stanno lavorando con grande senso di responsabilità per ripristinare la legalità nel più breve tempo possibile». Dalla Questura di Viterbo dicono che con gli organizzatori, dei ragazzi francesi, è stata avviata una trattativa. Ma gli uomini della fiera dell'illegalità hanno risposto che non andranno via prima di aver coperto completamente i costi. Alle loro spalle lasceranno un morto, forse due e tonnellate di rifiuti che il piccolo Comune dovrà capire come smaltire. 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A bordo della nave anche 12 bambini, scesi a terra ieri sulle banchine del porto della cittadina in provincia di Siracusa assegnata come porto sicuro (richiesto domenica dall'organizzazione non governativa) all'imbarcazione anche a seguito di numerosi appelli pubblici di personalità di sinistra, tra cui l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, affiancati da un campagna su Twitter che in alcuni casi arrivava perfino a mettere la confronto l'esigenza del porto sicuro per l'imbarcazione dell'Ong italiana con la nascente crisi umanitaria in Afghanistan. A ieri gli sbarchi censiti nel nostro Paese erano 34.868, 413 in più di quelli al 16 agosto, dati che portano il totale provvisorio del 2021 a superare quello definitivo dello scorso anno di arrivi del 2020, quando il dato, comunque impressionante, si era fermato a 34.154. Ma se il trend dovesse rimanere quello degli ultimi giorni, il dato del 2021 potrebbe sfiorare il raddoppio, con in prima linea la Sicilia e le altre isole come Pantelleria e Lampedusa (dove ieri sono comunque arrivati altre 34 persone) il cui hotspot, ad esempio è di fatto al collasso. La struttura infatti ha una capienza massima di 250 ospiti, ma quest'anno non si è mai scesi al di sotto delle 300 persone presenti, con punte di oltre mille stipate in una struttura sottodimensionata. Una situazione che sta mettendo sotto pressione il personale sanitario, che anche nelle isole minori fa parte delle Asl siciliane già provate dai numeri della pandemia. Al momento sulle condizioni di salute dei passeggeri sbarcati esiste solo una generica dichiarazione di Colombo, secondo il quale «al momento non ci sono problemi dal punto di vista sanitario». Nulla si sa quindi riguardo a possibili casi di positivi al Covid-19, che andrebbero a impattare sulla situazione della Sicilia, già a rischio di zona gialla. La regione insulare infatti è prima in Italia sia per incidenza di posti letto occupati che per numero di degenti, saliti ieri a quota 701 (17 in più in un giorno) in area medica e a 80 (tre in più) nelle terapie intensive. In totale ieri in Sicilia anche ieri si sono registrati 997 nuovi casi di Covid su 15.038 tamponi processati, che non comprendono però i 144 adulti a bordo della Resq people, alla sua prima operazione in mare con il nuovo nome e la nuova organizzazione, ma i n realtà una vecchia conoscenza delle cronache sull'accoglienza. Quando navigava nel Mediterraneo per l'ong tedesca Sea Eye con il nome Alan Kurdi divenne infatti famosa per la prima inchiesta che colpì l'allora ministro dell'Interno del governo Conte I, Matteo Salvini. Il 3 aprile del 2019 la nave fece salire a bordo al largo della Libia, 64 persone accorse su un gommone. Il Viminale si oppose allo sbarco in Italia, l'imbarcazione restò 10 giorni al largo per poi fare rotta verso Malta e infine ridistribuire i 64 a bordo in altri paesi europei. Una scelta che costò al leader della Lega e al suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi, un'indagine per abuso d'ufficio e rifiuto di atti d'ufficio. Posizione poi archiviata dal Tribunale dei ministri.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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