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2021-08-19
Un morto, due stupri, droga e alcol. Ma il maxi raduno illegale continua
Al terreno occupato, 35 ettari coltivati a grano a un tiro di schioppo dal lago di Mezzano, nella dispersa campagna di Valentano, paesello medievale con scarse 3.000 anime, si accede da tre diverse direttrici: Viterbo, Grosseto e Siena. Da lì, tra il 13 e il 14 agosto, sono passati indisturbati tir carichi di casse audio per migliaia di watt, carovane di furgoni e di automobili partite da tutta l'Europa. E, così, quel lembo di terra arsa e impolverata della Tuscia si è trasformata nello Space Travel, uno dei più grandi rave party della storia d'Italia. Ma anche in uno dei peggiori pasticci della storia dell'ordine e della sicurezza pubblica del Paese. Un ragazzo, Gianluca Santiago, morto per una overdose e finito in un lago, probabilmente una seconda vittima, colpita da arresto cardiaco, la cui notizia non viene confermata da alcuna fonte ufficiale ma che è finita sui siti di tutti i quotidiani online, due stupri denunciati in ospedale, cinque giovani ricoverati in coma etilico, uno dei quali positivo al Covid. E perfino il parto di una bambina, con la mamma che al nono mese di gravidanza non si è fatta scrupoli pur di raggiungere il rave. Questo è ciò che è accaduto finora nel non luogo scelto per l'assembramento di tekno non stop alimentato da giornate alcoliche, farmaci e droga sintetica. Ma a far tremare le istituzioni, che hanno convocato il Comitato della sicurezza al Viminale, è quello che potrebbe ancora accadere fino al 23. Perché, se da una parte è vero che degli stimati 10.000 partecipanti una buona fetta è ripartita dopo aver azzerato le proprie scorte di denaro, di alimentari e di droga (nei giorni successivi la quota sarebbe scesa tra le 6.000 e le 8.000 presenze), sembra che ci siano diversi autobus in arrivo. Quando sui gruppi social frequentati dai raver si è diffusa la notizia che per Prefettura e Questura la situazione era diventata ingestibile, per sfidare lo Stato sono partiti i rinforzi.
Il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni ha fatto sapere che «sono stati evitati ulteriori ingressi e sono state identificate persone e veicoli che hanno illegalmente occupato l'area protetta».
La Procura di Viterbo ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di «morte in conseguenza di altro delitto», ovvero la cessione di droga. Ma gli investigatori, nella loro ricostruzione, sono partiti da chi potrebbe aver segnalato quel posto semi sconosciuto.
L'amara scoperta l'ha fatta il proprietario di una buona parte di quei terreni occupati, Piero Camilli, 71 anni, imprenditore, sindaco di Grotte di Castro ed ex patron del Grosseto calcio. Quando è arrivato nella sua villetta in campagna, accompagnato dalla colonna sonora tekno, ha visto centinaia di camper. E quando si è affacciato nel luogo dal quale proveniva quel rumore martellante e inarrestabile non riusciva a credere ai suoi occhi. Erano state allestite un'area gastronomica, una per la musica e una per gli stupefacenti, con tanto di cartello con l'indicazione «fumo». Su una tanica per l'acqua è addirittura indicato dove trovare la «pasticca arancione Tiger/Kenzo Alprazolan (Xanax)». Il commento del sindaco è amaro: «Le forze dell'ordine sono inermi. Ecco come siamo finiti in Italia, non siamo più padroni a casa nostra». E anche se i nuclei della celere hanno cinturato l'area, i raver si sentono intoccabili e non mollano. Il questore di Viterbo, Giancarlo Sant'Elia, napoletano, proveniente da un'esperienza in Vaticano come organizzatore della sicurezza per il Santo Padre, ha dichiarato la resa: «Lo sgombero è impossibile. Ci sono migliaia di partecipanti sparpagliati». Il prefetto Giovanni Bruno martedì aveva dato un ultimatum: «La festa deve finire domani». Parole al vento.
Ma l'idea di una resa dello Stato viene respinta. Il portavoce dell'Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti, sostiene che «non sembra coerente con quella che è una scelta, secondo noi correttissima, di evitare scenari di straordinario rischio». Un intervento prevederebbe un uso della forza che dovrebbe tenere conto dei rischi connessi al movimento di mezzi pesanti tra la folla. E allora le forze dell'ordine se ne stanno lì a guardare, mentre si consuma quella che per i raver è una umiliazione delle istituzioni. «È una situazione gravissima», denuncia il sindaco di Valentano Stefano Bigiotti, che chiede «l'intervento diretto del ministro dell'Interno». Ma Luciana Lamorgese per tutta la giornata di ieri è rimasta in silenzio, mandando avanti con le agenzie di stampa «fonti del Viminale», che fanno sapere che le forze di polizia «stanno lavorando con grande senso di responsabilità per ripristinare la legalità nel più breve tempo possibile». Dalla Questura di Viterbo dicono che con gli organizzatori, dei ragazzi francesi, è stata avviata una trattativa. Ma gli uomini della fiera dell'illegalità hanno risposto che non andranno via prima di aver coperto completamente i costi. Alle loro spalle lasceranno un morto, forse due e tonnellate di rifiuti che il piccolo Comune dovrà capire come smaltire. Con buona pace delle istituzioni.
Sicilia in allarme per casi e ricoveri però sbarcano altri 166 clandestini
Continuano senza sosta gli arrivi sulle coste italiane legati al fenomeno dell'accoglienza. Sono stati infatti sbarcati ieri nel porto di Augusta i 166 passeggeri recuperati in mare in quattro diverse operazioni dalla nave Resq people, l'imbarcazione di 39 metri varata dalla quasi omonima ong Resq-People Saving People, di cui è presidente onorario l'ex pm del pool Mani pulite Gherardo Colombo. A bordo della nave anche 12 bambini, scesi a terra ieri sulle banchine del porto della cittadina in provincia di Siracusa assegnata come porto sicuro (richiesto domenica dall'organizzazione non governativa) all'imbarcazione anche a seguito di numerosi appelli pubblici di personalità di sinistra, tra cui l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, affiancati da un campagna su Twitter che in alcuni casi arrivava perfino a mettere la confronto l'esigenza del porto sicuro per l'imbarcazione dell'Ong italiana con la nascente crisi umanitaria in Afghanistan. A ieri gli sbarchi censiti nel nostro Paese erano 34.868, 413 in più di quelli al 16 agosto, dati che portano il totale provvisorio del 2021 a superare quello definitivo dello scorso anno di arrivi del 2020, quando il dato, comunque impressionante, si era fermato a 34.154. Ma se il trend dovesse rimanere quello degli ultimi giorni, il dato del 2021 potrebbe sfiorare il raddoppio, con in prima linea la Sicilia e le altre isole come Pantelleria e Lampedusa (dove ieri sono comunque arrivati altre 34 persone) il cui hotspot, ad esempio è di fatto al collasso. La struttura infatti ha una capienza massima di 250 ospiti, ma quest'anno non si è mai scesi al di sotto delle 300 persone presenti, con punte di oltre mille stipate in una struttura sottodimensionata. Una situazione che sta mettendo sotto pressione il personale sanitario, che anche nelle isole minori fa parte delle Asl siciliane già provate dai numeri della pandemia.
Al momento sulle condizioni di salute dei passeggeri sbarcati esiste solo una generica dichiarazione di Colombo, secondo il quale «al momento non ci sono problemi dal punto di vista sanitario». Nulla si sa quindi riguardo a possibili casi di positivi al Covid-19, che andrebbero a impattare sulla situazione della Sicilia, già a rischio di zona gialla. La regione insulare infatti è prima in Italia sia per incidenza di posti letto occupati che per numero di degenti, saliti ieri a quota 701 (17 in più in un giorno) in area medica e a 80 (tre in più) nelle terapie intensive. In totale ieri in Sicilia anche ieri si sono registrati 997 nuovi casi di Covid su 15.038 tamponi processati, che non comprendono però i 144 adulti a bordo della Resq people, alla sua prima operazione in mare con il nuovo nome e la nuova organizzazione, ma i n realtà una vecchia conoscenza delle cronache sull'accoglienza. Quando navigava nel Mediterraneo per l'ong tedesca Sea Eye con il nome Alan Kurdi divenne infatti famosa per la prima inchiesta che colpì l'allora ministro dell'Interno del governo Conte I, Matteo Salvini. Il 3 aprile del 2019 la nave fece salire a bordo al largo della Libia, 64 persone accorse su un gommone. Il Viminale si oppose allo sbarco in Italia, l'imbarcazione restò 10 giorni al largo per poi fare rotta verso Malta e infine ridistribuire i 64 a bordo in altri paesi europei. Una scelta che costò al leader della Lega e al suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi, un'indagine per abuso d'ufficio e rifiuto di atti d'ufficio. Posizione poi archiviata dal Tribunale dei ministri.
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Fino a 10.000 persone alla festa nel Viterbese iniziata sei giorni fa. La Procura indaga sul decesso del giovane trovato nel lago. E il caos prosegue: un'altra vittima da confermare, intossicazioni, violenze e perfino un parto.La Resq people di Gherardo Colombo ha attraccato ad Augusta. A Lampedusa 34 nuovi ingressi.Lo speciale contiene due articoli.Al terreno occupato, 35 ettari coltivati a grano a un tiro di schioppo dal lago di Mezzano, nella dispersa campagna di Valentano, paesello medievale con scarse 3.000 anime, si accede da tre diverse direttrici: Viterbo, Grosseto e Siena. Da lì, tra il 13 e il 14 agosto, sono passati indisturbati tir carichi di casse audio per migliaia di watt, carovane di furgoni e di automobili partite da tutta l'Europa. E, così, quel lembo di terra arsa e impolverata della Tuscia si è trasformata nello Space Travel, uno dei più grandi rave party della storia d'Italia. Ma anche in uno dei peggiori pasticci della storia dell'ordine e della sicurezza pubblica del Paese. Un ragazzo, Gianluca Santiago, morto per una overdose e finito in un lago, probabilmente una seconda vittima, colpita da arresto cardiaco, la cui notizia non viene confermata da alcuna fonte ufficiale ma che è finita sui siti di tutti i quotidiani online, due stupri denunciati in ospedale, cinque giovani ricoverati in coma etilico, uno dei quali positivo al Covid. E perfino il parto di una bambina, con la mamma che al nono mese di gravidanza non si è fatta scrupoli pur di raggiungere il rave. Questo è ciò che è accaduto finora nel non luogo scelto per l'assembramento di tekno non stop alimentato da giornate alcoliche, farmaci e droga sintetica. Ma a far tremare le istituzioni, che hanno convocato il Comitato della sicurezza al Viminale, è quello che potrebbe ancora accadere fino al 23. Perché, se da una parte è vero che degli stimati 10.000 partecipanti una buona fetta è ripartita dopo aver azzerato le proprie scorte di denaro, di alimentari e di droga (nei giorni successivi la quota sarebbe scesa tra le 6.000 e le 8.000 presenze), sembra che ci siano diversi autobus in arrivo. Quando sui gruppi social frequentati dai raver si è diffusa la notizia che per Prefettura e Questura la situazione era diventata ingestibile, per sfidare lo Stato sono partiti i rinforzi. Il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni ha fatto sapere che «sono stati evitati ulteriori ingressi e sono state identificate persone e veicoli che hanno illegalmente occupato l'area protetta». La Procura di Viterbo ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di «morte in conseguenza di altro delitto», ovvero la cessione di droga. Ma gli investigatori, nella loro ricostruzione, sono partiti da chi potrebbe aver segnalato quel posto semi sconosciuto. L'amara scoperta l'ha fatta il proprietario di una buona parte di quei terreni occupati, Piero Camilli, 71 anni, imprenditore, sindaco di Grotte di Castro ed ex patron del Grosseto calcio. Quando è arrivato nella sua villetta in campagna, accompagnato dalla colonna sonora tekno, ha visto centinaia di camper. E quando si è affacciato nel luogo dal quale proveniva quel rumore martellante e inarrestabile non riusciva a credere ai suoi occhi. Erano state allestite un'area gastronomica, una per la musica e una per gli stupefacenti, con tanto di cartello con l'indicazione «fumo». Su una tanica per l'acqua è addirittura indicato dove trovare la «pasticca arancione Tiger/Kenzo Alprazolan (Xanax)». Il commento del sindaco è amaro: «Le forze dell'ordine sono inermi. Ecco come siamo finiti in Italia, non siamo più padroni a casa nostra». E anche se i nuclei della celere hanno cinturato l'area, i raver si sentono intoccabili e non mollano. Il questore di Viterbo, Giancarlo Sant'Elia, napoletano, proveniente da un'esperienza in Vaticano come organizzatore della sicurezza per il Santo Padre, ha dichiarato la resa: «Lo sgombero è impossibile. Ci sono migliaia di partecipanti sparpagliati». Il prefetto Giovanni Bruno martedì aveva dato un ultimatum: «La festa deve finire domani». Parole al vento.Ma l'idea di una resa dello Stato viene respinta. Il portavoce dell'Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti, sostiene che «non sembra coerente con quella che è una scelta, secondo noi correttissima, di evitare scenari di straordinario rischio». Un intervento prevederebbe un uso della forza che dovrebbe tenere conto dei rischi connessi al movimento di mezzi pesanti tra la folla. E allora le forze dell'ordine se ne stanno lì a guardare, mentre si consuma quella che per i raver è una umiliazione delle istituzioni. «È una situazione gravissima», denuncia il sindaco di Valentano Stefano Bigiotti, che chiede «l'intervento diretto del ministro dell'Interno». Ma Luciana Lamorgese per tutta la giornata di ieri è rimasta in silenzio, mandando avanti con le agenzie di stampa «fonti del Viminale», che fanno sapere che le forze di polizia «stanno lavorando con grande senso di responsabilità per ripristinare la legalità nel più breve tempo possibile». Dalla Questura di Viterbo dicono che con gli organizzatori, dei ragazzi francesi, è stata avviata una trattativa. Ma gli uomini della fiera dell'illegalità hanno risposto che non andranno via prima di aver coperto completamente i costi. Alle loro spalle lasceranno un morto, forse due e tonnellate di rifiuti che il piccolo Comune dovrà capire come smaltire. 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A bordo della nave anche 12 bambini, scesi a terra ieri sulle banchine del porto della cittadina in provincia di Siracusa assegnata come porto sicuro (richiesto domenica dall'organizzazione non governativa) all'imbarcazione anche a seguito di numerosi appelli pubblici di personalità di sinistra, tra cui l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, affiancati da un campagna su Twitter che in alcuni casi arrivava perfino a mettere la confronto l'esigenza del porto sicuro per l'imbarcazione dell'Ong italiana con la nascente crisi umanitaria in Afghanistan. A ieri gli sbarchi censiti nel nostro Paese erano 34.868, 413 in più di quelli al 16 agosto, dati che portano il totale provvisorio del 2021 a superare quello definitivo dello scorso anno di arrivi del 2020, quando il dato, comunque impressionante, si era fermato a 34.154. Ma se il trend dovesse rimanere quello degli ultimi giorni, il dato del 2021 potrebbe sfiorare il raddoppio, con in prima linea la Sicilia e le altre isole come Pantelleria e Lampedusa (dove ieri sono comunque arrivati altre 34 persone) il cui hotspot, ad esempio è di fatto al collasso. La struttura infatti ha una capienza massima di 250 ospiti, ma quest'anno non si è mai scesi al di sotto delle 300 persone presenti, con punte di oltre mille stipate in una struttura sottodimensionata. Una situazione che sta mettendo sotto pressione il personale sanitario, che anche nelle isole minori fa parte delle Asl siciliane già provate dai numeri della pandemia. Al momento sulle condizioni di salute dei passeggeri sbarcati esiste solo una generica dichiarazione di Colombo, secondo il quale «al momento non ci sono problemi dal punto di vista sanitario». Nulla si sa quindi riguardo a possibili casi di positivi al Covid-19, che andrebbero a impattare sulla situazione della Sicilia, già a rischio di zona gialla. La regione insulare infatti è prima in Italia sia per incidenza di posti letto occupati che per numero di degenti, saliti ieri a quota 701 (17 in più in un giorno) in area medica e a 80 (tre in più) nelle terapie intensive. In totale ieri in Sicilia anche ieri si sono registrati 997 nuovi casi di Covid su 15.038 tamponi processati, che non comprendono però i 144 adulti a bordo della Resq people, alla sua prima operazione in mare con il nuovo nome e la nuova organizzazione, ma i n realtà una vecchia conoscenza delle cronache sull'accoglienza. Quando navigava nel Mediterraneo per l'ong tedesca Sea Eye con il nome Alan Kurdi divenne infatti famosa per la prima inchiesta che colpì l'allora ministro dell'Interno del governo Conte I, Matteo Salvini. Il 3 aprile del 2019 la nave fece salire a bordo al largo della Libia, 64 persone accorse su un gommone. Il Viminale si oppose allo sbarco in Italia, l'imbarcazione restò 10 giorni al largo per poi fare rotta verso Malta e infine ridistribuire i 64 a bordo in altri paesi europei. Una scelta che costò al leader della Lega e al suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi, un'indagine per abuso d'ufficio e rifiuto di atti d'ufficio. Posizione poi archiviata dal Tribunale dei ministri.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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