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2023-03-01
«I nostri cari morti sedati e legati al letto, soli nei reparti Covid»
(IStock)
Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid.
La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin.
Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».
Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…».
Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.
L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione
Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da
Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro.
Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi.
E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce
Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica.
Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di
Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti».
Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello
Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
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Le famiglie delle vittime chiedono giustizia per quanto accadeva negli ospedali: «Dovevi metterti il casco anche senza sintomi».Trascurata l’officina farmaceutica di Stato che fornisce le medicine troppo care per le società private.Lo speciale contiene due articoli.Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid. La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin. Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…». Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morti-covid-ospedali-2659482241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leccellenza-farmaceutica-nazionale-e-senza-fondi-e-riduce-la-produzione" data-post-id="2659482241" data-published-at="1677672058" data-use-pagination="False"> L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro. Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi. E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica. Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti». Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
La polizia scientifica sul luogo della sparatoria avvenuta lo scorso 26 gennaio a Milano Rogoredo (Ansa)
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
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Ansa
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
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Ansa
Tra maggio 2024 e gennaio 2026 sarebbero 34 gli stranieri destinati al rimpatrio, perché ritenuti socialmente pericolosi o inottemperanti all’ordine di espulsione, che la polizia ha accompagnato all’ospedale di Ravenna per ottenere il nulla osta sanitario propedeutico all’ingresso in un Cpr. Per 14 di loro è arrivato il via libera sanitario. Altri dieci sono stati dichiarati non idonei al trattenimento. Dieci, invece, si sono opposti alla visita. Nonostante una direttiva del Viminale del 2022 preveda che prima dell’ingresso in un Cpr gli stranieri debbano sottoporsi a una valutazione clinica effettuata da un medico del Servizio sanitario nazionale.
È la regola. Senza quel nulla osta l’atto amministrativo si inceppa e non può essere eseguito. L’esecuzione dell’espulsione si arena. Di solito, però, scatta una denuncia per resistenza o per inottemperanza all’ordine di allontanamento. Reati che diventano ostativi (ma non sempre, perché poi tocca a un giudice la valutazione complessiva di ogni singolo caso) rispetto al rilascio di un permesso di soggiorno. Nel frattempo chi si oppone alla visita medica resta libero di circolare in Italia.
È una falla. E non è l’unica. Vista l’ipotesi della Procura di Ravenna, che sta cercando di accertare se alcuni stranieri dichiarati non idonei al trattenimento, invece, non presentavano gli impedimenti previsti dalla legge (malattie contagiose e problemi psichiatrici). Stando all’ipotesi investigativa, alcuni dottori farebbero parte di una rete di attivisti che ostacolerebbe l’invio dei migranti ai Cpr per motivi ideologici. E sarebbero coinvolte nelle indagini anche altre persone al momento non perquisite. La risposta dell’azienda sanitaria è netta. «I miei medici hanno agito nel rispetto del protocollo del 2022 e ho anche sollecitato la Regione a dotarsi di una procedura unica su tutto il territorio», sostiene il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che garantisce vicinanza e supporto legale ai sanitari.
Il riferimento al protocollo del 2022 non è secondario. È lì che si annida il cuore della procedura. È su quella direttiva, firmata dal prefetto Luciana Lamorgese, in quel momento ministro dell’Interno, che si regge il sistema dei nulla osta sanitari.
Nel frattempo il fronte sindacale alza la voce. Il Sindacato medici italiani prende posizione. «I medici hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute. Valutano solo lo stato di salute dei pazienti, non sono deputati a esprimersi su altre questioni. La loro azione medica non può essere sottoposta a logiche di parte e di natura politica», afferma il presidente nazionale emerito dello Sri, Cosmo De Matteis, che aggiunge: «Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici coinvolti e sostengo l’appello della Società italiana di medicina delle migrazioni, perché la cura non è un reato e non deve discriminare nessuno». Proprio la Società italiana di medicina delle migrazioni aveva diffuso un appello ai medici sulla «presa di coscienza» rispetto alle certificazioni propedeutiche all’ingresso nei Cpr. Due visioni si fronteggiano. Da una parte gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile che ipotizzano l’esistenza di una rete medica di attivismo ideologico. Dall’altra i camici bianchi che rivendicano autonomia clinica e tutela della salute. Al di là dell’inchiesta, però, resta aperta la questione giuridica dell’opposizione alla visita medica. È qui che il sistema mostra la sua fragilità. Un dispositivo costruito per garantire tutele sanitarie finisce per diventare, nei fatti, un varco.
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Ansa
Il piccolo «guerriero» continua a combattere da quel lettino del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove si trova ricoverato da oltre 50 giorni a causa del trapianto di un «cuore bruciato». Anche mamma Patrizia lotta strenuamente affinché il suo piccolo, di 2 anni, possa presto tornare a casa. Nella giornata di ieri sono stati tanti gli aggiornamenti sul caso del «trapianto sbagliato»: dalle condizioni di salute del bimbo al vertice di oggi sulla possibilità di sottoporlo a un nuovo trapianto; dalle indagini sul contenitore usato per trasportare l’organo all’arrivo degli ispettori del ministero della Salute.
L’azienda ospedaliera dei Colli, nel bollettino medico quotidiano, ha parlato di condizioni «stazionarie ma in un quadro di grave criticità». Il bambino è sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e sottoposto a consulenze specialistiche. Mamma Patrizia, nel pomeriggio di ieri, davanti alle telecamere di Dentro la notizia su Canale 5, ha confermato che i medici hanno parlato di un lieve peggioramento per quanto riguarda la condizione del fegato, ma lei è convinta che il suo bimbo presto migliorerà e spera nella possibilità di un imminente nuovo trapianto. C’è attesa, infatti, per il maxi consulto (Heart team) previsto per oggi al Monaldi, a cui parteciperanno massimi esperti provenienti da tutta Italia; per esempio dall’azienda ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Roma, (professor Lorenzo Galletti e la dottoressa Rachele Adorisio); dall’azienda ospedaliera Università di Padova (professor Giuseppe Toscano); dall’Asst Papa Giovanni XXIII-Ospedale di Bergamo (dottor Amedeo Terzi); dall’ospedale Regina Margherita di Torino (professor Carlo Pace Napoleone).
La direzione del Monaldi, nel «ribadire il proprio impegno ad assicurare trasparenza e collaborazione con le autorità ispettive e giudiziarie, garantisce ogni supporto necessario alle determinazioni clinico-terapeutiche ed assistenziali assunte dai medici curanti nell’esclusivo interesse del paziente».
Ieri Giorgia Meloni ha telefonato alla mamma del piccolo. Un gesto di vicinanza. Nel corso della chiamata, il premier ha rimarcato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, Meloni ha assicurato alla signora Patrizia che è anche il suo auspicio quello di «avere giustizia», qualora dovessero emergere responsabilità dall’inchiesta della magistratura. La mamma del piccolo ha ringraziato e ribadito che in questo momento la sua priorità «è avere un cuore nuovo per mio figlio, e vederlo tornare a casa guarito».
Intanto, prosegue l’inchiesta sul «cuore bruciato» che vede sei indagati tra medici e paramedici. Le indagini (affidate al pm Giuseppe Tittaferrante e coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) si stanno concentrando anche sulla tipologia di contenitore adoperato per il trasporto dell’organo. La notizia emersa ieri è che il cuore sia stato trasportato in un contenitore simile a una borsa frigo usata per mantenere fresche bibite o cibo. Sempre secondo quanto emerso, quel box è ritenuto inadeguato e ormai anacronistico, soprattutto perché privo di un sistema di controllo e monitoraggio delle temperature, ed è considerato, quindi, fuori dalle linee guida previste.
Gli accertamenti mirano a fare luce sulla catena di presunte omissioni che si sarebbero verificate quel giorno, quando l’equipe, da Napoli, si è recata a Bolzano (dove sono confluite varie equipe mediche per prelevare altri organi) per l’espianto del cuore. Gli inquirenti stanno valutando, in primis la tipologia di ghiaccio adoperato per tenere l’organo in condizioni di ipotermia. Ieri è stato ascoltato dal pm, come persona informata sui fatti, il cardiologo che aveva in cura il piccolo e che sei giorni dopo l’intervento si è dimesso dall’incarico di responsabile del Follow-up post operatorio. Nei prossimi giorni saranno ascoltate altre persone informate sui fatti e poi gli indagati, finora sei, componenti delle due equipe di Napoli: quella che ha eseguito l’espianto e quella che ha effettuato il trapianto. Un numero destinato ad aumentare, sempre a tutela delle persone coinvolte, se dovessero essere individuate presunte responsabilità anche a Bolzano.
Ulteriori accertamenti, delegati sempre al Nas, sono funzionali ad accertare che cosa sia successo nella città altoatesina, dove ci sarebbe stato un «rabbocco» del ghiaccio presente nel contenitore usato per il trasferimento dell’organo prima della partenza alla volta dell’ospedale Monaldi. Nella giornata di oggi arriveranno nell’ospedale partenopeo pure gli ispettori del ministero della Salute. Nei prossimi giorni, gli 007 del ministero si recheranno pure all’ospedale di Bolzano, dove il cuore era stato espiantato dal donatore. Gli ispettori dovranno, in particolare, verificare le modalità di trasporto dell’organo e valutare eventuali anomalie. Mamma Patrizia non molla e rivolge un accorato appello anche al Papa affinché l’aiuti a riportare il suo piccolo a casa sano e salvo.
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