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2023-03-01
«I nostri cari morti sedati e legati al letto, soli nei reparti Covid»
(IStock)
Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid.
La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin.
Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».
Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…».
Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.
L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione
Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da
Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro.
Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi.
E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce
Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica.
Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di
Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti».
Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello
Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
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Le famiglie delle vittime chiedono giustizia per quanto accadeva negli ospedali: «Dovevi metterti il casco anche senza sintomi».Trascurata l’officina farmaceutica di Stato che fornisce le medicine troppo care per le società private.Lo speciale contiene due articoli.Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid. La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin. Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…». Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morti-covid-ospedali-2659482241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leccellenza-farmaceutica-nazionale-e-senza-fondi-e-riduce-la-produzione" data-post-id="2659482241" data-published-at="1677672058" data-use-pagination="False"> L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro. Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi. E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica. Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti». Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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