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2023-03-01
«I nostri cari morti sedati e legati al letto, soli nei reparti Covid»
(IStock)
Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid.
La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin.
Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».
Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…».
Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.
L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione
Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da
Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro.
Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi.
E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce
Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica.
Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di
Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti».
Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello
Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
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Le famiglie delle vittime chiedono giustizia per quanto accadeva negli ospedali: «Dovevi metterti il casco anche senza sintomi».Trascurata l’officina farmaceutica di Stato che fornisce le medicine troppo care per le società private.Lo speciale contiene due articoli.Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid. La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin. Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…». Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morti-covid-ospedali-2659482241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leccellenza-farmaceutica-nazionale-e-senza-fondi-e-riduce-la-produzione" data-post-id="2659482241" data-published-at="1677672058" data-use-pagination="False"> L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro. Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi. E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica. Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti». Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
Rocco Commisso (Ansa)
A 76 anni, li ha compiuti a fine novembre, ha ceduto. È stata la moglie Catherine, che forse dei due era la vera tifosa della Fiorentina, a dire: «Giocate, lui avrebbe voluto così». Nel derby dell’Appennino oggi si incontrano il presente affannato della Fiorentina e il sogno mai nato di Commisso di portare a Firenze un trofeo europeo. Sulla panchina del Bologna c’è Vincenzo Italiano su cui Rocco aveva scommesso. Per tre anni ha guidato la Viola con due finali di Conference Legue perse. Oggi la Serie A si ferma per un minuto; Commisso è ricordato da tutti i presidenti come un gentiluomo del calcio. I tifosi della «Fiesole» fanno oggi pace col presidente: finalmente anche se tristemente. Quest’uomo che nel 2019 aveva rilevato da Diego e Andrea Della Valle il club viola per 150 milioni di dollari lo hanno sempre guardato di sottecchi: voleva la vulgata che come tantissimi emigrati fosse tifoso della Juventus. Ha fatto ottimi affari con i bianconeri, ma Firenze è un sacrilegio. Eppure lui si presentò così: «Ho detto a mia moglie che volevo tornare in Italia per il calcio; lei mi ha detto sì, ma in una città bella e io scelto la più bella». Rocco Commisso era il secondo più facoltoso presidente della serie A – Forbes lo ha accreditato di un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari - e i tifosi si aspettavano meraviglie. Lui una l’ha fatta: ha costruito in tre anni a Bagno a Ripoli il Viola Park Rocco B. Commisso; 130 milioni di euro per il miglior centro sportivo del calcio europeo progettato da un architetto fiorentinissimo, Marco Casamonti con lo studio Archea e Associati, con l’idea di un nuovo rinascimento, anche calcistico. Ma è rimasto a metà per la morte di Joe Barone l’uomo a cui Commisso aveva dato pieni poteri in Italia; che non si è sostanziato perché, come già con i Della Valle, a Firenze non gli hanno fatto fare lo stadio che avrebbe dato alla Fiorentina una dimensione «americana». Rocco B Commisso incarnava una doppia natura: italianissimo nel tifo, totalmente yankee negli affari. A New York ci era arrivato bambino, da Gioiosa Jonica, con la mamma e due sorelline per ricongiungersi al padre falegname nel Bronx. Grazie al calcio ha potuto studiare. Lo vedono giocare quelli della Colombia University e lo tesserano per la squadra e lo iscrivono all’Università. Laurea in ingegneria, poi approdo alla Pfizer, ma con un’ idea in testa: mettersi in proprio. L’occasione arriva quando per la Bank of Canada deve occuparsi di comunicazione. Entra nella Cablevision come vicepresidente finanziario e capisce che ci sono zone degli Usa dove le major televisive non arrivano. Stende migliaia di miglia di fibra e in 9 anni porta la Cablevision all’ottava posizione tra le televisioni via cavo. Successiva trasformazione in Mediacom, abbandono di Wall Street con un clamoroso delisting per tenere in famiglia il controllo delle società di cui si occupano ora i figli Joseph e Marisa e che Commisso aveva già avviato sulla frontiera dei nuovi media. Il calcio però era la passione di sempre. Aveva rilevato i Cosmos, la squadra di soccer di New York, dal fallimento rivitalizzandola semplicemente cambiando stadio. Poi l’incontro con i Della Valle, il desiderio d’Italia, la felicità della first lady viola Catherine passeggiando in via Tornabuoni.
La Fiorentina è rimasta una sua incompiuta. Questo calabrese con slang del Bronx in cuor suo forse avrebbe voluto rispondere all’appello di Narciso Parigi che nella «Canzone Viola» intona: «Per esser di Firenze vanto e gloria». Di Rocco oggi resta una commossa memoria.
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@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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