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2023-03-01
«I nostri cari morti sedati e legati al letto, soli nei reparti Covid»
(IStock)
Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid.
La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin.
Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».
Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…».
Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.
L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione
Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da
Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro.
Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi.
E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce
Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica.
Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di
Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti».
Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello
Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
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Le famiglie delle vittime chiedono giustizia per quanto accadeva negli ospedali: «Dovevi metterti il casco anche senza sintomi».Trascurata l’officina farmaceutica di Stato che fornisce le medicine troppo care per le società private.Lo speciale contiene due articoli.Durante la pandemia, negli ospedali diventati bunker, è successo che tanti malati di Covid siano stati legati al letto contro la loro volontà, che sia stato tolto loro il cellulare, rimasto poi perennemente spento, mentre chiamavano disperati i parenti chiedendo di poter tornare a casa; troppi sono stati sedati con morfina e oppiacei, pur non essendo in fase terminale; troppi sono entrati in ambulanza con le loro gambe, con una saturazione buona, spesso neppure con una polmonite, neppure in fase iniziale, però sono morti, di Covid, in quegli ospedali e dopo settimane, o addirittura un mese... Come se il Covid avesse sancito che il malato quando entrava in ospedale perdeva i diritti del cittadino e anche la dignità della persona; come se il Covid avesse fatto perdere a questi poveretti il diritto di poter vigilare sull’assistenza medica e sulle terapie che stavano ricevendo, o lo avesse fatto perdere, questo diritto, a chi poteva vigilare per loro, ovvero i propri cari, zittiti dai medici a fronte di ogni appunto, dubbio, incredulità... Come se col Covid fossero diventati impossibili gli errori medici; talvolta i crimini dei medici; come se fosse obbligatorio fidarsi di quei medici senza volto che spesso arrivavano in quei reparti già nel caos alle prime armi, e ancora, spesso eseguivano senza fare alcuna valutazione protocolli sbagliati... Ora, ci sono 80 famiglie che di tutto questo chiedono al governo giustizia. Vogliono essere ascoltati in Parlamento dalla futura Commissione d’inchiesta affinché sia fatta luce sulle morti dei loro cari. Hanno deciso di manifestare davanti al ministero della Salute la mattina del 7 marzo e qui riportiamo alcune storie di queste famiglie che si sono unite nel Comitato Familiari vittime del Covid. La storia di Gianni Caon, di Gorizia, è emblematica: morto di Covid a 62 anni, nessuna patologia, arrivato in ospedale «per un controllo, con la saturazione ottima, a 99, e dopo un giorno e mezzo lo hanno intubato dicendo che era gravissimo», racconta la moglie, piangendo. «E dire che qualche ora prima mi avevano detto che mangiava da solo... dopo tre giorni mi hanno telefonato dicendo che lo avevano estubato perché respirava da solo, e che però lui aveva iniziato a dire che voleva tornare a casa e allora avevano dovuto reintubarlo perché si agitava troppo ed è stato atroce... Io non riesco a rassegnarmi, mio marito è morto il 5 febbraio 2022, ed era entrato in ospedale il 10 gennaio, un mese prima, con le sue gambe, perché aveva il Covid e da un giorno gli era venuta febbre alta... Aveva la polmonite ma in ospedale non l’hanno curato, l’hanno ammazzato», conclude la signora, Ornella Bovin. Il povero Berardo Gualini, invece, 79 anni, era entrato in ospedale Covid da asintomatico e ne è uscito anche lui cosparso di candeggina, in un sacco nero. «È successo a Teramo, era il 10 luglio del 2021 quando mio papà manifestò astenia e io allora, siccome lui aveva un’insufficienza renale e non poteva assumere antinfiammatori per bocca, decisi di accompagnarlo in ospedale per farlo controllare», racconta sua figlia, Sabrina Gualini. «Da quel momento in poi non l’ho visto se non qualche ora dopo, un attimo, su una sedia a rotelle, da lontano. Non aveva la polmonite. Non aveva alcun sintomo del Covid né altra sintomatologia acuta. Io chiesi la terapia anticorpale in day hospital, perché era prevista questa possibilità e lui rientrava nei requisiti, ma mi risposero che era meglio ricoverarlo per tenerlo monitorato e fargli la terapia specifica, dopo di che è sparito, era senza cellulare. Non ho neanche potuto abbracciarlo per l’ultima volta perché mi hanno urlato che non potevo toccarlo perché era positivo. Così mio padre, che parlava e camminava, anche se aveva qualche difficoltà motoria, è stato immediatamente allettato senza motivo; gli è stato messo il catetere, flebo e occhialini per la somministrazione di due litri di ossigeno e gli è stato somministrato cortisone anche se gli esami radiologici e clinici non ne indicavano la necessità. Non gli hanno fatto alcuna terapia antivirale. Dopo la morte, aveva le braccia gonfie di edemi. Io che in quei giorni chiamavo disperata per avere notizie di papà sono stata insultata dal primario che mi diceva che era colpa mia perché mio padre non era vaccinato».Anche la storia Antonio Stellabotte, 77 anni, di Monza, legato mani e piedi perché si agitava, lascia senza fiato. «Entrato in ospedale con sintomi influenzali, senza febbre, ricoverato per esami. Il giorno dopo ero d’accordo che al mattino seguente lo avrebbero dimesso quando la dottoressa mi dice che siccome aveva la febbre non lo potevano dimettere», racconta sua figlia, Elisabetta. «Gli viene data Tachipirina, antibiotico, il Remdesivir che era già sconsigliato dall’Oms e viene subito trattato con ossigeno. Dopo tre giorni mi dicono che lo avevano dovuto “contenere” legandolo mani e piedi. Io ero disperata, ho insistito per farlo slegare. Mio padre era lucidissimo. Finché siamo riusciti a parlarci ci diceva che voleva tornare a casa. Lo sento finché non mi dicono che gli era stato messo il casco, poi rimosso - scopro leggendo la cartella - per “dubbio funzionale”. La mattina dopo alle 11 mi chiama la dottoressa e mi dice che non c’è più nulla da fare. Alle 12 sento mio padre che è lucidissimo e dice che vuole tornare a casa, finché viene interrotta la comunicazione dall’infermiere che dice che deve rimettergli il casco. Mi dice che mi avrebbe richiamato la dottoressa, che invece non mi chiama. Il giorno dopo mi dicono che è finita... che ci sono solo cure palliative. Dico che non do il consenso alle cure palliative e la dottoressa mi risponde che non è necessario il consenso… e mi viene concessa una videochiamata da un minuto e vi assicuro che mio padre non era morente... Dopo si è interrotta la chiamata... Chiamo nel pomeriggio e mi dicono che stava dormendo ed era probabile che nella notte si sarebbe spento... e io stavo impazzendo e alla fine la dottoressa mi ha detto che se la mattina era ancora vivo me lo avrebbe fatto vedere e alla fine l’ho visto, aveva il casco attaccato con lo scotch…». Liliana Salvini, invece, 70 anni, di Brescia, ipertesa e sovrappeso, è morta dopo quasi un mese di ospedale, dove era «entrata per un controllo», racconta la figlia, Cristina Fasani, «con saturazione buona, a 96. Le hanno dato farmaci che l’hanno uccisa. Cardiotossici, immunosoppressori. In ospedale si è presa tutte le infezioni possibili». Ci sono altre testimonianze, di persone che non fanno parte del comitato ma i drammi sono gli stessi, come nel caso del papà di Nicoletta Bosica, di Bergamo, entrato in ospedale con tampone negativo, trovato a terra dalla figlia, caduto dal letto in reparto e nessuno che se ne era accorto; o come il padre di Anastasia Ziu, di Genova, entrato in pronto soccorso con tampone negativo, anche lui legato al letto e alla fine, alla figlia che diceva alla dottoressa di non autorizzare la morfina è stata anche negata l’ultima videochiamata. Storie spaventose. Verosimilmente quelle arrivate a chi scrive sono solo una minima parte di un numero molto più ampio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morti-covid-ospedali-2659482241.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leccellenza-farmaceutica-nazionale-e-senza-fondi-e-riduce-la-produzione" data-post-id="2659482241" data-published-at="1677672058" data-use-pagination="False"> L’eccellenza farmaceutica nazionale è senza fondi e riduce la produzione Dopo gli sconquassi provocati dalle restrizioni anti Covid, la ripresa economica dell’Italia dipende dai fondi del Pnrr. O, almeno, così ci hanno detto. Tuttavia, osservando la ripartizione delle risorse nei vari settori, salta subito all’occhio un paradosso: se la parte del leone la fanno digitalizzazione e transizione ecologica, la salute rappresenta invece la voce di spesa più bassa, addirittura dietro all’oggetto misterioso «inclusione e coesione». Insomma, a livello teorico dovremmo preparare le nostre strutture mediche a una presunta «era delle pandemie» (come specificato da Ursula von der Leyen due anni fa esatti), ma a livello pratico la sanità rimane, ancora una volta, l’ultima ruota del carro. Per osservare gli effetti di cotanta lungimiranza, basta leggere l’allarme lanciato dalla rappresentanza sindacale dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che denuncia la natura obsoleta di molte strutture e la carenza di personale. Quando parliamo dello stabilimento di Firenze, stiamo parlando dell’unica officina farmaceutica ancora di proprietà dello Stato. In altri termini, è l’unica industria che provvede a produrre quei farmaci essenziali che il settore privato non intende commercializzare perché li ritiene poco redditizi. E pensare che, ai tempi del Covid, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze era ovviamente diventato strategico, anche perché si occupava della produzione di anticorpi monoclonali. Un settore, questo, a cui sono stati destinati fondi consistenti. Ma, per il resto, la struttura si ritrova in grave sofferenza. Ecco quindi che la Rsu dello stabilimento, attraverso il suo portavoce Umberto Fragassi, ha denunciato pubblicamente che lo stato deplorevole in cui versa l’istituto «sta determinando lo stop forzato delle linee di approvvigionamento dei cosiddetti farmaci orfani», cioè «quelli destinati a curare alcune malattie rare», nonché la produzione della cannabis terapeutica. Tutto ciò, ha spiegato la Rsu, «determina inevitabilmente gravi ripercussioni sulle legittime richieste di tutti i pazienti che necessitano dei farmaci salvavita che l’Istituto non riesce più ad assicurare, probabilmente a causa di un disegno politico, in atto già da diverso tempo. Tale strategia ha creato, fatalmente, una situazione di estremo disagio nel personale civile, consapevole di non riuscire più ad essere interlocutore di tutti coloro che consideravano l’Istituto la loro unica àncora di salvezza». Ecco perché la rappresentanza sindacale ha accolto con favore l’interpellanza parlamentare di Andrea Quartini, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione affari sociali alla Camera, il quale ha sottolineato che «la pandemia ci ha mostrato l’importanza, per il sistema sanitario pubblico, di disporre di farmaci emergenziali e di quelli che, poco redditizi, vengono dismessi dalla produzione o sostituiti». Queste difficoltà sono state confermate anche dal direttore dello stabilimento, il colonnello Gabriele Picchioni, che ha però ribadito la volontà di valorizzare al meglio l’azienda: «Non c’è alcun disimpegno», ha puntualizzato Picchioni, «al contrario ci sono state delle ristrutturazioni molto importanti, con l’obiettivo di rafforzare lo Stabilimento, che hanno ovviamente determinato qualche blocco alla produzione. Ma ad esempio, se ora non produciamo la penicillamina, la stiamo importando».
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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