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2025-04-16
Dati sul morbillo usati contro Trump. Ma l’impennata dei casi è in Europa
Matteo Bassetti (Imagoeconomica)
Tutto fa brodo pur di attaccare Donald Trump e il ministro della salute Robert F. Kennedy, anche l’uso e l’abuso dei dati sul morbillo. Lo sanno bene due vecchie conoscenze della pandemia, le virostar Roberto Burioni e Matteo Bassetti che, esulando come spesso capita da quelle che dovrebbero essere le loro competenze, hanno cavalcato i dati più recenti pubblicati dall’Oms sul morbillo in America per lanciare il loro anatema contro la nuova amministrazione americana.
Ma è stata la stessa Organizzazione, nel diffondere anche i dati europei, a far apparire le loro intemerate quantomeno fuori luogo. Il «La», come sempre, lo ha dato Bassetti: «Ecco i risultati di aver portato i peggiori a governare il mondo» ha scritto il virologo dell’ospedale San Martino di Genova commentando un titolo di giornale sulla seconda bambina morta di morbillo in Texas, «ignoranza, incoerenza e arroganza calpestano ogni giorno la scienza e le evidenze». Poco dopo, accorgendosi che i decessi erano tre e non due, ha tuonato: «Il terzo decesso per morbillo dimostra che l’arroganza, l’incoerenza e l’ignoranza governano in questo momento gli Stati Uniti. Non ci sono solo i dazi», ha osservato Bassetti, ma «ottusità e chiusura (sic) da parte dell’amministrazione Trump e in particolare del suo ministro Kennedy Jr. contro la scienza».
Due giorni fa, sul tema è tornato anche Roberto Burioni. Il virologo dell’ospedale San Raffaele di Milano non ha resistito al richiamo di Heather Parisi, pensando bene di andare sulla bacheca dell’ex showgirl per replicare a un post in cui Parisi, da tempo attiva contro scientisti e distonie pandemiche nel suo e nel nostro Paese, traduceva in italiano le reali dichiarazioni di Robert F. Kennedy nel corso dell’intervista sul morbillo concessa alla Cbs. «Ecco cosa ha veramente detto Kennedy alla Cbs sui vaccini», ha scritto Parisi, «1) Negli Usa ci sono stati 3 morti di morbillo negli ultimi vent’anni; 2) erano tutti pazienti con un quadro clinico già compromesso; 3) il morbillo ci sarà sempre perché il vaccino ha un’efficacia che diminuisce velocemente nel tempo; 4) il governo non deve rendere obbligatori i vaccini che devono rimanere una scelta personale; 5) in questo momento non conosciamo il rischio di molti di questi prodotti perché molti vaccini sono stati testati solo per due o tre giorni senza gruppo placebo».
Burioni, che da qualche anno è stato folgorato sulla via del piccolo schermo e dei social diventando, di fatto, un influencer dei vaccini, non si è fatto sfuggire l’occasione e ha replicato alla «Cara Collega» dichiarando che nel 2004 il morbillo negli Usa non circolava più ma purtroppo «a causa degli idioti no vax», nel 2013 l’immunità di gregge si è persa, «e ci è scappato il morto». Per Burioni l’epidemia «molto grave» negli Usa è partita «a causa della disinformazione sui vaccini».
«Molto grave»? Secondo il ministro della Salute americano, le vere emergenze negli Usa sono altre e casualmente né la stampa né gli scientisti vi dedicano l’attenzione dovuta. Kennedy ha fatto il punto della situazione venerdì nel corso di un Consiglio dei ministri che il presidente Trump ha convocato di fronte alla stampa: «I Cdc (Centri per la prevenzione delle malattie americani, ndr) hanno fatto un lavoro straordinario riuscendo a tenere sotto controllo l’epidemia di morbillo», ha spiegato il segretario per la salute Usa, «oggi ci sono circa 680 casi in 22 Stati, rispetto allo stesso focolaio in Europa che è di 127.000 casi e 37 morti. I nostri numeri sono ora stabilizzati, nel nostro Paese ci sono stati tre morti per morbillo in 20 anni e vorremmo che la stampa rivolgesse più attenzione all’epidemia di malattie croniche come il diabete e l’autismo: il 38 per cento dei giovani americani è in condizioni prediabetiche, fenomeno del tutto assente 30 anni fa; ogni bambino che diventa diabetico meriterebbe un titolo di giornale», ha rintuzzato Kennedy, «mentre i tassi di autismo sono passati da 1 su 10.000 quando io ero bambino a 1 su 31 attuali».
A mettere un sigillo tombale sulla pretestuosa polemica ci ha già pensato, comunque, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che alla diffusione del morbillo in America e in Europa ha dedicato due report, pubblicati rispettivamente l’11 e il 13 marzo: se negli Stati Uniti dal 1 gennaio sono stati registrati 378 casi di morbillo e due decessi, nelle regioni europee sono stati rilevati, nel solo 2024, 127.350 casi, il doppio del 2023 e il tasso più alto dal 1997, senza contare il tragico bilancio di 38 decessi: si tratta della situazione peggiore degli ultimi 25 anni, titola il report. E a poco servono le puntualizzazioni sull’area geografica coperta dal report, che non è strettamente l’Unione europea, né quella sull’immunità di gregge, che l’America aveva già raggiunto a differenza delle regioni europee: lo scenario rappresentato dalle virostar nostrane, strumentalizzato in chiave terroristica a favore di una tesi politica, rasenta il ridicolo. Se si suona il campanello d’allarme per l’America che ha avuto «soli» tre decessi, per l’Europa che ne ha avuti 38 si sarebbero dovute, seguendo la logica delle virostar, suonare le campane a morto e fare mea culpa, ma non è avvenuto. E chissà se tra i «meriti della sanità pubblica» riconosciuti a Burioni con la medaglia di bronzo concessagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella è incluso anche questo tipo di propaganda politica travestita da divulgazione scientifica.
Ansiolitici, Kennedy cauto. Ira dem
Vietato applicare i sacrosanti principi del «consenso informato», vietato preoccuparsi della salute dei cittadini, specialmente se si tratta di giovanissimi: è questo il senso di una surreale lettera indirizzata da un gruppo di deputati e senatori del partito democratico americano al ministro della salute Robert F. Kennedy riguardo l’abuso di psicofarmaci negli Stati Uniti. Kennedy ne aveva parlato nel corso della sua audizione al Senato, anticipando che avrebbe ordinato ai suoi servizi di valutare la «minaccia rappresentata dalla prescrizione di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), antipsicotici, stabilizzatori dell’umore e stimolanti». Il tema è stato messo all’ordine del giorno della prima riunione della commissione Make America Healthy Again (Maha), istituita da Donald Trump il giorno stesso del suo insediamento a gennaio, ma è bastato discuterne per far scattare una dura lettera di censura da parte dei dem, capitanati dalla senatrice Tina Smith. L’accusa a Kennedy è di «promuovere teorie confutate e assolutamente false» su questi farmaci, ribattezzati in maniera edulcorata «medicine per la salute comportamentale». Lungi dallo scoraggiarne l’uso, il punto discusso da Kennedy già al Senato è che, nonostante il vasto consumo di psicofarmaci, i problemi di salute mentale in America aumentano sempre più, colpendo oltretutto la fascia di bambini e giovani dai 3 ai 17 anni e bisogna capire perché. Sono stati gli stessi dem a corroborare le tesi di Kennedy, evocando le statistiche dei Cdc sulla salute mentale dei bambini, pubblicate il 31 gennaio 2025: in questa fascia di età ben il 43 per cento dei giovanissimi «ha assunto farmaci per curare una condizione emotiva, di concentrazione o comportamentale».
Una platea enorme che, per chi studia i dati senza riserve ideologiche, non può che spingere a interrogarsi sull’efficacia e sicurezza di quei farmaci somministrati ai giovani americani, a fronte di un aumento dei problemi di salute mentale. La contraddizione è evidente: se questi medicinali fossero davvero risolutivi, perché il problema peggiora? Di salute mentale aveva parlato anche il nostro premier Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato nel 2021. Se con la mano sinistra i legislatori spingevano sempre più, in quei mesi, per attuare misure restrittive che fatalmente avrebbero inciso sulla salute di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo, con la destra erano già consapevoli delle conseguenze, che in America hanno portato all’aumento del consumo di psicofarmaci. Ebbene, secondo i dem Usa, il solo suggerire che queste medicine possano rappresentare una «minaccia» per la salute dei cittadini equivale a lanciare uno stigma su chi le usa, con il rischio (sic) che ne assuma meno.
Che possano far male, però, lo dice anche la Food and Drug Administration (Fda): gli studi più recenti evidenziano che questi farmaci raddoppiano il rischio di ideazione e comportamento suicida in alcune popolazioni, mentre altri studi hanno rilevato un'associazione sproporzionata tra alcuni farmaci psicotropi e comportamenti violenti nel sistema di segnalazione degli eventi avversi della Fda, oltre alla tendenza a minimizzare e sottostimare i danni.
La proposta di Kennedy, dunque, è di indagare a tutto campo sulla portata degli effetti di questi farmaci. Ma a quanto pare discutere sui rischi delle medicine è ormai considerato «pericoloso»: nella lettera inviata al segretario per la salute Usa, i dem americani lo invitano ad «aderire al consenso scientifico e medico ben consolidato e ampiamente accettato». Quale consenso? L’appello a bloccare qualsiasi tipo di ricerca su medicinali potenzialmente dannosi anziché promuoverne un esame oggettivo ricorda le polemiche scoppiate durante la pandemia: chi tocca i fili muore. E forse le pressioni per mettere a tacere il dissenso lasciano intendere che gli interessi protetti potrebbero non coincidere con quelli dei cittadini.
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Bassetti utilizza la morte di tre bimbi per attaccare il tycoon e Burioni straparla di «idioti no vax». Peccato che, a fronte di 680 infetti negli Stati Uniti, il Vecchio continente ne conti ben 127.000, con quasi 40 decessi.Il segretario alla Salute Kennedy annuncia indagini sull’uso fuori controllo di psicofarmaci, specie tra ragazzi. Il piano fa infuriare la sinistra, che ciancia di stigma verso i problemi mentali.Lo speciale contiene due articoli.Tutto fa brodo pur di attaccare Donald Trump e il ministro della salute Robert F. Kennedy, anche l’uso e l’abuso dei dati sul morbillo. Lo sanno bene due vecchie conoscenze della pandemia, le virostar Roberto Burioni e Matteo Bassetti che, esulando come spesso capita da quelle che dovrebbero essere le loro competenze, hanno cavalcato i dati più recenti pubblicati dall’Oms sul morbillo in America per lanciare il loro anatema contro la nuova amministrazione americana. Ma è stata la stessa Organizzazione, nel diffondere anche i dati europei, a far apparire le loro intemerate quantomeno fuori luogo. Il «La», come sempre, lo ha dato Bassetti: «Ecco i risultati di aver portato i peggiori a governare il mondo» ha scritto il virologo dell’ospedale San Martino di Genova commentando un titolo di giornale sulla seconda bambina morta di morbillo in Texas, «ignoranza, incoerenza e arroganza calpestano ogni giorno la scienza e le evidenze». Poco dopo, accorgendosi che i decessi erano tre e non due, ha tuonato: «Il terzo decesso per morbillo dimostra che l’arroganza, l’incoerenza e l’ignoranza governano in questo momento gli Stati Uniti. Non ci sono solo i dazi», ha osservato Bassetti, ma «ottusità e chiusura (sic) da parte dell’amministrazione Trump e in particolare del suo ministro Kennedy Jr. contro la scienza». Due giorni fa, sul tema è tornato anche Roberto Burioni. Il virologo dell’ospedale San Raffaele di Milano non ha resistito al richiamo di Heather Parisi, pensando bene di andare sulla bacheca dell’ex showgirl per replicare a un post in cui Parisi, da tempo attiva contro scientisti e distonie pandemiche nel suo e nel nostro Paese, traduceva in italiano le reali dichiarazioni di Robert F. Kennedy nel corso dell’intervista sul morbillo concessa alla Cbs. «Ecco cosa ha veramente detto Kennedy alla Cbs sui vaccini», ha scritto Parisi, «1) Negli Usa ci sono stati 3 morti di morbillo negli ultimi vent’anni; 2) erano tutti pazienti con un quadro clinico già compromesso; 3) il morbillo ci sarà sempre perché il vaccino ha un’efficacia che diminuisce velocemente nel tempo; 4) il governo non deve rendere obbligatori i vaccini che devono rimanere una scelta personale; 5) in questo momento non conosciamo il rischio di molti di questi prodotti perché molti vaccini sono stati testati solo per due o tre giorni senza gruppo placebo». Burioni, che da qualche anno è stato folgorato sulla via del piccolo schermo e dei social diventando, di fatto, un influencer dei vaccini, non si è fatto sfuggire l’occasione e ha replicato alla «Cara Collega» dichiarando che nel 2004 il morbillo negli Usa non circolava più ma purtroppo «a causa degli idioti no vax», nel 2013 l’immunità di gregge si è persa, «e ci è scappato il morto». Per Burioni l’epidemia «molto grave» negli Usa è partita «a causa della disinformazione sui vaccini».«Molto grave»? Secondo il ministro della Salute americano, le vere emergenze negli Usa sono altre e casualmente né la stampa né gli scientisti vi dedicano l’attenzione dovuta. Kennedy ha fatto il punto della situazione venerdì nel corso di un Consiglio dei ministri che il presidente Trump ha convocato di fronte alla stampa: «I Cdc (Centri per la prevenzione delle malattie americani, ndr) hanno fatto un lavoro straordinario riuscendo a tenere sotto controllo l’epidemia di morbillo», ha spiegato il segretario per la salute Usa, «oggi ci sono circa 680 casi in 22 Stati, rispetto allo stesso focolaio in Europa che è di 127.000 casi e 37 morti. I nostri numeri sono ora stabilizzati, nel nostro Paese ci sono stati tre morti per morbillo in 20 anni e vorremmo che la stampa rivolgesse più attenzione all’epidemia di malattie croniche come il diabete e l’autismo: il 38 per cento dei giovani americani è in condizioni prediabetiche, fenomeno del tutto assente 30 anni fa; ogni bambino che diventa diabetico meriterebbe un titolo di giornale», ha rintuzzato Kennedy, «mentre i tassi di autismo sono passati da 1 su 10.000 quando io ero bambino a 1 su 31 attuali». A mettere un sigillo tombale sulla pretestuosa polemica ci ha già pensato, comunque, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che alla diffusione del morbillo in America e in Europa ha dedicato due report, pubblicati rispettivamente l’11 e il 13 marzo: se negli Stati Uniti dal 1 gennaio sono stati registrati 378 casi di morbillo e due decessi, nelle regioni europee sono stati rilevati, nel solo 2024, 127.350 casi, il doppio del 2023 e il tasso più alto dal 1997, senza contare il tragico bilancio di 38 decessi: si tratta della situazione peggiore degli ultimi 25 anni, titola il report. E a poco servono le puntualizzazioni sull’area geografica coperta dal report, che non è strettamente l’Unione europea, né quella sull’immunità di gregge, che l’America aveva già raggiunto a differenza delle regioni europee: lo scenario rappresentato dalle virostar nostrane, strumentalizzato in chiave terroristica a favore di una tesi politica, rasenta il ridicolo. Se si suona il campanello d’allarme per l’America che ha avuto «soli» tre decessi, per l’Europa che ne ha avuti 38 si sarebbero dovute, seguendo la logica delle virostar, suonare le campane a morto e fare mea culpa, ma non è avvenuto. E chissà se tra i «meriti della sanità pubblica» riconosciuti a Burioni con la medaglia di bronzo concessagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella è incluso anche questo tipo di propaganda politica travestita da divulgazione scientifica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morbillo-bassetti-burioni-2671778879.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ansiolitici-kennedy-cauto-ira-dem" data-post-id="2671778879" data-published-at="1744787374" data-use-pagination="False"> Ansiolitici, Kennedy cauto. Ira dem Vietato applicare i sacrosanti principi del «consenso informato», vietato preoccuparsi della salute dei cittadini, specialmente se si tratta di giovanissimi: è questo il senso di una surreale lettera indirizzata da un gruppo di deputati e senatori del partito democratico americano al ministro della salute Robert F. Kennedy riguardo l’abuso di psicofarmaci negli Stati Uniti. Kennedy ne aveva parlato nel corso della sua audizione al Senato, anticipando che avrebbe ordinato ai suoi servizi di valutare la «minaccia rappresentata dalla prescrizione di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), antipsicotici, stabilizzatori dell’umore e stimolanti». Il tema è stato messo all’ordine del giorno della prima riunione della commissione Make America Healthy Again (Maha), istituita da Donald Trump il giorno stesso del suo insediamento a gennaio, ma è bastato discuterne per far scattare una dura lettera di censura da parte dei dem, capitanati dalla senatrice Tina Smith. L’accusa a Kennedy è di «promuovere teorie confutate e assolutamente false» su questi farmaci, ribattezzati in maniera edulcorata «medicine per la salute comportamentale». Lungi dallo scoraggiarne l’uso, il punto discusso da Kennedy già al Senato è che, nonostante il vasto consumo di psicofarmaci, i problemi di salute mentale in America aumentano sempre più, colpendo oltretutto la fascia di bambini e giovani dai 3 ai 17 anni e bisogna capire perché. Sono stati gli stessi dem a corroborare le tesi di Kennedy, evocando le statistiche dei Cdc sulla salute mentale dei bambini, pubblicate il 31 gennaio 2025: in questa fascia di età ben il 43 per cento dei giovanissimi «ha assunto farmaci per curare una condizione emotiva, di concentrazione o comportamentale». Una platea enorme che, per chi studia i dati senza riserve ideologiche, non può che spingere a interrogarsi sull’efficacia e sicurezza di quei farmaci somministrati ai giovani americani, a fronte di un aumento dei problemi di salute mentale. La contraddizione è evidente: se questi medicinali fossero davvero risolutivi, perché il problema peggiora? Di salute mentale aveva parlato anche il nostro premier Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato nel 2021. Se con la mano sinistra i legislatori spingevano sempre più, in quei mesi, per attuare misure restrittive che fatalmente avrebbero inciso sulla salute di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo, con la destra erano già consapevoli delle conseguenze, che in America hanno portato all’aumento del consumo di psicofarmaci. Ebbene, secondo i dem Usa, il solo suggerire che queste medicine possano rappresentare una «minaccia» per la salute dei cittadini equivale a lanciare uno stigma su chi le usa, con il rischio (sic) che ne assuma meno. Che possano far male, però, lo dice anche la Food and Drug Administration (Fda): gli studi più recenti evidenziano che questi farmaci raddoppiano il rischio di ideazione e comportamento suicida in alcune popolazioni, mentre altri studi hanno rilevato un'associazione sproporzionata tra alcuni farmaci psicotropi e comportamenti violenti nel sistema di segnalazione degli eventi avversi della Fda, oltre alla tendenza a minimizzare e sottostimare i danni. La proposta di Kennedy, dunque, è di indagare a tutto campo sulla portata degli effetti di questi farmaci. Ma a quanto pare discutere sui rischi delle medicine è ormai considerato «pericoloso»: nella lettera inviata al segretario per la salute Usa, i dem americani lo invitano ad «aderire al consenso scientifico e medico ben consolidato e ampiamente accettato». Quale consenso? L’appello a bloccare qualsiasi tipo di ricerca su medicinali potenzialmente dannosi anziché promuoverne un esame oggettivo ricorda le polemiche scoppiate durante la pandemia: chi tocca i fili muore. E forse le pressioni per mettere a tacere il dissenso lasciano intendere che gli interessi protetti potrebbero non coincidere con quelli dei cittadini.
iStock
Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.