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2025-04-16
Dati sul morbillo usati contro Trump. Ma l’impennata dei casi è in Europa
Matteo Bassetti (Imagoeconomica)
Tutto fa brodo pur di attaccare Donald Trump e il ministro della salute Robert F. Kennedy, anche l’uso e l’abuso dei dati sul morbillo. Lo sanno bene due vecchie conoscenze della pandemia, le virostar Roberto Burioni e Matteo Bassetti che, esulando come spesso capita da quelle che dovrebbero essere le loro competenze, hanno cavalcato i dati più recenti pubblicati dall’Oms sul morbillo in America per lanciare il loro anatema contro la nuova amministrazione americana.
Ma è stata la stessa Organizzazione, nel diffondere anche i dati europei, a far apparire le loro intemerate quantomeno fuori luogo. Il «La», come sempre, lo ha dato Bassetti: «Ecco i risultati di aver portato i peggiori a governare il mondo» ha scritto il virologo dell’ospedale San Martino di Genova commentando un titolo di giornale sulla seconda bambina morta di morbillo in Texas, «ignoranza, incoerenza e arroganza calpestano ogni giorno la scienza e le evidenze». Poco dopo, accorgendosi che i decessi erano tre e non due, ha tuonato: «Il terzo decesso per morbillo dimostra che l’arroganza, l’incoerenza e l’ignoranza governano in questo momento gli Stati Uniti. Non ci sono solo i dazi», ha osservato Bassetti, ma «ottusità e chiusura (sic) da parte dell’amministrazione Trump e in particolare del suo ministro Kennedy Jr. contro la scienza».
Due giorni fa, sul tema è tornato anche Roberto Burioni. Il virologo dell’ospedale San Raffaele di Milano non ha resistito al richiamo di Heather Parisi, pensando bene di andare sulla bacheca dell’ex showgirl per replicare a un post in cui Parisi, da tempo attiva contro scientisti e distonie pandemiche nel suo e nel nostro Paese, traduceva in italiano le reali dichiarazioni di Robert F. Kennedy nel corso dell’intervista sul morbillo concessa alla Cbs. «Ecco cosa ha veramente detto Kennedy alla Cbs sui vaccini», ha scritto Parisi, «1) Negli Usa ci sono stati 3 morti di morbillo negli ultimi vent’anni; 2) erano tutti pazienti con un quadro clinico già compromesso; 3) il morbillo ci sarà sempre perché il vaccino ha un’efficacia che diminuisce velocemente nel tempo; 4) il governo non deve rendere obbligatori i vaccini che devono rimanere una scelta personale; 5) in questo momento non conosciamo il rischio di molti di questi prodotti perché molti vaccini sono stati testati solo per due o tre giorni senza gruppo placebo».
Burioni, che da qualche anno è stato folgorato sulla via del piccolo schermo e dei social diventando, di fatto, un influencer dei vaccini, non si è fatto sfuggire l’occasione e ha replicato alla «Cara Collega» dichiarando che nel 2004 il morbillo negli Usa non circolava più ma purtroppo «a causa degli idioti no vax», nel 2013 l’immunità di gregge si è persa, «e ci è scappato il morto». Per Burioni l’epidemia «molto grave» negli Usa è partita «a causa della disinformazione sui vaccini».
«Molto grave»? Secondo il ministro della Salute americano, le vere emergenze negli Usa sono altre e casualmente né la stampa né gli scientisti vi dedicano l’attenzione dovuta. Kennedy ha fatto il punto della situazione venerdì nel corso di un Consiglio dei ministri che il presidente Trump ha convocato di fronte alla stampa: «I Cdc (Centri per la prevenzione delle malattie americani, ndr) hanno fatto un lavoro straordinario riuscendo a tenere sotto controllo l’epidemia di morbillo», ha spiegato il segretario per la salute Usa, «oggi ci sono circa 680 casi in 22 Stati, rispetto allo stesso focolaio in Europa che è di 127.000 casi e 37 morti. I nostri numeri sono ora stabilizzati, nel nostro Paese ci sono stati tre morti per morbillo in 20 anni e vorremmo che la stampa rivolgesse più attenzione all’epidemia di malattie croniche come il diabete e l’autismo: il 38 per cento dei giovani americani è in condizioni prediabetiche, fenomeno del tutto assente 30 anni fa; ogni bambino che diventa diabetico meriterebbe un titolo di giornale», ha rintuzzato Kennedy, «mentre i tassi di autismo sono passati da 1 su 10.000 quando io ero bambino a 1 su 31 attuali».
A mettere un sigillo tombale sulla pretestuosa polemica ci ha già pensato, comunque, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che alla diffusione del morbillo in America e in Europa ha dedicato due report, pubblicati rispettivamente l’11 e il 13 marzo: se negli Stati Uniti dal 1 gennaio sono stati registrati 378 casi di morbillo e due decessi, nelle regioni europee sono stati rilevati, nel solo 2024, 127.350 casi, il doppio del 2023 e il tasso più alto dal 1997, senza contare il tragico bilancio di 38 decessi: si tratta della situazione peggiore degli ultimi 25 anni, titola il report. E a poco servono le puntualizzazioni sull’area geografica coperta dal report, che non è strettamente l’Unione europea, né quella sull’immunità di gregge, che l’America aveva già raggiunto a differenza delle regioni europee: lo scenario rappresentato dalle virostar nostrane, strumentalizzato in chiave terroristica a favore di una tesi politica, rasenta il ridicolo. Se si suona il campanello d’allarme per l’America che ha avuto «soli» tre decessi, per l’Europa che ne ha avuti 38 si sarebbero dovute, seguendo la logica delle virostar, suonare le campane a morto e fare mea culpa, ma non è avvenuto. E chissà se tra i «meriti della sanità pubblica» riconosciuti a Burioni con la medaglia di bronzo concessagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella è incluso anche questo tipo di propaganda politica travestita da divulgazione scientifica.
Ansiolitici, Kennedy cauto. Ira dem
Vietato applicare i sacrosanti principi del «consenso informato», vietato preoccuparsi della salute dei cittadini, specialmente se si tratta di giovanissimi: è questo il senso di una surreale lettera indirizzata da un gruppo di deputati e senatori del partito democratico americano al ministro della salute Robert F. Kennedy riguardo l’abuso di psicofarmaci negli Stati Uniti. Kennedy ne aveva parlato nel corso della sua audizione al Senato, anticipando che avrebbe ordinato ai suoi servizi di valutare la «minaccia rappresentata dalla prescrizione di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), antipsicotici, stabilizzatori dell’umore e stimolanti». Il tema è stato messo all’ordine del giorno della prima riunione della commissione Make America Healthy Again (Maha), istituita da Donald Trump il giorno stesso del suo insediamento a gennaio, ma è bastato discuterne per far scattare una dura lettera di censura da parte dei dem, capitanati dalla senatrice Tina Smith. L’accusa a Kennedy è di «promuovere teorie confutate e assolutamente false» su questi farmaci, ribattezzati in maniera edulcorata «medicine per la salute comportamentale». Lungi dallo scoraggiarne l’uso, il punto discusso da Kennedy già al Senato è che, nonostante il vasto consumo di psicofarmaci, i problemi di salute mentale in America aumentano sempre più, colpendo oltretutto la fascia di bambini e giovani dai 3 ai 17 anni e bisogna capire perché. Sono stati gli stessi dem a corroborare le tesi di Kennedy, evocando le statistiche dei Cdc sulla salute mentale dei bambini, pubblicate il 31 gennaio 2025: in questa fascia di età ben il 43 per cento dei giovanissimi «ha assunto farmaci per curare una condizione emotiva, di concentrazione o comportamentale».
Una platea enorme che, per chi studia i dati senza riserve ideologiche, non può che spingere a interrogarsi sull’efficacia e sicurezza di quei farmaci somministrati ai giovani americani, a fronte di un aumento dei problemi di salute mentale. La contraddizione è evidente: se questi medicinali fossero davvero risolutivi, perché il problema peggiora? Di salute mentale aveva parlato anche il nostro premier Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato nel 2021. Se con la mano sinistra i legislatori spingevano sempre più, in quei mesi, per attuare misure restrittive che fatalmente avrebbero inciso sulla salute di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo, con la destra erano già consapevoli delle conseguenze, che in America hanno portato all’aumento del consumo di psicofarmaci. Ebbene, secondo i dem Usa, il solo suggerire che queste medicine possano rappresentare una «minaccia» per la salute dei cittadini equivale a lanciare uno stigma su chi le usa, con il rischio (sic) che ne assuma meno.
Che possano far male, però, lo dice anche la Food and Drug Administration (Fda): gli studi più recenti evidenziano che questi farmaci raddoppiano il rischio di ideazione e comportamento suicida in alcune popolazioni, mentre altri studi hanno rilevato un'associazione sproporzionata tra alcuni farmaci psicotropi e comportamenti violenti nel sistema di segnalazione degli eventi avversi della Fda, oltre alla tendenza a minimizzare e sottostimare i danni.
La proposta di Kennedy, dunque, è di indagare a tutto campo sulla portata degli effetti di questi farmaci. Ma a quanto pare discutere sui rischi delle medicine è ormai considerato «pericoloso»: nella lettera inviata al segretario per la salute Usa, i dem americani lo invitano ad «aderire al consenso scientifico e medico ben consolidato e ampiamente accettato». Quale consenso? L’appello a bloccare qualsiasi tipo di ricerca su medicinali potenzialmente dannosi anziché promuoverne un esame oggettivo ricorda le polemiche scoppiate durante la pandemia: chi tocca i fili muore. E forse le pressioni per mettere a tacere il dissenso lasciano intendere che gli interessi protetti potrebbero non coincidere con quelli dei cittadini.
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Bassetti utilizza la morte di tre bimbi per attaccare il tycoon e Burioni straparla di «idioti no vax». Peccato che, a fronte di 680 infetti negli Stati Uniti, il Vecchio continente ne conti ben 127.000, con quasi 40 decessi.Il segretario alla Salute Kennedy annuncia indagini sull’uso fuori controllo di psicofarmaci, specie tra ragazzi. Il piano fa infuriare la sinistra, che ciancia di stigma verso i problemi mentali.Lo speciale contiene due articoli.Tutto fa brodo pur di attaccare Donald Trump e il ministro della salute Robert F. Kennedy, anche l’uso e l’abuso dei dati sul morbillo. Lo sanno bene due vecchie conoscenze della pandemia, le virostar Roberto Burioni e Matteo Bassetti che, esulando come spesso capita da quelle che dovrebbero essere le loro competenze, hanno cavalcato i dati più recenti pubblicati dall’Oms sul morbillo in America per lanciare il loro anatema contro la nuova amministrazione americana. Ma è stata la stessa Organizzazione, nel diffondere anche i dati europei, a far apparire le loro intemerate quantomeno fuori luogo. Il «La», come sempre, lo ha dato Bassetti: «Ecco i risultati di aver portato i peggiori a governare il mondo» ha scritto il virologo dell’ospedale San Martino di Genova commentando un titolo di giornale sulla seconda bambina morta di morbillo in Texas, «ignoranza, incoerenza e arroganza calpestano ogni giorno la scienza e le evidenze». Poco dopo, accorgendosi che i decessi erano tre e non due, ha tuonato: «Il terzo decesso per morbillo dimostra che l’arroganza, l’incoerenza e l’ignoranza governano in questo momento gli Stati Uniti. Non ci sono solo i dazi», ha osservato Bassetti, ma «ottusità e chiusura (sic) da parte dell’amministrazione Trump e in particolare del suo ministro Kennedy Jr. contro la scienza». Due giorni fa, sul tema è tornato anche Roberto Burioni. Il virologo dell’ospedale San Raffaele di Milano non ha resistito al richiamo di Heather Parisi, pensando bene di andare sulla bacheca dell’ex showgirl per replicare a un post in cui Parisi, da tempo attiva contro scientisti e distonie pandemiche nel suo e nel nostro Paese, traduceva in italiano le reali dichiarazioni di Robert F. Kennedy nel corso dell’intervista sul morbillo concessa alla Cbs. «Ecco cosa ha veramente detto Kennedy alla Cbs sui vaccini», ha scritto Parisi, «1) Negli Usa ci sono stati 3 morti di morbillo negli ultimi vent’anni; 2) erano tutti pazienti con un quadro clinico già compromesso; 3) il morbillo ci sarà sempre perché il vaccino ha un’efficacia che diminuisce velocemente nel tempo; 4) il governo non deve rendere obbligatori i vaccini che devono rimanere una scelta personale; 5) in questo momento non conosciamo il rischio di molti di questi prodotti perché molti vaccini sono stati testati solo per due o tre giorni senza gruppo placebo». Burioni, che da qualche anno è stato folgorato sulla via del piccolo schermo e dei social diventando, di fatto, un influencer dei vaccini, non si è fatto sfuggire l’occasione e ha replicato alla «Cara Collega» dichiarando che nel 2004 il morbillo negli Usa non circolava più ma purtroppo «a causa degli idioti no vax», nel 2013 l’immunità di gregge si è persa, «e ci è scappato il morto». Per Burioni l’epidemia «molto grave» negli Usa è partita «a causa della disinformazione sui vaccini».«Molto grave»? Secondo il ministro della Salute americano, le vere emergenze negli Usa sono altre e casualmente né la stampa né gli scientisti vi dedicano l’attenzione dovuta. Kennedy ha fatto il punto della situazione venerdì nel corso di un Consiglio dei ministri che il presidente Trump ha convocato di fronte alla stampa: «I Cdc (Centri per la prevenzione delle malattie americani, ndr) hanno fatto un lavoro straordinario riuscendo a tenere sotto controllo l’epidemia di morbillo», ha spiegato il segretario per la salute Usa, «oggi ci sono circa 680 casi in 22 Stati, rispetto allo stesso focolaio in Europa che è di 127.000 casi e 37 morti. I nostri numeri sono ora stabilizzati, nel nostro Paese ci sono stati tre morti per morbillo in 20 anni e vorremmo che la stampa rivolgesse più attenzione all’epidemia di malattie croniche come il diabete e l’autismo: il 38 per cento dei giovani americani è in condizioni prediabetiche, fenomeno del tutto assente 30 anni fa; ogni bambino che diventa diabetico meriterebbe un titolo di giornale», ha rintuzzato Kennedy, «mentre i tassi di autismo sono passati da 1 su 10.000 quando io ero bambino a 1 su 31 attuali». A mettere un sigillo tombale sulla pretestuosa polemica ci ha già pensato, comunque, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che alla diffusione del morbillo in America e in Europa ha dedicato due report, pubblicati rispettivamente l’11 e il 13 marzo: se negli Stati Uniti dal 1 gennaio sono stati registrati 378 casi di morbillo e due decessi, nelle regioni europee sono stati rilevati, nel solo 2024, 127.350 casi, il doppio del 2023 e il tasso più alto dal 1997, senza contare il tragico bilancio di 38 decessi: si tratta della situazione peggiore degli ultimi 25 anni, titola il report. E a poco servono le puntualizzazioni sull’area geografica coperta dal report, che non è strettamente l’Unione europea, né quella sull’immunità di gregge, che l’America aveva già raggiunto a differenza delle regioni europee: lo scenario rappresentato dalle virostar nostrane, strumentalizzato in chiave terroristica a favore di una tesi politica, rasenta il ridicolo. Se si suona il campanello d’allarme per l’America che ha avuto «soli» tre decessi, per l’Europa che ne ha avuti 38 si sarebbero dovute, seguendo la logica delle virostar, suonare le campane a morto e fare mea culpa, ma non è avvenuto. E chissà se tra i «meriti della sanità pubblica» riconosciuti a Burioni con la medaglia di bronzo concessagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella è incluso anche questo tipo di propaganda politica travestita da divulgazione scientifica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morbillo-bassetti-burioni-2671778879.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ansiolitici-kennedy-cauto-ira-dem" data-post-id="2671778879" data-published-at="1744787374" data-use-pagination="False"> Ansiolitici, Kennedy cauto. Ira dem Vietato applicare i sacrosanti principi del «consenso informato», vietato preoccuparsi della salute dei cittadini, specialmente se si tratta di giovanissimi: è questo il senso di una surreale lettera indirizzata da un gruppo di deputati e senatori del partito democratico americano al ministro della salute Robert F. Kennedy riguardo l’abuso di psicofarmaci negli Stati Uniti. Kennedy ne aveva parlato nel corso della sua audizione al Senato, anticipando che avrebbe ordinato ai suoi servizi di valutare la «minaccia rappresentata dalla prescrizione di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), antipsicotici, stabilizzatori dell’umore e stimolanti». Il tema è stato messo all’ordine del giorno della prima riunione della commissione Make America Healthy Again (Maha), istituita da Donald Trump il giorno stesso del suo insediamento a gennaio, ma è bastato discuterne per far scattare una dura lettera di censura da parte dei dem, capitanati dalla senatrice Tina Smith. L’accusa a Kennedy è di «promuovere teorie confutate e assolutamente false» su questi farmaci, ribattezzati in maniera edulcorata «medicine per la salute comportamentale». Lungi dallo scoraggiarne l’uso, il punto discusso da Kennedy già al Senato è che, nonostante il vasto consumo di psicofarmaci, i problemi di salute mentale in America aumentano sempre più, colpendo oltretutto la fascia di bambini e giovani dai 3 ai 17 anni e bisogna capire perché. Sono stati gli stessi dem a corroborare le tesi di Kennedy, evocando le statistiche dei Cdc sulla salute mentale dei bambini, pubblicate il 31 gennaio 2025: in questa fascia di età ben il 43 per cento dei giovanissimi «ha assunto farmaci per curare una condizione emotiva, di concentrazione o comportamentale». Una platea enorme che, per chi studia i dati senza riserve ideologiche, non può che spingere a interrogarsi sull’efficacia e sicurezza di quei farmaci somministrati ai giovani americani, a fronte di un aumento dei problemi di salute mentale. La contraddizione è evidente: se questi medicinali fossero davvero risolutivi, perché il problema peggiora? Di salute mentale aveva parlato anche il nostro premier Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato nel 2021. Se con la mano sinistra i legislatori spingevano sempre più, in quei mesi, per attuare misure restrittive che fatalmente avrebbero inciso sulla salute di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo, con la destra erano già consapevoli delle conseguenze, che in America hanno portato all’aumento del consumo di psicofarmaci. Ebbene, secondo i dem Usa, il solo suggerire che queste medicine possano rappresentare una «minaccia» per la salute dei cittadini equivale a lanciare uno stigma su chi le usa, con il rischio (sic) che ne assuma meno. Che possano far male, però, lo dice anche la Food and Drug Administration (Fda): gli studi più recenti evidenziano che questi farmaci raddoppiano il rischio di ideazione e comportamento suicida in alcune popolazioni, mentre altri studi hanno rilevato un'associazione sproporzionata tra alcuni farmaci psicotropi e comportamenti violenti nel sistema di segnalazione degli eventi avversi della Fda, oltre alla tendenza a minimizzare e sottostimare i danni. La proposta di Kennedy, dunque, è di indagare a tutto campo sulla portata degli effetti di questi farmaci. Ma a quanto pare discutere sui rischi delle medicine è ormai considerato «pericoloso»: nella lettera inviata al segretario per la salute Usa, i dem americani lo invitano ad «aderire al consenso scientifico e medico ben consolidato e ampiamente accettato». Quale consenso? L’appello a bloccare qualsiasi tipo di ricerca su medicinali potenzialmente dannosi anziché promuoverne un esame oggettivo ricorda le polemiche scoppiate durante la pandemia: chi tocca i fili muore. E forse le pressioni per mettere a tacere il dissenso lasciano intendere che gli interessi protetti potrebbero non coincidere con quelli dei cittadini.
Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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