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2023-10-20
Monza, il Pd boicotta l’alieno Cappato. E la Schlein che l’ha imposto ora fugge
Marco Cappato (Imagoeconomica)
«Il nostro Pd è stato umiliato da quello di Roma». Non usa mezzi giri di parole un notabile dem di Monza e Brianza, sotto pegno dell’anonimato, nel commentare l’avvicinamento del partito alle prossime suppletive per il Senato che si terranno domenica 22 e lunedì 23. Il seggio che fu di Silvio Berlusconi se lo contendono principalmente Adriano Galliani per il centrodestra, Marco Cappato per il centrosinistra e Cateno De Luca con la sua lista Sud chiama Nord.
Ma se Galliani ha dalla sua parte tutto lo squadrone al governo e De Luca la nazionale dei siciliani trapiantati in Brianza, sulla figura dell’ex radicale Cappato si è consumata l’ennesima tragedia democratica. Già, perché il Partito democratico della Provincia locomotiva della Lombardia, da mesi mastica amaro, anzi amarissimo. Non è stato sufficiente governare (espugnando, in alcuni casi) le città principali della Brianza. Non è bastato avere una rosa di nomi di potenziali candidati da mettere in competizione con la lepre Galliani provenienti dal territorio. Non è bastato appellarsi ai vertici nazionali del partito (una lettera firmata da tutti i maggiorenti locali e condivisa da centinaia di elettori della base: caso uno in un territorio che storicamente non ha mai preso così platealmente posizione contro le scelte nazionali, di qualsiasi schieramento) in cui si chiedeva «non una candidatura di testimonianza, ma una candidatura che rappresenti un campo politico e renda leggibile la storia di un impegno che il nostro territorio non ha mai fatto mancare».
Non è bastato niente di tutto questo: Elly Schlein ha tirato dritto, il suo Pd aperto e inclusivo ha imposto il nome di Cappato sopra tutto e sopra tutti, infischiandosene di elettori, militanti, dirigenti, amministratori pubblici e tutta la compagnia cantante della sinistra. Che si è ritrovata dalla sera alla mattina, come alfiere, l’autocandidato tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. La Schlein ha imposto la candidatura di bandiera, quella dei diritti e dell’agenda woke su cui c’è scritto, a caratteri cubitali, che il fine vita è la priorità, i diritti per tutti, mettendo da parte il suo partito e, nel cono d’ombra dell’ideologia, i veri temi della zona: lavoro, immigrazione e sicurezza, trasporti e infrastrutture. Ieri, nel comizio conclusivo, ha attaccato Jacopo Coghe e Massimo Gandolfini di Pro vita: «Hanno chiesto di non votarmi, dimostrano ignoranza». Che, presa la sberla da Roma, ha abbandonato il «papa nero». Cappato è andato in giro per la Brianza a propugnare più cannabis per tutti e libertà di morire quando si vuole, facendo inorridire i suoi potenziali elettori. Va bene il proverbiale rospo da ingoiare, ma lui si è rivelato troppo indigesto per molti. Prima che la Schlein scegliesse Cappato, il centrosinistra brianzolo credeva nel recupero e nel sorpasso a Galliani. Ora, a distanza di settimane dal diktat di Roma, in Brianza rabbia e amarezza sono ancora palpabili.
Il Pd non ha praticamente fatto campagna elettorale per Cappato. Sui social, i post elettorali riguardano solo una piccola tavola rotonda con il candidato allestita a inizio settimana e con temi selezionati: sanità pubblica, autostrada Pedemontana, salario minimo. Si parla di tutto, dal sostegno alle Ong alla Palestina, da sit-in contro Vannacci alla Finanziaria. Ma Cappato non c’è. In questa solitudine dei numeri primi, l’ex radicale ha rivendicato l’assenza di simboli di partito nella sua campagna elettorale: «L’ho fatta con i circoli, con i militanti, con i sindaci. Perché la mia non è una candidatura imposta dall’alto dai partiti», ha dichiarato ieri alla Stampa. Come no, quelli brianzoli lo vedono come fumo negli occhi. Galliani ha potuto contare sul sostegno di mezzo governo, da Antonio Tajani a Matteo Salvini. La Schlein, in Brianza, non ci verrà. «Ritengo che questo metodo sia stato coerente per dare una risposta a quelle che sembravano essere le preoccupazioni iniziali, cioè di una candidatura imposta», ha spiegato ancora Cappato alla Stampa. In realtà, quella del segretario Pd è un vera e propri scelta di autoconservazione visto che una sua epifania in Brianza le avrebbe potuto riservare solo pernacchie e contestazioni. «La base è arrabbiata», spiegano dalle stanze dei bottoni dem, «quasi nessuno ha accettato di fare campagna elettorale per Cappato e noi non possiamo chiedere ai nostri volontari di volantinare per lui».
Se è difficile mobilitare i volontari, figuriamoci i generali: è emblematica, in questo senso, la sparizione del sindaco di Monza, Paolo Pilotto, dal confronto pubblico organizzato da Cappato con lui e con Beppe Sala. Il sindaco che ha riportato nella città di Teodolinda le insegne del centrosinistra è rimasto al tavolo dei relatori una manciata di minuti, salutando in maniera fredda i convenuti prima di eclissarsi. Una dimostrazione plastica delle lacerazioni del centrosinistra locale. In effetti Cappato una cosa l’ha realizzata: ha tirato su dal nulla un mini comitato elettorale, fatto per lo più di giovani e giovanissimi che, in numero comunque esiguo, hanno presidiato il territorio. Il rifiuto democratico lo ha esposto ad alcune scene quantomeno comiche, come testimonia il filmato che lo vede volantinare nel centro storico di Monza, insieme a una manciata di ragazzi, nel deserto più assoluto.
Alla fine, è sempre il risultato dell’urna che conta. «Ma senza un nostro rappresentante», è la paura dei dem, «i nostri elettori potrebbero decidere di disertare le urne o di votare scheda bianca». Una sciagura che il neo eletto segretario brianzolo del Pd, Lorenzo Sala, in un’intervista rilasciata ad Affaritaliani.it, ha subito tramutato in strategia: «Cappato può smuovere un bel pezzo di elettorato. A destra hanno paura dell’astensionismo». Quindi, per vincere, gli elettori del Pd non devono andare a votare. Vuoi vedere che la scelta della Schlein di candidare Cappato può risultare vincente?
Svp va a destra, i dem impazziscono
Non si può dire che si tratti di una di quelle tornate elettorali che infiammano gli elettori e apriranno i giornali. In ogni caso, domenica e lunedì alcune decine di migliaia di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per elezioni di diverso livello. A livello nazionale, l’appuntamento è fissato a Monza per decidere chi prenderà il posto di Silvio Berlusconi al Senato al seggio uninominale Lombardia 06, dopo la scomparsa dell’ex-premier e fondatore di Mediaset. Il favorito dai pronostici è lo storico collaboratore del Cavaliere, Adriano Galliani (peraltro già senatore di Forza Italia), appoggiato da tutto il centrodestra. Ma di candidati ce ne sono a volontà: l’attivista Marco Cappato sostenuto dal centrosinistra, il sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, Andrea Brenna per Democrazia e sussidiarietà, Giovanna Capelli per Unione popolare, Domenico Di Modugno per il Partito comunista italiano, Daniele Giovanardi per Democrazia sovrana popolare e infine Lillo Massimiliano Musso per Forza del popolo. Si potrà votare domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15.A livello comunale, si voterà per il sindaco e per il rinnovo del Consiglio di Foggia, città da due anni sotto commissariamento per infiltrazioni mafiose. Anche qui i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì, e i candidati per la poltrona di primo cittadino saranno cinque: per il centrosinistra in versione «campo larghissimo» (Azione e Iv saranno stranamente dalla stessa parte del M5s) ci sarà Maria Aida Episcopo, mentre il centrodestra sostiene Raffaele Di Mauro. Gli altri candidati, sostenuti da liste civiche, sono Nunzio Angiola, Antonio De Sabato e Giuseppe Mainiero. Poi c’è il livello della Provincia, che nel caso di Trento e Bolzano è estremamente importante a causa dello status di larga autonomia di cui godono i due capoluoghi. Il meccanismo è un po’ macchinoso, e in realtà comprende anche il livello regionale che però, a quella latitudine, ha meno importanza di quello provinciale. A Trento si rinnoverà sia il Consiglio provinciale sia il presidente, mentre a Bolzano solo il Consiglio, perché il presidente della Provincia non è eletto direttamente dai cittadini. I due Consigli, congiuntamente, eleggeranno un presidente di Regione. A Trento i candidati sono sette: il presidente uscente Maurizio Fugatti, sostenuto dal centrodestra, l’ex-sindaco di Rovereto Francesco Valduga, sostenuto da Pd, Azione, Iv e Avs, Alex Marini per il M5s, Sergio Divina per Alternativa popolare, Marco Rizzo per Democrazia sovrana popolare, Elena Dardo è la candidata per Alternativa, Filippo Degasperi per Unione popolare. A Bolzano, come detto, non ci saranno candidati a presidente della Provincia perché toccherà al Consiglio fare la scelta. A livello politico, però, c’è fibrillazione perché c’è la possibilità che la Svp, partito maggioritario da sempre in Alto Adige, possa allearsi col centrodestra, segnando una svolta storica.Allarmati da questa ipotesi, i dem sono scesi in campo coi leader nazionali per corteggiare la Svp: da Bologna si è mosso il presidente del Pd e dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, quindi Roma è arrivata la segretaria Elly Schlein, la quale ha affermato di voler avere «una relazione aperta e collaborativa con l’Svp». Per Bonaccini, «un ripiegamento a destra sarebbe contro la stessa storia, in certi aspetti tragica, di questa terra. Il Pd invece è un interlocutore vero per i valori che rappresenta, una convinta forza europeista». Si voterà solo domenica, dalle 6 alle 22 a Trento e dalle 7 alle 21 a Bolzano.
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L’ex radicale è indigesto per i progressisti brianzoli, che temono le urne deserte alle suppletive per il Senato Lui fa spallucce e nel comizio finale attacca i Pro vita: «Dimostrano ignoranza». Il segretario non si fa vedere. Il movimento autonomista altoatesino pronto alla svolta storica e i big del Nazareno sono in fibrillazione. Stefano Bonaccini sbotta: «Devono allearsi con noi, siamo europeisti».Lo speciale contiene due articoli. «Il nostro Pd è stato umiliato da quello di Roma». Non usa mezzi giri di parole un notabile dem di Monza e Brianza, sotto pegno dell’anonimato, nel commentare l’avvicinamento del partito alle prossime suppletive per il Senato che si terranno domenica 22 e lunedì 23. Il seggio che fu di Silvio Berlusconi se lo contendono principalmente Adriano Galliani per il centrodestra, Marco Cappato per il centrosinistra e Cateno De Luca con la sua lista Sud chiama Nord.Ma se Galliani ha dalla sua parte tutto lo squadrone al governo e De Luca la nazionale dei siciliani trapiantati in Brianza, sulla figura dell’ex radicale Cappato si è consumata l’ennesima tragedia democratica. Già, perché il Partito democratico della Provincia locomotiva della Lombardia, da mesi mastica amaro, anzi amarissimo. Non è stato sufficiente governare (espugnando, in alcuni casi) le città principali della Brianza. Non è bastato avere una rosa di nomi di potenziali candidati da mettere in competizione con la lepre Galliani provenienti dal territorio. Non è bastato appellarsi ai vertici nazionali del partito (una lettera firmata da tutti i maggiorenti locali e condivisa da centinaia di elettori della base: caso uno in un territorio che storicamente non ha mai preso così platealmente posizione contro le scelte nazionali, di qualsiasi schieramento) in cui si chiedeva «non una candidatura di testimonianza, ma una candidatura che rappresenti un campo politico e renda leggibile la storia di un impegno che il nostro territorio non ha mai fatto mancare».Non è bastato niente di tutto questo: Elly Schlein ha tirato dritto, il suo Pd aperto e inclusivo ha imposto il nome di Cappato sopra tutto e sopra tutti, infischiandosene di elettori, militanti, dirigenti, amministratori pubblici e tutta la compagnia cantante della sinistra. Che si è ritrovata dalla sera alla mattina, come alfiere, l’autocandidato tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. La Schlein ha imposto la candidatura di bandiera, quella dei diritti e dell’agenda woke su cui c’è scritto, a caratteri cubitali, che il fine vita è la priorità, i diritti per tutti, mettendo da parte il suo partito e, nel cono d’ombra dell’ideologia, i veri temi della zona: lavoro, immigrazione e sicurezza, trasporti e infrastrutture. Ieri, nel comizio conclusivo, ha attaccato Jacopo Coghe e Massimo Gandolfini di Pro vita: «Hanno chiesto di non votarmi, dimostrano ignoranza». Che, presa la sberla da Roma, ha abbandonato il «papa nero». Cappato è andato in giro per la Brianza a propugnare più cannabis per tutti e libertà di morire quando si vuole, facendo inorridire i suoi potenziali elettori. Va bene il proverbiale rospo da ingoiare, ma lui si è rivelato troppo indigesto per molti. Prima che la Schlein scegliesse Cappato, il centrosinistra brianzolo credeva nel recupero e nel sorpasso a Galliani. Ora, a distanza di settimane dal diktat di Roma, in Brianza rabbia e amarezza sono ancora palpabili.Il Pd non ha praticamente fatto campagna elettorale per Cappato. Sui social, i post elettorali riguardano solo una piccola tavola rotonda con il candidato allestita a inizio settimana e con temi selezionati: sanità pubblica, autostrada Pedemontana, salario minimo. Si parla di tutto, dal sostegno alle Ong alla Palestina, da sit-in contro Vannacci alla Finanziaria. Ma Cappato non c’è. In questa solitudine dei numeri primi, l’ex radicale ha rivendicato l’assenza di simboli di partito nella sua campagna elettorale: «L’ho fatta con i circoli, con i militanti, con i sindaci. Perché la mia non è una candidatura imposta dall’alto dai partiti», ha dichiarato ieri alla Stampa. Come no, quelli brianzoli lo vedono come fumo negli occhi. Galliani ha potuto contare sul sostegno di mezzo governo, da Antonio Tajani a Matteo Salvini. La Schlein, in Brianza, non ci verrà. «Ritengo che questo metodo sia stato coerente per dare una risposta a quelle che sembravano essere le preoccupazioni iniziali, cioè di una candidatura imposta», ha spiegato ancora Cappato alla Stampa. In realtà, quella del segretario Pd è un vera e propri scelta di autoconservazione visto che una sua epifania in Brianza le avrebbe potuto riservare solo pernacchie e contestazioni. «La base è arrabbiata», spiegano dalle stanze dei bottoni dem, «quasi nessuno ha accettato di fare campagna elettorale per Cappato e noi non possiamo chiedere ai nostri volontari di volantinare per lui».Se è difficile mobilitare i volontari, figuriamoci i generali: è emblematica, in questo senso, la sparizione del sindaco di Monza, Paolo Pilotto, dal confronto pubblico organizzato da Cappato con lui e con Beppe Sala. Il sindaco che ha riportato nella città di Teodolinda le insegne del centrosinistra è rimasto al tavolo dei relatori una manciata di minuti, salutando in maniera fredda i convenuti prima di eclissarsi. Una dimostrazione plastica delle lacerazioni del centrosinistra locale. In effetti Cappato una cosa l’ha realizzata: ha tirato su dal nulla un mini comitato elettorale, fatto per lo più di giovani e giovanissimi che, in numero comunque esiguo, hanno presidiato il territorio. Il rifiuto democratico lo ha esposto ad alcune scene quantomeno comiche, come testimonia il filmato che lo vede volantinare nel centro storico di Monza, insieme a una manciata di ragazzi, nel deserto più assoluto.Alla fine, è sempre il risultato dell’urna che conta. «Ma senza un nostro rappresentante», è la paura dei dem, «i nostri elettori potrebbero decidere di disertare le urne o di votare scheda bianca». Una sciagura che il neo eletto segretario brianzolo del Pd, Lorenzo Sala, in un’intervista rilasciata ad Affaritaliani.it, ha subito tramutato in strategia: «Cappato può smuovere un bel pezzo di elettorato. A destra hanno paura dell’astensionismo». Quindi, per vincere, gli elettori del Pd non devono andare a votare. Vuoi vedere che la scelta della Schlein di candidare Cappato può risultare vincente? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monza-pd-boicotta-cappato-2666032214.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svp-va-a-destra-i-dem-impazziscono" data-post-id="2666032214" data-published-at="1697810059" data-use-pagination="False"> Svp va a destra, i dem impazziscono Non si può dire che si tratti di una di quelle tornate elettorali che infiammano gli elettori e apriranno i giornali. In ogni caso, domenica e lunedì alcune decine di migliaia di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per elezioni di diverso livello. A livello nazionale, l’appuntamento è fissato a Monza per decidere chi prenderà il posto di Silvio Berlusconi al Senato al seggio uninominale Lombardia 06, dopo la scomparsa dell’ex-premier e fondatore di Mediaset. Il favorito dai pronostici è lo storico collaboratore del Cavaliere, Adriano Galliani (peraltro già senatore di Forza Italia), appoggiato da tutto il centrodestra. Ma di candidati ce ne sono a volontà: l’attivista Marco Cappato sostenuto dal centrosinistra, il sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, Andrea Brenna per Democrazia e sussidiarietà, Giovanna Capelli per Unione popolare, Domenico Di Modugno per il Partito comunista italiano, Daniele Giovanardi per Democrazia sovrana popolare e infine Lillo Massimiliano Musso per Forza del popolo. Si potrà votare domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15.A livello comunale, si voterà per il sindaco e per il rinnovo del Consiglio di Foggia, città da due anni sotto commissariamento per infiltrazioni mafiose. Anche qui i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì, e i candidati per la poltrona di primo cittadino saranno cinque: per il centrosinistra in versione «campo larghissimo» (Azione e Iv saranno stranamente dalla stessa parte del M5s) ci sarà Maria Aida Episcopo, mentre il centrodestra sostiene Raffaele Di Mauro. Gli altri candidati, sostenuti da liste civiche, sono Nunzio Angiola, Antonio De Sabato e Giuseppe Mainiero. Poi c’è il livello della Provincia, che nel caso di Trento e Bolzano è estremamente importante a causa dello status di larga autonomia di cui godono i due capoluoghi. Il meccanismo è un po’ macchinoso, e in realtà comprende anche il livello regionale che però, a quella latitudine, ha meno importanza di quello provinciale. A Trento si rinnoverà sia il Consiglio provinciale sia il presidente, mentre a Bolzano solo il Consiglio, perché il presidente della Provincia non è eletto direttamente dai cittadini. I due Consigli, congiuntamente, eleggeranno un presidente di Regione. A Trento i candidati sono sette: il presidente uscente Maurizio Fugatti, sostenuto dal centrodestra, l’ex-sindaco di Rovereto Francesco Valduga, sostenuto da Pd, Azione, Iv e Avs, Alex Marini per il M5s, Sergio Divina per Alternativa popolare, Marco Rizzo per Democrazia sovrana popolare, Elena Dardo è la candidata per Alternativa, Filippo Degasperi per Unione popolare. A Bolzano, come detto, non ci saranno candidati a presidente della Provincia perché toccherà al Consiglio fare la scelta. A livello politico, però, c’è fibrillazione perché c’è la possibilità che la Svp, partito maggioritario da sempre in Alto Adige, possa allearsi col centrodestra, segnando una svolta storica.Allarmati da questa ipotesi, i dem sono scesi in campo coi leader nazionali per corteggiare la Svp: da Bologna si è mosso il presidente del Pd e dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, quindi Roma è arrivata la segretaria Elly Schlein, la quale ha affermato di voler avere «una relazione aperta e collaborativa con l’Svp». Per Bonaccini, «un ripiegamento a destra sarebbe contro la stessa storia, in certi aspetti tragica, di questa terra. Il Pd invece è un interlocutore vero per i valori che rappresenta, una convinta forza europeista». Si voterà solo domenica, dalle 6 alle 22 a Trento e dalle 7 alle 21 a Bolzano.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.