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2023-10-20
Monza, il Pd boicotta l’alieno Cappato. E la Schlein che l’ha imposto ora fugge
Marco Cappato (Imagoeconomica)
«Il nostro Pd è stato umiliato da quello di Roma». Non usa mezzi giri di parole un notabile dem di Monza e Brianza, sotto pegno dell’anonimato, nel commentare l’avvicinamento del partito alle prossime suppletive per il Senato che si terranno domenica 22 e lunedì 23. Il seggio che fu di Silvio Berlusconi se lo contendono principalmente Adriano Galliani per il centrodestra, Marco Cappato per il centrosinistra e Cateno De Luca con la sua lista Sud chiama Nord.
Ma se Galliani ha dalla sua parte tutto lo squadrone al governo e De Luca la nazionale dei siciliani trapiantati in Brianza, sulla figura dell’ex radicale Cappato si è consumata l’ennesima tragedia democratica. Già, perché il Partito democratico della Provincia locomotiva della Lombardia, da mesi mastica amaro, anzi amarissimo. Non è stato sufficiente governare (espugnando, in alcuni casi) le città principali della Brianza. Non è bastato avere una rosa di nomi di potenziali candidati da mettere in competizione con la lepre Galliani provenienti dal territorio. Non è bastato appellarsi ai vertici nazionali del partito (una lettera firmata da tutti i maggiorenti locali e condivisa da centinaia di elettori della base: caso uno in un territorio che storicamente non ha mai preso così platealmente posizione contro le scelte nazionali, di qualsiasi schieramento) in cui si chiedeva «non una candidatura di testimonianza, ma una candidatura che rappresenti un campo politico e renda leggibile la storia di un impegno che il nostro territorio non ha mai fatto mancare».
Non è bastato niente di tutto questo: Elly Schlein ha tirato dritto, il suo Pd aperto e inclusivo ha imposto il nome di Cappato sopra tutto e sopra tutti, infischiandosene di elettori, militanti, dirigenti, amministratori pubblici e tutta la compagnia cantante della sinistra. Che si è ritrovata dalla sera alla mattina, come alfiere, l’autocandidato tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. La Schlein ha imposto la candidatura di bandiera, quella dei diritti e dell’agenda woke su cui c’è scritto, a caratteri cubitali, che il fine vita è la priorità, i diritti per tutti, mettendo da parte il suo partito e, nel cono d’ombra dell’ideologia, i veri temi della zona: lavoro, immigrazione e sicurezza, trasporti e infrastrutture. Ieri, nel comizio conclusivo, ha attaccato Jacopo Coghe e Massimo Gandolfini di Pro vita: «Hanno chiesto di non votarmi, dimostrano ignoranza». Che, presa la sberla da Roma, ha abbandonato il «papa nero». Cappato è andato in giro per la Brianza a propugnare più cannabis per tutti e libertà di morire quando si vuole, facendo inorridire i suoi potenziali elettori. Va bene il proverbiale rospo da ingoiare, ma lui si è rivelato troppo indigesto per molti. Prima che la Schlein scegliesse Cappato, il centrosinistra brianzolo credeva nel recupero e nel sorpasso a Galliani. Ora, a distanza di settimane dal diktat di Roma, in Brianza rabbia e amarezza sono ancora palpabili.
Il Pd non ha praticamente fatto campagna elettorale per Cappato. Sui social, i post elettorali riguardano solo una piccola tavola rotonda con il candidato allestita a inizio settimana e con temi selezionati: sanità pubblica, autostrada Pedemontana, salario minimo. Si parla di tutto, dal sostegno alle Ong alla Palestina, da sit-in contro Vannacci alla Finanziaria. Ma Cappato non c’è. In questa solitudine dei numeri primi, l’ex radicale ha rivendicato l’assenza di simboli di partito nella sua campagna elettorale: «L’ho fatta con i circoli, con i militanti, con i sindaci. Perché la mia non è una candidatura imposta dall’alto dai partiti», ha dichiarato ieri alla Stampa. Come no, quelli brianzoli lo vedono come fumo negli occhi. Galliani ha potuto contare sul sostegno di mezzo governo, da Antonio Tajani a Matteo Salvini. La Schlein, in Brianza, non ci verrà. «Ritengo che questo metodo sia stato coerente per dare una risposta a quelle che sembravano essere le preoccupazioni iniziali, cioè di una candidatura imposta», ha spiegato ancora Cappato alla Stampa. In realtà, quella del segretario Pd è un vera e propri scelta di autoconservazione visto che una sua epifania in Brianza le avrebbe potuto riservare solo pernacchie e contestazioni. «La base è arrabbiata», spiegano dalle stanze dei bottoni dem, «quasi nessuno ha accettato di fare campagna elettorale per Cappato e noi non possiamo chiedere ai nostri volontari di volantinare per lui».
Se è difficile mobilitare i volontari, figuriamoci i generali: è emblematica, in questo senso, la sparizione del sindaco di Monza, Paolo Pilotto, dal confronto pubblico organizzato da Cappato con lui e con Beppe Sala. Il sindaco che ha riportato nella città di Teodolinda le insegne del centrosinistra è rimasto al tavolo dei relatori una manciata di minuti, salutando in maniera fredda i convenuti prima di eclissarsi. Una dimostrazione plastica delle lacerazioni del centrosinistra locale. In effetti Cappato una cosa l’ha realizzata: ha tirato su dal nulla un mini comitato elettorale, fatto per lo più di giovani e giovanissimi che, in numero comunque esiguo, hanno presidiato il territorio. Il rifiuto democratico lo ha esposto ad alcune scene quantomeno comiche, come testimonia il filmato che lo vede volantinare nel centro storico di Monza, insieme a una manciata di ragazzi, nel deserto più assoluto.
Alla fine, è sempre il risultato dell’urna che conta. «Ma senza un nostro rappresentante», è la paura dei dem, «i nostri elettori potrebbero decidere di disertare le urne o di votare scheda bianca». Una sciagura che il neo eletto segretario brianzolo del Pd, Lorenzo Sala, in un’intervista rilasciata ad Affaritaliani.it, ha subito tramutato in strategia: «Cappato può smuovere un bel pezzo di elettorato. A destra hanno paura dell’astensionismo». Quindi, per vincere, gli elettori del Pd non devono andare a votare. Vuoi vedere che la scelta della Schlein di candidare Cappato può risultare vincente?
Svp va a destra, i dem impazziscono
Non si può dire che si tratti di una di quelle tornate elettorali che infiammano gli elettori e apriranno i giornali. In ogni caso, domenica e lunedì alcune decine di migliaia di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per elezioni di diverso livello. A livello nazionale, l’appuntamento è fissato a Monza per decidere chi prenderà il posto di Silvio Berlusconi al Senato al seggio uninominale Lombardia 06, dopo la scomparsa dell’ex-premier e fondatore di Mediaset. Il favorito dai pronostici è lo storico collaboratore del Cavaliere, Adriano Galliani (peraltro già senatore di Forza Italia), appoggiato da tutto il centrodestra. Ma di candidati ce ne sono a volontà: l’attivista Marco Cappato sostenuto dal centrosinistra, il sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, Andrea Brenna per Democrazia e sussidiarietà, Giovanna Capelli per Unione popolare, Domenico Di Modugno per il Partito comunista italiano, Daniele Giovanardi per Democrazia sovrana popolare e infine Lillo Massimiliano Musso per Forza del popolo. Si potrà votare domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15.A livello comunale, si voterà per il sindaco e per il rinnovo del Consiglio di Foggia, città da due anni sotto commissariamento per infiltrazioni mafiose. Anche qui i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì, e i candidati per la poltrona di primo cittadino saranno cinque: per il centrosinistra in versione «campo larghissimo» (Azione e Iv saranno stranamente dalla stessa parte del M5s) ci sarà Maria Aida Episcopo, mentre il centrodestra sostiene Raffaele Di Mauro. Gli altri candidati, sostenuti da liste civiche, sono Nunzio Angiola, Antonio De Sabato e Giuseppe Mainiero. Poi c’è il livello della Provincia, che nel caso di Trento e Bolzano è estremamente importante a causa dello status di larga autonomia di cui godono i due capoluoghi. Il meccanismo è un po’ macchinoso, e in realtà comprende anche il livello regionale che però, a quella latitudine, ha meno importanza di quello provinciale. A Trento si rinnoverà sia il Consiglio provinciale sia il presidente, mentre a Bolzano solo il Consiglio, perché il presidente della Provincia non è eletto direttamente dai cittadini. I due Consigli, congiuntamente, eleggeranno un presidente di Regione. A Trento i candidati sono sette: il presidente uscente Maurizio Fugatti, sostenuto dal centrodestra, l’ex-sindaco di Rovereto Francesco Valduga, sostenuto da Pd, Azione, Iv e Avs, Alex Marini per il M5s, Sergio Divina per Alternativa popolare, Marco Rizzo per Democrazia sovrana popolare, Elena Dardo è la candidata per Alternativa, Filippo Degasperi per Unione popolare. A Bolzano, come detto, non ci saranno candidati a presidente della Provincia perché toccherà al Consiglio fare la scelta. A livello politico, però, c’è fibrillazione perché c’è la possibilità che la Svp, partito maggioritario da sempre in Alto Adige, possa allearsi col centrodestra, segnando una svolta storica.Allarmati da questa ipotesi, i dem sono scesi in campo coi leader nazionali per corteggiare la Svp: da Bologna si è mosso il presidente del Pd e dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, quindi Roma è arrivata la segretaria Elly Schlein, la quale ha affermato di voler avere «una relazione aperta e collaborativa con l’Svp». Per Bonaccini, «un ripiegamento a destra sarebbe contro la stessa storia, in certi aspetti tragica, di questa terra. Il Pd invece è un interlocutore vero per i valori che rappresenta, una convinta forza europeista». Si voterà solo domenica, dalle 6 alle 22 a Trento e dalle 7 alle 21 a Bolzano.
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L’ex radicale è indigesto per i progressisti brianzoli, che temono le urne deserte alle suppletive per il Senato Lui fa spallucce e nel comizio finale attacca i Pro vita: «Dimostrano ignoranza». Il segretario non si fa vedere. Il movimento autonomista altoatesino pronto alla svolta storica e i big del Nazareno sono in fibrillazione. Stefano Bonaccini sbotta: «Devono allearsi con noi, siamo europeisti».Lo speciale contiene due articoli. «Il nostro Pd è stato umiliato da quello di Roma». Non usa mezzi giri di parole un notabile dem di Monza e Brianza, sotto pegno dell’anonimato, nel commentare l’avvicinamento del partito alle prossime suppletive per il Senato che si terranno domenica 22 e lunedì 23. Il seggio che fu di Silvio Berlusconi se lo contendono principalmente Adriano Galliani per il centrodestra, Marco Cappato per il centrosinistra e Cateno De Luca con la sua lista Sud chiama Nord.Ma se Galliani ha dalla sua parte tutto lo squadrone al governo e De Luca la nazionale dei siciliani trapiantati in Brianza, sulla figura dell’ex radicale Cappato si è consumata l’ennesima tragedia democratica. Già, perché il Partito democratico della Provincia locomotiva della Lombardia, da mesi mastica amaro, anzi amarissimo. Non è stato sufficiente governare (espugnando, in alcuni casi) le città principali della Brianza. Non è bastato avere una rosa di nomi di potenziali candidati da mettere in competizione con la lepre Galliani provenienti dal territorio. Non è bastato appellarsi ai vertici nazionali del partito (una lettera firmata da tutti i maggiorenti locali e condivisa da centinaia di elettori della base: caso uno in un territorio che storicamente non ha mai preso così platealmente posizione contro le scelte nazionali, di qualsiasi schieramento) in cui si chiedeva «non una candidatura di testimonianza, ma una candidatura che rappresenti un campo politico e renda leggibile la storia di un impegno che il nostro territorio non ha mai fatto mancare».Non è bastato niente di tutto questo: Elly Schlein ha tirato dritto, il suo Pd aperto e inclusivo ha imposto il nome di Cappato sopra tutto e sopra tutti, infischiandosene di elettori, militanti, dirigenti, amministratori pubblici e tutta la compagnia cantante della sinistra. Che si è ritrovata dalla sera alla mattina, come alfiere, l’autocandidato tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. La Schlein ha imposto la candidatura di bandiera, quella dei diritti e dell’agenda woke su cui c’è scritto, a caratteri cubitali, che il fine vita è la priorità, i diritti per tutti, mettendo da parte il suo partito e, nel cono d’ombra dell’ideologia, i veri temi della zona: lavoro, immigrazione e sicurezza, trasporti e infrastrutture. Ieri, nel comizio conclusivo, ha attaccato Jacopo Coghe e Massimo Gandolfini di Pro vita: «Hanno chiesto di non votarmi, dimostrano ignoranza». Che, presa la sberla da Roma, ha abbandonato il «papa nero». Cappato è andato in giro per la Brianza a propugnare più cannabis per tutti e libertà di morire quando si vuole, facendo inorridire i suoi potenziali elettori. Va bene il proverbiale rospo da ingoiare, ma lui si è rivelato troppo indigesto per molti. Prima che la Schlein scegliesse Cappato, il centrosinistra brianzolo credeva nel recupero e nel sorpasso a Galliani. Ora, a distanza di settimane dal diktat di Roma, in Brianza rabbia e amarezza sono ancora palpabili.Il Pd non ha praticamente fatto campagna elettorale per Cappato. Sui social, i post elettorali riguardano solo una piccola tavola rotonda con il candidato allestita a inizio settimana e con temi selezionati: sanità pubblica, autostrada Pedemontana, salario minimo. Si parla di tutto, dal sostegno alle Ong alla Palestina, da sit-in contro Vannacci alla Finanziaria. Ma Cappato non c’è. In questa solitudine dei numeri primi, l’ex radicale ha rivendicato l’assenza di simboli di partito nella sua campagna elettorale: «L’ho fatta con i circoli, con i militanti, con i sindaci. Perché la mia non è una candidatura imposta dall’alto dai partiti», ha dichiarato ieri alla Stampa. Come no, quelli brianzoli lo vedono come fumo negli occhi. Galliani ha potuto contare sul sostegno di mezzo governo, da Antonio Tajani a Matteo Salvini. La Schlein, in Brianza, non ci verrà. «Ritengo che questo metodo sia stato coerente per dare una risposta a quelle che sembravano essere le preoccupazioni iniziali, cioè di una candidatura imposta», ha spiegato ancora Cappato alla Stampa. In realtà, quella del segretario Pd è un vera e propri scelta di autoconservazione visto che una sua epifania in Brianza le avrebbe potuto riservare solo pernacchie e contestazioni. «La base è arrabbiata», spiegano dalle stanze dei bottoni dem, «quasi nessuno ha accettato di fare campagna elettorale per Cappato e noi non possiamo chiedere ai nostri volontari di volantinare per lui».Se è difficile mobilitare i volontari, figuriamoci i generali: è emblematica, in questo senso, la sparizione del sindaco di Monza, Paolo Pilotto, dal confronto pubblico organizzato da Cappato con lui e con Beppe Sala. Il sindaco che ha riportato nella città di Teodolinda le insegne del centrosinistra è rimasto al tavolo dei relatori una manciata di minuti, salutando in maniera fredda i convenuti prima di eclissarsi. Una dimostrazione plastica delle lacerazioni del centrosinistra locale. In effetti Cappato una cosa l’ha realizzata: ha tirato su dal nulla un mini comitato elettorale, fatto per lo più di giovani e giovanissimi che, in numero comunque esiguo, hanno presidiato il territorio. Il rifiuto democratico lo ha esposto ad alcune scene quantomeno comiche, come testimonia il filmato che lo vede volantinare nel centro storico di Monza, insieme a una manciata di ragazzi, nel deserto più assoluto.Alla fine, è sempre il risultato dell’urna che conta. «Ma senza un nostro rappresentante», è la paura dei dem, «i nostri elettori potrebbero decidere di disertare le urne o di votare scheda bianca». Una sciagura che il neo eletto segretario brianzolo del Pd, Lorenzo Sala, in un’intervista rilasciata ad Affaritaliani.it, ha subito tramutato in strategia: «Cappato può smuovere un bel pezzo di elettorato. A destra hanno paura dell’astensionismo». Quindi, per vincere, gli elettori del Pd non devono andare a votare. Vuoi vedere che la scelta della Schlein di candidare Cappato può risultare vincente? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monza-pd-boicotta-cappato-2666032214.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svp-va-a-destra-i-dem-impazziscono" data-post-id="2666032214" data-published-at="1697810059" data-use-pagination="False"> Svp va a destra, i dem impazziscono Non si può dire che si tratti di una di quelle tornate elettorali che infiammano gli elettori e apriranno i giornali. In ogni caso, domenica e lunedì alcune decine di migliaia di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per elezioni di diverso livello. A livello nazionale, l’appuntamento è fissato a Monza per decidere chi prenderà il posto di Silvio Berlusconi al Senato al seggio uninominale Lombardia 06, dopo la scomparsa dell’ex-premier e fondatore di Mediaset. Il favorito dai pronostici è lo storico collaboratore del Cavaliere, Adriano Galliani (peraltro già senatore di Forza Italia), appoggiato da tutto il centrodestra. Ma di candidati ce ne sono a volontà: l’attivista Marco Cappato sostenuto dal centrosinistra, il sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, Andrea Brenna per Democrazia e sussidiarietà, Giovanna Capelli per Unione popolare, Domenico Di Modugno per il Partito comunista italiano, Daniele Giovanardi per Democrazia sovrana popolare e infine Lillo Massimiliano Musso per Forza del popolo. Si potrà votare domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15.A livello comunale, si voterà per il sindaco e per il rinnovo del Consiglio di Foggia, città da due anni sotto commissariamento per infiltrazioni mafiose. Anche qui i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì, e i candidati per la poltrona di primo cittadino saranno cinque: per il centrosinistra in versione «campo larghissimo» (Azione e Iv saranno stranamente dalla stessa parte del M5s) ci sarà Maria Aida Episcopo, mentre il centrodestra sostiene Raffaele Di Mauro. Gli altri candidati, sostenuti da liste civiche, sono Nunzio Angiola, Antonio De Sabato e Giuseppe Mainiero. Poi c’è il livello della Provincia, che nel caso di Trento e Bolzano è estremamente importante a causa dello status di larga autonomia di cui godono i due capoluoghi. Il meccanismo è un po’ macchinoso, e in realtà comprende anche il livello regionale che però, a quella latitudine, ha meno importanza di quello provinciale. A Trento si rinnoverà sia il Consiglio provinciale sia il presidente, mentre a Bolzano solo il Consiglio, perché il presidente della Provincia non è eletto direttamente dai cittadini. I due Consigli, congiuntamente, eleggeranno un presidente di Regione. A Trento i candidati sono sette: il presidente uscente Maurizio Fugatti, sostenuto dal centrodestra, l’ex-sindaco di Rovereto Francesco Valduga, sostenuto da Pd, Azione, Iv e Avs, Alex Marini per il M5s, Sergio Divina per Alternativa popolare, Marco Rizzo per Democrazia sovrana popolare, Elena Dardo è la candidata per Alternativa, Filippo Degasperi per Unione popolare. A Bolzano, come detto, non ci saranno candidati a presidente della Provincia perché toccherà al Consiglio fare la scelta. A livello politico, però, c’è fibrillazione perché c’è la possibilità che la Svp, partito maggioritario da sempre in Alto Adige, possa allearsi col centrodestra, segnando una svolta storica.Allarmati da questa ipotesi, i dem sono scesi in campo coi leader nazionali per corteggiare la Svp: da Bologna si è mosso il presidente del Pd e dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, quindi Roma è arrivata la segretaria Elly Schlein, la quale ha affermato di voler avere «una relazione aperta e collaborativa con l’Svp». Per Bonaccini, «un ripiegamento a destra sarebbe contro la stessa storia, in certi aspetti tragica, di questa terra. Il Pd invece è un interlocutore vero per i valori che rappresenta, una convinta forza europeista». Si voterà solo domenica, dalle 6 alle 22 a Trento e dalle 7 alle 21 a Bolzano.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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