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2021-03-21
Monoclonali sdoganati negli ospedali dopo i ritardi di Aifa e ministero
Ansa
La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese.
Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna.
Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone».
Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età.
Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari.
La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri».
In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune».
Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno.
L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?
Lombardia, ancora caos prenotazioni
Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
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Terapia avviata nelle Marche, Treviso e Genova, pronta a Roma. Gli anticorpi sembrano essere la cura più efficace, ma Roberto Speranza rifiutò 10.000 sacche dalla Ely Lilly e l'ok dell'Agenzia è arrivato solo a febbraio.Appuntamenti in tilt a Cremona, Como e Brianza. Slot esauriti grazie alle chiamate d'urgenza. Previste vaccinazioni in 19.000 farmacie. In arrivo 330.000 dosi di Moderna.Lo speciale contiene due articoli.La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese. Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna. Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone». Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età. Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari. La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri». In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune». Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno. L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monoclonali-sdoganati-negli-ospedali-dopo-i-ritardi-di-aifa-e-ministero-2651155368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-ancora-caos-prenotazioni" data-post-id="2651155368" data-published-at="1616270613" data-use-pagination="False"> Lombardia, ancora caos prenotazioni Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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