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2021-03-21
Monoclonali sdoganati negli ospedali dopo i ritardi di Aifa e ministero
Ansa
La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese.
Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna.
Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone».
Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età.
Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari.
La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri».
In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune».
Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno.
L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?
Lombardia, ancora caos prenotazioni
Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
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Terapia avviata nelle Marche, Treviso e Genova, pronta a Roma. Gli anticorpi sembrano essere la cura più efficace, ma Roberto Speranza rifiutò 10.000 sacche dalla Ely Lilly e l'ok dell'Agenzia è arrivato solo a febbraio.Appuntamenti in tilt a Cremona, Como e Brianza. Slot esauriti grazie alle chiamate d'urgenza. Previste vaccinazioni in 19.000 farmacie. In arrivo 330.000 dosi di Moderna.Lo speciale contiene due articoli.La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese. Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna. Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone». Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età. Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari. La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri». In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune». Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno. L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monoclonali-sdoganati-negli-ospedali-dopo-i-ritardi-di-aifa-e-ministero-2651155368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-ancora-caos-prenotazioni" data-post-id="2651155368" data-published-at="1616270613" data-use-pagination="False"> Lombardia, ancora caos prenotazioni Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
Capita spesso di vedere, soprattutto nelle città d'arte ma non solo, visitatori stranieri che accompagnano le pietanze con la bevanda calda. Una scelta legittima ma discutibile, anche dal punto di vista della salute.
Ansa
Perché aver fatto il proprio dovere, colpendo un ladro che per di più aveva reagito aggredendo gli uomini delle forze dell’ordine, ferendone uno, è un comportamento da punire con il carcere? Forse un solo colpo in pancia al collega non bastava e ne servivano almeno due o tre per giustificare lo sparo? Oppure colpire, affondando un cacciavite nel petto di un uomo delle forze dell’ordine che cerca di impedire un furto, non è reato sufficientemente grave da richiedere la reazione degli agenti? Forse il militare avrebbe dovuto tenere nella fondina l’arma, aspettando che il criminale facesse quello che fecero due tossici a Roma qualche anno fa, pugnalando a morte, con 11 coltellate, il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega?
La faccenda ha dell’incredibile. Soprattutto perché arriva dopo altre inchieste della magistratura che hanno messo nel mirino gli agenti e non i delinquenti. Avete presente il caso di Ramy Elgaml, il giovane extracomunitario in sella a uno scooter che, dopo la fuga a un posto di blocco, si è schiantato contro un palo? Per la sua morte sono finiti indagati sette carabinieri, ovvero la pattuglia che lo inseguì e anche i militari dell’Arma poi intervenuti sul luogo dell’incidente. A quanto pare, invece di mettersi all’inseguimento del motociclo avrebbero dovuto girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Sorte più o meno analoga a quella di un agente che a Verona, per fermare un extracomunitario armato, ha fatto ricorso, udite udite, alla pistola. Per mesi è rimasto sotto inchiesta e ancora oggi c’è chi chiede di indagare sul suo conto, quasi fosse colpa del poliziotto essersi difeso. Inchiesta anche a carico di un carabiniere che a Rimini, dopo aver cercato di far gettare l’arma con cui un egiziano aveva minacciato alcuni passanti, è stato costretto a sparare. Prima dell’archiviazione, la Procura aveva iscritto il maresciallo nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa. Anche in questo caso, aver fatto il proprio dovere era ritenuto un di più e i magistrati hanno voluto appurare che il militare dell’Arma non avesse avuto altra scelta. Visto che non c’era alternativa, che il sottufficiale non poteva scappare né sparare ai moscerini, alla fine i pm si sono convinti che non ci fossero elementi per procedere contro il carabiniere e hanno chiesto il proscioglimento. Tutto bene? Ovviamente no, perché già il fatto che per mesi si sia portata avanti un’inchiesta che si poteva non aprire guardando le immagini delle telecamere la dice lunga sul funzionamento della giustizia.
I casi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, a proposito dell’assassinio di una ragazza di 19 anni a Milano, del capotreno a Bologna e di tanti altri reati di cui diamo quotidianamente conto, hanno però spinto Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo che fino a ieri assicurava che la criminalità era un problema di percezione, e Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova dove l’altra sera un giovane marocchino ha minacciato i passanti con una pistola, ad accusare il governo. Colpa di Giorgia Meloni se i clandestini la fanno sempre più da padroni, rubando, molestando e aggredendo le persone. Non colpa di una sinistra che ha aperto le porte all’invasione di extracomunitari. Non colpa di una magistratura che è sempre pronta a bloccare le espulsioni andando in soccorso degli stranieri e condannando le forze dell’ordine. Come ha spiegato ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, Meloni coltiva un’illusione securitaria. Già, secondo la sinistra, il governo dovrebbe arrendersi ai criminali. Invece di reprimerli dovrebbe capirli: dare una casa ai clandestini e aiutare gli immigrati a rischio povertà ed esclusione sociale. Al programma manca solo la condanna degli agenti che osano reagire. Ma siamo sulla buona strada.
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Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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Ansa
Il particolare si evince anche dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del fermo firmata dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Nora Lisa Passoni in cui è evidenziata la pericolosità dell’uomo e la sua «errata incensuratezza». «L’indagato, a specifica domanda in merito ai precedenti a suo carico», ha messo nero su bianco il giudice. «ha dichiarato di averne, sicché è più che probabile che la ragione della mancata indicazione di condanne nel certificato del casellario giudiziale non sia l’incensuratezza di Valdez Velazco, ma il mancato aggiornamento del certificato a suo carico». Il peruviano, irregolare sul territorio italiano, sarà ascoltato oggi nel carcere di San Vittore dal pm Antonio Pansa. Secondo l’accusa, il carcere è l’unica misura adeguata per prevenire le sue azioni «aggressive e violente». Gli arresti domiciliari, anche se applicati con il dispositivo di controllo elettronico, «non potrebbero scongiurare né il pericolo di fuga, né il pericolo di reiterazioni di simili manifestazioni di violenza contro la persona e, in particolare, contro le giovani donne, specie considerato che avendo l’indagato sostenuto di essere stato sotto l’effetto di alcool e droghe, di cui abusa». Adesso, gli inquirenti stanno cercando di fare luce sull’omicidio della giovanissima Aurora Livoli, tenendo conto anche del «curriculum» di Velazco: ha numerosi alias e precedenti penali per rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi al 2019, al 2024 e al 2025, ma l’uomo ha scontato il carcere a Pavia solo per la violenza sessuale commessa nel 2019. Il peruviano, entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti, diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il prefetto di Milano aveva emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6 agosto dello stesso anno. Ma il 16 giugno del 2023, Valdez Velazco ha richiesto con kit postale il rilascio del permesso di soggiorno, in qualità di fratello di una cittadina italiana, permesso che gli è stato negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, l’11 gennaio del 2024. Il 25 marzo del 2024 era stato arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione dell’espulsione. Nei suoi confronti era stato nuovamente adottato un provvedimento di espulsione, per motivi di pericolosità sociale, emesso il 26 marzo del 2024 dal prefetto di Milano.
Ma in occasione della seconda espulsione, non era stato possibile procedere al rimpatrio immediato di Velazco perché il passaporto risultava scaduto. Era stato assegnato a un Centro temporaneamente, ma per motivi di salute era stata decretata «l’inidoneità alla vita in comunità», quindi gli era stato imposto di lasciare l’Italia entro sette giorni. Ma così non è stato.
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