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2021-03-21
Monoclonali sdoganati negli ospedali dopo i ritardi di Aifa e ministero
Ansa
La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese.
Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna.
Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone».
Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età.
Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari.
La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri».
In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune».
Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno.
L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?
Lombardia, ancora caos prenotazioni
Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
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Terapia avviata nelle Marche, Treviso e Genova, pronta a Roma. Gli anticorpi sembrano essere la cura più efficace, ma Roberto Speranza rifiutò 10.000 sacche dalla Ely Lilly e l'ok dell'Agenzia è arrivato solo a febbraio.Appuntamenti in tilt a Cremona, Como e Brianza. Slot esauriti grazie alle chiamate d'urgenza. Previste vaccinazioni in 19.000 farmacie. In arrivo 330.000 dosi di Moderna.Lo speciale contiene due articoli.La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese. Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna. Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone». Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età. Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari. La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri». In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune». Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno. L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monoclonali-sdoganati-negli-ospedali-dopo-i-ritardi-di-aifa-e-ministero-2651155368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-ancora-caos-prenotazioni" data-post-id="2651155368" data-published-at="1616270613" data-use-pagination="False"> Lombardia, ancora caos prenotazioni Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
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Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
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@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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