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2021-03-21
Monoclonali sdoganati negli ospedali dopo i ritardi di Aifa e ministero
Ansa
La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese.
Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna.
Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone».
Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età.
Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari.
La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri».
In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune».
Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno.
L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?
Lombardia, ancora caos prenotazioni
Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
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Terapia avviata nelle Marche, Treviso e Genova, pronta a Roma. Gli anticorpi sembrano essere la cura più efficace, ma Roberto Speranza rifiutò 10.000 sacche dalla Ely Lilly e l'ok dell'Agenzia è arrivato solo a febbraio.Appuntamenti in tilt a Cremona, Como e Brianza. Slot esauriti grazie alle chiamate d'urgenza. Previste vaccinazioni in 19.000 farmacie. In arrivo 330.000 dosi di Moderna.Lo speciale contiene due articoli.La prima fu Claudia. Ma chi se lo ricorda? Le hanno fatto il regalo di Natale. Immunodepressa perché affetta da Sla non riusciva a uscire dal tunnel del virus cinese. Allo Spallanzani di Roma il 24 dicembre scorso le hanno fatto una trasfusione di un'ora e mezza e dopo quattro giorni è uscita, viva e affamata di vita. Le avevano iniettato i famosi anticorpi monoclonali - sono delle proteine- quelli che non piacciono alla sinistra perché hanno salvato Donald Trump -. Eppure sembrano la terapia più efficace, assicurano anche immunità per alcuni mesi e ora stanno entrando di prepotenza negli ospedali italiani. Nonostante il ministro della Salute Roberto Speranza non abbia mai preso in considerazione l'offerta dell'americana Ely Lilly di 10.000 dosi di monoclonali prodotti a Latina dalla Bsp Pharmaceuticals, che confeziona il Bamlanivimab, che però finiscono tutto negli Usa: 950.000 dosi. L'offerta al governo era per un trial clinico: rifiutata. Del resto l'Aifa (Agenzia del farmaco italiana) ha dato il via libera ai monoclonali solo a febbraio. Si dice: la terapia costa un occhio. Mille euro a sacca, ma se si pensa a quanto costa un paziente in terapia intensiva, forse il conto torna. Anche in termini di vite salvate. Gli anticorpi tornano di attualità oggi che la Regione Marche, amministrata dal centrodestra del presidente Francesco Acquaroli (Fdl), per impulso dell'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini (Lega) ha avviato una terapia a tappeto con gli anticorpi monoclonali. Debutto tre giorni fa all'ospedale di Pesaro con tre pazienti già in terapia e in via di guarigione. Sono trapiantati di reni. Ora le sacche sono state distribuite a tutti gli ospedali della Regione: 133, ma altre ne arriveranno. Obbiettivo: curare prima che la malattia divenga devastante. «Qui all'ospedale civile di Macerata - racconta il dottor Franco Sopranzi direttore di Nefrologia - siamo pronti. Le sacche sono quelle americane, per noi che abbiamo pazienti molto fragili questa terapia è un successo, se riusciamo a intervenire prima che sviluppi una forma grave in quattro giorni dimettiamo i malati. L'optimum sarebbe somministrare anticorpi monoclonali a chiunque viene trovato positivo e con sintomi iniziali: la terapia funziona tanto più è precoce». Il dottor Sopranzi è in sintonia con Giuseppe Remuzzi, grandissimo nefrologo ora a capo dell'istituto Mario Negri di Bergamo, che insiste per una cura pre-ospedaliera. Ha anche un'idea per spiegare le differenti risposte al virus. «Stanno studiando - spiega Sopranzi - la corrispondenza tra il permanere in alcune popolazioni di porzioni di Dna dei Neandertaliani. Loro ci hanno salvato da tanti virus e però pare che chi ha più familiarità con questi antenati risponda in maniera esagerata al virus e amplifichi gli effetti infiammatori che sono la vera causa dell'aggravarsi di chi è affetto da Covid. Gli anticorpi monoclonali, poiché sono mirati, impediscono risposte diciamo abnormi. L'altro vantaggio è che non si deve più usare cortisone». Anche a Genova si è cominciato questo percorso clinico. Il professor Matteo Bassetti del San Martino ha detto: «Finalmente possiamo utilizzare i monoclonali, spero che siano una terapia alternativa». Da due giorni a Genova sono stati sottoposti in day ospital a trattamento quattro malati, due uomini e due donne tra 72 e 76 anni di età. Allo Spallanzani di Roma è tutto pronto per iniziare una terapia su larga scala, egualmente a Treviso dove sono stati trattati due pazienti, uno di 32 anni e uno di 68. In Italia sono disponibili 30.000 sacche di anticorpi monoclonali statunitensi. La vera svolta però arriverà dagli anticorpi di Rino Rappuoli, che meriterebbe da anni il Nobel: li ha messi a punto con il contributo di Claudia Sala e i ricercatori di Life Sciences, il polo di studio pubblico senese, e gli anticorpi italiani sono già in fase di sperimentazione clinica. Saranno pronti entro giugno e sono rivoluzionari. La Menarini, la maggiore casa farmaceutica italiana, è pronta a produrli. I vantaggi degli anticorpi di Rappuoli sono enormi: «Li abbiamo pensati - ha spiegato il professore - anche per i paesi poveri, sono molto potenti quindi ne basta una dose minima, si possono iniettare intramuscolo dunque non c'è bisogno di andare in ospedale, sono mirati su tutte le varianti del virus - gli anticorpi americani sembrano invece inermi verso la variante sudafricana - e costano molto meno degli altri». In Europa non li ha prodotti né studiati nessuno. È l'ennesimo primato italiano ignorato dall'Italia che va a caccia di vaccini. Spiega Sopranzi: «Con i monoclonali si fa prima che col vaccino: si attiva una risposta immunitaria mirata sul virus con anticorpi che suppliscono a quelli dell'individuo. Non è molto è diverso dal meccanismo del plasma iperimmune». Anche quella è una terapia sviluppata in Italia dal dottor Giuseppe De Donno. L'hanno accantonata, pare che Guido Bertolaso la stia recuperando. Hai visto mai che fra un po' fa notizia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/monoclonali-sdoganati-negli-ospedali-dopo-i-ritardi-di-aifa-e-ministero-2651155368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-ancora-caos-prenotazioni" data-post-id="2651155368" data-published-at="1616270613" data-use-pagination="False"> Lombardia, ancora caos prenotazioni Un esercito di vaccinatori è pronto per scendere in campo contro il Covid-19, ma il terreno è insidioso per questioni informatiche e organizzative. Dopo tre giorni di blocco, ieri è ripresa in molte Regioni la vaccinazione con il prodotto di Astrazeneca, per il quale è stata confermata dall'Agenzia europea (Ema) la sicurezza d'uso, messa in dubbio da una correlazione temporale, non causale, con forme rare di trombosi. Il calo di fiducia ha portato a delle disdette sulle prenotazioni per il vaccino anglosvedese nell'ordine «del 20%, in alcune regioni, in altre del 10% e in altre ancora non c'è stato», ha dichiarato il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Figliuolo. In Lombardia, a titolo di esempio, all'Azienda sanitaria (Asst) San Paolo e San Carlo di Milano, ieri sono state somministrate il 76% delle dosi di vaccino Astrazeneca e il 98% di quelle Pfizer. Purtroppo, nella stessa Regione, continua a creare disguidi il sistema di prenotazione Aria. Ieri, a Cremona, a Como e in Brianza, medici e infermieri erano pronti a vaccinare, ma solo qualche decina di persone, delle centinaia attese, era in coda, perché i candidati all'iniezione non avevano ricevuto l'sms con data e ora dell'appuntamento. A Como c'erano 16 pronti a ricevere l'inoculazione di Astrazeneca contro i 700 posti messi a disposizione dall'Asst Lariana. All'Hub di CremonaFiere, solo una sessantina di persone era in coda rispetto alle 600 previste. In tutti i casi, gli operatori hanno chiamato direttamente le persone in lista e i sindaci dei comuni per avere i nominativi da contattare. Grazie alla risposta dei cittadini, tutte le dosi sono state somministrate. Non è la prima volta che la piattaforma Aria dà problemi con le prenotazioni, tanto che la Regione ha già stipulato un accordo per il subentro di Poste italiane, previsto entro la fine del mese. Nelle prossime settimane è attesa anche la tanto sperata accelerazione sul piano vaccinale. Attualmente sono state somministrate 7,5 milioni di dosi di vaccino (5.152.017 prime e 2.380.018 seconde) delle 9.577.500 finora consegnate: in pratica è stato utilizzato circa il 78% delle dosi per dare almeno la prima copertura a circa l'8,6% della popolazione. Servono però i vaccini. Entro oggi l'hub della Difesa di Pratica di Mare riceverà oltre 330.000 dosi del vaccino Moderna, il lotto più consistente finora consegnato. Il prodotto Johnson&Johnson arriverà nella seconda metà di aprile, con una quantità limitata che poi andrà aumentando tra maggio e giugno. In totale quindi, per fine mese, si avranno 7 milioni di vaccini a fronte dei 6, 5 milioni di gennaio e febbraio. L'accelerazione, almeno sulla carta, è anche nell'esercito di personale che dovrebbe essere presente nei punti vaccinali che, a livello nazionale, secondo una nota del commissario, dall'inizio del mese di marzo è passato da 1.510 a 1.868, segnando una crescita di circa il 25%. Oltre ai camici bianchi, compresi gli specializzandi, impiegati negli ospedali e negli hub vaccinali e ai medici di famiglia, nel nuovo Dl Sostegno, è previsto un massiccio arrivo di rinforzi con gli infermieri, gli odontoiatri, i pediatri e i farmacisti. Per le persone fragili è previsto il coinvolgimento del personale 118 per una somministrazione a domicilio. I pediatri di libera scelta «si faranno carico dei genitori dei più piccoli che hanno con sé problemi di fragilità », ha dichiarato il ministro della Salute Roberto Speranza. Ci sono 270.000 infermieri che, liberati dal vincolo di esclusività, potranno vaccinare anche dopo il loro orario. Il rinforzo potenzialmente più corposo arriverà dai 73.000 i farmacisti operativi in oltre 19.000 farmacie. Potranno vaccinare, previa formazione, senza la supervisione diretta del medico, come avviene già in molti Paesi.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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