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2024-05-29
Il mondo ritiene normali i preti gay. E sbraita per imporli nella Chiesa
Francesco e Benedetto XVI (Ansa)
Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.
Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.
Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».
Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».
L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».
Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».
La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.
Europa verso la pedofilia «legale»
Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti.
La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani.
Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate.
Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge.
E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero.
Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
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Le frasi scomposte di Francesco sono in continuità con quelle più raffinate di Joseph Ratzinger ma alla Santa Sede non è più riconosciuta la possibilità di avere una propria linea morale. E l’infallibilità papale si limita alla fede.In Spagna spuntano manifesti dove si dice che non c’è violenza se un bimbo acconsente al rapporto sessuale. E la Germania depenalizza il possesso di film porno con minori.Lo speciale contiene due articoli.Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mondo-preti-gay-imporli-chiesa-2668393920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="europa-verso-la-pedofilia-legale" data-post-id="2668393920" data-published-at="1716941018" data-use-pagination="False"> Europa verso la pedofilia «legale» Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti. La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani. Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate. Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge. E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero. Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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