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2024-05-29
Il mondo ritiene normali i preti gay. E sbraita per imporli nella Chiesa
Francesco e Benedetto XVI (Ansa)
Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.
Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.
Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».
Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».
L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».
Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».
La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.
Europa verso la pedofilia «legale»
Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti.
La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani.
Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate.
Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge.
E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero.
Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
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Le frasi scomposte di Francesco sono in continuità con quelle più raffinate di Joseph Ratzinger ma alla Santa Sede non è più riconosciuta la possibilità di avere una propria linea morale. E l’infallibilità papale si limita alla fede.In Spagna spuntano manifesti dove si dice che non c’è violenza se un bimbo acconsente al rapporto sessuale. E la Germania depenalizza il possesso di film porno con minori.Lo speciale contiene due articoli.Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mondo-preti-gay-imporli-chiesa-2668393920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="europa-verso-la-pedofilia-legale" data-post-id="2668393920" data-published-at="1716941018" data-use-pagination="False"> Europa verso la pedofilia «legale» Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti. La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani. Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate. Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge. E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero. Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
(IStock)
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
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Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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