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2024-05-29
Il mondo ritiene normali i preti gay. E sbraita per imporli nella Chiesa
Francesco e Benedetto XVI (Ansa)
Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.
Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.
Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».
Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».
L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».
Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».
La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.
Europa verso la pedofilia «legale»
Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti.
La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani.
Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate.
Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge.
E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero.
Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
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Le frasi scomposte di Francesco sono in continuità con quelle più raffinate di Joseph Ratzinger ma alla Santa Sede non è più riconosciuta la possibilità di avere una propria linea morale. E l’infallibilità papale si limita alla fede.In Spagna spuntano manifesti dove si dice che non c’è violenza se un bimbo acconsente al rapporto sessuale. E la Germania depenalizza il possesso di film porno con minori.Lo speciale contiene due articoli.Le affermazioni grossolane attribuite a Francesco a proposito dell’accesso ai seminari delle persone omosessuali con tendenza radicata o che sostengono la cultura gay, lo abbiamo già scritto ieri, nella sostanza non sono una novità. Riprendono quanto già stabilito e confermato con un documento della congregazione del Clero approvato dallo stesso papa Bergoglio nel 2016.Le parole che Francesco ha pronunciato nella riunione a porte chiuse con i vescovi italiani lo scorso 20 maggio in fondo ribadiscono ciò che già era regola. «C’è una cultura odierna dell’omosessualità rispetto alla quale chi ha un orientamento omosessuale è meglio che non sia accolto» in seminario, perché «è molto difficile che un ragazzo che ha questa tendenza poi non cada perché vengono pensando che la vita del prete li possa sostenere ma poi cadono nell’esercizio del ministero». Così avrebbe detto Francesco.Ma ciò che dà fastidio al mondo, al netto dell’oggettiva grossolanità delle parole attribuite al Papa, è che la Chiesa non accetti la «normalità» dell’omosessualità nell’accesso al sacerdozio. Basterebbe la castità, come per gli eterosessuali, si dice. Oppure si dice che è giusto colpire la pedofilia, come reato e come peccato, ma l’omosessualità non solo non deve essere reato, ma nemmeno peccato. Insomma, si finisce per fare quello che di solito si imputa alla Chiesa, cioè si assiste all’ingerenza mondana negli affari della Chiesa stessa. Una libertà religiosa a singhiozzo e stabilita dal secolo. Non a caso la Ratio del 2016 ricorda che «compete alla Chiesa - nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel seminario».Papa Francesco, come già il suo predecessore Benedetto XVI, tiene fermo questo insegnamento. Non si tratta ovviamente di una esclusione delle persone in quanto tali da un cammino di santità personale, quanto di una distinzione necessaria per lo svolgimento di una missione di paternità che è quella del sacerdozio e che si ritiene possa essere minata da «tendenze omosessuali radicate» o da soggetti che «sostengono la cosiddetta cultura gay».L’arcivescovo statunitense Charles Joseph Chaput, commentando il documento del 2005, ha scritto: «Mentre le tendenze omosessuali persistenti non precludono mai la santità personale - gli omosessuali e gli eterosessuali hanno la stessa chiamata cristiana alla castità, secondo il loro stato di vita - esse rendono molto più difficile la vocazione di un servizio sacerdotale efficace».Che la Chiesa possa e decida di dotarsi di argini morali, fermo restando il rispetto per le persone, rientra in quel concetto di libertà religiosa che troppo spesso viene tirato per la giacchetta. Non solo. Come scrisse Benedetto XVI nei suoi famosi «Appunti» sulla questione abusi, il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, avvenuto specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, portò a sviluppare in ampi settori della cultura (anche intraecclesiale) la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. «Si era ampiamente affermata la tesi», ha scritto Ratzinger, «che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna».La reazione scomposta alle parole attribuite a Francesco, per quanto, lo ribadiamo, certamente grossolane e che poco si attagliano alla voce di un Pontefice, in fondo è quella del mondo che vorrebbe «costringere al silenzio» la Chiesa su alcuni temi della morale. Come quando taluni Stati, come Australia o Francia, si propongono di annullare il segreto confessionale di fronte a determinati situazioni dimenticando che la confessione è un atto di culto e non una seduta di counseling psicologico. Qualcosa che deve essere tutelato in nome della libertà religiosa e ogni ingerenza viene a considerarsi illegittima e lesiva dei diritti della coscienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mondo-preti-gay-imporli-chiesa-2668393920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="europa-verso-la-pedofilia-legale" data-post-id="2668393920" data-published-at="1716941018" data-use-pagination="False"> Europa verso la pedofilia «legale» Che il progetto di Unione europea, all’alba delle prossime elezioni di giugno, sia da correggere e non solo su elementi secondari, solo un cieco o un nostalgico dell’Urss potrebbe non vederlo. L’inutile proposta di Emmanuel Macron di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione ha ottenuto una netta maggioranza di voti, seppur senza avere alcuna incidenza reale sul testo. Ma il voto maggioritario la dice lunga sullo spirito che aleggia in quegli scranni e in quei lidi nichilisti e antiumanisti. La Germania, nell’Europa di ieri e di oggi, si pone come il cuore geografico e culturale e come il motore e il faro dell’economia e della finanza. Eppure, come riportato dalla Bussola quotidiana giorni fa, è appena stato votato un inaudito disegno di legge per depenalizzare il «possesso di materiale pedopornografico» da parte degli adulti. La legge, voluta dalla «maggioranza socialista, liberale e ambientalista», con l’appoggio «delle sinistre» più o meno radicali, scrive Luca Volonté, è «l’ennesima prova di un progressismo relativista senza tabù e senza rispetto per i più deboli». Con la nuova norma approvata dal Bundestag, i reati di possesso e di diffusione di immagini e video pedopornografici, già «disciplinati dall’articolo 184b del Codice penale», vengono ora «classificati come reati minori». Nonostante la forte opposizione dei partiti di centrodestra (Afd, Cdu e Csu) e delle Chiese cristiane più diffuse: cattolici, evangelici e luterani. Eccezione balorda, ma pur sempre eccezione in questa Europa che sembra voler tagliare sempre più le sue radici cristiane, fino al punto di affacciarsi sugli abissi del male? Pare di no, vedendo ciò che accade nella Spagna guidata dal primo ministro socialista Pedro Sanchez. Come riporta un sito femminista e laico, ma vigile su ogni forma di violenza, «il consiglio comunale di Almería», in Spagna, è «sotto tiro» per aver «lanciato una campagna di manifesti sul consenso sessuale». La quale però, in uno dei manifesti affissi dal Comune, «presentava un bambino», con il volto chiaro e riconoscibile. Se vogliamo, si tratta dell’ennesima edizione delle campagne contro la violenza sessuale sulle donne. Campagne che sono ovviamente condivisibili quanto alle intenzioni antiviolenza ma che, a volte, risultano manichee, ambigue, o perfino controproducenti quanto alle modalità usate. Bisogna prestare attenzione, in questo caso, alla frase choc riportata sul manifesto: «Se dice di no, non è sesso, è aggressione». Legittima se si trattava di donne adulte in grado di dare o negare il consenso. Ma sotto c’è il volto di un bambino, che a occhio poteva avere 10-12 anni. E l’immagine del bimbo non era un errore di stampa. Infatti il manifesto continuava dicendo: «Il 72,3% delle aggressioni sessuali sui minori si realizzano nel contesto familiare o scolastico della vittima». Quindi, quel manifesto ipoteticamente contro la violenza sessuale sui minori, lascia intendere che se il minore «dice sì» alle proposte indecenti dell’adulto, allora «non è aggressione». Solo che il minorenne, per qualunque psicologo dell’età evolutiva, non è in grado di prestare un vero consenso e sono solo i gruppi pro pedofilia, come il tedesco Krumme 13, che spingono la politica e la società ad abbassare di continuo l’età del consenso legittimo. In modo da arrivare a una sorta di «pedofilia legale» che si copre dietro le ambiguità della legge. E il manifesto spagnolo va proprio in tal senso. Dopo le proteste di Rocío De Meer Méndez, del partito nazionalista Vox, è stato lo stesso ministero dell’Uguaglianza, normalmente poco attento agli aspetti etici della cultura, a muoversi. Ottenendo la rimozione dell’infame manifesto e le scuse del sindaco María del Mar Vázquez Agüero. Cosa insegnano le due vicende? Che certamente i rischi di decadenza morale grave, fino alla folle giustificazione della seduzione sessuale dei minori, sono dietro l’angolo. Specie se questa Ue continuerà sulla via eversiva del «vietato vietare», della cultura di morte e dell’iper sessualizzazione coatta, con la scusa della lotta alle discriminazioni, dell’adolescenza e dell’infanzia.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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