Il Boston Globe svela i contatti dell’ex segretario di Stato di Barack Obama con il numero uno della difesa europea, i presidenti Emmanuel Macron e Frank-Walter Steinmeier, oltre che Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri di Teheran. Obiettivo: salvare l’accordo nucleare con gli ayatollah, uno dei lasciti dell’era obamiana che Donald Trump è pronto a spazzare via. Ma l’ex capo della diplomazia Usa è ormai un cittadino comune e una legge americana, il Logan act, vieta le interferenze da parte di persone estranee all’amministrazione in controversie diplomatiche con un altro Paese.

John Kerry sarebbe pronto al tutto per tutto pur di salvare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Secondo le rivelazioni del Boston Globe, infatti l’ex segretario di Stato di Barack Obama starebbe agendo sottotraccia per cercare di salvaguardare uno dei suoi principali obiettivi diplomatici: l’Iran deal, da lui siglato nel 2015. Nel corso degli ultimi mesi, Kerry avrebbe avuto dei colloqui con alcuni alti funzionari del governo di Teheran, a partire dal ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, ma anche con il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier e il capo della diplomazia europea Federica Mogherini. L’obiettivo? Mantenere in piedi l’intesa che l’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, minaccia di far saltare. Entro il 12 maggio, il successore di Obama dovrà infatti decidere se far restare gli Stati Uniti nell’accordo oppure se stracciarlo: eventualità, quest’ultima, che implicherebbe il ritorno delle sanzioni anti iraniane, congelate nel gennaio del 2016.

Non è ancora esattamente chiaro quale sarà la linea di Trump sulla questione: quel che è certo è che, nelle ultime settimane, i falchi anti Teheran come il nuovo segretario di Stato, Mike Pompeo, e il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, sembrano aver acquisito quota all’interno dell’amministrazione americana. Il tutto, mentre il fronte più realista (e maggiormente restio a uscire dal patto), guidato dal segretario alla Difesa, James Mattis, parrebbe trovarsi in qualche difficoltà.

Insomma, l’Iran deal è appeso a un filo. John Kerry lo sa e sta quindi cercando di salvare la sua creatura. Una mossa che, al di là delle ambizioni personali, mira evidentemente a preservare pezzi dell’eredità obamiana che il Partito repubblicano sta cercando di smantellare. In tal senso, Barack Obama ha sempre considerato l’apertura all’Iran come un fiore all’occhiello della sua politica estera, attirandosi comunque una serie di aspre critiche. Ben lungi da chissà quale umanitarismo, quell’apertura si basava su presupposti profondamente utilitaristici.

Se Teheran – grazie al congelamento delle sanzioni – poteva vedere la sua economia riprendersi, dall’altra parte l’amministrazione Obama riusciva ad assestare un duro colpo all’Arabia Saudita, storico alleato americano con cui la Casa Bianca di allora intratteneva tuttavia pessimi rapporti. Ciononostante, soprattutto tra i repubblicani, si è ripetuto che l’Iran continuasse segretamente una politica nucleare aggressiva. Accusa ribadita, qualche giorno fa, dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Una linea di rottura che Kerry starebbe cercando oggi di placare, spalleggiando di fatto quanti in Europa si oppongono a una uscita degli Stati Uniti dall’accordo, dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, al presidente francese, Emmanuel Macron: sono molte le voci che vanno in questa direzione. Anche perché Teheran ha più volte ribadito che, qualora Washington si tirasse indietro, l’intesa salterebbe in toto (del resto, come abbiamo visto, la repubblica islamica trae i principali vantaggi dall’Iran deal proprio grazie alla presenza dell’America).

L’ipotesi di un accordo senza lo Zio Sam, insomma, sembrerebbe impraticabile. In questo quadro non poco complicato, non è che la condotta tenuta da Kerry sia esattamente chiara. Anche perché non si capisce a che titolo stia agendo, visto che non ricopre più alcun incarico in seno all’esecutivo statunitense. Qualcuno inizia addirittura ad ipotizzare che questo atipico comportamento possa chiamare in causa una violazione del Logan act, una legge del 1799 che considera un crimine comunicare, «senza averne l’autorità», con «funzionari stranieri per influenzare le misure o le condotte di qualsiasi governo estero con gli Stati Uniti». Un’esagerazione applicare tutto questo al caso di Kerry? Fino a un certo punto. Non dimentichiamo infatti che l’anno scorso, due professori della University of Chicago law school hanno sostenuto che l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, avrebbe violato proprio il Logan act nei suoi incontri con l’ambasciatore russo, avvenuti nel corso del passaggio di consegne tra Obama e lo stesso Trump. Incontri che costrinsero Flynn alle dimissioni, appena pochi giorni dopo aver ottenuto ufficialmente l’incarico. Flynn sì, Kerry no. Perché? A pensar male si farà anche peccato: ma sembra proprio che si stiano usando due pesi e due misure.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…