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2019-07-16
Moavero Milanesi sogna Bruxelles e scredita i leghisti per una nomina Ue
Ansa
Mettendo a rischio la tenuta della sua ormai leggendaria pettinatura a nido di rondine, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi si è scatenato. Per rendere l'Italia protagonista nel mondo? Per contribuire a risolvere la situazione in Libia? Per chiarire la linea contraddittoria del governo sulla Cina? Per dire una parola univoca sul Venezuela? Per protestare contro la Francia dopo l'incredibile premiazione della «capitana» Carola Rackete annunciata da Parigi? Insomma, per dare un senso alla sua presenza tra i marmi della Farnesina? Non esattamente. Su tutto questo, il ministero degli Esteri continua ad apparire ai più alla stregua di una «sede vacante».
Invece, gli scopi principali di Moavero - mai dimenticare: montiano ed eurolirico - sembrano altri due. Primo: tessere la tela per la sua candidatura alla Commissione Ue. Secondo: provare a esautorare Matteo Salvini rispetto al dossier immigrazione, avanzando un piano confuso, parzialissimo, e già in buona misura archiviato dai partner Ue.
Ma procediamo con ordine. Da molte settimane, Moavero briga - in tutte le sedi - negoziando per sé stesso come potenziale membro della nuova Commissione. Tra Roma e Bruxelles, a molti interlocutori - non solo italiani - è parso frenetico e perfino comico l'attivismo di un ministro degli Esteri in carica per autosponsorizzarsi per un altro incarico. Da qualche giorno, Moavero sembrava aver perso le speranze, visto che tutti nel governo davano (e danno tuttora) per certa una candidatura leghista. Ma ora due circostanze hanno nuovamente ingolosito il titolare della Farnesina: per un verso, l'affaire Savoini, che crea un problema di reputazione internazionale per il Carroccio; per altro verso, l'intolleranza con cui Ppe-Pse-macronisti hanno negato alla Lega, al Parlamento europeo, perfino elementi minimi di rappresentanza istituzionale (una vicepresidenza dell'assemblea e un paio di presidenze di Commissione). Da allora, Moavero ha ripreso a muoversi a tutta velocità, con un solo argomento: e cioè prefigurando la bocciatura parlamentare (c'è il precedente di Rocco Buttiglione) dell'eventuale candidato italiano quando l'Europarlamento dovrà convalidare le designazioni dei vari Paesi. E il fatto che il neopresidente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, pur proseguendo a trattare con i leghisti, non li abbia voluti incontrare formalmente, ha messo altra benzina nel motore di Moavero, che continua a sollecitare un'opera di persuasione per convincere la Lega a fare un passo indietro, e a designare una figura più neutra, più istituzionale, più accettata. Cioè lui. Che invece sarebbe straconfermato e stravotato dal vecchio establishment di Bruxellese: anzi, i partiti anti-sovranisti già ridono di soddisfazione all'idea che l'Italia, dovendo esprimere un candidato, finisca per scegliere quello più lontano da Salvini. Non è difficile immaginare come si comporterebbe Moavero, politicamente parlando, una volta nominato e confermato: le sue convinzioni euroliriche e pro Bruxelles sono leggibili come un libro aperto.
Ma veniamo al secondo punto della strategia di Moavero, che ha a che fare con l'immigrazione. Un paio di giorni fa, con tanto di intervista solenne sul Corriere della Sera, il titolare della Farnesina ha pomposamente presentato un suo «piano». Nulla di nuovo, nulla di sconvolgente, anzi. Ma ciò che contava era il messaggio nemmeno troppo criptico o subliminale all'Ue: non trattate con Salvini nemmeno su quello che sarebbe istituzionalmente il suo dossier, ma trattate con me, così lo bypassiamo e lo scavalchiamo.
In realtà, in 48 ore, quattro elementi hanno smontato almeno questa parte della strategia di Moavero. Primo: una qualche policy di ripartizione in ambito Ue (relocation) già esisterebbe, ma, com'è noto, non se n'è fatto nulla, per l'opposizione di diversi Paesi. Secondo (ed è l'aspetto decisivo): stiamo parlando solo di rifugiati e richiedenti asilo, cioè di una estrema minoranza (raramente arriva al 10%) della massa migratoria che impatta sull'Ue. Quindi il fantomatico piano è del tutto marginale e parziale. Terzo: il commissario uscente all'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, si è subito detto «perplesso» sulle proposte di Moavero. Quarto (stop ancora più pesante): la stroncatura, solo velata da un alone di gentilezza formale, di Michael Roth, ministro degli Affari europei tedesco, che, dopo aver indorato la pillola («Sono veramente grato per il ruolo molto costruttivo e responsabile del ministro degli Esteri italiano), ha seccamente rispedito il piano al mittente («Ho l'impressione che soluzioni che non sono di immediata applicazione, non ci portino sostanzialmente molto avanti»). Quanta durezza, dopo tanto sforzo da parte del povero Moavero…
In bilico il voto sulla von der Leyen. È accusata di simpatie sovraniste
Se il buongiorno si vede dal mattino, la presidenza della Commissione europea targata Ursula von der Leyen non promette davvero nulla di buono. Nel tardo pomeriggio di oggi sapremo finalmente se l'intento di conquistare il soglio europeo sarà andato a buon fine, ma visto l'andamento dei negoziati il suo mandato si preannuncia all'insegna dell'instabilità politica. Sono lontani anni luce i tempi in cui la ratifica del nominativo proposto dal Consiglio rappresentava un passaggio pressoché scontato da parte del Parlamento europeo. L'elezione di oggi promette infatti di trasformarsi in una battaglia all'ultima preferenza, ragion per cui la von der Leyen sta passando le ore che la separano dal voto a bussare un po' a tutte le porte.
Mentre sembra confermato il «no» secco di Verdi e Sinistra unitaria europea, alla vigilia del voto sono solo due i partiti che sicuramente esprimeranno l'assenso nei confronti della sua candidatura. Messi insieme, Popolari europei e Renew Europe (gli ex Alde pilotati da Emmanuel Macron) fanno 290 seggi, dunque ancora ben lontani dai 376 necessari per conquistare lo scranno più alto di Bruxelles. Mentre l'appoggio dei primi è scontato, qualche giorno fa i secondi hanno pensato bene di mettere nero su bianco le condizioni per garantire il sostegno. Tramite una lettera inviata martedì scorso e firmata dal capogruppo rumeno Dacian Ciolos i liberali hanno chiesto risposte certe, nell'ordine, sui seguenti punti: un incarico di rilievo per Margrethe Vestager (candidato di punta del partito alle elezioni europee) che sia «perfettamente alla pari» con quello riconosciuto al socialista Frans Timmermans (l'altro Spitzenkandidat); un meccanismo per garantire il rispetto dello Stato di diritto nell'intera Ue; la riduzione del 55% delle emissioni di CO2; infine, nuovi accordi di libera circolazione. La von der Leyen, pur precisando effettivamente che uno dei due vicepresidenti esecutivi «ha il compito di sostituire il presidente in sua assenza», furbescamente non ha specificato quale tra i due contendenti avrebbe la meglio in questa partita.
Profondamente divisi i socialisti (153 seggi), che nella precedente legislatura facevano maggioranza con i popolari. La ferita per la bocciatura di Frans Timmermans (oggi primo vicepresidente) è ancora fresca, ma a pesare sono soprattutto le lotte intestine all'esecutivo guidato da Angela Merkel, con la Spd che accusa la cancelliera di non aver condiviso la nomina. Senza contare la polemica tutta tedesca sugli incarichi milionari firmati al ministero della Difesa. Proprio per dare un segnale di distensione nei confronti dell'alleato, la von der Leyen si è dimessa ieri dall'incarico di governo. Intanto, sempre nel pomeriggio di ieri il premier portoghese António Costa (accanito sostenitore di Timmermans e del meccanismo degli Spitzenkandidaten), ha giudicato positiva la risposta della von der Leyen e ammesso che gli sforzi dimostrati «giustificano il nostro sostegno» alla sua elezione.
Ma più che le beghe interne all'esecutivo federale, a infastidire i socialisti sono le strizzatine d'occhio alla candidata da parte del gruppo Identità e democrazia, tra le cui fila siedono gli eurodeputati della Lega di Matteo Salvini e del Rassemblement national di Marine Le Pen. Nei giorni scorsi i contatti ci sono stati, anche se alla fine l'incontro con il capogruppo Marco Zanni è saltato. Le posizioni sull'immigrazione non sono poi così distanti e un'eventuale ingresso nella maggioranza potrebbe coincidere con l'assegnazione di un posto di rilievo in Commissione a Giancarlo Giorgetti. La presenza dei sovranisti sarebbe però difficile da mandare giù per i socialisti, che si troverebbero a quel punto a lavorare a stretto contatto con i loro più acerrimi avversari politici. Ad ogni modo, sommando Ppe, Renew Europe, metà dei socialisti e metà dei conservatori, più il M5s (14 seggi), la von der Leyen dovrebbe contare su circa 410 voti. La vera domanda è: quante chance di sopravvivenza avrebbe nel lungo periodo questa strana creatura europea a cinque teste?
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Il ministro degli Esteri si oppone alla candidatura di un membro del Carroccio e vuole togliere a Matteo Salvini il controllo delle frontiere.La neo presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen rischia di non ottenere la maggioranza.Lo speciale contiene due articoli.Mettendo a rischio la tenuta della sua ormai leggendaria pettinatura a nido di rondine, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi si è scatenato. Per rendere l'Italia protagonista nel mondo? Per contribuire a risolvere la situazione in Libia? Per chiarire la linea contraddittoria del governo sulla Cina? Per dire una parola univoca sul Venezuela? Per protestare contro la Francia dopo l'incredibile premiazione della «capitana» Carola Rackete annunciata da Parigi? Insomma, per dare un senso alla sua presenza tra i marmi della Farnesina? Non esattamente. Su tutto questo, il ministero degli Esteri continua ad apparire ai più alla stregua di una «sede vacante».Invece, gli scopi principali di Moavero - mai dimenticare: montiano ed eurolirico - sembrano altri due. Primo: tessere la tela per la sua candidatura alla Commissione Ue. Secondo: provare a esautorare Matteo Salvini rispetto al dossier immigrazione, avanzando un piano confuso, parzialissimo, e già in buona misura archiviato dai partner Ue. Ma procediamo con ordine. Da molte settimane, Moavero briga - in tutte le sedi - negoziando per sé stesso come potenziale membro della nuova Commissione. Tra Roma e Bruxelles, a molti interlocutori - non solo italiani - è parso frenetico e perfino comico l'attivismo di un ministro degli Esteri in carica per autosponsorizzarsi per un altro incarico. Da qualche giorno, Moavero sembrava aver perso le speranze, visto che tutti nel governo davano (e danno tuttora) per certa una candidatura leghista. Ma ora due circostanze hanno nuovamente ingolosito il titolare della Farnesina: per un verso, l'affaire Savoini, che crea un problema di reputazione internazionale per il Carroccio; per altro verso, l'intolleranza con cui Ppe-Pse-macronisti hanno negato alla Lega, al Parlamento europeo, perfino elementi minimi di rappresentanza istituzionale (una vicepresidenza dell'assemblea e un paio di presidenze di Commissione). Da allora, Moavero ha ripreso a muoversi a tutta velocità, con un solo argomento: e cioè prefigurando la bocciatura parlamentare (c'è il precedente di Rocco Buttiglione) dell'eventuale candidato italiano quando l'Europarlamento dovrà convalidare le designazioni dei vari Paesi. E il fatto che il neopresidente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, pur proseguendo a trattare con i leghisti, non li abbia voluti incontrare formalmente, ha messo altra benzina nel motore di Moavero, che continua a sollecitare un'opera di persuasione per convincere la Lega a fare un passo indietro, e a designare una figura più neutra, più istituzionale, più accettata. Cioè lui. Che invece sarebbe straconfermato e stravotato dal vecchio establishment di Bruxellese: anzi, i partiti anti-sovranisti già ridono di soddisfazione all'idea che l'Italia, dovendo esprimere un candidato, finisca per scegliere quello più lontano da Salvini. Non è difficile immaginare come si comporterebbe Moavero, politicamente parlando, una volta nominato e confermato: le sue convinzioni euroliriche e pro Bruxelles sono leggibili come un libro aperto. Ma veniamo al secondo punto della strategia di Moavero, che ha a che fare con l'immigrazione. Un paio di giorni fa, con tanto di intervista solenne sul Corriere della Sera, il titolare della Farnesina ha pomposamente presentato un suo «piano». Nulla di nuovo, nulla di sconvolgente, anzi. Ma ciò che contava era il messaggio nemmeno troppo criptico o subliminale all'Ue: non trattate con Salvini nemmeno su quello che sarebbe istituzionalmente il suo dossier, ma trattate con me, così lo bypassiamo e lo scavalchiamo. In realtà, in 48 ore, quattro elementi hanno smontato almeno questa parte della strategia di Moavero. Primo: una qualche policy di ripartizione in ambito Ue (relocation) già esisterebbe, ma, com'è noto, non se n'è fatto nulla, per l'opposizione di diversi Paesi. Secondo (ed è l'aspetto decisivo): stiamo parlando solo di rifugiati e richiedenti asilo, cioè di una estrema minoranza (raramente arriva al 10%) della massa migratoria che impatta sull'Ue. Quindi il fantomatico piano è del tutto marginale e parziale. Terzo: il commissario uscente all'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, si è subito detto «perplesso» sulle proposte di Moavero. Quarto (stop ancora più pesante): la stroncatura, solo velata da un alone di gentilezza formale, di Michael Roth, ministro degli Affari europei tedesco, che, dopo aver indorato la pillola («Sono veramente grato per il ruolo molto costruttivo e responsabile del ministro degli Esteri italiano), ha seccamente rispedito il piano al mittente («Ho l'impressione che soluzioni che non sono di immediata applicazione, non ci portino sostanzialmente molto avanti»). Quanta durezza, dopo tanto sforzo da parte del povero Moavero…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/moavero-milanesi-sogna-bruxelles-e-scredita-i-leghisti-per-una-nomina-ue-2639201916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-bilico-il-voto-sulla-von-der-leyen-e-accusata-di-simpatie-sovraniste" data-post-id="2639201916" data-published-at="1770218427" data-use-pagination="False"> In bilico il voto sulla von der Leyen. È accusata di simpatie sovraniste Se il buongiorno si vede dal mattino, la presidenza della Commissione europea targata Ursula von der Leyen non promette davvero nulla di buono. Nel tardo pomeriggio di oggi sapremo finalmente se l'intento di conquistare il soglio europeo sarà andato a buon fine, ma visto l'andamento dei negoziati il suo mandato si preannuncia all'insegna dell'instabilità politica. Sono lontani anni luce i tempi in cui la ratifica del nominativo proposto dal Consiglio rappresentava un passaggio pressoché scontato da parte del Parlamento europeo. L'elezione di oggi promette infatti di trasformarsi in una battaglia all'ultima preferenza, ragion per cui la von der Leyen sta passando le ore che la separano dal voto a bussare un po' a tutte le porte. Mentre sembra confermato il «no» secco di Verdi e Sinistra unitaria europea, alla vigilia del voto sono solo due i partiti che sicuramente esprimeranno l'assenso nei confronti della sua candidatura. Messi insieme, Popolari europei e Renew Europe (gli ex Alde pilotati da Emmanuel Macron) fanno 290 seggi, dunque ancora ben lontani dai 376 necessari per conquistare lo scranno più alto di Bruxelles. Mentre l'appoggio dei primi è scontato, qualche giorno fa i secondi hanno pensato bene di mettere nero su bianco le condizioni per garantire il sostegno. Tramite una lettera inviata martedì scorso e firmata dal capogruppo rumeno Dacian Ciolos i liberali hanno chiesto risposte certe, nell'ordine, sui seguenti punti: un incarico di rilievo per Margrethe Vestager (candidato di punta del partito alle elezioni europee) che sia «perfettamente alla pari» con quello riconosciuto al socialista Frans Timmermans (l'altro Spitzenkandidat); un meccanismo per garantire il rispetto dello Stato di diritto nell'intera Ue; la riduzione del 55% delle emissioni di CO2; infine, nuovi accordi di libera circolazione. La von der Leyen, pur precisando effettivamente che uno dei due vicepresidenti esecutivi «ha il compito di sostituire il presidente in sua assenza», furbescamente non ha specificato quale tra i due contendenti avrebbe la meglio in questa partita. Profondamente divisi i socialisti (153 seggi), che nella precedente legislatura facevano maggioranza con i popolari. La ferita per la bocciatura di Frans Timmermans (oggi primo vicepresidente) è ancora fresca, ma a pesare sono soprattutto le lotte intestine all'esecutivo guidato da Angela Merkel, con la Spd che accusa la cancelliera di non aver condiviso la nomina. Senza contare la polemica tutta tedesca sugli incarichi milionari firmati al ministero della Difesa. Proprio per dare un segnale di distensione nei confronti dell'alleato, la von der Leyen si è dimessa ieri dall'incarico di governo. Intanto, sempre nel pomeriggio di ieri il premier portoghese António Costa (accanito sostenitore di Timmermans e del meccanismo degli Spitzenkandidaten), ha giudicato positiva la risposta della von der Leyen e ammesso che gli sforzi dimostrati «giustificano il nostro sostegno» alla sua elezione. Ma più che le beghe interne all'esecutivo federale, a infastidire i socialisti sono le strizzatine d'occhio alla candidata da parte del gruppo Identità e democrazia, tra le cui fila siedono gli eurodeputati della Lega di Matteo Salvini e del Rassemblement national di Marine Le Pen. Nei giorni scorsi i contatti ci sono stati, anche se alla fine l'incontro con il capogruppo Marco Zanni è saltato. Le posizioni sull'immigrazione non sono poi così distanti e un'eventuale ingresso nella maggioranza potrebbe coincidere con l'assegnazione di un posto di rilievo in Commissione a Giancarlo Giorgetti. La presenza dei sovranisti sarebbe però difficile da mandare giù per i socialisti, che si troverebbero a quel punto a lavorare a stretto contatto con i loro più acerrimi avversari politici. Ad ogni modo, sommando Ppe, Renew Europe, metà dei socialisti e metà dei conservatori, più il M5s (14 seggi), la von der Leyen dovrebbe contare su circa 410 voti. La vera domanda è: quante chance di sopravvivenza avrebbe nel lungo periodo questa strana creatura europea a cinque teste?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.