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2025-06-26
Roma ci parla ancora. E ha molto da dire (soprattutto ai giovani)
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Guercino, Muzio Scevola (1647). Nel riquadro, la copertina del libro di Sergio Filacchioni Il Mito di Roma (Getty Images)
Da Federico II Hoenstaufen a Machiavelli, dagli artisti del Rinascimento fino ai patrioti risorgimentali, dai giacobini francesi ai padri costituenti americani, fino ad arrivare ai fascisti: l'elenco dei mondi culturali e politici che hanno attinto alla fonte romana nel corso dei secoli è sterminato. Roma ha continuato a parlare agli uomini per anni e anni dopo la sua caduta e continua a farlo ancora oggi. Personalità e ambienti dalle origini più disparate hanno guardato ai sette colli per trovarvi ispirazione. E se gli studiosi che più sono andati in profondità hanno saputo sviscerare l'essenza di pratiche, istituzioni, riti in tutta la loro complessità, uno dei modi più immediati e più intuitivi di approcciarsi a Roma resta lo studio degli exempla: le vite e le avventure degli uomini straordinari che hanno forgiato quella civiltà. È a questo metodo che si rifà Sergio Filacchioni nel suo Il mito di Roma, appena pubblicato per i tipi di Altaforte.
Scrive lo studioso Sandro Consolato nella postfazione al volume: «Chi scrive queste righe ricorda come ancora nella sua infanzia (anni ’60) i sussidiari delle elementari riportassero le storie di questi personaggi, massimamente quelle di Muzio Scevola e di Cincinnato, poi scomparse dall’orizzonte pedagogico nazionale. Riportarle all’attenzione in termini di exempla è un’operazione passatista ed eminentemente retorica? Non direi, se un filosofo originale come il francese Michel Onfray, libertario e severo critico del globalismo, dell’economicismo e della deriva antipopolare delle sinistre, ha ritenuto di dover scrivere un libro come Saggezza. Saper vivere ai piedi di un vulcano (2019), centrato, ancor prima che sullo stoicismo adottato dai Romani come filosofia privilegiata dopo l’incontro con la Grecia, su quello Stoicismo naturale che era proprio già ai Romani prischi».
Il saggio si compone di una serie di ritratti: «Romolo: fondare un popolo», «Bruto: il bacio che cambiò tutto», «Menenio Agrippa: lo stato secondo concordia», «Cincinnato: terra e libertà», «Furio Camillo: il padre della Patria», e così via. Tutti nomi che, come osserva Consolato, un tempo erano familiari anche all’uomo poco coltivato, come frutto di una pedagogia nazionale diffusa, sentita, quasi come fosse l’album di famiglia di un intero popolo. Poi, piano piano, il modo di raccontare Roma è cambiato, lasciando spazio a sguardi più asettici e scientifici. Questo, paradossalmente, proprio nel momento in cui, negli studi specialistici, veniva archiviato l’approccio ipercritico di matrice germanica e si riscopriva la sostanziale verità dei racconti di fondazione, finalmente confermati dalle scoperte archeologiche. Una ragione in più, quindi, per reincantare il modo in cui Roma viene raccontata, soprattutto ai più giovani e a coloro che non sono destinati ad affollare le aule dei dipartimenti di romanistica.
Scrive ancora Consolato: «Riprendendo l’idea evoliana, ma di radice soreliana (Evola la ha, per così dire, “magicizzata”), di una “idea-forza”, di un “mito”, che destato o ri-destato, entro una determinata collettività umana, può agire su di essa e in essa risvegliandone e attuandone delle potenzialità superiori, relative a tutti i piani dell’essere, dallo spirituale al fisico, Filacchioni vede sostanzialmente, ma anche in continuità con tutta una tradizione pure letteraria ben nota (si pensi solo al Petrarca e al Leopardi della “poesia civile”), nella virtus l’idea e il mito su cui ri-porre l’attenzione».
E a chi è destinata questa idea-forza che forse, oggi, nell’era della disillusione, potrebbe penetrare negli animi come un coltello caldo nel burro? Per l’autore de Il mito di Roma, a doversi abbeverare agli exempla sono soprattutto i giovani. Anche perché Roma era la civiltà dei giovani. Scrive Filacchioni: «Sono sempre i giovani a scrivere le pagine più eroiche della sua storia: da Muzio che dichiara la guerra della gioventù romana al Re Porsenna fino a quella “gioventù militare” che come ricorda Tito Livio si barrica nel Campidoglio all’arrivo di Brenno per difendere “gli Dei, gli uomini e il nome romano”. A loro si rivolgono i vecchi abbandonati nel momento di crisi, “affidando al loro coraggio e al loro giovane vigore tutte le speranze che restavano”. Roma vive costantemente in questa tensione tra forza e saggezza, arditismo e sacerdozio. Ma sarà sempre la forza a rompere quello stallo che nessuno riesce a risolvere altrimenti: è la via dell’azione, la via della gioventù, il potere fondativo che si perpetua nello spazio e nel tempo come un continuo sovvertimento e messa in forma del principio romuleo e numinoso».
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Un libro raccoglie i più illustri exempla romani, per dare al pubblico più assetato di avventure un mito eterno in cui riconoscersi.Da Federico II Hoenstaufen a Machiavelli, dagli artisti del Rinascimento fino ai patrioti risorgimentali, dai giacobini francesi ai padri costituenti americani, fino ad arrivare ai fascisti: l'elenco dei mondi culturali e politici che hanno attinto alla fonte romana nel corso dei secoli è sterminato. Roma ha continuato a parlare agli uomini per anni e anni dopo la sua caduta e continua a farlo ancora oggi. Personalità e ambienti dalle origini più disparate hanno guardato ai sette colli per trovarvi ispirazione. E se gli studiosi che più sono andati in profondità hanno saputo sviscerare l'essenza di pratiche, istituzioni, riti in tutta la loro complessità, uno dei modi più immediati e più intuitivi di approcciarsi a Roma resta lo studio degli exempla: le vite e le avventure degli uomini straordinari che hanno forgiato quella civiltà. È a questo metodo che si rifà Sergio Filacchioni nel suo Il mito di Roma, appena pubblicato per i tipi di Altaforte.Scrive lo studioso Sandro Consolato nella postfazione al volume: «Chi scrive queste righe ricorda come ancora nella sua infanzia (anni ’60) i sussidiari delle elementari riportassero le storie di questi personaggi, massimamente quelle di Muzio Scevola e di Cincinnato, poi scomparse dall’orizzonte pedagogico nazionale. Riportarle all’attenzione in termini di exempla è un’operazione passatista ed eminentemente retorica? Non direi, se un filosofo originale come il francese Michel Onfray, libertario e severo critico del globalismo, dell’economicismo e della deriva antipopolare delle sinistre, ha ritenuto di dover scrivere un libro come Saggezza. Saper vivere ai piedi di un vulcano (2019), centrato, ancor prima che sullo stoicismo adottato dai Romani come filosofia privilegiata dopo l’incontro con la Grecia, su quello Stoicismo naturale che era proprio già ai Romani prischi».Il saggio si compone di una serie di ritratti: «Romolo: fondare un popolo», «Bruto: il bacio che cambiò tutto», «Menenio Agrippa: lo stato secondo concordia», «Cincinnato: terra e libertà», «Furio Camillo: il padre della Patria», e così via. Tutti nomi che, come osserva Consolato, un tempo erano familiari anche all’uomo poco coltivato, come frutto di una pedagogia nazionale diffusa, sentita, quasi come fosse l’album di famiglia di un intero popolo. Poi, piano piano, il modo di raccontare Roma è cambiato, lasciando spazio a sguardi più asettici e scientifici. Questo, paradossalmente, proprio nel momento in cui, negli studi specialistici, veniva archiviato l’approccio ipercritico di matrice germanica e si riscopriva la sostanziale verità dei racconti di fondazione, finalmente confermati dalle scoperte archeologiche. Una ragione in più, quindi, per reincantare il modo in cui Roma viene raccontata, soprattutto ai più giovani e a coloro che non sono destinati ad affollare le aule dei dipartimenti di romanistica.Scrive ancora Consolato: «Riprendendo l’idea evoliana, ma di radice soreliana (Evola la ha, per così dire, “magicizzata”), di una “idea-forza”, di un “mito”, che destato o ri-destato, entro una determinata collettività umana, può agire su di essa e in essa risvegliandone e attuandone delle potenzialità superiori, relative a tutti i piani dell’essere, dallo spirituale al fisico, Filacchioni vede sostanzialmente, ma anche in continuità con tutta una tradizione pure letteraria ben nota (si pensi solo al Petrarca e al Leopardi della “poesia civile”), nella virtus l’idea e il mito su cui ri-porre l’attenzione».E a chi è destinata questa idea-forza che forse, oggi, nell’era della disillusione, potrebbe penetrare negli animi come un coltello caldo nel burro? Per l’autore de Il mito di Roma, a doversi abbeverare agli exempla sono soprattutto i giovani. Anche perché Roma era la civiltà dei giovani. Scrive Filacchioni: «Sono sempre i giovani a scrivere le pagine più eroiche della sua storia: da Muzio che dichiara la guerra della gioventù romana al Re Porsenna fino a quella “gioventù militare” che come ricorda Tito Livio si barrica nel Campidoglio all’arrivo di Brenno per difendere “gli Dei, gli uomini e il nome romano”. A loro si rivolgono i vecchi abbandonati nel momento di crisi, “affidando al loro coraggio e al loro giovane vigore tutte le speranze che restavano”. Roma vive costantemente in questa tensione tra forza e saggezza, arditismo e sacerdozio. Ma sarà sempre la forza a rompere quello stallo che nessuno riesce a risolvere altrimenti: è la via dell’azione, la via della gioventù, il potere fondativo che si perpetua nello spazio e nel tempo come un continuo sovvertimento e messa in forma del principio romuleo e numinoso».
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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