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2024-02-13
Miocarditi: vaccini peggio del Covid. Effetti avversi anche con l’antivirale
(IStock)
Ve le ricordate le miocarditi da vaccino anti Covid? «Lievi e autolimitanti», le definì l’associazione dei cardiologi italiani. L’Aifa giudicava «molto raro» il rischio di contrarre questa infiammazione cardiaca in seguito alle inoculazioni. La Società italiana di farmacologia, ancora ad agosto 2022, confermava: «Certamente» il beneficio dei vaccini supera il rischio. E comunque, secondo la Fondazione Veronesi - giusto per citare una delle istituzioni scientifiche che hanno sostenuto questa tesi - le miocarditi causate dal coronavirus erano più frequenti di quelle provocate dal medicinale a mRna.
Una secca smentita ora arriva da un articolo, da poco uscito sull’Egyptian heart journal - rivista che fa capo al prestigioso editore Springer. Il paper è stato vergato da Rainer J. Klement, uno studioso dell’ospedale Leopoldina di Schweinfurt, in Germania, e da Harald Walach, del Change health science institute di Basilea, in Svizzera. La posizione dei due è inequivocabile: «L’affermazione secondo cui l’entità di danni al miocardio dopo l’infezione da Covid-19 sarebbe maggiore che dopo la vaccinazione non è supportata dall’evidenza empirica e, dunque, è sbagliata».
Gli autori partono da un’indagine pubblicata dall’European journal of heart failure, la quale aveva evidenziato, in un campione composto da 777 dipendenti del nosocomio di Basilea, un’incidenza pari al 2,8% di miocarditi associate alla somministrazione di una dose booster del preparato di Moderna. «Prima che il vaccino Covid-19 fosse disponibile», avevano annotato gli scienziati, «l’incidenza e l’entità di danni al miocardio associata all’infezione da Covid-19 erano molto più alte di quelle osservate in questo studio di sorveglianza attiva dopo la vaccinazione booster». Conclusione che, stando alle verifiche condotte da Klement e Walach, rappresenta «un errore logico […] per due ragioni». La prima è che gli estensori di quello studio avevano monitorato solamente le miocarditi nei pazienti ricoverati in seguito al contagio, ignorando «il più ampio numero della popolazione infettata, ma non ospedalizzata». La seconda è che il tasso d’incidenza del disturbo cardiaco non era l’unico fattore da tenere in considerazione: i vaccinati, difatti, erano molti di più dei contagiati e dei ricoverati.
Spulciando i database del Robert Koch Institute tedesco e dell’Ufficio di statistica elvetico, gli esperti hanno trovato che «l’incidenza di elevati livelli di troponina T» nel sangue «dopo l’infezione da Sars-Cov-2», indice di un danno al cuore, «non è significativamente più elevata di quella dopo la vaccinazione» con il farmaco di Moderna. La scoperta va unita alla consapevolezza che «le complicazioni cardiache» legate al Covid «sono rare negli individui giovani e sani» e che le cardiomiopatie gravi si verificano prevalentemente negli anziani con altre patologie. Al contrario, «il rischio di miocardite nei vaccinati è ugualmente stratificato nei vari gruppi d’età». Ciò, spiegano Klement e Walach, dovrebbe stimolare ulteriori approfondimenti sul «rapporto rischio/beneficio» dei vaccini.
Quello dei profili di sicurezza dei rimedi a mRna, in realtà, è un problema che ormai la gente ha risolto da sé: sono sempre meno quelli che porgono il braccio per quinte o seste dosi. Sarebbe stato doveroso, da parte delle autorità e della comunità scientifica, anticipare gli accertamenti e, magari, optare per una politica di massima precauzione. Ahinoi, sappiamo che in Italia - e il nostro Paese non è stato l’unico - è stata scelta una strada diversa: ricattare tutti, inclusi i giovani in buona salute, con il green pass, per costringerli a sottoporsi ad almeno tre inoculazioni. Tutt’oggi, nelle classi dirigenti e tra i tecnici spadroneggia il negazionismo sugli effetti avversi: a nessuno interessa vederci chiaro, aprire una riflessione sulla pessima gestione della campagna vaccinale e, men che meno, rendere giustizia alle vittime.
Poi, però, le cose accadono. Ieri, l’Ema ha dovuto lanciare un alert ai sanitari sulla somministrazione del Paxlovid, l’antivirale prodotto da Pfizer: se associato ad alcuni immunosoppressori, può causare reazioni «anche fatali». È l’ennesima tegola sulla reputazione di un medicinale che prometteva di salvare i pazienti fragili - quelli ai quali non bastavano neppure i richiami vaccinali per essere completamente al sicuro - e che invece è rimasto spesso a marcire nei frigoriferi. Pensare che, pur di spingerlo, si erano mobilitati i pezzi grossi delle agenzie regolatorie: lo scorso agosto, Robert Califf, commissario della Food and drug administration americana, aveva ammesso di essersi speso in prima persona per fare pubblicità al Paxlovid, anche se, riconosceva, «Fda non dovrebbe essere una cheerleader».
La vicenda offre uno spaccato interessante sul metodo con il quale sono stati autorizzati tutti questi farmaci «sicuri ed efficaci»: intanto entrano in commercio, con la scusa dell’emergenza e tra squilli di tromba; dopo, se succede qualche patatrac, ci si mette una pezza. Alla fine, quando gli obblighi e i diktat smettono di puntellare il business di Big pharma, è il cittadino-consumatore a emettere il verdetto: chi ci va più a farsi vaccinare?
Rezza ciarlava di sieri efficaci e sicuri. Ora ammette: «Non lessi i contratti»
Chissà se Gianni Rezza, ex direttore generale della prevenzione al Ministero della Salute dal 2020 al 2023 ed ex membro del Cts, intervenendo domenica sera a Report per parlare dei vaccini anti Covid, ha pensato alla famosa ammissione di Don Abbondio al cardinale Federico Borromeo sul coraggio, che «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». In effetti quella di Rezza, nominato a marzo 2021 membro del Comitato Tecnico Scientifico che ha consigliato il governo di Mario Draghi sul Covid, e strenuo difensore della sicurezza ed efficacia dei vaccini, è apparsa agli allibiti telespettatori che guardavano la trasmissione di Sigfrido Ranucci su Raitre, più di una confessione. La puntata ha raccontato il dietro le quinte del secondo accordo sui vaccini stipulato dalla Commissionea con Pfizer a maggio 2023. Rezza ha avuto la possibilità di visionare quel secondo accordo ma, ha confessato, «ho dato la mia password di accesso dei contratti perché non li ho voluti aprire io». Accordi che tuttora non sono stati resi pubblici. Rezza ha avuto accesso a quei contratti ma, ha dichiarato con un certo imbarazzo, non ha voluto leggerli: occhio non vede, cuore non duole, avrà pensato. E ce n’era, da dolersene: il contratto doveva rimediare al disastro combinato dalla Commissione europea già con il primo accordo, quello stipulato via sms (che Ursula von der Leyen si è rifiutata di rendere pubblici) che ha impegnato i contribuenti europei per decine di miliardi di euro, ma la toppa escogitata a Bruxelles è stata peggio del buco: la Commissione ha deciso comunque di rinnovare gli accordi fino al 2026. In Italia, dopo lo spreco di 234 milioni di dosi di vaccini sugli iniziali 381 ordinati da Bruxelles (al costo di 4,4 miliardi di euro) perché scaduti o non utilizzati o non aggiornati, ne sono stati previsti altri 36 milioni di cui circa 30 milioni verosimilmente saranno buttati: la gente non ne vuole più sapere dei vaccini anti covid. Non solo: l’Italia è riuscita a cancellare ordini per 24,2 milioni di dosi, ma soltanto dietro indennizzo di circa 10 euro a dose. «C'è stato un risparmio rispetto a quello che prevedeva il contratto», ha temerariamente dichiarato Rezza. E non è finita: attualmente nei magazzini giacciono 21 milioni di dosi, di cui 16 da buttare perché non aggiornate. Complessivamente il nostro Paese ha gettato 46,8 milioni di dosi, su un totale (sottostimato) di 215 milioni di dosi in tutta Europa: un quarto degli sprechi è avvenuto in Italia, insomma.
Il terrore esercitato dalla Commissione era palpabile. L’Italia non poteva dire che tutti questi vaccini non ci servivano, «questo credo non fosse proprio possibile», dichiara Rezza. E nessuno poteva (né tuttora può) parlare dei dati sensibili dei contratti stipulati dalla negoziatrice italiana Sandra Gallina. I dirigenti italiani avevano paura di essere accusati di aver violato il segreto - «c’erano stati molti “spifferi”, queste grandi aziende hanno fior di avvocati», si giustifica Rezza - «ho preferito dare la mia password a chi doveva rivederli. Se la Commissione ti dice di fare attenzione penso che stai molto attento, no?». Insomma, la Commissione, dopo aver deciso per tutti, ha di fatto intimorito chiunque avesse a che fare con quei contratti. Qualcuno poteva intervenire. Qualcuno poteva dire che tutte quelle dosi non erano necessarie. Ma nessuno, a cominciare da Rezza, ha voluto farlo perché in fin dei conti le responsabilità erano volutamente condivise e di fatto annacquate. Soltanto la magistratura contabile potrà chiarire cosa è successo e prendere le opportune decisioni.
Lo scaricabarile è stato ancora più grave riguardo la somministrazione del vaccino Astrazeneca ai ragazzi. Come già raccontato dalla Verità e dalla trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal Coro, il 19 marzo 2021 il ministero della salute, rifacendosi a un comunicato di Aifa, scrive che Ema ha confermato il «favorevole rapporto rischi-benefici di Astrazeneca», escludendo la correlazione. Peccato che Ema, nel suo comunicato, scrivesse l’opposto e cioè che una correlazione era possibile. Eppure l’8 aprile 2021 Rezza dichiarava urbi et orbi che «questo di Astrazeneca è un buon vaccino, i dati inglesi ce lo confermano». Le bugie sugli open day di Astrazeneca a seguito della morte di Camilla Canepa sono clamorose. In Italia, così come in tutta l’Ue, già era chiaro che era meglio somministrare quel vaccino agli over 60, eppure il Cts sponsorizzava le giornate di vaccinazione dei ragazzi: «Lei ha mai trovato una circolare in cui si raccomandano gli open day?», chiede Rezza. Non solo c’è, ma c’è anche il verbale Cts n. 17 del 12 maggio 2021, cui lo stesso Rezza partecipò, in cui il Comitato di esperti scelti da Draghi e Speranza dà alle Regioni il nulla osta per organizzare gli open day con i vaccini a vettore adenovirale come Astrazeneca per tutti i soggetti over 18, mentre intanto ad Aifa fioccano le segnalazioni di decesso. «Gli open day non sono responsabilità del ministro della Salute né del Cts, il Cts dava un parere consultivo, il Cts non governava», è la replica di Rezza. Aifa continuava a notificare 1 evento avverso ogni 100.000 dosi, ma in realtà nelle giovani donne era 1 ogni 25.000. Eppure, sempre Rezza, aveva parlato di «limitatissimi eventi avversi gravi». La replica dell’allora direttore generale dell’Agenzia del farmaco Nicola Magrini è una supercazzola: «Io dico che la specificazione rispetto all’età e l’età più giovane, e soprattutto le donne, è stata fatta e presa nelle decisioni di cambiamento dell’età che era molto evidente». Anche lui procede con lo scaricabarile: «La responsabilità è stata di chi ha fatto la campagna vaccinale, non di Aifa». «Preferisco non saperlo», «non è di mia competenza»: l’accountability della classe dirigente italiana si riassume in queste tragiche risposte, ancora non censurate dalla magistratura ordinaria né da quella contabile.
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Studio smentisce chi minimizzava le infiammazioni post puntura: «Falso che siano più frequenti quelle provocate dal contagio». Intanto, l’Ema lancia un alert sull’antivirale Paxlovid: «Rischio effetti avversi anche fatali se usato con alcuni immunosoppressori».L’ex dirigente del ministero Gianni Rezza ha sempre dichiarato che i vaccini sono affidabili. Eppure, come rivela «Report», non visionò mai gli accordi di Bruxelles con Pfizer: «Avevo la password per aprirli, ma l’ho fatto fare ad altri».Lo speciale contiene due articoli.Ve le ricordate le miocarditi da vaccino anti Covid? «Lievi e autolimitanti», le definì l’associazione dei cardiologi italiani. L’Aifa giudicava «molto raro» il rischio di contrarre questa infiammazione cardiaca in seguito alle inoculazioni. La Società italiana di farmacologia, ancora ad agosto 2022, confermava: «Certamente» il beneficio dei vaccini supera il rischio. E comunque, secondo la Fondazione Veronesi - giusto per citare una delle istituzioni scientifiche che hanno sostenuto questa tesi - le miocarditi causate dal coronavirus erano più frequenti di quelle provocate dal medicinale a mRna.Una secca smentita ora arriva da un articolo, da poco uscito sull’Egyptian heart journal - rivista che fa capo al prestigioso editore Springer. Il paper è stato vergato da Rainer J. Klement, uno studioso dell’ospedale Leopoldina di Schweinfurt, in Germania, e da Harald Walach, del Change health science institute di Basilea, in Svizzera. La posizione dei due è inequivocabile: «L’affermazione secondo cui l’entità di danni al miocardio dopo l’infezione da Covid-19 sarebbe maggiore che dopo la vaccinazione non è supportata dall’evidenza empirica e, dunque, è sbagliata». Gli autori partono da un’indagine pubblicata dall’European journal of heart failure, la quale aveva evidenziato, in un campione composto da 777 dipendenti del nosocomio di Basilea, un’incidenza pari al 2,8% di miocarditi associate alla somministrazione di una dose booster del preparato di Moderna. «Prima che il vaccino Covid-19 fosse disponibile», avevano annotato gli scienziati, «l’incidenza e l’entità di danni al miocardio associata all’infezione da Covid-19 erano molto più alte di quelle osservate in questo studio di sorveglianza attiva dopo la vaccinazione booster». Conclusione che, stando alle verifiche condotte da Klement e Walach, rappresenta «un errore logico […] per due ragioni». La prima è che gli estensori di quello studio avevano monitorato solamente le miocarditi nei pazienti ricoverati in seguito al contagio, ignorando «il più ampio numero della popolazione infettata, ma non ospedalizzata». La seconda è che il tasso d’incidenza del disturbo cardiaco non era l’unico fattore da tenere in considerazione: i vaccinati, difatti, erano molti di più dei contagiati e dei ricoverati.Spulciando i database del Robert Koch Institute tedesco e dell’Ufficio di statistica elvetico, gli esperti hanno trovato che «l’incidenza di elevati livelli di troponina T» nel sangue «dopo l’infezione da Sars-Cov-2», indice di un danno al cuore, «non è significativamente più elevata di quella dopo la vaccinazione» con il farmaco di Moderna. La scoperta va unita alla consapevolezza che «le complicazioni cardiache» legate al Covid «sono rare negli individui giovani e sani» e che le cardiomiopatie gravi si verificano prevalentemente negli anziani con altre patologie. Al contrario, «il rischio di miocardite nei vaccinati è ugualmente stratificato nei vari gruppi d’età». Ciò, spiegano Klement e Walach, dovrebbe stimolare ulteriori approfondimenti sul «rapporto rischio/beneficio» dei vaccini.Quello dei profili di sicurezza dei rimedi a mRna, in realtà, è un problema che ormai la gente ha risolto da sé: sono sempre meno quelli che porgono il braccio per quinte o seste dosi. Sarebbe stato doveroso, da parte delle autorità e della comunità scientifica, anticipare gli accertamenti e, magari, optare per una politica di massima precauzione. Ahinoi, sappiamo che in Italia - e il nostro Paese non è stato l’unico - è stata scelta una strada diversa: ricattare tutti, inclusi i giovani in buona salute, con il green pass, per costringerli a sottoporsi ad almeno tre inoculazioni. Tutt’oggi, nelle classi dirigenti e tra i tecnici spadroneggia il negazionismo sugli effetti avversi: a nessuno interessa vederci chiaro, aprire una riflessione sulla pessima gestione della campagna vaccinale e, men che meno, rendere giustizia alle vittime. Poi, però, le cose accadono. Ieri, l’Ema ha dovuto lanciare un alert ai sanitari sulla somministrazione del Paxlovid, l’antivirale prodotto da Pfizer: se associato ad alcuni immunosoppressori, può causare reazioni «anche fatali». È l’ennesima tegola sulla reputazione di un medicinale che prometteva di salvare i pazienti fragili - quelli ai quali non bastavano neppure i richiami vaccinali per essere completamente al sicuro - e che invece è rimasto spesso a marcire nei frigoriferi. Pensare che, pur di spingerlo, si erano mobilitati i pezzi grossi delle agenzie regolatorie: lo scorso agosto, Robert Califf, commissario della Food and drug administration americana, aveva ammesso di essersi speso in prima persona per fare pubblicità al Paxlovid, anche se, riconosceva, «Fda non dovrebbe essere una cheerleader». La vicenda offre uno spaccato interessante sul metodo con il quale sono stati autorizzati tutti questi farmaci «sicuri ed efficaci»: intanto entrano in commercio, con la scusa dell’emergenza e tra squilli di tromba; dopo, se succede qualche patatrac, ci si mette una pezza. Alla fine, quando gli obblighi e i diktat smettono di puntellare il business di Big pharma, è il cittadino-consumatore a emettere il verdetto: chi ci va più a farsi vaccinare?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/miocardite-vaccino-covid-2667268697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rezza-ciarlava-di-sieri-efficaci-e-sicuri-ora-ammette-non-lessi-i-contratti" data-post-id="2667268697" data-published-at="1707819928" data-use-pagination="False"> Rezza ciarlava di sieri efficaci e sicuri. Ora ammette: «Non lessi i contratti» Chissà se Gianni Rezza, ex direttore generale della prevenzione al Ministero della Salute dal 2020 al 2023 ed ex membro del Cts, intervenendo domenica sera a Report per parlare dei vaccini anti Covid, ha pensato alla famosa ammissione di Don Abbondio al cardinale Federico Borromeo sul coraggio, che «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». In effetti quella di Rezza, nominato a marzo 2021 membro del Comitato Tecnico Scientifico che ha consigliato il governo di Mario Draghi sul Covid, e strenuo difensore della sicurezza ed efficacia dei vaccini, è apparsa agli allibiti telespettatori che guardavano la trasmissione di Sigfrido Ranucci su Raitre, più di una confessione. La puntata ha raccontato il dietro le quinte del secondo accordo sui vaccini stipulato dalla Commissionea con Pfizer a maggio 2023. Rezza ha avuto la possibilità di visionare quel secondo accordo ma, ha confessato, «ho dato la mia password di accesso dei contratti perché non li ho voluti aprire io». Accordi che tuttora non sono stati resi pubblici. Rezza ha avuto accesso a quei contratti ma, ha dichiarato con un certo imbarazzo, non ha voluto leggerli: occhio non vede, cuore non duole, avrà pensato. E ce n’era, da dolersene: il contratto doveva rimediare al disastro combinato dalla Commissione europea già con il primo accordo, quello stipulato via sms (che Ursula von der Leyen si è rifiutata di rendere pubblici) che ha impegnato i contribuenti europei per decine di miliardi di euro, ma la toppa escogitata a Bruxelles è stata peggio del buco: la Commissione ha deciso comunque di rinnovare gli accordi fino al 2026. In Italia, dopo lo spreco di 234 milioni di dosi di vaccini sugli iniziali 381 ordinati da Bruxelles (al costo di 4,4 miliardi di euro) perché scaduti o non utilizzati o non aggiornati, ne sono stati previsti altri 36 milioni di cui circa 30 milioni verosimilmente saranno buttati: la gente non ne vuole più sapere dei vaccini anti covid. Non solo: l’Italia è riuscita a cancellare ordini per 24,2 milioni di dosi, ma soltanto dietro indennizzo di circa 10 euro a dose. «C'è stato un risparmio rispetto a quello che prevedeva il contratto», ha temerariamente dichiarato Rezza. E non è finita: attualmente nei magazzini giacciono 21 milioni di dosi, di cui 16 da buttare perché non aggiornate. Complessivamente il nostro Paese ha gettato 46,8 milioni di dosi, su un totale (sottostimato) di 215 milioni di dosi in tutta Europa: un quarto degli sprechi è avvenuto in Italia, insomma. Il terrore esercitato dalla Commissione era palpabile. L’Italia non poteva dire che tutti questi vaccini non ci servivano, «questo credo non fosse proprio possibile», dichiara Rezza. E nessuno poteva (né tuttora può) parlare dei dati sensibili dei contratti stipulati dalla negoziatrice italiana Sandra Gallina. I dirigenti italiani avevano paura di essere accusati di aver violato il segreto - «c’erano stati molti “spifferi”, queste grandi aziende hanno fior di avvocati», si giustifica Rezza - «ho preferito dare la mia password a chi doveva rivederli. Se la Commissione ti dice di fare attenzione penso che stai molto attento, no?». Insomma, la Commissione, dopo aver deciso per tutti, ha di fatto intimorito chiunque avesse a che fare con quei contratti. Qualcuno poteva intervenire. Qualcuno poteva dire che tutte quelle dosi non erano necessarie. Ma nessuno, a cominciare da Rezza, ha voluto farlo perché in fin dei conti le responsabilità erano volutamente condivise e di fatto annacquate. Soltanto la magistratura contabile potrà chiarire cosa è successo e prendere le opportune decisioni. Lo scaricabarile è stato ancora più grave riguardo la somministrazione del vaccino Astrazeneca ai ragazzi. Come già raccontato dalla Verità e dalla trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal Coro, il 19 marzo 2021 il ministero della salute, rifacendosi a un comunicato di Aifa, scrive che Ema ha confermato il «favorevole rapporto rischi-benefici di Astrazeneca», escludendo la correlazione. Peccato che Ema, nel suo comunicato, scrivesse l’opposto e cioè che una correlazione era possibile. Eppure l’8 aprile 2021 Rezza dichiarava urbi et orbi che «questo di Astrazeneca è un buon vaccino, i dati inglesi ce lo confermano». Le bugie sugli open day di Astrazeneca a seguito della morte di Camilla Canepa sono clamorose. In Italia, così come in tutta l’Ue, già era chiaro che era meglio somministrare quel vaccino agli over 60, eppure il Cts sponsorizzava le giornate di vaccinazione dei ragazzi: «Lei ha mai trovato una circolare in cui si raccomandano gli open day?», chiede Rezza. Non solo c’è, ma c’è anche il verbale Cts n. 17 del 12 maggio 2021, cui lo stesso Rezza partecipò, in cui il Comitato di esperti scelti da Draghi e Speranza dà alle Regioni il nulla osta per organizzare gli open day con i vaccini a vettore adenovirale come Astrazeneca per tutti i soggetti over 18, mentre intanto ad Aifa fioccano le segnalazioni di decesso. «Gli open day non sono responsabilità del ministro della Salute né del Cts, il Cts dava un parere consultivo, il Cts non governava», è la replica di Rezza. Aifa continuava a notificare 1 evento avverso ogni 100.000 dosi, ma in realtà nelle giovani donne era 1 ogni 25.000. Eppure, sempre Rezza, aveva parlato di «limitatissimi eventi avversi gravi». La replica dell’allora direttore generale dell’Agenzia del farmaco Nicola Magrini è una supercazzola: «Io dico che la specificazione rispetto all’età e l’età più giovane, e soprattutto le donne, è stata fatta e presa nelle decisioni di cambiamento dell’età che era molto evidente». Anche lui procede con lo scaricabarile: «La responsabilità è stata di chi ha fatto la campagna vaccinale, non di Aifa». «Preferisco non saperlo», «non è di mia competenza»: l’accountability della classe dirigente italiana si riassume in queste tragiche risposte, ancora non censurate dalla magistratura ordinaria né da quella contabile.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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