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2024-12-03
Milizie iraniane soccorrono Assad. Hezbollah viola il cessate il fuoco
Ansa
Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.
All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi».
Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili.
Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».
Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria.
Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».
Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».
Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».
Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino
Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
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Gli americani bombardano gli alleati di Damasco. Raid di lealisti e russi: «Uccisi oltre 400 terroristi» Verso un colloquio a tre Mosca-Teheran-Ankara. Tajani: «Difficile si trovino soluzioni diplomatiche». Proteste pro Ue con centinaia di arresti, gli attivisti denunciano violenze della poliziaLa Federazione avverte: «In Georgia l’Occidente cerca un’altra Maidan. Finirà male». Lo speciale contiene due articoli.Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi». Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili. Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria. Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. 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Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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