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2024-12-03
Milizie iraniane soccorrono Assad. Hezbollah viola il cessate il fuoco
Ansa
Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.
All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi».
Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili.
Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».
Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria.
Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».
Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».
Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».
Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino
Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
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Gli americani bombardano gli alleati di Damasco. Raid di lealisti e russi: «Uccisi oltre 400 terroristi» Verso un colloquio a tre Mosca-Teheran-Ankara. Tajani: «Difficile si trovino soluzioni diplomatiche». Proteste pro Ue con centinaia di arresti, gli attivisti denunciano violenze della poliziaLa Federazione avverte: «In Georgia l’Occidente cerca un’altra Maidan. Finirà male». Lo speciale contiene due articoli.Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi». Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili. Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria. Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milizie-iraniane-soccorrono-assad-2670292347.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scontri-a-tbilisi-rabbia-del-cremlino" data-post-id="2670292347" data-published-at="1733241694" data-use-pagination="False"> Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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