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2024-12-03
Milizie iraniane soccorrono Assad. Hezbollah viola il cessate il fuoco
Ansa
Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.
All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi».
Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili.
Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».
Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria.
Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».
Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».
Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».
Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino
Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
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Gli americani bombardano gli alleati di Damasco. Raid di lealisti e russi: «Uccisi oltre 400 terroristi» Verso un colloquio a tre Mosca-Teheran-Ankara. Tajani: «Difficile si trovino soluzioni diplomatiche». Proteste pro Ue con centinaia di arresti, gli attivisti denunciano violenze della poliziaLa Federazione avverte: «In Georgia l’Occidente cerca un’altra Maidan. Finirà male». Lo speciale contiene due articoli.Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi». Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili. Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria. Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milizie-iraniane-soccorrono-assad-2670292347.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scontri-a-tbilisi-rabbia-del-cremlino" data-post-id="2670292347" data-published-at="1733241694" data-use-pagination="False"> Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
Jannik Sinner festeggia la vittoria contro Casper Ruud nella finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 (Getty Images)
Mezzo secolo dopo l’ultimo sussulto azzurro sulla terra rossa di Roma un tennista italiano torna a conquistare gli Internazionali. Nel 1976 fu Adriano Panatta. Oggi è stato Jannik Sinner a vincere il Masters 1000 di casa e lo ha fatto dominando la finale contro Casper Ruud. Una vittoria con vista su Parigi. Sei Masters 1000 consecutivi, il nono in carriera, la trentaquattresima vittoria di fila: numeri che raccontano solo in parte la superiorità mostrata dal numero uno del mondo anche sulla terra battuta, superficie che fino a poco tempo fa sembrava la meno adatta al suo tennis. Ora invece Sinner arriva al Roland Garros da uomo da battere.
Sul Centrale del Foro Italico, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a un pubblico interamente schierato dalla sua parte, l’altoatesino ha chiuso la pratica in due set, 6-4 6-4, dopo un’ora e quarantacinque minuti. Un successo mai realmente in discussione, nonostante un avvio complicato.
Ruud, specialista della terra e due volte finalista al Roland Garros nel 2022 e nel 2023, era partito meglio. Il norvegese aveva strappato subito il servizio a Sinner approfittando di qualche esitazione iniziale dell’azzurro, ancora contratto nei primi game. Ma la sensazione è stata immediata: appena alzato il livello, il match avrebbe preso una direzione precisa. E infatti il controbreak è arrivato subito, accompagnato da una crescita costante nelle percentuali al servizio e nella qualità degli scambi da fondo. Dal 2-0 Ruud del primo set si è passati rapidamente a un’altra partita. Sinner ha iniziato a comandare con il rovescio, ha trovato profondità con il dritto e soprattutto ha tolto ritmo al norvegese con palle corte continue, quasi una sfida tecnica oltre che tattica. Sul 4-4 è arrivato il break decisivo del primo parziale, chiuso poi a zero al servizio con la sicurezza dei più forti. Il secondo set è stato ancora più eloquente. Sinner ha strappato subito la battuta a Ruud e da quel momento ha gestito il vantaggio senza concedere quasi nulla. Il norvegese ha avuto una sola vera chance per rientrare, sul 4-3, quando si è procurato una palla break. Lì però il numero uno del mondo ha risposto come fanno i campioni: prima pesante, aggressione immediata dello scambio e occasione cancellata. Da quel momento il Centrale ha iniziato ad assaporare il momento storico. Sul 5-4 Sinner è andato a servire per il titolo e lo ha fatto senza tremare: quattro punti rapidi, braccia al cielo e festa romana. Cinquant’anni dopo Panatta, l’Italia ritrova un campione capace di vincere gli Internazionali da favorito e non da sorpresa.
La sensazione, più ancora del titolo, è che il dominio di Sinner stia diventando trasversale a ogni superficie. Ruud arrivava da un torneo eccellente, con vittorie importanti contro giocatori solidi sulla terra, ma in finale è sembrato quasi soffocato dal ritmo imposto dall’azzurro. Ogni volta che il norvegese provava ad allungare lo scambio, Sinner trovava un’accelerazione. Ogni tentativo di variazione veniva neutralizzato. L'altoatesino adesso guarda già a Parigi. Perché se negli ultimi anni il Roland Garros sembrava il territorio più difficile per il tennis di Sinner, oggi lo scenario è cambiato. Complice anche l'assenza già annunciata di Carlos Alcaraz, l’azzurro arriva allo Slam francese da numero uno del mondo, da dominatore del circuito e soprattutto con la sensazione di avere ormai aggiunto anche la terra al proprio repertorio.
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Getty Images
Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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