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2024-12-03
Milizie iraniane soccorrono Assad. Hezbollah viola il cessate il fuoco
Ansa
Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.
All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi».
Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili.
Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».
Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria.
Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».
Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».
Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».
Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino
Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
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Gli americani bombardano gli alleati di Damasco. Raid di lealisti e russi: «Uccisi oltre 400 terroristi» Verso un colloquio a tre Mosca-Teheran-Ankara. Tajani: «Difficile si trovino soluzioni diplomatiche». Proteste pro Ue con centinaia di arresti, gli attivisti denunciano violenze della poliziaLa Federazione avverte: «In Georgia l’Occidente cerca un’altra Maidan. Finirà male». Lo speciale contiene due articoli.Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi». Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili. Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria. Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milizie-iraniane-soccorrono-assad-2670292347.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scontri-a-tbilisi-rabbia-del-cremlino" data-post-id="2670292347" data-published-at="1733241694" data-use-pagination="False"> Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
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Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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