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2024-12-03
Milizie iraniane soccorrono Assad. Hezbollah viola il cessate il fuoco
Ansa
Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.
All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi».
Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili.
Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».
Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria.
Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».
Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».
Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».
Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino
Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
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Gli americani bombardano gli alleati di Damasco. Raid di lealisti e russi: «Uccisi oltre 400 terroristi» Verso un colloquio a tre Mosca-Teheran-Ankara. Tajani: «Difficile si trovino soluzioni diplomatiche». Proteste pro Ue con centinaia di arresti, gli attivisti denunciano violenze della poliziaLa Federazione avverte: «In Georgia l’Occidente cerca un’altra Maidan. Finirà male». Lo speciale contiene due articoli.Durante la notte tra domenica e lunedì, le milizie sostenute dall’Iran sono entrate in Siria dall’Iraq e, mentre scriviam,o si stanno dirigendo verso la Siria settentrionale, per rafforzare l’esercito siriano che è assediato dai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Si tratta degli stessi combattenti inquadrati nella milizia Hashd al-Shaabi, che hanno più volte attaccato le basi Usa in Iraq. Secondo alcuni media regionali, dopo aver superato il valico di al-Bukamal (Governatorato di Deir el-Zor) sono stati attaccati da aerei americani. Nel raid sarebbero stati utilizzati i caccia A-10 Warthog, equipaggiati con potenti cannoni da 30 mm che avrebbero causato un numero elevato di vittime tra le fila delle milizie.All’Ansa, il nunzio del Papa a Damasco, il cardinale Mario Zenari, ha descritto l’attuale situazione: «Finora i ribelli hanno rispettato una loro promessa, chiamiamola così, di non toccare i civili ma la gente è rinchiusa a casa, ha paura, non ci sono autorità alle quali fare riferimento, gli uffici governativi sono stati abbandonati e i civili sono tra i due fuochi. Un appello? Non dimenticate la Siria, purtroppo era scomparsa dai radar dei media, l’instabilità qui rischia di propagarsi». Anche ieri mattina, ad Aleppo e Idlib, ci sono stati diversi attacchi di aerei russi e siriani e, secondo il comando dell’esercito di Damasco, citato dalla Tass, «oltre 400 terroristi sono stati eliminati nelle ultime ore e l’aviazione siriana, sostenuta dalle Forze aerospaziali russe, ha eliminato cinque posti di comando dei terroristi, sette depositi nelle province di Aleppo e Idlib in 24 ore». Mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che sono stati uccisi undici civili. Evidente che la nuova crisi siriana preoccupa tutto il Medio Oriente, ma non solo, tanto che Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto una de-escalation e hanno lanciato un appello per la protezione dei civili e delle infrastrutture, invocando «una soluzione politica del conflitto a guida siriana, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Lo si legge nella dichiarazione congiunta rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, che fa riferimento alla risoluzione Onu del 2015, con cui fu approvato il processo di pace in Siria. Oggi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza. L’incontro, si apprende da fonti a Palazzo di Vetro, è stato richiesto dal governo siriano e sostenuto dai tre membri africani del Consiglio: Mozambico, Sierra Leone e Algeria, oltre che dalla Guyana. Alcune fonti hanno detto al Guardian che gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno discutendo di revocare le sanzioni alla Siria nel caso in cui Assad si allontanasse dall’Iran e tagliasse le forniture di armi a Hezbollah. Pessimista il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Non bisogna mai rinunciare ai tentativi diplomatici di porre fine a una nuova guerra civile. Dobbiamo lavorare per una de-escalation in Siria e in tutto il Medio Oriente, però i margini sembrano, in Siria, molto stretti».Ieri ha parlato Assad, debole come mai prima, che ha detto: «L’offensiva dei ribelli jihadisti filoturchi nel Nord della Siria è un tentativo di ridisegnare la mappa della regione». La Siria è prima di tutto un grosso problema per Russia, Turchia e Iran, tanto che il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, ha affermato che la Russia non esclude un incontro trilaterale con Turchia e Iran sulla situazione in Siria: «Ora manteniamo contatti stretti e regolari in tempo reale con tutti i principali attori, compresi i rappresentanti di Iran e Turchia, non posso escludere nulla». Invito accolto dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che da Istambul ha prima ribadito che Teheran continuerà a dare sostegno a Damasco, poi ha affermato che si terrà un nuovo incontro con gli omologhi di Turchia e Russia riguardo alla crisi siriana nel «formato di Astana», ovvero la serie di colloqui tra delegazioni di Ankara, Teheran e Mosca che si tengono a partire dalla fine del 2016, per tentare di risolvere i problemi in Siria. Come scrive l’Ansa, Araghchi ha detto che il processo di Astana «non dovrebbe essere fermato» e ha annunciato l’incontro durante una conferenza stampa congiunta con l’omologo turco, Hakan Fidan, ad Ankara. Questi però ha ribattuto: «Sarebbe un errore, in questa fase, attribuire all’ingerenza straniera la responsabilità di quanto sta accadendo in Siria, l’assenza di dialogo tra regime e opposizione ha portato il problema a questo punto i recenti sviluppi dimostrano ancora una volta che Damasco deve arrivare a un compromesso con il proprio popolo e con l’opposizione legittima».Sul fronte di Gerusalemme, il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha dichiarato in un’intervista a Sky News Arabia che Israele sta monitorando da vicino gli sviluppi in Siria e in Libano, con l’obiettivo di impedire che l’Iran contrabbandi armin in Libano: «Hezbollah continua a promuovere l’idea del collasso di Israele. Trasmettiamo un messaggio chiaro: non permetteremo che si ripeta ciò che è accaduto il 7 ottobre».Infine, c’è da registrare la violazione della tregua da parte di Hezbollah, che ha lanciato missili contro il Nord di Israele. Oggi a mezzogiorno si riunirà il governo di Benjamin Netanyahu per decidere il da farsi. Il rischio è che i combattimenti riprendano, anche se per il Pentagono «la tregua in Libano regge a parte alcuni incidenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milizie-iraniane-soccorrono-assad-2670292347.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scontri-a-tbilisi-rabbia-del-cremlino" data-post-id="2670292347" data-published-at="1733241694" data-use-pagination="False"> Scontri a Tbilisi, rabbia del Cremlino Non si arrestano le proteste in Georgia, dopo che il primo ministro, Irakli Kobakhidze, ha annunciato la decisione di posticipare al 2028 i colloqui di adesione all’Ue e il rifiuto dei finanziamenti europei.Il bilancio dei disordini, con migliaia di persone nelle piazze, è di 21 agenti della polizia feriti, 224 persone arrestate dall’inizio delle manifestazioni e l’80% dei detenuti che conferma di «aver subito violenze e trattamenti inumani», secondo quanto riportato da Levan Yoseliyan, difensore d’ufficio dei manifestanti tratti in arresto, il quale ha sottolineato l’eccesso di forza da parte della polizia, che ha usato idranti e gas lacrimogeni. Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio cosa sta accadendo.Il 26 ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria del partito al governo, Sogno georgiano, guidato dal premier Kobakhidze, accusato di essere filorusso e quindi di voler allontanare il Paese dal percorso di integrazione nell’Ue. Sulla linea opposta, il presidente filoeuropeista, Salome Zourabichvili, non ha riconosciuto i risultati elettorali, parlando di brogli e di interferenza russa. E il 28 novembre il Parlamento europeo, tramite una risoluzione, ha dichiarato che le elezioni non sono state «né libere, né giuste» e quindi devono essere indette nuovamente sotto una supervisione internazionale. Ha chiesto anche che siano imposte sanzioni ai leader del governo. Poco dopo è arrivata la decisione di Kobakhidze di congelare i negoziati Ue per i prossimi quattro anni, a cui ha fatto seguito quella degli Stati Uniti di sospendere la partnership strategica con la Georgia. Si tratta quindi di una situazione che costituisce dei grattacapi tanto per l’Occidente quanto per Mosca. Il presidente Zourabichvili, tramite la radio France Inter, ha rivolto un appello all’Europa per far sì che la Georgia rientri nel percorso di adesione all’Ue: «Vogliamo che ci venga restituito il nostro destino europeo», ha dichiarato, aggiungendo che «c’è un forte bisogno di un chiaro sostegno morale e politico» da parte dell’Ue. E ai microfoni di France 24 ha annunciato che non abbandonerà il suo incarico al termine del mandato il 29 dicembre: «Ci stiamo confrontando oggi con le elezioni rubate e il Parlamento illegittimo che quindi non può eleggere nulla se non un governo illegittimo e un presidente illegittimo». Le sue affermazioni non hanno lesinato critiche verso il Cremlino, colpevole, a suo dire, di voler imporre il proprio controllo in Georgia e di stare attuando una «strategia ibrida» non solo contro la sua nazione, ma anche contro la Moldavia e la Romania. Accuse smentite dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha spiegato: «C’è un tentativo di aggravare la situazione». Il funzionario ha concluso osservando che «il parallelo più diretto che si può tracciare è con gli eventi del Maidan in Ucraina. Tutti segni di un tentativo di realizzare una rivoluzione arancione». Dunque, se da una parte l’Occidente teme per la solidità della democrazia di Tbilisi e vede una linea politica che allontana la Georgia dall’orbita Ue, per Mosca è un déjà-vu, una sorta di «Ucraina 2.0». Ne ha parlato anche l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, il quale ha segnalato che l’ex Repubblica dell’Unione sovietica «si sta muovendo rapidamente verso il percorso dell’Ucraina», quindi verso «un abisso oscuro», visto che «generalmente queste cose finiscono molto male».
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.