True
2023-04-30
A Milano si sbarazzano di una neonata lasciandola in un cassonetto di vestiti
Ansa
Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.
Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.
A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.
La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».
Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.
«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».
Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».
Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.
Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino
Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità.
Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata?
A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6.
Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto.
È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
Continua a leggereRiduci
Orrore in zona Città Studi: anziano s’imbatte per caso nel corpo ormai cadavere della piccola. Gli investigatori stanno cercando la madre con le immagini delle telecamere. Aperto un fascicolo contro ignoti per infanticidio.L’armadio dove è stata abbandonata è a pochissima distanza da ben quattro presidi sanitari. In cui poteva essere soccorsa.Lo speciale contiene due articoli.Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-sbarazzano-neonata-cassonetto-vestiti-2659930883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="culla-per-la-vita-e-ospedali-le-opzioni-per-salvarla-si-trovano-proprio-li-vicino" data-post-id="2659930883" data-published-at="1682808872" data-use-pagination="False"> Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità. Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata? A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6. Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto. È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte (Ansa)
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.
Continua a leggereRiduci
Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
Continua a leggereRiduci