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2023-04-30
A Milano si sbarazzano di una neonata lasciandola in un cassonetto di vestiti
Ansa
Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.
Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.
A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.
La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».
Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.
«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».
Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».
Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.
Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino
Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità.
Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata?
A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6.
Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto.
È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
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Orrore in zona Città Studi: anziano s’imbatte per caso nel corpo ormai cadavere della piccola. Gli investigatori stanno cercando la madre con le immagini delle telecamere. Aperto un fascicolo contro ignoti per infanticidio.L’armadio dove è stata abbandonata è a pochissima distanza da ben quattro presidi sanitari. In cui poteva essere soccorsa.Lo speciale contiene due articoli.Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-sbarazzano-neonata-cassonetto-vestiti-2659930883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="culla-per-la-vita-e-ospedali-le-opzioni-per-salvarla-si-trovano-proprio-li-vicino" data-post-id="2659930883" data-published-at="1682808872" data-use-pagination="False"> Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità. Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata? A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6. Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto. È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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