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2023-04-30
A Milano si sbarazzano di una neonata lasciandola in un cassonetto di vestiti
Ansa
Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.
Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.
A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.
La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».
Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.
«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».
Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».
Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.
Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino
Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità.
Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata?
A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6.
Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto.
È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
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Orrore in zona Città Studi: anziano s’imbatte per caso nel corpo ormai cadavere della piccola. Gli investigatori stanno cercando la madre con le immagini delle telecamere. Aperto un fascicolo contro ignoti per infanticidio.L’armadio dove è stata abbandonata è a pochissima distanza da ben quattro presidi sanitari. In cui poteva essere soccorsa.Lo speciale contiene due articoli.Ha scelto un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati per liberarsi della bimba che aveva appena messo al mondo. L’ha avvolta in una felpa rossa e in un asciugamani e l’ha appoggiata sul ripiano di metallo del cassonetto, proprio davanti al meccanismo girevole che poi spinge all’interno i pacchi con i vestiti usati. E questo ha fatto pensare che probabilmente la mamma sperasse che qualcuno la trovasse ancora in vita. Trattandosi di una zona di passaggio e anche particolarmente frequentata, però, i vagiti avrebbero richiamato l’attenzione.Così non è stato. In realtà solo l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Paolo Storari potrà dire con certezza se la piccola era ancora viva quando è stata lasciata lì. Gli investigatori si sono messi subito a caccia della Medea che si è voluta liberare di quel corpicino scegliendo il cassonetto della Caritas all’angolo tra via Saldini e via Botticelli, Città Studi, quartiere del centro di Milano.A lanciare l’allarme (la telefonata al 112 è delle 20.02 di venerdì) è stato un pensionato che si era avvicinato al cassonetto per donare il suo sacchetto con scarpe e vestiti ma ha visto spuntare una manina e, dubbioso, ha chiesto a un altro anziano che era nelle vicinanze di verificare con lui se si trattasse di una bambola o di una bambina. Poi i due si sono accorti che c’era del sangue e non hanno avuto più dubbi. Pezzi della placenta erano ancora attaccati al corpicino e questo prova che la piccola era nata solo da poche ore. Inoltre, dal taglio impreciso al cordone ombelicale, si ricava che il parto, di certo, non è stato assistito da un sanitario e che, quindi, dovrebbe essere avvenuto in un’abitazione o addirittura per strada.La prima attività investigativa delegata alla Squadra mobile è stata quella di accertare se, negli ospedali di Milano, qualche donna si fosse presentata al pronto soccorso per farsi curare. Poi sono stati acquisiti i video delle telecamere piazzate sulle strade che incrociano via Saldini e via Botticelli e quelli dei mezzi pubblici che sono passati per quella tratta. Il medico legale che ha effettuato la prima ispezione cadaverica ha riferito al magistrato che non c’erano segni di violenza e che il parto, con molta probabilità, era avvenuto solo da poche ore. Il pm Storari ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di infanticidio: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto», recita l’articolo 578 del codice penale, «quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con una pena fino tra i 4 e 12 anni di reclusione».Un’accusa che sembra calzare in modo pieno al caso di Città Studi (ma che potrebbe anche aggravarsi in omicidio volontario se l’autopsia dovesse comunicare qualcosa di più atroce, circostanza questa che al momento non viene esclusa dagli investigatori). La prima ipotesi, per ora, è che la mamma sia una donna sola e senza fissa dimora. Di certo è una persona che vive in una condizione di estremo disagio, tanto da non scegliere una Culla per la vita, che avrebbe potuto raggiungere senza fare neppure molta altra strada. Si cerca anche nei consultori e tra gli assistenti sociali, per verificare se fossero stati segnalati casi che potrebbero mettere gli investigatori sulle tracce della donna.«I nostri centri d’ascolto e i nostri servizi», ha spiegato il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti, «quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili». Poi ha espresso «il dolore più profondo per quanto accaduto». Proprio accanto al cassonetto sono stati poggiati un giglio bianco e un biglietto con un cuore e una breve frase: «Riposa in pace piccolo angelo». Il corpicino della piccola è, quindi, finito in obitorio per gli accertamenti medico legali indicati dal magistrato. «Di fronte a simili drammi», ha commentato il senatore leghista Massimiliano Romeo, «sono sempre più convinto che si debba trovare una soluzione e diffondere tra i cittadini la consapevolezza che è possibile permettere a questi bambini un futuro sereno». Poi ha ricordato che «è depositato in Parlamento un disegno di legge della Lega (del quale Romeo è primo firmatario, ndr) proprio per potenziare le culle per la vita, tutelando contemporaneamente la salute dei bambini e la privacy di chi si può trovare costretto alla drastica scelta dell’abbandono. Solo con leggi chiare e di buon senso si potranno risolvere simili situazioni, con la speranza che nessun bambino debba più perdere la vita in questo modo».Mentre l’assessore al Welfare e alla salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, ha rivendicato che «ogni giorno i Servizi sociali del Comune lavorano per supportare le famiglie in difficoltà e genitori che scelgono di affrontare il percorso della genitorialità». E ha aggiunto: «Possiamo solo impegnarci perché il nostro lavoro sia sempre più efficace e le mamme e i papà scelgano, nei momenti di difficoltà, di chiederci aiuto».Ma è già il terzo caso in poche settimane: un neonato chiamato Enea era stato lasciato all’interno della Culla per la vita del Policlinico e un altro era stato affidato dalla madre all’ospedale subito dopo il parto, avvenuto in un magazzino abbandonato della periferia della città. Segno che quello che viene spacciato per impegno, in realtà, nei fatti, è solo residuale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-sbarazzano-neonata-cassonetto-vestiti-2659930883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="culla-per-la-vita-e-ospedali-le-opzioni-per-salvarla-si-trovano-proprio-li-vicino" data-post-id="2659930883" data-published-at="1682808872" data-use-pagination="False"> Culla per la vita e ospedali. Le opzioni per salvarla si trovano proprio lì vicino Cosa porta una persona (la mamma, il papà, un parente, un amico dei genitori, ma non è importante) ad abbandonare una neonata in un cassonetto per i vestiti? Quale blackout mentale impedisce a te, disperato con un fagotto in mano con dentro una bambina piccolissima, di non considerare un’alternativa a un gesto che significa morte certa. Il destino atroce di questa piccola vita spezzata poteva avere forse un destino diverso. Poteva non finire dentro un cassonetto della Caritas. La tragedia è avvenuta nella ricca Milano, non in un paesino di periferia, dimenticato da Dio e magari anche dagli uomini che contano, che fa della solidarietà uno dei pilastri della milanesità. Di alternative al cassonetto ce ne sono, anche a pochi passi di distanza. Intorno al Politecnico ci sono servizi, negozi, strutture ricettive. È uno dei centri nevralgici di Milano. E, proprio per questo, è ben fornito di strutture sanitarie. A 550 metri di distanza da quel maledetto armadio giallo di lamiera c’è l’ingresso dell’Istituto dei tumori. Ci sono medici, infermieri: lasciare lì la bambina le avrebbe comunque garantito un futuro. Perché chi l’ha abbandonata non ha pensato di andare in quell’ospedale? Dopotutto, si trova solamente a sei minuti di distanza a piedi dal cassonetto. Due, se si utilizza un’auto. E cosa sono questi pochi minuti in più in confronto con un’intera vita rubata? A 700 metri dal cassonetto c’è il neurologico Besta: a piedi ci vogliono un paio di minuti in più rispetto alla prima scelta, 8 minuti in totale. In auto, sempre due. Neanche il Besta va bene? A neanche due km di distanza da dove è stata lasciata la bimba c’è l’ospedale Macedonio Melloni. Altri medici, altri infermieri a disposizione. Altre persone che potevano accorgersi per tempo del piccolo fagotto indesiderato. Bastava camminare per 16 minuti dall’incrocio tra via Botticelli e via Saldini. In auto, di minuti, ne sarebbero bastati 6. Al Policlinico funziona, ormai da anni, la Culla per la vita. È l’antica ruota degli esposti, dove venivano lasciati i neonati indesiderati senza essere visti. Soltanto poche settimane fa ha accolto Enea, un neonato di 2,6 chilogrammi abbandonato dalla mamma che, in una lettera, ha spiegato di voler molto bene a quel piccolo scricciolo venuto al mondo ma di non potersi occupare di lui. La Culla per la vita è distante 4 km dal cassonetto in zona Policlinico. A piedi fanno 46 minuti, 12 in auto. È possibile che questa manciata di minuti da spendere per trovare una sistemazione diversa per la bambina risultasse così indigesta all’autore dell’abbandono da non essere presa in considerazione? Perché della Culla della vita ne hanno parlato tutti neanche un mese fa, in occasione del ritrovamento, all’interno, del piccolo Enea. Davvero chi è arrivato a compiere il tragico gesto in via Botticelli non aveva intercettato, pure per sbaglio, la notizia? È credibile che, arrivando a piedi o in macchina al Politecnico, non sia stato attirato da almeno uno dei numerosi cartelli stradali che, dovunque, informano sulla presenza di almeno tre strutture ospedaliere in zona?
l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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La sostenibilità entra ancora una volta al centro della Finale di Coppa Italia. In vista dell’atto conclusivo dell’edizione 2025/2026, in programma mercoledì 13 maggio allo stadio Olimpico di Roma tra Lazio e Inter, prende forma la terza edizione del progetto «Road to Zero».
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Lega Serie A, Sport e Salute, Roma Capitale e Roma Servizi per la Mobilità, con il supporto della Uefa, e si inserisce nel solco delle edizioni precedenti con l’obiettivo di rendere l’evento sempre più attento all’impatto ambientale e sociale. L’idea è quella di integrare in modo strutturale i principi della sostenibilità nell’organizzazione di una grande manifestazione sportiva, lavorando su più livelli e seguendo un approccio progressivamente più sistemico.
Per la finale dell’Olimpico, le azioni previste si muovono lungo le direttrici ambientali, sociali e di governance, in linea con il framework ESG della Uefa adattato al contesto italiano. Un percorso che punta non solo a garantire continuità alle iniziative già avviate, ma anche a rendere sempre più misurabili gli effetti delle scelte adottate e a diffondere pratiche sostenibili nel mondo del calcio.
Sul piano operativo, la Lega Serie A si è avvalsa anche quest’anno della collaborazione del dipartimento sostenibilità ambientale e sociale della Uefa e del supporto strategico di Cristiana Pace, advisor ESG nello sport e fondatrice di Enovation Consulting.
Tra le misure più rilevanti c’è il tema della mobilità. I tifosi in possesso del biglietto potranno richiedere l’utilizzo gratuito dei mezzi pubblici – metro, bus e ferrovie urbane – nel giorno della partita. Sarà inoltre disponibile un documento dedicato con tutte le informazioni utili per organizzare gli spostamenti, tra parcheggi per mezzi condivisi, aree per biciclette e hub intermodali.
Si rinnova anche la collaborazione con Frecciarossa, title sponsor della competizione, che mette a disposizione un codice promozionale per favorire gli spostamenti in treno verso Roma a condizioni agevolate.
Un’altra novità riguarda la raccolta dei dati sugli spostamenti dei tifosi. Dopo l’acquisto del biglietto, sarà possibile compilare un questionario volontario per indicare le modalità di viaggio utilizzate per raggiungere la capitale e lo stadio. Le informazioni serviranno ad analizzare una delle principali voci dell’impatto ambientale legato agli eventi sportivi, con l’obiettivo di migliorare le strategie future e affinare i sistemi di misurazione.
Sul fronte tecnologico, la finale segna anche un passaggio importante per la biglietteria: per la prima volta in Italia, l’accesso allo stadio avverrà esclusivamente tramite biglietti digitali su smartphone con tecnologia NFC. Una scelta che punta a ridurre l’uso di carta e, allo stesso tempo, a rendere più rapida e sicura l’esperienza di ingresso.
Infine, anche la gestione del cibo rientra tra le iniziative previste. Il fornitore di catering attiverà infatti un programma di donazione delle eccedenze alimentari, in linea con i principi dell’economia circolare.
Un insieme di interventi che conferma la volontà degli organizzatori di trasformare la finale di Coppa Italia in un laboratorio di sostenibilità applicata allo sport, con l’obiettivo di ridurre progressivamente l’impatto complessivo dell’evento.
All’Olimpico si entrerà solo con lo smartphone

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Alla finale di Coppa Italia cambia anche il modo di entrare allo stadio. Per la prima volta in Italia, l’accesso all’Olimpico avverrà esclusivamente tramite tecnologia NFC, con lo smartphone che sostituirà definitivamente biglietti cartacei e codici QR.
La novità debutta in occasione della sfida tra Lazio e Inter del 13 maggio e rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione degli eventi sportivi. Il sistema, sviluppato grazie alla collaborazione tra Lega Serie A e Vivaticket, consentirà ai tifosi di utilizzare il proprio dispositivo mobile come titolo d’ingresso, in modalità completamente contactless.
L’obiettivo è rendere più fluido e rapido l’accesso all’impianto, migliorando al tempo stesso la sicurezza e l’esperienza complessiva del pubblico. Il nuovo modello è compatibile con i principali sistemi operativi, inclusi iOS e Android, e punta a semplificare la gestione dei biglietti eliminando la necessità di supporti fisici.
Per la Lega Serie A si tratta di un ulteriore passo nel percorso di innovazione tecnologica già avviato negli ultimi anni, con l’intento di rendere gli stadi sempre più accessibili e al passo con le nuove esigenze del pubblico. Una trasformazione che si inserisce anche nel più ampio quadro delle iniziative legate alla sostenibilità, riducendo l’utilizzo di carta e materiali.
Anche per Vivaticket, partner ufficiale del ticketing, l’introduzione della tecnologia NFC segna un’evoluzione nella gestione degli ingressi ai grandi eventi, con un sistema pensato per rendere più efficiente l’organizzazione e più immediata la fruizione da parte degli spettatori.
La finale dell’Olimpico diventa così il primo evento in Italia a utilizzare in modo esclusivo biglietti in formato NFC, aprendo la strada a un possibile utilizzo sempre più diffuso di questa tecnologia nel calcio e nei grandi appuntamenti sportivi.
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