
Non so come andranno a finire le inchieste che riguardano il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e, per quanto delicate visto che riguardano l’urbanistica e la vendita di San Siro, non intendo anticipare verdetti di natura giudiziaria. La questione di cui vorrei discutere è squisitamente politica e non è meno importante di quella che passa dal tribunale. Il modello Beppe Sala, dopo due mandati, è un modello che deve restare a galla oppure no?
Questa domanda anticipa la seconda: quale idea politica ha il centrodestra per riprendersi dopo tanta colpevole latitanza una città che sta sfuggendo di mano? Per quel che mi riguarda, boccio pienamente il modello Sala: un impasto di ingredienti incompatibili l’un l’altro, odorati con spezie che che oggi possiamo definire stucchevoli. Il sindaco green, Lgbt, il sindaco dei grattacieli, delle piste ciclabili, il sindaco manager: definizioni che si sono consolidate nella narrazione per assenza di contrasto politico netto.
Beppe Sala ha di fatto lavorato per escludere più che per includere. Al netto delle calze arcobaleno, Palazzo Marino ha alzato l’asticella della accessibilità e della vivibilità svantaggiando molte categorie di cittadini: ceto medio, operai, studenti universitari, giovani coppie, lavoratori in formazione o in tirocinio non possono abitare Milano se non per spezzoni di giornata, essenzialmente lavorativi o ricreativi. Parlate con chi fa i mercati e sentite quant’è difficile per loro accedere nelle zone adibite ai loro banchi. Parlate con le partite Iva che entrano in città per lavoro, magari si trattengono per un aperitivo, ma poi devono scappare perché il costo delle case è proibitivo. Come lo è per gli universitari e ormai per il ceto medio, un tempo polmone della città, anima dello spirito ambrosiano, diventato elitario pure quello. Parlate con le mamme di asili, elementari, zone comuni all’aria aperta…
Milano è sempre stata in grado di tenere in equilibrio l’alto e il basso, l’anima popolare e quella dei cumenda e finanche di quel fenomeno che andava sotto l’etichetta del rampantismo, degli yuppies. Tutte cose che sappiamo benissimo. Non è stato Sala a esaltare l’anima internazionale; il bolognese Lucio Dalla lo scrisse nel 1979: «Milano vicino all’Europa (…) Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano», e tanti altri versi straordinari di inclusione. Tratto che, con il centrosinistra e con questo sindaco, la città ha perso.
Il tema delle case: grattacieli, affitti cari, immobili visti come affare, speculazione. Nei giorni delle Olimpiadi scendevi in metropolitana e campagne finanziate da Airbnb mettevano in chiaro le nuove regole del gioco globalista e neoliberista. Lo spirito di Milano al miglior offerente, che come arriva se ne deve andare. Ma Milano cresce con chi arriva e vorrebbe restare. I giovani che vivono la città lo fanno da forestieri, a meno che il reddito (dei genitori) non consenta certi affitti. Guardate cos’è diventato Isola, quartiere dall’anima popolare oggi nel portafoglio degli immobiliaristi. Cosa accadrà a Città Studi? Non c’è riqualificazione di Milano che non abbia dietro fondi, per lo più stranieri e magari arabi.
E la sicurezza? Hai voglia a tirar su case per le élite quando, poi ,Milano oggi è capitale di insicurezza per reati predatori, risse, regolamenti di conti tra bande di giovani (molti immigrati, i «maranza») e per violenze a malcapitati. Milano è tra le città più inquinate al mondo e, quindi, tutte le misure draconiane non sono servite a nulla. Abbiamo una rete di mezzi pubblici efficiente e importante, ma non basta aprire linee metropolitane se poi i parcheggi delle aree esterne sono sguarniti. Prendete Lampugnano: c’è un parcheggio dell’azienda milanese che necessiterebbe di un ammodernamento; e poi c’è un hub per i pullman di lunga percorrenza, un servizio che in tempi di crisi sta andando assai bene. Ecco, al mattino presto o alla sera tardi chi usa il parcheggio o deve prendere gli autobus non può fare a meno di incrociare capannelli di stranieri che si sentono padroni dell’area. Poco distante c’è San Siro.
Tutto questo è peggiorato negli anni di Sala, il cui bis poteva essere contrastato meglio se il centrodestra si fosse impegnato in un’azione seria sul territorio. Non solo con un candidato forte e credibile, ma che si regga su una politica innervata nel territorio e sostanziata a Palazzo Marino. In questi anni di opposizione doveva nascere e affermarsi una classe dirigente che contrastasse le azioni della maggioranza e non si limitasse a battaglie isolate. Io non vedo a Milano il primo pezzo di quella proposta che dovrà tentare di governare. Maurizio Lupi dice di essere disponibile: gli si riconosca il merito di essersi proposto e di aver aperto un dibattito sul profilo, cioè se un politico o un esponente della società civile. Concordo: dev’essere un politico, perché la politica non solo non deve nascondersi ma si deve pure svegliare. Basta con candidati scelti con l’affanno e, quindi, zoppi: il centrodestra milanese torni a giocare con coraggio. Che modello pensa di proporre? Che evolva quello di Sala o che ridia un’anima alla città? La politica si nutre di incontri, dibattiti, sfide tra temi: qui si vede poco. Milano non è un giochino che si esaurisce in spartizioni.






