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2025-07-02
Foraggiati oppure schiavi: giochi sporchi sui migranti
(Getty Images)
I profeti dell’immigrazione di massa hanno le idee un po’ confuse. Hanno passato anni a giustificare gli sbarchi clandestini e i recuperi delle Ong sostenendo che fossero necessari poiché mancavano vie legali per entrare in Italia, e ora che vengono - nuovamente - smentiti in modo plateale non si rassegnano, anzi insistono con la loro assurda difesa delle frontiere aperte oltre ogni ragionevole dubbio.
Emblematico in tal senso Avvenire, che ormai da tempo è il principale sponsor delle frontiere aperte, anche per via degli interessi vescovili in materia. Per la penna di Paolo Lambruschi, il quotidiano curiale celebra il nuovo decreto Flussi che garantirà l’accesso a 500.000 nei prossimi tre anni.
«È una buona notizia», dice Lambruschi, «perché il governo non solo prende atto della realtà e delle esigenze del nostro mercato del lavoro, ma allarga le possibilità di ingresso legale di stranieri nel nostro Paese, che resta la via maestra - al di là degli strumenti tecnici scelti - per favorire l’integrazione degli immigrati. L’azione politica dell’esecutivo è, però, in contraddizione evidente con le dichiarazioni di chiusura all’ingresso di nuovi immigrati - che rispondono alle esigenze securitarie e placano le paure di una parte della cittadinanza, altro serbatoio di voti - ritenendo che sul mercato del lavoro l’offerta sia già saturata dagli immigrati presenti e dagli italiani in cerca di occupazione».
Eccola qui la confusione, voluta o involontaria che sia. Per prima cosa, il decreto Flussi non è una novità: è sempre esistito e ha consentito l’ingresso di migliaia di persone in Italia. Alcune di queste sono rimaste, altre invece - cosa molto frequente per il lavoratori stagionali - ha scelto di rientrare in patria e aspettare una successiva convocazione per tornare di nuovo in Italia. Lo conferma persino Lambruschi: «Dati recenti della campagna Ero Straniero hanno rivelato che l’anno scorso solo il 10% scarso delle domande del 120.000 lavoratori entrati con il decreto flussi nel 2023 con contratti di lavoro si è trasformato in permesso di soggiorno».
Da tutto ciò è piuttosto facile evincere come l’immigrazione di massa tramite barconi o recupero da parte delle Ong o altri non c’entri assolutamente niente con il decreto Flussi. Quest’ultimo richiama persone per lo più qualificate a cui interessa trovare un impiego e che spesso sono sempre le stesse di anno in anno, specie in alcuni settori dell’agricoltura in cui il personale deve essere esperto e formato, tanto che gli imprenditori preferiscono rivolgersi ai medesimi gruppi. Si potrebbe discutere, volendo essere tignosi, riguardo alla necessità di tutta questa manodopera straniera quando certi lavori potrebbero essere svolti da italiani, ma tant’è.
In ogni caso chi giunge irregolarmente con il barcone lo fa per i più svariati motivi, e non sempre per fermarsi qui a costruire una carriera e una nuova vita. Molti vorrebbero transitare in Italia e andare altrove e se non ce la fanno, poco qualificati come sono, finiscono a ingrossare le file dell’esercito di schiavi che opera in alcune zone della nazione, per altro note a tutti da tempo. L’agricoltura e altri settori che solitamente vengono descritti come bisognosi di braccia straniere sono in realtà automatizzati e all’avanguardia, e non necessitano più di centinaia di uomini di fatica che si spacchino la schiena nei campi. Chi se ne serve, di solito, lo fa al di fuori della legalità e non ha alcun interesse a regolarizzare i braccianti, come dimostra il fallimento delle recenti sanatorie.
Avvenire, tuttavia, sembra ignorare la realtà dei fatti e preferisce tifare per gli ingressi liberi arrivando a sostenere tesi vagamente sconcertanti. Scrive infatti che di stranieri c’è bisogno come il pane «soprattutto nei comparti interessati dal decreto Flussi, quindi l’agricoltura, il lavoro domestico e quello stagionale, che sono sempre alla ricerca di mano d’opera e che i lavoratori italiani evitano come la peste ormai da anni preferendo emigrare nei Paesi dell’Ue dove trovano paghe più alte e condizioni migliori».
Per fortuna ciò che Lambruschi afferma è solo parzialmente vero. Come dicevamo, in molti comparti gli stipendi sono piuttosto alti e le condizioni decisamente dignitose, dato che la grandissima parte degli imprenditori italiani (agricoli in particolare) è composta di persone oneste e capaci. Ma il punto è un altro. In buona sostanza il giornale dei vescovi afferma che gli immigrati servono perché ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lavori poco pagati e sgradevoli, da svolgersi in condizioni difficili, che però gli stranieri sono disposti a fare per disperazione. Se questa ricostruzione corrispondesse totalmente al vero (e grazie a Dio, ripetiamo, non è così), non servirebbero altre ragioni per opporsi con tutta la forza possibile all’immigrazione. Questa è l’umanità del giornale cattolico? Sostenere che serva un esercito industriale di riserva disposto a lavorare per pochi spiccioli in situazioni degradanti? Chi è davvero disumano, allora? Chi vuole fermare gli ingressi e impedire lo sfruttamento o chi lo avalla fingendosi buono e accogliente?
Dall’Ue 15 milioni ai viticoltori del Sudafrica (solo se di colore)
Il settore enologico è una vera eccellenza italiana ed europea che, tuttavia, negli ultimi tempi ha qualche problemino, tra lo spettro dei dazi e le campagne salutiste. Fa piacere, quindi, che l’Ue stanzi 15 milioni di euro per aiutare il settore. Farà meno piacere, tuttavia, scoprire che questi soldi finiranno ai viticoltori… sudafricani. E in particolar modo agli imprenditori sudafricani neri, alle donne e alle varie «minoranze» impiegate nel settore vinicolo del Paese. È una vicenda che ha dell’assurdo, in effetti.
South Africa Wine - l’ente nazionale che rappresenta i produttori enologici sudafricani - ha infatti annunciato di aver ricevuto «un significativo impulso per l’industria vinicola grazie ai finanziamenti messi a disposizione attraverso i fondi dell’Unione europea. I finanziamenti del valore di 15 milioni di euro contribuiranno a promuovere la crescita inclusiva, a sbloccare nuove opportunità di business e a sostenere lo sviluppo di marchi, aziende agricole, enti educativi e imprese di proprietà di neri» (black-owned brands, farms, education and enterprises). I fondi sono disponibili sotto forma di sovvenzioni e prestiti combinati. I richiedenti devono inoltre soddisfare determinati standard. Tra cui... il colore della pelle. «Ci sono diversi criteri di qualificazione e selezione che i candidati dovranno soddisfare; il principale è che devono essere imprese di proprietà e gestione nera che operano nel settore del vino e degli alcolici», si legge chiaramente nel comunicato della Land and Development Bank of South Africa, la banca di sviluppo governativa che parteciperà al progetto. I soldi provengono dal Fondo europeo per il vino e gli alcolici. Di questi 15 milioni, 10 saranno consacrati allo sviluppo delle imprese e 5 alle iniziative connesse con la commercializzazione e la distribuzione del vino sudafricano. Sandra Kramer, ambasciatrice dell’Ue in Sudafrica, ha commentato: «La nostra partnership per la trasformazione del settore vinicolo e dei distillati sudafricano è davvero rivoluzionaria. Sosterremo il governo sudafricano per garantire una trasformazione sostenibile del settore, che includa il sostegno a un accesso più equo alla terra e alle infrastrutture, all’istruzione e alla formazione, nonché allo sviluppo socioeconomico. Garantirà inoltre una commercializzazione e una distribuzione sostenibili di vini e distillati sudafricani nei mercati dei Paesi terzi, in particolare per i marchi che sono di proprietà di neri».
Il finanziamento è frutto dell’accordo economico Ue-Sadc che include benefici all’esportazione senza tariffe e sostegno finanziario per far crescere l’industria locale. Si tratta di un accordo siglato nel lontano 1999. Il testo prevedeva una quota di importazione annuale, fissata a 119 milioni di litri per il 2024, affinché il vino sudafricano entrasse in Europa senza costi doganali. Più, appunto, i 15 milioni, di cui troviamo menzione già negli atti del Parlamento sudafricano del 1999: «Come ulteriore sforzo per raggiungere gli obiettivi principali concordati per il programma di sviluppo per il Sudafrica, che sarà finanziato dall’Ue, l’Ue fornirà 15 milioni di euro per la ristrutturazione del settore dei vini e dei liquori sudafricani e per la commercializzazione e la distribuzione di vini e liquori sudafricani». Nel testo dell’accordo riportato sui portali ufficiali sudafricani non si faceva menzione della motivazione «etica» della donazione. Che sta invece particolarmente a cuore sulla sponda europea. In una relazione della Commissione al Parlamento europeo sull’attuazione degli accordi di libero scambio datata 2018, a proposito dell’accordo di partenariato economico con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc), un intero paragrafo è dedicato alle «donne produttrici di vino in Sudafrica». Leggiamo: «In Sudafrica si produce vino da oltre tre secoli. Eppure, fino alla fine dell’apartheid, non esistevano produttori di vino neri qualificati. Le giovani donne stanno ora infrangendo questa barriera».
In Francia il finanziamento europeo ha fatto molto rumore. È infatti quanto meno controintuitivo che l’Ue finanzi dei competitor emergenti (il Sudafrica è il settimo produttore al mondo, nel 2023 ha immesso sul mercato circa 933,8 milioni di litri di vino) in un settore in cui eccelle. Jérôme Despey, vicepresidente della Fnsea, il principale sindacato agricolo del Paese, ha parlato di sovvenzione «indegna e incomprensibile»: «Nel momento in cui noi viviamo una ampia crisi, trovo questa decisione inammissibile, una vera provocazione per la filiera viticola europea».
La misura è ancora più difficile da comprendere se pensiamo che dalla stessa Ue arrivano le campagne salutiste che stanno già abbondantemente colpendo il settore. La curvatura woke dell’operazione contribuisce infine a rendere ancora più contraddittoria la vicenda, soprattutto se consideriamo la complessità della questione sudafricana, dove la convivenza tra bianchi e neri è tutt’altro che pacificata e dove la caccia al bianco è una pratica ampiamente tollerata dalle autorità: affrontarla con toni irenistici e con favolette su giovani imprenditrici nere che rompono soffitti di cristallo non appare saggio. Da quando in qua, poi, l’Ue fornisce finanziamenti secondo criteri razziali?
«Ancora una volta il denaro dei contribuenti europei viene utilizzato per azioni discutibili. Non si riesce a vedere il valore aggiunto e oltre al danno puntuale arriva la beffa. Se l’agroalimentare europeo sogna di essere difeso da Bruxelles, l’impatto con una realtà fatta di concorrenza iniqua si materializza anche in questa occasione», ha commentato alla Verità l’europarlamentare leghista Paolo Borchia.
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«Avvenire» dice che il decreto Flussi non basta: ci sono da sostituire gli italiani «che evitano certi lavori come la peste perché all’estero trovano paghe più alte e condizioni migliori». Quindi importiamo disperati anziché alzare i salari.Schiaffo alle difficoltà del settore enologico europeo: Bruxelles regala denari a un competitor emergente. Non manca la solita sfumatura ideologica: «Per beneficiare dei fondi l’azienda deve essere gestita da neri».Lo speciale contiene due articoli.I profeti dell’immigrazione di massa hanno le idee un po’ confuse. Hanno passato anni a giustificare gli sbarchi clandestini e i recuperi delle Ong sostenendo che fossero necessari poiché mancavano vie legali per entrare in Italia, e ora che vengono - nuovamente - smentiti in modo plateale non si rassegnano, anzi insistono con la loro assurda difesa delle frontiere aperte oltre ogni ragionevole dubbio. Emblematico in tal senso Avvenire, che ormai da tempo è il principale sponsor delle frontiere aperte, anche per via degli interessi vescovili in materia. Per la penna di Paolo Lambruschi, il quotidiano curiale celebra il nuovo decreto Flussi che garantirà l’accesso a 500.000 nei prossimi tre anni. «È una buona notizia», dice Lambruschi, «perché il governo non solo prende atto della realtà e delle esigenze del nostro mercato del lavoro, ma allarga le possibilità di ingresso legale di stranieri nel nostro Paese, che resta la via maestra - al di là degli strumenti tecnici scelti - per favorire l’integrazione degli immigrati. L’azione politica dell’esecutivo è, però, in contraddizione evidente con le dichiarazioni di chiusura all’ingresso di nuovi immigrati - che rispondono alle esigenze securitarie e placano le paure di una parte della cittadinanza, altro serbatoio di voti - ritenendo che sul mercato del lavoro l’offerta sia già saturata dagli immigrati presenti e dagli italiani in cerca di occupazione». Eccola qui la confusione, voluta o involontaria che sia. Per prima cosa, il decreto Flussi non è una novità: è sempre esistito e ha consentito l’ingresso di migliaia di persone in Italia. Alcune di queste sono rimaste, altre invece - cosa molto frequente per il lavoratori stagionali - ha scelto di rientrare in patria e aspettare una successiva convocazione per tornare di nuovo in Italia. Lo conferma persino Lambruschi: «Dati recenti della campagna Ero Straniero hanno rivelato che l’anno scorso solo il 10% scarso delle domande del 120.000 lavoratori entrati con il decreto flussi nel 2023 con contratti di lavoro si è trasformato in permesso di soggiorno».Da tutto ciò è piuttosto facile evincere come l’immigrazione di massa tramite barconi o recupero da parte delle Ong o altri non c’entri assolutamente niente con il decreto Flussi. Quest’ultimo richiama persone per lo più qualificate a cui interessa trovare un impiego e che spesso sono sempre le stesse di anno in anno, specie in alcuni settori dell’agricoltura in cui il personale deve essere esperto e formato, tanto che gli imprenditori preferiscono rivolgersi ai medesimi gruppi. Si potrebbe discutere, volendo essere tignosi, riguardo alla necessità di tutta questa manodopera straniera quando certi lavori potrebbero essere svolti da italiani, ma tant’è. In ogni caso chi giunge irregolarmente con il barcone lo fa per i più svariati motivi, e non sempre per fermarsi qui a costruire una carriera e una nuova vita. Molti vorrebbero transitare in Italia e andare altrove e se non ce la fanno, poco qualificati come sono, finiscono a ingrossare le file dell’esercito di schiavi che opera in alcune zone della nazione, per altro note a tutti da tempo. L’agricoltura e altri settori che solitamente vengono descritti come bisognosi di braccia straniere sono in realtà automatizzati e all’avanguardia, e non necessitano più di centinaia di uomini di fatica che si spacchino la schiena nei campi. Chi se ne serve, di solito, lo fa al di fuori della legalità e non ha alcun interesse a regolarizzare i braccianti, come dimostra il fallimento delle recenti sanatorie. Avvenire, tuttavia, sembra ignorare la realtà dei fatti e preferisce tifare per gli ingressi liberi arrivando a sostenere tesi vagamente sconcertanti. Scrive infatti che di stranieri c’è bisogno come il pane «soprattutto nei comparti interessati dal decreto Flussi, quindi l’agricoltura, il lavoro domestico e quello stagionale, che sono sempre alla ricerca di mano d’opera e che i lavoratori italiani evitano come la peste ormai da anni preferendo emigrare nei Paesi dell’Ue dove trovano paghe più alte e condizioni migliori». Per fortuna ciò che Lambruschi afferma è solo parzialmente vero. Come dicevamo, in molti comparti gli stipendi sono piuttosto alti e le condizioni decisamente dignitose, dato che la grandissima parte degli imprenditori italiani (agricoli in particolare) è composta di persone oneste e capaci. Ma il punto è un altro. In buona sostanza il giornale dei vescovi afferma che gli immigrati servono perché ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lavori poco pagati e sgradevoli, da svolgersi in condizioni difficili, che però gli stranieri sono disposti a fare per disperazione. Se questa ricostruzione corrispondesse totalmente al vero (e grazie a Dio, ripetiamo, non è così), non servirebbero altre ragioni per opporsi con tutta la forza possibile all’immigrazione. Questa è l’umanità del giornale cattolico? Sostenere che serva un esercito industriale di riserva disposto a lavorare per pochi spiccioli in situazioni degradanti? Chi è davvero disumano, allora? Chi vuole fermare gli ingressi e impedire lo sfruttamento o chi lo avalla fingendosi buono e accogliente?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/migranti-lavoro-sfruttamento-2672525791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dallue-15-milioni-ai-viticoltori-del-sudafrica-solo-se-di-colore" data-post-id="2672525791" data-published-at="1751399501" data-use-pagination="False"> Dall’Ue 15 milioni ai viticoltori del Sudafrica (solo se di colore) Il settore enologico è una vera eccellenza italiana ed europea che, tuttavia, negli ultimi tempi ha qualche problemino, tra lo spettro dei dazi e le campagne salutiste. Fa piacere, quindi, che l’Ue stanzi 15 milioni di euro per aiutare il settore. Farà meno piacere, tuttavia, scoprire che questi soldi finiranno ai viticoltori… sudafricani. E in particolar modo agli imprenditori sudafricani neri, alle donne e alle varie «minoranze» impiegate nel settore vinicolo del Paese. È una vicenda che ha dell’assurdo, in effetti. South Africa Wine - l’ente nazionale che rappresenta i produttori enologici sudafricani - ha infatti annunciato di aver ricevuto «un significativo impulso per l’industria vinicola grazie ai finanziamenti messi a disposizione attraverso i fondi dell’Unione europea. I finanziamenti del valore di 15 milioni di euro contribuiranno a promuovere la crescita inclusiva, a sbloccare nuove opportunità di business e a sostenere lo sviluppo di marchi, aziende agricole, enti educativi e imprese di proprietà di neri» (black-owned brands, farms, education and enterprises). I fondi sono disponibili sotto forma di sovvenzioni e prestiti combinati. I richiedenti devono inoltre soddisfare determinati standard. Tra cui... il colore della pelle. «Ci sono diversi criteri di qualificazione e selezione che i candidati dovranno soddisfare; il principale è che devono essere imprese di proprietà e gestione nera che operano nel settore del vino e degli alcolici», si legge chiaramente nel comunicato della Land and Development Bank of South Africa, la banca di sviluppo governativa che parteciperà al progetto. I soldi provengono dal Fondo europeo per il vino e gli alcolici. Di questi 15 milioni, 10 saranno consacrati allo sviluppo delle imprese e 5 alle iniziative connesse con la commercializzazione e la distribuzione del vino sudafricano. Sandra Kramer, ambasciatrice dell’Ue in Sudafrica, ha commentato: «La nostra partnership per la trasformazione del settore vinicolo e dei distillati sudafricano è davvero rivoluzionaria. Sosterremo il governo sudafricano per garantire una trasformazione sostenibile del settore, che includa il sostegno a un accesso più equo alla terra e alle infrastrutture, all’istruzione e alla formazione, nonché allo sviluppo socioeconomico. Garantirà inoltre una commercializzazione e una distribuzione sostenibili di vini e distillati sudafricani nei mercati dei Paesi terzi, in particolare per i marchi che sono di proprietà di neri».Il finanziamento è frutto dell’accordo economico Ue-Sadc che include benefici all’esportazione senza tariffe e sostegno finanziario per far crescere l’industria locale. Si tratta di un accordo siglato nel lontano 1999. Il testo prevedeva una quota di importazione annuale, fissata a 119 milioni di litri per il 2024, affinché il vino sudafricano entrasse in Europa senza costi doganali. Più, appunto, i 15 milioni, di cui troviamo menzione già negli atti del Parlamento sudafricano del 1999: «Come ulteriore sforzo per raggiungere gli obiettivi principali concordati per il programma di sviluppo per il Sudafrica, che sarà finanziato dall’Ue, l’Ue fornirà 15 milioni di euro per la ristrutturazione del settore dei vini e dei liquori sudafricani e per la commercializzazione e la distribuzione di vini e liquori sudafricani». Nel testo dell’accordo riportato sui portali ufficiali sudafricani non si faceva menzione della motivazione «etica» della donazione. Che sta invece particolarmente a cuore sulla sponda europea. In una relazione della Commissione al Parlamento europeo sull’attuazione degli accordi di libero scambio datata 2018, a proposito dell’accordo di partenariato economico con la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc), un intero paragrafo è dedicato alle «donne produttrici di vino in Sudafrica». Leggiamo: «In Sudafrica si produce vino da oltre tre secoli. Eppure, fino alla fine dell’apartheid, non esistevano produttori di vino neri qualificati. Le giovani donne stanno ora infrangendo questa barriera». In Francia il finanziamento europeo ha fatto molto rumore. È infatti quanto meno controintuitivo che l’Ue finanzi dei competitor emergenti (il Sudafrica è il settimo produttore al mondo, nel 2023 ha immesso sul mercato circa 933,8 milioni di litri di vino) in un settore in cui eccelle. Jérôme Despey, vicepresidente della Fnsea, il principale sindacato agricolo del Paese, ha parlato di sovvenzione «indegna e incomprensibile»: «Nel momento in cui noi viviamo una ampia crisi, trovo questa decisione inammissibile, una vera provocazione per la filiera viticola europea».La misura è ancora più difficile da comprendere se pensiamo che dalla stessa Ue arrivano le campagne salutiste che stanno già abbondantemente colpendo il settore. La curvatura woke dell’operazione contribuisce infine a rendere ancora più contraddittoria la vicenda, soprattutto se consideriamo la complessità della questione sudafricana, dove la convivenza tra bianchi e neri è tutt’altro che pacificata e dove la caccia al bianco è una pratica ampiamente tollerata dalle autorità: affrontarla con toni irenistici e con favolette su giovani imprenditrici nere che rompono soffitti di cristallo non appare saggio. Da quando in qua, poi, l’Ue fornisce finanziamenti secondo criteri razziali?«Ancora una volta il denaro dei contribuenti europei viene utilizzato per azioni discutibili. Non si riesce a vedere il valore aggiunto e oltre al danno puntuale arriva la beffa. Se l’agroalimentare europeo sogna di essere difeso da Bruxelles, l’impatto con una realtà fatta di concorrenza iniqua si materializza anche in questa occasione», ha commentato alla Verità l’europarlamentare leghista Paolo Borchia.
I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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Beppe Sala e Marco Travaglio (Ansa)
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
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