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2022-11-04
Per evitare il crollo al voto di midterm Biden chiama Obama a fargli da badante
Barack Obama e Joe Biden (Getty Images)
Volete una prova che il Partito democratico americano è terrorizzato dalle elezioni di metà mandato di martedì prossimo? Quella prova c’è. Ed è il ritorno in campo di Barack Obama. Negli ultimi giorni, l’ex presidente americano ha tenuto alcuni comizi in cui ha rispolverato una strategia degna di Enrico Letta: la demonizzazione dell’avversario. «Se avete negazionisti elettorali che servono come vostro governatore, senatore, segretario di Stato e procuratore generale, allora la democrazia come la conosciamo potrebbe non sopravvivere in Arizona», ha detto l’altro ieri in un discorso a Phoenix. Anche il giorno prima, parlando in Nevada, aveva sottolineato la necessità di «salvare la democrazia». Ora, tralasciando il fatto che i «negazionisti elettorali» stanno anche nel Partito democratico (nel settembre 2019 Hillary Clinton disse che Donald Trump era un «presidente illegittimo»), andrebbero forse sottolineate alcune criticità.
Che Obama sia nervoso è innanzitutto comprensibile dai sondaggi. Secondo due rilevazioni di Cnn e Quinnipiac University, nelle intenzioni di voto generiche i repubblicani sono attualmente avanti di quattro punti. Un segnale positivo che trova conferma anche nelle più importanti gare per il Senato, dove i principali candidati trumpisti stanno macinando terreno. Secondo il sito Fivethirtyeight, Adam Laxalt è avanti dello 0,6% in Nevada, JD Vance detiene un vantaggio di oltre il 2% in Ohio e Mehmet Oz sarebbe indietro di appena lo 0,7% in Pennsylvania (quando a settembre scontava invece uno svantaggio di ben 10 punti). I repubblicani sono in rimonta anche in Arizona, sebbene qui vada tenuto presente che il senatore uscente, Mark Kelly, è un dem di centrodestra: un candidato che dunque risulta più difficile da scalzare per l’elefantino. Infine si sta registrando un ampio ricorso al voto anticipato e il tasso di repubblicani che ne sta facendo uso è in crescita rispetto alle tornate del 2020 e del 2018.
È chiaro che, davanti a una simile situazione, i dem non dormano sonni troppo tranquilli. Ed ecco che Obama ha fatto la sua ennesima ricomparsa. Ci sarebbe tuttavia da chiedersi se sia realmente una strategia efficace rivedere l’ex presidente che parla in continuazione di «pericolo per la democrazia» in caso di trionfo repubblicano. In primis, questo ritorno evidenzia ancora una volta la crisi in cui è piombata la classe dirigente dell’asinello, che non trova niente di meglio se non riproporre un ex presidente che - avendo già svolto due mandati - non è tecnicamente rieleggibile. Anziché investire sul rinnovamento, le alte sfere dem preferiscono quindi guardare al passato (altrimenti non esprimerebbero una speaker della Camera e un presidente ottuagenari come Nancy Pelosi e Joe Biden). Andrebbe poi sfatato il mito che Obama sia ancora un idolo per la totalità della sinistra americana. In realtà, non è più così. I sandersiani non gli perdonano di aver dato il suo endorsement alla Clinton nel 2016 e lo accusano - non senza ragione - di essersi lasciato assorbire da quell’establishment a cui, nel 2008, aveva dichiarato guerra.
È inoltre paradossale che Obama scenda oggi in campo per «salvare» il Partito democratico dai disastri di Biden. Come rivelato da Nbc News nel marzo 2020, Obama si diede molto da fare dietro le quinte, durante le primarie dem di allora, per far emergere il suo ex vice (che in Iowa e New Hampshire aveva rimediato delle sonore batoste). E attenzione: questo «aiuto» non avvenne perché Obama nutra chissà quale stima di Biden: ad agosto 2020, Politico raccontò infatti di un rapporto non esattamente idilliaco tra i due. Non si può quindi escludere che Biden sia stato sostenuto proprio in forza della sua debole leadership. Una leadership che avrebbe poi permesso di lottizzare l’amministrazione americana, per accontentare il più possibile le rissose anime in seno al Partito democratico, in cui il peso politico dell’ex presidente resta comunque ben rilevante. Tra l’altro, non è neanche detto che stavolta la strategia della demonizzazione funzioni. Cavalcandola, i dem rimediarono infatti una sonora sconfitta a novembre dell’anno scorso in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Segno che, forse, l’elettorato americano sta iniziando a stancarsi di sante alleanze e crociate contro gli avversari politici. Ascoltare Biden che incolpa Trump dell’aggressione al marito della Pelosi o Obama che parla di apocalisse democratica potrebbe spingere molti elettori indipendenti a votare per reazione i repubblicani. Non si può infine escludere che l’ex presidente voglia tirare la volata a sua moglie Michelle per le presidenziali del 2024. Resta però il fatto che il mezzo naufragio politico di Kamala Harris ha messo in evidenza tutta l’inconsistenza di quella «identity politics» che, fino a due anni fa, veniva considerata sulla cresta dell’onda. Un elemento, questo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ex first lady. Insomma, per alcuni Obama continua ad essere una risorsa del Partito democratico. Bisognerebbe invece chiedersi se non sia proprio lui la causa dei suoi problemi.
Erdogan tiene sulle spine la Svezia: «Sulla Nato decideremo nel 2023»
Mosca punta il dito contro Londra, addebitando alle azioni britanniche l’aumento della tensione in Ucraina. La possibilità di un’escalation diventa concreta dopo la convocazione dell’ambasciatrice britannica in Russia: senza mezzi termini, il Cremlino indica la Gran Bretagna come artefice dell’attacco a Sebastopoli e del sabotaggio al gasdotto Nord Stream. «L’addestramento di militari a scopo di sabotaggio in mare può provocare conseguenze imprevedibili e pericolose», fa sapere il ministero degli Esteri russo, secondo cui «la Marina britannica ha fornito alla parte ucraina anche droni sottomarini». Ma le accuse di Mosca non finiscono qui. Proprio ieri l’Aiea ha effettuato ispezioni in tre siti nucleari in Ucraina per rispondere ai dubbi della Russia, che aveva accusato Kiev di preparare attacchi con una «bomba sporca». L’Aiea non ha però trovato «alcun segno di attività nucleari non documentate». Frizioni si registrano anche sull’accordo sul grano, con la Russia che ribadisce che non necessariamente questo verrà applicato dopo il 18 novembre. Mosca continua a mandare segnali di insoddisfazione poiché, come sottolineato dal ministro degli Esteri di Mosca Sergei Lavrov in visita in Giordania, l’accordo raggiunto lo scorso 22 luglio a Istanbul «va applicato anche al grano e ai fertilizzanti russi, ma non ci sono segnali in questa direzione». La Turchia intanto si intesta il successo delle trattative che hanno portato, almeno per il momento, a ricominciare con le esportazioni e fa sapere che «dopo la ripresa dell’iniziativa sul grano, sei navi sono partite dai porti ucraini». Ankara cerca di mantenere il suo ruolo di mediatore in questi fragili equilibri e di tirare l’acqua al suo mulino, evitando di prendere decisioni sull’ingresso della Svezia nella Nato prima delle prossime elezioni turche. Il Parlamento non ratificherà infatti i protocolli di adesione alla Nato della Svezia entro la fine dell’anno. Lo hanno detto funzionari turchi, sostenendo che ci sono poche possibilità che la ratifica arrivi anche prima delle prossime elezioni in Turchia, in programma a giugno del 2023. Secondo le fonti, la linea di condotta è dovuta al programma fitto del Parlamento turco fino a fine 2022 e al fatto che la Svezia non ha ancora soddisfatto le richieste di Ankara rispetto all’estradizione di militanti curdi, ritenuti da Erdogan terroristi. Nubi scure si addensano anche sul G20. Il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha dichiarato che non parteciperà al vertice in Indonesia se sarà presente Putin. «La mia posizione personale e quella dell’Ucraina è che se parteciperà il leader della Federazione Russa, allora l’Ucraina non ci sarà», ha detto, nonostante il nuovo invito del presidente indonesiano Joko Widodo. Negli Usa, intanto, si registra un netto mutamento delle posizioni dell’elettorato repubblicano nei confronti della solidarietà verso Kiev. Per il 48% degli elettori repubblicani, gli Stati Uniti stanno facendo troppo per aiutare, economicamente e militarmente, l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Alla vigilia delle elezioni di midterm in cui si prevede una vittoria repubblicana, questo è quanto risulta dal sondaggio realizzato dal Wall Street Journal .
Sul campo, si registra un massiccio attacco ucraino sulla riva destra del fiume Dnipro a Kherson: sono state colpite le imbarcazioni russe e le chiatte con cui le truppe russe stavano spostando attrezzature militari. Il ponte Antoniv è passato al momento sotto il controllo ucraino.
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I repubblicani volano nei sondaggi, così i dem si affidano all’ex presidente. Ma stavolta il trucco potrebbe non funzionare.Intanto Volodymyr Zelensky punta i piedi: «Non sarò al G20 se sarà presente anche Vladimir Putin».Lo speciale contiene due articoli.Volete una prova che il Partito democratico americano è terrorizzato dalle elezioni di metà mandato di martedì prossimo? Quella prova c’è. Ed è il ritorno in campo di Barack Obama. Negli ultimi giorni, l’ex presidente americano ha tenuto alcuni comizi in cui ha rispolverato una strategia degna di Enrico Letta: la demonizzazione dell’avversario. «Se avete negazionisti elettorali che servono come vostro governatore, senatore, segretario di Stato e procuratore generale, allora la democrazia come la conosciamo potrebbe non sopravvivere in Arizona», ha detto l’altro ieri in un discorso a Phoenix. Anche il giorno prima, parlando in Nevada, aveva sottolineato la necessità di «salvare la democrazia». Ora, tralasciando il fatto che i «negazionisti elettorali» stanno anche nel Partito democratico (nel settembre 2019 Hillary Clinton disse che Donald Trump era un «presidente illegittimo»), andrebbero forse sottolineate alcune criticità. Che Obama sia nervoso è innanzitutto comprensibile dai sondaggi. Secondo due rilevazioni di Cnn e Quinnipiac University, nelle intenzioni di voto generiche i repubblicani sono attualmente avanti di quattro punti. Un segnale positivo che trova conferma anche nelle più importanti gare per il Senato, dove i principali candidati trumpisti stanno macinando terreno. Secondo il sito Fivethirtyeight, Adam Laxalt è avanti dello 0,6% in Nevada, JD Vance detiene un vantaggio di oltre il 2% in Ohio e Mehmet Oz sarebbe indietro di appena lo 0,7% in Pennsylvania (quando a settembre scontava invece uno svantaggio di ben 10 punti). I repubblicani sono in rimonta anche in Arizona, sebbene qui vada tenuto presente che il senatore uscente, Mark Kelly, è un dem di centrodestra: un candidato che dunque risulta più difficile da scalzare per l’elefantino. Infine si sta registrando un ampio ricorso al voto anticipato e il tasso di repubblicani che ne sta facendo uso è in crescita rispetto alle tornate del 2020 e del 2018. È chiaro che, davanti a una simile situazione, i dem non dormano sonni troppo tranquilli. Ed ecco che Obama ha fatto la sua ennesima ricomparsa. Ci sarebbe tuttavia da chiedersi se sia realmente una strategia efficace rivedere l’ex presidente che parla in continuazione di «pericolo per la democrazia» in caso di trionfo repubblicano. In primis, questo ritorno evidenzia ancora una volta la crisi in cui è piombata la classe dirigente dell’asinello, che non trova niente di meglio se non riproporre un ex presidente che - avendo già svolto due mandati - non è tecnicamente rieleggibile. Anziché investire sul rinnovamento, le alte sfere dem preferiscono quindi guardare al passato (altrimenti non esprimerebbero una speaker della Camera e un presidente ottuagenari come Nancy Pelosi e Joe Biden). Andrebbe poi sfatato il mito che Obama sia ancora un idolo per la totalità della sinistra americana. In realtà, non è più così. I sandersiani non gli perdonano di aver dato il suo endorsement alla Clinton nel 2016 e lo accusano - non senza ragione - di essersi lasciato assorbire da quell’establishment a cui, nel 2008, aveva dichiarato guerra. È inoltre paradossale che Obama scenda oggi in campo per «salvare» il Partito democratico dai disastri di Biden. Come rivelato da Nbc News nel marzo 2020, Obama si diede molto da fare dietro le quinte, durante le primarie dem di allora, per far emergere il suo ex vice (che in Iowa e New Hampshire aveva rimediato delle sonore batoste). E attenzione: questo «aiuto» non avvenne perché Obama nutra chissà quale stima di Biden: ad agosto 2020, Politico raccontò infatti di un rapporto non esattamente idilliaco tra i due. Non si può quindi escludere che Biden sia stato sostenuto proprio in forza della sua debole leadership. Una leadership che avrebbe poi permesso di lottizzare l’amministrazione americana, per accontentare il più possibile le rissose anime in seno al Partito democratico, in cui il peso politico dell’ex presidente resta comunque ben rilevante. Tra l’altro, non è neanche detto che stavolta la strategia della demonizzazione funzioni. Cavalcandola, i dem rimediarono infatti una sonora sconfitta a novembre dell’anno scorso in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Segno che, forse, l’elettorato americano sta iniziando a stancarsi di sante alleanze e crociate contro gli avversari politici. Ascoltare Biden che incolpa Trump dell’aggressione al marito della Pelosi o Obama che parla di apocalisse democratica potrebbe spingere molti elettori indipendenti a votare per reazione i repubblicani. Non si può infine escludere che l’ex presidente voglia tirare la volata a sua moglie Michelle per le presidenziali del 2024. Resta però il fatto che il mezzo naufragio politico di Kamala Harris ha messo in evidenza tutta l’inconsistenza di quella «identity politics» che, fino a due anni fa, veniva considerata sulla cresta dell’onda. Un elemento, questo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ex first lady. Insomma, per alcuni Obama continua ad essere una risorsa del Partito democratico. Bisognerebbe invece chiedersi se non sia proprio lui la causa dei suoi problemi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/midterm-biden-obama-2658598569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="erdogan-tiene-sulle-spine-la-svezia-sulla-nato-decideremo-nel-2023" data-post-id="2658598569" data-published-at="1667566581" data-use-pagination="False"> Erdogan tiene sulle spine la Svezia: «Sulla Nato decideremo nel 2023» Mosca punta il dito contro Londra, addebitando alle azioni britanniche l’aumento della tensione in Ucraina. La possibilità di un’escalation diventa concreta dopo la convocazione dell’ambasciatrice britannica in Russia: senza mezzi termini, il Cremlino indica la Gran Bretagna come artefice dell’attacco a Sebastopoli e del sabotaggio al gasdotto Nord Stream. «L’addestramento di militari a scopo di sabotaggio in mare può provocare conseguenze imprevedibili e pericolose», fa sapere il ministero degli Esteri russo, secondo cui «la Marina britannica ha fornito alla parte ucraina anche droni sottomarini». Ma le accuse di Mosca non finiscono qui. Proprio ieri l’Aiea ha effettuato ispezioni in tre siti nucleari in Ucraina per rispondere ai dubbi della Russia, che aveva accusato Kiev di preparare attacchi con una «bomba sporca». L’Aiea non ha però trovato «alcun segno di attività nucleari non documentate». Frizioni si registrano anche sull’accordo sul grano, con la Russia che ribadisce che non necessariamente questo verrà applicato dopo il 18 novembre. Mosca continua a mandare segnali di insoddisfazione poiché, come sottolineato dal ministro degli Esteri di Mosca Sergei Lavrov in visita in Giordania, l’accordo raggiunto lo scorso 22 luglio a Istanbul «va applicato anche al grano e ai fertilizzanti russi, ma non ci sono segnali in questa direzione». La Turchia intanto si intesta il successo delle trattative che hanno portato, almeno per il momento, a ricominciare con le esportazioni e fa sapere che «dopo la ripresa dell’iniziativa sul grano, sei navi sono partite dai porti ucraini». Ankara cerca di mantenere il suo ruolo di mediatore in questi fragili equilibri e di tirare l’acqua al suo mulino, evitando di prendere decisioni sull’ingresso della Svezia nella Nato prima delle prossime elezioni turche. Il Parlamento non ratificherà infatti i protocolli di adesione alla Nato della Svezia entro la fine dell’anno. Lo hanno detto funzionari turchi, sostenendo che ci sono poche possibilità che la ratifica arrivi anche prima delle prossime elezioni in Turchia, in programma a giugno del 2023. Secondo le fonti, la linea di condotta è dovuta al programma fitto del Parlamento turco fino a fine 2022 e al fatto che la Svezia non ha ancora soddisfatto le richieste di Ankara rispetto all’estradizione di militanti curdi, ritenuti da Erdogan terroristi. Nubi scure si addensano anche sul G20. Il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha dichiarato che non parteciperà al vertice in Indonesia se sarà presente Putin. «La mia posizione personale e quella dell’Ucraina è che se parteciperà il leader della Federazione Russa, allora l’Ucraina non ci sarà», ha detto, nonostante il nuovo invito del presidente indonesiano Joko Widodo. Negli Usa, intanto, si registra un netto mutamento delle posizioni dell’elettorato repubblicano nei confronti della solidarietà verso Kiev. Per il 48% degli elettori repubblicani, gli Stati Uniti stanno facendo troppo per aiutare, economicamente e militarmente, l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Alla vigilia delle elezioni di midterm in cui si prevede una vittoria repubblicana, questo è quanto risulta dal sondaggio realizzato dal Wall Street Journal . Sul campo, si registra un massiccio attacco ucraino sulla riva destra del fiume Dnipro a Kherson: sono state colpite le imbarcazioni russe e le chiatte con cui le truppe russe stavano spostando attrezzature militari. Il ponte Antoniv è passato al momento sotto il controllo ucraino.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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