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2022-11-04
Per evitare il crollo al voto di midterm Biden chiama Obama a fargli da badante
Barack Obama e Joe Biden (Getty Images)
Volete una prova che il Partito democratico americano è terrorizzato dalle elezioni di metà mandato di martedì prossimo? Quella prova c’è. Ed è il ritorno in campo di Barack Obama. Negli ultimi giorni, l’ex presidente americano ha tenuto alcuni comizi in cui ha rispolverato una strategia degna di Enrico Letta: la demonizzazione dell’avversario. «Se avete negazionisti elettorali che servono come vostro governatore, senatore, segretario di Stato e procuratore generale, allora la democrazia come la conosciamo potrebbe non sopravvivere in Arizona», ha detto l’altro ieri in un discorso a Phoenix. Anche il giorno prima, parlando in Nevada, aveva sottolineato la necessità di «salvare la democrazia». Ora, tralasciando il fatto che i «negazionisti elettorali» stanno anche nel Partito democratico (nel settembre 2019 Hillary Clinton disse che Donald Trump era un «presidente illegittimo»), andrebbero forse sottolineate alcune criticità.
Che Obama sia nervoso è innanzitutto comprensibile dai sondaggi. Secondo due rilevazioni di Cnn e Quinnipiac University, nelle intenzioni di voto generiche i repubblicani sono attualmente avanti di quattro punti. Un segnale positivo che trova conferma anche nelle più importanti gare per il Senato, dove i principali candidati trumpisti stanno macinando terreno. Secondo il sito Fivethirtyeight, Adam Laxalt è avanti dello 0,6% in Nevada, JD Vance detiene un vantaggio di oltre il 2% in Ohio e Mehmet Oz sarebbe indietro di appena lo 0,7% in Pennsylvania (quando a settembre scontava invece uno svantaggio di ben 10 punti). I repubblicani sono in rimonta anche in Arizona, sebbene qui vada tenuto presente che il senatore uscente, Mark Kelly, è un dem di centrodestra: un candidato che dunque risulta più difficile da scalzare per l’elefantino. Infine si sta registrando un ampio ricorso al voto anticipato e il tasso di repubblicani che ne sta facendo uso è in crescita rispetto alle tornate del 2020 e del 2018.
È chiaro che, davanti a una simile situazione, i dem non dormano sonni troppo tranquilli. Ed ecco che Obama ha fatto la sua ennesima ricomparsa. Ci sarebbe tuttavia da chiedersi se sia realmente una strategia efficace rivedere l’ex presidente che parla in continuazione di «pericolo per la democrazia» in caso di trionfo repubblicano. In primis, questo ritorno evidenzia ancora una volta la crisi in cui è piombata la classe dirigente dell’asinello, che non trova niente di meglio se non riproporre un ex presidente che - avendo già svolto due mandati - non è tecnicamente rieleggibile. Anziché investire sul rinnovamento, le alte sfere dem preferiscono quindi guardare al passato (altrimenti non esprimerebbero una speaker della Camera e un presidente ottuagenari come Nancy Pelosi e Joe Biden). Andrebbe poi sfatato il mito che Obama sia ancora un idolo per la totalità della sinistra americana. In realtà, non è più così. I sandersiani non gli perdonano di aver dato il suo endorsement alla Clinton nel 2016 e lo accusano - non senza ragione - di essersi lasciato assorbire da quell’establishment a cui, nel 2008, aveva dichiarato guerra.
È inoltre paradossale che Obama scenda oggi in campo per «salvare» il Partito democratico dai disastri di Biden. Come rivelato da Nbc News nel marzo 2020, Obama si diede molto da fare dietro le quinte, durante le primarie dem di allora, per far emergere il suo ex vice (che in Iowa e New Hampshire aveva rimediato delle sonore batoste). E attenzione: questo «aiuto» non avvenne perché Obama nutra chissà quale stima di Biden: ad agosto 2020, Politico raccontò infatti di un rapporto non esattamente idilliaco tra i due. Non si può quindi escludere che Biden sia stato sostenuto proprio in forza della sua debole leadership. Una leadership che avrebbe poi permesso di lottizzare l’amministrazione americana, per accontentare il più possibile le rissose anime in seno al Partito democratico, in cui il peso politico dell’ex presidente resta comunque ben rilevante. Tra l’altro, non è neanche detto che stavolta la strategia della demonizzazione funzioni. Cavalcandola, i dem rimediarono infatti una sonora sconfitta a novembre dell’anno scorso in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Segno che, forse, l’elettorato americano sta iniziando a stancarsi di sante alleanze e crociate contro gli avversari politici. Ascoltare Biden che incolpa Trump dell’aggressione al marito della Pelosi o Obama che parla di apocalisse democratica potrebbe spingere molti elettori indipendenti a votare per reazione i repubblicani. Non si può infine escludere che l’ex presidente voglia tirare la volata a sua moglie Michelle per le presidenziali del 2024. Resta però il fatto che il mezzo naufragio politico di Kamala Harris ha messo in evidenza tutta l’inconsistenza di quella «identity politics» che, fino a due anni fa, veniva considerata sulla cresta dell’onda. Un elemento, questo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ex first lady. Insomma, per alcuni Obama continua ad essere una risorsa del Partito democratico. Bisognerebbe invece chiedersi se non sia proprio lui la causa dei suoi problemi.
Erdogan tiene sulle spine la Svezia: «Sulla Nato decideremo nel 2023»
Mosca punta il dito contro Londra, addebitando alle azioni britanniche l’aumento della tensione in Ucraina. La possibilità di un’escalation diventa concreta dopo la convocazione dell’ambasciatrice britannica in Russia: senza mezzi termini, il Cremlino indica la Gran Bretagna come artefice dell’attacco a Sebastopoli e del sabotaggio al gasdotto Nord Stream. «L’addestramento di militari a scopo di sabotaggio in mare può provocare conseguenze imprevedibili e pericolose», fa sapere il ministero degli Esteri russo, secondo cui «la Marina britannica ha fornito alla parte ucraina anche droni sottomarini». Ma le accuse di Mosca non finiscono qui. Proprio ieri l’Aiea ha effettuato ispezioni in tre siti nucleari in Ucraina per rispondere ai dubbi della Russia, che aveva accusato Kiev di preparare attacchi con una «bomba sporca». L’Aiea non ha però trovato «alcun segno di attività nucleari non documentate». Frizioni si registrano anche sull’accordo sul grano, con la Russia che ribadisce che non necessariamente questo verrà applicato dopo il 18 novembre. Mosca continua a mandare segnali di insoddisfazione poiché, come sottolineato dal ministro degli Esteri di Mosca Sergei Lavrov in visita in Giordania, l’accordo raggiunto lo scorso 22 luglio a Istanbul «va applicato anche al grano e ai fertilizzanti russi, ma non ci sono segnali in questa direzione». La Turchia intanto si intesta il successo delle trattative che hanno portato, almeno per il momento, a ricominciare con le esportazioni e fa sapere che «dopo la ripresa dell’iniziativa sul grano, sei navi sono partite dai porti ucraini». Ankara cerca di mantenere il suo ruolo di mediatore in questi fragili equilibri e di tirare l’acqua al suo mulino, evitando di prendere decisioni sull’ingresso della Svezia nella Nato prima delle prossime elezioni turche. Il Parlamento non ratificherà infatti i protocolli di adesione alla Nato della Svezia entro la fine dell’anno. Lo hanno detto funzionari turchi, sostenendo che ci sono poche possibilità che la ratifica arrivi anche prima delle prossime elezioni in Turchia, in programma a giugno del 2023. Secondo le fonti, la linea di condotta è dovuta al programma fitto del Parlamento turco fino a fine 2022 e al fatto che la Svezia non ha ancora soddisfatto le richieste di Ankara rispetto all’estradizione di militanti curdi, ritenuti da Erdogan terroristi. Nubi scure si addensano anche sul G20. Il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha dichiarato che non parteciperà al vertice in Indonesia se sarà presente Putin. «La mia posizione personale e quella dell’Ucraina è che se parteciperà il leader della Federazione Russa, allora l’Ucraina non ci sarà», ha detto, nonostante il nuovo invito del presidente indonesiano Joko Widodo. Negli Usa, intanto, si registra un netto mutamento delle posizioni dell’elettorato repubblicano nei confronti della solidarietà verso Kiev. Per il 48% degli elettori repubblicani, gli Stati Uniti stanno facendo troppo per aiutare, economicamente e militarmente, l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Alla vigilia delle elezioni di midterm in cui si prevede una vittoria repubblicana, questo è quanto risulta dal sondaggio realizzato dal Wall Street Journal .
Sul campo, si registra un massiccio attacco ucraino sulla riva destra del fiume Dnipro a Kherson: sono state colpite le imbarcazioni russe e le chiatte con cui le truppe russe stavano spostando attrezzature militari. Il ponte Antoniv è passato al momento sotto il controllo ucraino.
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I repubblicani volano nei sondaggi, così i dem si affidano all’ex presidente. Ma stavolta il trucco potrebbe non funzionare.Intanto Volodymyr Zelensky punta i piedi: «Non sarò al G20 se sarà presente anche Vladimir Putin».Lo speciale contiene due articoli.Volete una prova che il Partito democratico americano è terrorizzato dalle elezioni di metà mandato di martedì prossimo? Quella prova c’è. Ed è il ritorno in campo di Barack Obama. Negli ultimi giorni, l’ex presidente americano ha tenuto alcuni comizi in cui ha rispolverato una strategia degna di Enrico Letta: la demonizzazione dell’avversario. «Se avete negazionisti elettorali che servono come vostro governatore, senatore, segretario di Stato e procuratore generale, allora la democrazia come la conosciamo potrebbe non sopravvivere in Arizona», ha detto l’altro ieri in un discorso a Phoenix. Anche il giorno prima, parlando in Nevada, aveva sottolineato la necessità di «salvare la democrazia». Ora, tralasciando il fatto che i «negazionisti elettorali» stanno anche nel Partito democratico (nel settembre 2019 Hillary Clinton disse che Donald Trump era un «presidente illegittimo»), andrebbero forse sottolineate alcune criticità. Che Obama sia nervoso è innanzitutto comprensibile dai sondaggi. Secondo due rilevazioni di Cnn e Quinnipiac University, nelle intenzioni di voto generiche i repubblicani sono attualmente avanti di quattro punti. Un segnale positivo che trova conferma anche nelle più importanti gare per il Senato, dove i principali candidati trumpisti stanno macinando terreno. Secondo il sito Fivethirtyeight, Adam Laxalt è avanti dello 0,6% in Nevada, JD Vance detiene un vantaggio di oltre il 2% in Ohio e Mehmet Oz sarebbe indietro di appena lo 0,7% in Pennsylvania (quando a settembre scontava invece uno svantaggio di ben 10 punti). I repubblicani sono in rimonta anche in Arizona, sebbene qui vada tenuto presente che il senatore uscente, Mark Kelly, è un dem di centrodestra: un candidato che dunque risulta più difficile da scalzare per l’elefantino. Infine si sta registrando un ampio ricorso al voto anticipato e il tasso di repubblicani che ne sta facendo uso è in crescita rispetto alle tornate del 2020 e del 2018. È chiaro che, davanti a una simile situazione, i dem non dormano sonni troppo tranquilli. Ed ecco che Obama ha fatto la sua ennesima ricomparsa. Ci sarebbe tuttavia da chiedersi se sia realmente una strategia efficace rivedere l’ex presidente che parla in continuazione di «pericolo per la democrazia» in caso di trionfo repubblicano. In primis, questo ritorno evidenzia ancora una volta la crisi in cui è piombata la classe dirigente dell’asinello, che non trova niente di meglio se non riproporre un ex presidente che - avendo già svolto due mandati - non è tecnicamente rieleggibile. Anziché investire sul rinnovamento, le alte sfere dem preferiscono quindi guardare al passato (altrimenti non esprimerebbero una speaker della Camera e un presidente ottuagenari come Nancy Pelosi e Joe Biden). Andrebbe poi sfatato il mito che Obama sia ancora un idolo per la totalità della sinistra americana. In realtà, non è più così. I sandersiani non gli perdonano di aver dato il suo endorsement alla Clinton nel 2016 e lo accusano - non senza ragione - di essersi lasciato assorbire da quell’establishment a cui, nel 2008, aveva dichiarato guerra. È inoltre paradossale che Obama scenda oggi in campo per «salvare» il Partito democratico dai disastri di Biden. Come rivelato da Nbc News nel marzo 2020, Obama si diede molto da fare dietro le quinte, durante le primarie dem di allora, per far emergere il suo ex vice (che in Iowa e New Hampshire aveva rimediato delle sonore batoste). E attenzione: questo «aiuto» non avvenne perché Obama nutra chissà quale stima di Biden: ad agosto 2020, Politico raccontò infatti di un rapporto non esattamente idilliaco tra i due. Non si può quindi escludere che Biden sia stato sostenuto proprio in forza della sua debole leadership. Una leadership che avrebbe poi permesso di lottizzare l’amministrazione americana, per accontentare il più possibile le rissose anime in seno al Partito democratico, in cui il peso politico dell’ex presidente resta comunque ben rilevante. Tra l’altro, non è neanche detto che stavolta la strategia della demonizzazione funzioni. Cavalcandola, i dem rimediarono infatti una sonora sconfitta a novembre dell’anno scorso in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Segno che, forse, l’elettorato americano sta iniziando a stancarsi di sante alleanze e crociate contro gli avversari politici. Ascoltare Biden che incolpa Trump dell’aggressione al marito della Pelosi o Obama che parla di apocalisse democratica potrebbe spingere molti elettori indipendenti a votare per reazione i repubblicani. Non si può infine escludere che l’ex presidente voglia tirare la volata a sua moglie Michelle per le presidenziali del 2024. Resta però il fatto che il mezzo naufragio politico di Kamala Harris ha messo in evidenza tutta l’inconsistenza di quella «identity politics» che, fino a due anni fa, veniva considerata sulla cresta dell’onda. Un elemento, questo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ex first lady. Insomma, per alcuni Obama continua ad essere una risorsa del Partito democratico. Bisognerebbe invece chiedersi se non sia proprio lui la causa dei suoi problemi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/midterm-biden-obama-2658598569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="erdogan-tiene-sulle-spine-la-svezia-sulla-nato-decideremo-nel-2023" data-post-id="2658598569" data-published-at="1667566581" data-use-pagination="False"> Erdogan tiene sulle spine la Svezia: «Sulla Nato decideremo nel 2023» Mosca punta il dito contro Londra, addebitando alle azioni britanniche l’aumento della tensione in Ucraina. La possibilità di un’escalation diventa concreta dopo la convocazione dell’ambasciatrice britannica in Russia: senza mezzi termini, il Cremlino indica la Gran Bretagna come artefice dell’attacco a Sebastopoli e del sabotaggio al gasdotto Nord Stream. «L’addestramento di militari a scopo di sabotaggio in mare può provocare conseguenze imprevedibili e pericolose», fa sapere il ministero degli Esteri russo, secondo cui «la Marina britannica ha fornito alla parte ucraina anche droni sottomarini». Ma le accuse di Mosca non finiscono qui. Proprio ieri l’Aiea ha effettuato ispezioni in tre siti nucleari in Ucraina per rispondere ai dubbi della Russia, che aveva accusato Kiev di preparare attacchi con una «bomba sporca». L’Aiea non ha però trovato «alcun segno di attività nucleari non documentate». Frizioni si registrano anche sull’accordo sul grano, con la Russia che ribadisce che non necessariamente questo verrà applicato dopo il 18 novembre. Mosca continua a mandare segnali di insoddisfazione poiché, come sottolineato dal ministro degli Esteri di Mosca Sergei Lavrov in visita in Giordania, l’accordo raggiunto lo scorso 22 luglio a Istanbul «va applicato anche al grano e ai fertilizzanti russi, ma non ci sono segnali in questa direzione». La Turchia intanto si intesta il successo delle trattative che hanno portato, almeno per il momento, a ricominciare con le esportazioni e fa sapere che «dopo la ripresa dell’iniziativa sul grano, sei navi sono partite dai porti ucraini». Ankara cerca di mantenere il suo ruolo di mediatore in questi fragili equilibri e di tirare l’acqua al suo mulino, evitando di prendere decisioni sull’ingresso della Svezia nella Nato prima delle prossime elezioni turche. Il Parlamento non ratificherà infatti i protocolli di adesione alla Nato della Svezia entro la fine dell’anno. Lo hanno detto funzionari turchi, sostenendo che ci sono poche possibilità che la ratifica arrivi anche prima delle prossime elezioni in Turchia, in programma a giugno del 2023. Secondo le fonti, la linea di condotta è dovuta al programma fitto del Parlamento turco fino a fine 2022 e al fatto che la Svezia non ha ancora soddisfatto le richieste di Ankara rispetto all’estradizione di militanti curdi, ritenuti da Erdogan terroristi. Nubi scure si addensano anche sul G20. Il presidente dell’Ucraina, Zelensky, ha dichiarato che non parteciperà al vertice in Indonesia se sarà presente Putin. «La mia posizione personale e quella dell’Ucraina è che se parteciperà il leader della Federazione Russa, allora l’Ucraina non ci sarà», ha detto, nonostante il nuovo invito del presidente indonesiano Joko Widodo. Negli Usa, intanto, si registra un netto mutamento delle posizioni dell’elettorato repubblicano nei confronti della solidarietà verso Kiev. Per il 48% degli elettori repubblicani, gli Stati Uniti stanno facendo troppo per aiutare, economicamente e militarmente, l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. Alla vigilia delle elezioni di midterm in cui si prevede una vittoria repubblicana, questo è quanto risulta dal sondaggio realizzato dal Wall Street Journal . Sul campo, si registra un massiccio attacco ucraino sulla riva destra del fiume Dnipro a Kherson: sono state colpite le imbarcazioni russe e le chiatte con cui le truppe russe stavano spostando attrezzature militari. Il ponte Antoniv è passato al momento sotto il controllo ucraino.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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