(Honda Aircraft Company)
Honda Aircraft Company ha annunciato che «Jet Elite II» è il primo jet business leggero in produzione dotato del sistema «Emergency Autoland», una tecnologia innovativa che consente all’aereo di atterrare automaticamente in caso di emergenza, anche se il pilota non è in grado di intervenire. Il sistema ha ottenuto la certificazione della Federal Aviation Administration (FAA).
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Molti politici sono ancora convinti che il popolo vada guidato da quelli «più intelligenti».
Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Tra le principali ragioni (se non anche la principale in assoluto) sulla base delle quali il tribunale per i minorenni di L’Aquila ha disposto che i bambini della famiglia Trevallion, più nota come «famiglia del bosco», fossero sottratti ai loro genitori per essere assegnati a una «casa famiglia» c’è quella che a essi sarebbe mancata, a causa dello stile di vita scelto dai genitori, la necessaria «socializzazione» con i loro coetanei.
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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Agli adolescenti che delinquono per un borsello non importa della loro onorabilità, conta solo la riconoscibilità nel gruppo. Che si cementa con le piattaforme Web che bannano solo quanti sono contro la cultura dominante.
Ma qual è la fonte dove trovano alimento, dove trovano ispirazione tutti quei soggetti che appartengono alla galassia delle baby gang, dei maranza, degli adolescenti e dei pre adolescenti che vanno in giro col coltello, insomma di quei gruppi di giovani dei quali ci troviamo, e mi trovo personalmente, a parlarne durante le trasmissioni televisive e in particolare a Dritto e rovescio?
Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
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Riduci
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2026-02-08
In America è la notte del Super Bowl: tutto sull'evento sportivo più ricco al mondo
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I poster del Super Bowl LX esposti all'esterno del Levi's Stadium di Santa Clara in California (Ansa)
- Stanotte, alle 00:30 italiane, in California si disputerà la sessantesima edizione del Super Bowl, l’evento clou della Nfl. Al Levi’s Stadium di Santa Clara a contendersi il titolo saranno i Seattle Seahawks e i New England Patriots, mentre l’halftime show avrà come protagonista il fresco vincitore dei Grammy, Bad Bunny.
- Il match più atteso da tutti gli americani non è solo una partita: biglietti fino a 90.000 dollari, spot da 8 milioni e un mix di celebrità e intelligenza artificiale trasformano la finale in un fenomeno sportivo e mediatico senza precedenti.
Lo speciale contiene due articoli.
Questa notte, mentre in Italia l’orologio scorrerà oltre la mezzanotte, a Santa Clara, in California, si giocherà il Super Bowl LX, la sessantesima edizione della finale del campionato di football americano. Al Levi’s Stadium, nella Bay Area di San Francisco, si affronteranno i Seattle Seahawks e i New England Patriots, in una sfida che vale il Vince Lombardi Trophy e che riporta una contro l’altra due franchigie già protagoniste undici anni fa, nel Super Bowl XLIX.
Il Super Bowl non è soltanto l’ultima partita della stagione di Nfl. Negli Stati Uniti è un vero e proprio rito collettivo, un appuntamento che dal 2021 cade stabilmente la seconda domenica di febbraio, tanto da essere chiamato Super Bowl Sunday, una sorta di festa non ufficiale. Famiglie e amici si riuniscono davanti alla televisione, tra cibo veloce e bevande, e lo stesso accade in molti Paesi del mondo. In media, il Big Game viene seguito da oltre 120 milioni di spettatori, con numeri ancora più alti quando si considera lo spettacolo dell’intervallo.
Dal punto di vista sportivo, questa edizione propone una finale che a inizio stagione pochi avrebbero previsto. I Seattle Seahawks hanno chiuso la regular season 2025 con un record di 14 vittorie e 3 sconfitte, il migliore della loro storia, conquistando la Nfc West e il primo posto nel tabellone della conference. Nei playoff hanno travolto i San Francisco 49ers e poi superato i Los Angeles Rams, tornando al Super Bowl per la prima volta dal 2014. È la quarta partecipazione per la franchigia di Seattle, che in passato ha vinto una volta il titolo. Questa sarà la prima finale con Sam Darnold come quarterback titolare: arrivato come free agent, ha guidato un attacco tra i più produttivi della lega e una difesa che ha chiuso la stagione al primo posto per punti concessi. Dall’altra parte ci sono i New England Patriots, tornati al vertice dopo stagioni difficili. La squadra ha chiuso la regular season con lo stesso record di 14-3, seconda testa di serie della Afc, e ha ritrovato i playoff per la prima volta dal 2021. L’arrivo in panchina di Mike Vrabel ha segnato una svolta immediata, con una squadra costruita attorno alla difesa e al talento del giovane quarterback Drake Maye, protagonista di una stagione di altissimo livello. Per i Patriots si tratta della dodicesima partecipazione al Super Bowl, la prima senza Tom Brady e Bill Belichick dal lontano 1997. Hanno già vinto sei volte e, in caso di successo, diventerebbero la franchigia più titolata di sempre. Come noto, la partita si giocherà al Levi’s Stadium, un impianto da circa 68.500 posti che ospita il Super Bowl per la seconda volta dopo l’edizione del 2016. La Nfl ha scelto direttamente la sede, secondo la procedura introdotta negli ultimi anni, e ha ufficializzato Santa Clara già nel maggio 2023. Per il pubblico italiano, il calcio d’inizio è previsto intorno alle 00.30 e sarà possibile vederlo in chiaro su Italia 1 e in streaming su Mediaset Infinity, oltre che su Dazn per gli abbonati.
Ma il Super Bowl è anche, e forse soprattutto, uno spettacolo che va oltre il campo. Prima della partita è prevista una cerimonia di apertura dedicata agli Mvp delle passate edizioni, con l’esibizione dei Green Day, band originaria proprio della Bay Area. L’inno nazionale sarà affidato a Charlie Puth, affiancato dall’interprete della lingua dei segni americana, mentre Brandi Carlile canterà America the Beautiful e Coco Jones interpreterà Lift Every Voice and Sing, nell’ambito delle celebrazioni per il 250° anniversario degli Stati Uniti. Il momento più atteso resterà però l’halftime show. La Nfl ha annunciato ufficialmente che il protagonista sarà Bad Bunny, tre volte vincitore dei Grammy Award. Per l’artista portoricano sarà un’esibizione dal valore simbolico oltre che musicale, come lui stesso ha spiegato: «Quello che provo va oltre me stesso… è per il mio popolo, la mia cultura e la nostra storia». Lo show, come da tradizione, durerà poco più di dieci minuti e proporrà un medley dei suoi brani più noti, inserendosi in una storia che negli ultimi trent’anni ha trasformato l’intervallo del Super Bowl in un evento dentro l’evento. Dal 1993, quando fu Michael Jackson a cambiare per sempre il volto di questo spazio televisivo, sul palco si sono alternati alcuni dei più grandi nomi della musica internazionale, da Prince a Beyoncé, da Lady Gaga a Rihanna.
Oggi lo spettacolo dell’intervallo viene seguito da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, spesso anche da chi non è un appassionato di football. È uno dei motivi per cui il Super Bowl è diventato un appuntamento che mescola sport, intrattenimento e cultura pop, capace di attirare l’attenzione ben oltre i confini degli Stati Uniti, a conferma che il Super Bowl, sessant’anni dopo la sua nascita, resta uno degli eventi mediatici più potenti del mondo. La previsione, per quest'anno, è che saranno circa 130 milioni tra appassionati e spettatori occasionali a sintonizzarsi sull'evento.
Star, spot da capogiro e AI: il business milionario del Big Game
Bad Bunny al Moscone Convention Center di San Francisco (Ansa)
Se sul campo il Super Bowl assegna un trofeo, fuori dal campo mette in moto una macchina economica che non ha paragoni nello sport americano e probabilmente globale. L’edizione di quest'anno non fa eccezione e anzi conferma una tendenza ormai consolidata: il Big Game è diventato uno degli eventi più costosi, ambiti e redditizi dell’intero calendario sportivo mondiale.
Il primo indicatore è il prezzo dei biglietti. Secondo quanto riportato da Usa Today, per assistere alla finale tra Seattle Seahawks e New England Patriots il costo minimo parte da 6.652 dollari, oltre mille in più rispetto all’edizione precedente. Per i posti più esclusivi, soprattutto nei pacchetti Vip, si arriva fino a 90.000 dollari. Le stime parlano di un costo medio che oscilla tra i 5.000 e i 10.000 dollari, a seconda della posizione nello stadio, con il mercato secondario che tende a spingere ancora più in alto le cifre, sfruttando una domanda che resta altissima nonostante i prezzi proibitivi per la maggior parte dei tifosi. Non si tratta solo di vedere una partita. I pacchetti ufficiali includono ospitalità premium, eventi esclusivi e accesso alle feste pre-partita organizzate nel campus del Super Bowl. Attorno allo stadio, le misure di sicurezza e l’organizzazione logistica sono imponenti, a conferma di quanto l’evento sia diventato una vetrina globale non solo sportiva ma anche turistica e commerciale per la città che lo ospita.
Se i biglietti raccontano una parte del business, l’altra, ancora più rilevante, è quella legata alla pubblicità. Il Super Bowl è da anni lo spazio televisivo più ambito per i brand, e l’edizione 2026 segna nuovi record. Per uno spot di 30 secondi si arriva a sfiorare i 10 milioni di dollari, con un costo medio intorno agli 8 milioni, secondo quanto dichiarato da NBCUniversal, il gruppo che detiene i diritti di trasmissione. Al cambio attuale, significa superare abbondantemente i 9 milioni di euro per mezzo minuto di visibilità.
Queste cifre si spiegano con l’audience. Il Super Bowl dello scorso anno è stato l’evento televisivo più visto nella storia degli Stati Uniti, con 128 milioni di spettatori. Per il 2026 le previsioni parlano di circa 130 milioni di persone davanti allo schermo. Numeri che trasformano ogni spazio pubblicitario in una vetrina unica, capace di raggiungere in una sola sera un pubblico che nessun altro programma può garantire. Non sorprende quindi che gli inserzionisti preparino campagne pensate appositamente per questa occasione, spesso con mesi di anticipo. Quest’anno una parte consistente degli spot arriva dal settore tecnologico, farmaceutico e del benessere, con una novità che segna un ulteriore cambio di passo: durante la finale andrà in onda uno spot di 30 secondi realizzato interamente con l’intelligenza artificiale, per promuovere una marca di vodka. Il video ha per protagonisti due robot che ballano, con una coreografia nata da un concorso online e poi rielaborata dall’AI. Non è la prima volta che l’intelligenza artificiale entra nel mondo del Super Bowl, ma questa edizione sembra segnare un salto di livello, tanto che anche OpenAI sarà presente tra gli inserzionisti, mentre Anthropic ha scelto una strada più tradizionale per il proprio debutto televisivo. Accanto alla tecnologia, non mancano le star del cinema e della televisione, da Emma Stone a Chris Hemsworth, a conferma di quanto il Super Bowl resti un palcoscenico privilegiato per i grandi volti dello spettacolo. Allo stesso tempo, l’avanzata dell’AI e delle produzioni più snelle lascia intravedere un futuro in cui alcuni brand potrebbero rinunciare ai cachet milionari delle celebrità per puntare su soluzioni più rapide e meno costose, senza rinunciare all’impatto mediatico.
Il valore commerciale del Super Bowl non si esaurisce negli spot. L’evento è anche il momento scelto dalle grandi major per lanciare in anteprima i trailer dei film più attesi della stagione, trasformando l’intervallo pubblicitario in una sorta di vetrina dell’industria dell’intrattenimento. È un altro segnale di come il Big Game sia diventato un crocevia tra sport, marketing e cultura pop. In questo contesto, la partita tra Patriots e Seahawks è solo una parte del racconto. Intorno al campo ruota un giro d’affari che comprende diritti televisivi, sponsorizzazioni, turismo, merchandising e pubblicità, con cifre che crescono di anno in anno. Il Super Bowl è ormai molto più di una finale: è un evento che misura la sua importanza non solo nei punti segnati sul tabellone, ma anche nei milioni di dollari che riesce a muovere in una sola notte.
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