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A Ravenna, flash mob solidale con i dottori (indagati) che avrebbero firmato certificati falsi in opposizione ai decreti di espulsione. Presenti esponenti di Pd e Avs, che stavolta non invocano il rispetto della magistratura. Sdoganato lo slogan: «Cpr uguali ai lager».
Flash mob, reazioni convulse per le indagini in corso, richieste di firme in difesa «dell’autonomia medica e del diritto alla salute», la Cisl che si unisce al coro degli indignati. Aumentano i toni allarmistici per l’inchiesta avviata dalla Procura di Ravenna nei confronti di sei medici, che avrebbero rilasciato certificati di non idoneità al rimpatrio a favore di extracomunitari.
I camici bianchi del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci sono indagati per aver dato parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. L’ipotesi di reato è falso ideologico continuato in concorso. I medici, secondo i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza, nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026 avrebbero consapevolmente firmato certificati incompleti o addirittura arbitrari per attestare la non idoneità all’espulsione, e ostacolarla.
Ieri si sono svolti diversi sit-in di solidarietà davanti a ospedali dell’Emilia-Romagna, con esibizione di cartelli e striscioni fuori misura. Da «Cpr uguale lager» a «Siamo sanitari, non gangster», la reazione del mondo sanitario della Regione rossa è stata spropositata. Sulla vicenda è intervenuta anche Emergency, con un post dal titolo La cura non è un reato dove si definisce la perquisizione e l’indagine «un grave attacco all’autonomia medica e al diritto alla salute garantito dalla Costituzione».
Il sindacato Cisl medici si è detto profondamente preoccupato: «Vogliamo ribadire con forza che l’atto medico ha come unico scopo la cura della persona e di conseguenza deve essere compiuto in totale autonomia e libertà». L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha ricordato che «le inidoneità certificate dai medici non sono “arbitrarie”, ma fondate su dati clinici».
Ovviamente, la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che già nel 2024 invitava i medici a non mandare i migranti nei Cpr, ha espresso «piena solidarietà ai colleghi indagati, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni di un sistema che vorrebbe la medicina asservita a discutibili decisioni politiche». Ne avessimo visto uno solo, di quei manifesti, in sostegno dei medici che agivano secondo scienza e coscienza nel curare dal Covid, non limitandosi a «Tachipirina e vigile attesa». Lo slogan urlato ieri «La cura non è reato», forse non valeva in emergenza sanitaria? Ci fosse stato solo un millesimo dello sdegno manifestato in questi giorni, per richiamare allora anche i diritti e doveri dei dottori a esentare dal vaccino persone che presentavano controindicazioni o erano dubbiose, forse la considerazione dei cittadini verso i medici non si sarebbe così incrinata.
La sinistra è unita nel contestare le indagini. A partire da Marco Montanari, medico oncologo ed ex consigliere comunale del Pd, che davanti all’ospedale di Ravenna ha letto una lettera in cui tra l’altro affermava: «Il giorno in cui ho scoperto di dovere rendere conto alla giustizia, ho vacillato». Lo stesso medico si era lamentato con Il resto del Carlino: «Poi ci sono state perquisizioni domiciliari. Il tutto con modalità che solitamente si riservano a chi è sospettato di aver commesso reati violenti».
Le perquisizioni furono fatte anche nelle case di medici, alcuni finiti poi radiati, perché non consigliavano il vaccino Covid ai loro pazienti o perché postavano «Il vaccino rende liberi» con la foto dell’ingresso di Auschwitz, come ebbe «l’impudenza» di fare Ennio Caggiano, medico di base di Camponogara, nel Veneziano. Il tentativo di paragonare i Cpr ai lager, invece, oggi non indigna.
Ouidad Bakkali, deputata del Pd, era presente alla protesta e ha persino annunciato che il suo partito «ha depositato una interrogazione parlamentare sulla questione». Il sindaco dem di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha dichiarato: «In un Paese “normale” le forze di polizia si devono occupare di sicurezza, i medici di salute, chi indaga di giustizia e chi governa dovrebbe fare in modo che i diritti delle persone, così come quelli degli operatori di polizia e sanitari, vengano garantiti». In questo modo, ha avvalorato la tesi che sta circolando sulla correttezza dell’operato dei sei medici.
Il primo cittadino non ha perso l’occasione per accusare l’esecutivo di «propaganda», di non riuscire a «governare il fenomeno» per l’arrivo a Ravenna, ieri, della nave Ong tedesca Solidaire con a bordo 120 migranti. Circolavano anche volantini di Fondamenta-Alleanza verdi e sinistra.
Anche il presidente della Regione, Michele de Pascale, ha preso una posizione netta: «I professionisti e le professioniste che lavorano nel Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna devono sapere che, anche davanti a legittime attività di indagine, la loro Regione e la loro comunità hanno fiducia in loro fino a che non venga provato il contrario».
Nel diluvio di esternazioni, sconcerta soprattutto la posizione espressa da Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri. «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», ha dichiarato uno dei principali fustigatori dei dottori che avevano a cuore la salute dei pazienti, non il diktat vaccinale.
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Riduci
Il presidente del Coni Luciano Buonfiglio (Ansa)
- Il presidente del Coni, intervenuto ieri alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del report Your Next Milano 2026, esalta il modello sportivo italiano dopo il record di medaglie superato a Milano-Cortina 2026. «Siamo condannati a vincere», dice Buonfiglio, rivendicando l’impatto economico, sociale e internazionale dei Giochi.
- Gli azzurri hanno eclissato i trionfi di Lillehammer, con ori in discipline prestigiose come lo sci alpino. Ma una fetta (statistica) dei meriti si deve anche all’allargamento della kermesse a gare «creative».
Lo speciale contiene due articoli.
Il record di Lillehammer è già alle spalle. Nel giro di poco più di una settimana l’Italia ha riscritto la propria storia olimpica, superando il primato di medaglie conquistato nel 1994 e trasformando Milano-Cortina 2026 in un palcoscenico tricolore. È su questa scia di successi che il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Luciano Buonfiglio, intervenuto ieri alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del report Your Next Milano 2026, ha rivendicato dal palco il valore sistemico dello sport italiano.
«Sono 110.000 società sportive, ha un prodotto interno lordo dell’1,5%, e le aziende che si occupano di sport esportano 4 miliardi e 800 milioni di lire», ha ricordato, per sottolineare che lo sport «è un’attività che già di per sé produce attività economica». Non solo competizione, dunque, ma filiera produttiva, occupazione, indotto.
Per Buonfiglio, tuttavia, il punto è ancora più ampio: «Lo sport è un veicolo che può promuovere il turismo, sicuramente, con i grandi eventi. Può produrre miglioramento alla città che realizza impiantistica sportiva, può produrre innanzitutto benessere». E ancora: «Se fai una vita sana si vive meglio, si ricorre meno ai farmaci, si sta più in compagnia con gli altri, quindi un fattore sociale».
Alle Olimpiadi, ha spiegato, «tutti questi fattori sono alla massima potenza». Ha parlato di «sei località, una più bella dell’altra», citando Anterselva, Tesero, Livigno, Bormio, Milano e Cortina d'Ampezzo, come simboli di un’Olimpiade «diffusa» capace di portare «l’attenzione di 2 miliardi e 8, 3 miliardi di persone», mostrando «immagini stupende del nostro territorio».
Un risultato organizzativo che il presidente del Coni ha attribuito anche al «contributo determinante del governo e delle istituzioni locali», ringraziando «le regioni, il comune di Milano e il governo», perché «altrimenti non ci saremmo riusciti». «È stata una sfida fantastica e di questo ne siamo tutti orgogliosi». Ma, ha aggiunto, «tutto questo non avrebbe avuto la risonanza che ha se non avessimo vinto fino adesso». La chiave è la vittoria: «Si segue quello che è vincente e quindi noi continuiamo a dire che siamo condannati a vincere. Perché se non vinci non sei protagonista, se non sei protagonista non produci l’effetto trainante di un modello vincente».
Dopo i successi di Tokyo 2020 e di Parigi 2024, Buonfiglio vede nello slancio di Milano-Cortina la conferma di «un modello vincente», capace di reggere anche «alle Olimpiadi in casa nostra, dove è più difficile vincere per le pressioni che hai». Da qui l’orgoglio «delle nostre atlete, dei nostri atleti, degli staff tecnici, dei Presidenti federali, dei gruppi sportivi e militari, della preparazione olimpica del Coni», perché, ha concluso, «insieme si vince e siamo un bel esempio nel mondo».
Il record di medaglie resta super. Ma i nuovi sport hanno aiutato
Ansa
«La cinese mi ha preso a sportellate e mi girano…». Arianna Fontana è furente, la spallata di Gong Li nella finale di Short Track le impedisce un doppio sorpasso: quello che potrebbe portarla sul podio dei 1000 metri (finisce quarta, le medaglie di legno valgono solo per il camino e l’archivio) e soprattutto quello sullo schermidore Edoardo Mangiarotti che continua a resistere dalle foto seppiate, appaiato alla pattinatrice valtellinese a 13 medaglie totali. Da qui a domenica ci sono ancora due prove a disposizione della «cannibale» di Berbenno per diventare in solitudine l’atleta italiana più olimpionica di sempre, ma questa volta è andata male.
Se la statistica individuale è in stallo, quella collettiva celebra il trionfo del Team Italia che a metà Giochi ha stracciato il primato dei 20 metalli conquistati a Lillehammer in Norvegia nel 1994 ed è arrivato a 22. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, è giustamente orgoglioso: «Un risultato straordinario, un successo senza precedenti, lo sport può essere un esempio per tutte le altre attività in Italia. I successi sono sempre il frutto di lavoro e fatica». Per quanto lo riguarda anche della fortuna, visto che si è seduto sulla poltrona di Giovanni Malagò solo qualche mese fa e ha fatto appena in tempo a conoscere i nomi delle specialità olimpiche.
Che Buonfiglio stia ancora studiando lo dimostra una piccola gaffe «mattarelliana» compiuta nell’intervista al Corriere della Sera: «Siamo secondi nel medagliere dietro la Norvegia ma nessuno si è accorto che loro hanno vinto in quattro specialità e noi in nove», ha sottolineato. In realtà sono sette, bastava contarle. Calcoli alla mano, i trionfi rischiano di bruciare 4 milioni in premi (180.000 euro all’oro, 90.000 all’argento, 60.000 al bronzo); il presidente sorride e rassicura gli atleti: «Nessun problema, chiederemo un mutuo».
Sulla faccenda del record vale la pena fare un distinguo numerico: a Lillehammer le competizioni furono 61, a Milano-Cortina 116, quasi il doppio, determinate da necessità di genere (inclusione e squadre miste) e televisive. Scelte talvolta forzate, che nella seconda settimana ci portano verso gare originali se non estemporanee come il Bob singolo femminile e qualche acrobazia circense. Il calendario è fittissimo, mancano solo l’Inseguimento dell’orso polare e la Discesa su padella a coppie. Comunque le medaglie sono 22 e consola il fatto che il primato sia stato raggiunto nelle specialità più nobili: Sci alpino, Fondo, Biathlon, Pattinaggio, Slittino.
Mentre la squadra femminile di sci è stata meravigliosa (Federica Brignone nella leggenda è la punta di diamante) se fosse stato per i gigantisti e gli slalomisti saremmo rimasti a bocca asciutta. Nessun nipotino di Gustavo Thoeni, Piero Gros, Alberto Tomba. Nello Speciale di Bormio Max Vinatzer delude ancora una volta: subito a litigare con i paletti, fuori. Lo conferma lui stesso: «Nella mia specialità volevo una medaglia e non ce l’ho fatta. Sono uno dei perdenti di questi Giochi, ora devo fare un lavoro su me stesso per scrollarmi la pressione che mi attanaglia e diventare più bastardo». Il migliore degli azzurri (e l’unico a vedere il traguardo) è Tommaso Saccardi, 12°. Troppo poco.
Una delle gare regine è condizionata da nevicata e maltempo, ma nello sci è normale. Alla fine è un’ecatombe: esce di pista anche il favoritissimo brasiliano Luca Pinheiro-Braaten, già oro in Gigante. Vince lo svizzero Loic Meillard (quarto oro elvetico nella stessa olimpiade, mai successo) davanti all’austriaco Fabio Gstrein e al norvegese Henrik Kristoffersen. Con una coda malinconica: l’altro scandinavo Atle McGrath, in testa nella prima manche e con l’oro in tasca, inforca banalmente, lancia un urlo disperato, abbandona gli sci, si infila piangendo sotto le reti di protezione e va ad accasciarsi nel bosco sotto un albero. Ha il lutto al braccio, voleva quella medaglia per dedicarla al nonno recentemente scomparso. Un’immagine che la dice lunga sulle pressioni psicologiche che opprimono questi ragazzi nel giorno che vale una vita sportiva.
La giornata somiglia al meteo sullo Stelvio: grigia. Nel curling l’Italia è sconfitta dalla Cina 11-4 mentre una tempesta di neve a Livigno ritarda la finale notturna di Freestyle big air alla quale Flora Tabanelli si è qualificata da sesta e Maria Gassliter con il decimo punteggio. Sulla pista di Cortina intitolata al leggendario Eugenio Monti (protagonista di un docufilm dal titolo «Il rosso volante» in programma sulla Rai), è cominciata la sfida del Bob, in barba alle reiterate polemiche degli ambientalisti. Patrick Baumgartner e Robert Mircea hanno il compito di ben figurare contro gli squadroni tedesco e americano. Quando scende la sera, l’unica certezza è la partecipazione di Achille Lauro alla cerimonia di chiusura dei Giochi domenica all’Arena di Verona.
Oggi si rivede la nazionale di hockey su ghiaccio, che fin qui le ha perse tutte. Dopo le battaglie sfortunate con Svezia e Slovacchia è crollata contro la Finlandia (11-0) ma oggi ha l’opportunità di andare comunque avanti in un quarto di finale sempre elettrico contro la Svizzera. Il resto del programma è confortante, si potrebbe ricominciare a conquistare podi, con la staffetta del Biathlon e con gli inseguimenti a squadre maschile e femminile nel Pattinaggio, fin qui generoso di exploit. In attesa del ritorno in pista dei lady Fontana, domani in missione per conquistare la famosa medaglia dei record. Maledizione di Mangiarotti permettendo.
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Riduci
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2026-02-17
Separare le carriere completa le riforme. Ma il vero nodo resta lo strapotere in toga
Ansa
L’intervento dell’ex magistrato Guido Brambilla su «Studi cattolici»: sto col Sì però serve un riequilibrio profondo, fino alla Consulta.
Per gentile concessione, pubblichiamo ampi stralci del contributo di Guido Brambilla che apparirà sul numero di Studi cattolici in uscita nei prossimi giorni. Brambilla è un ex magistrato della Corte d’Appello di Milano, nonché presidente dell’Associazione «Giustizia e Persona odv». L’articolo si colloca non solo nel dibattito referendario ma anche in un vivace confronto in ambito cattolico, con le gerarchie ecclesiastiche che paiono schierate per il No a fronte di una realtà ben più articolata e plurale.
[…] Prima dell’avvento della Costituzione repubblicana, il ruolo del pm era inequivocabilmente legato al potere esecutivo. Egli era un funzionario alle dirette dipendenze del governo, tanto da essere definito «procuratore del Re». Sottoposto al potere gerarchico e disciplinare del ministro di Grazia e Giustizia, riceveva da questi ordini e direttive, agendo di fatto come il braccio operativo del potere politico nell’amministrazione della giustizia penale. Questa subordinazione si rivelò un pericolo concreto durante il regime fascista, quando il pm divenne un potenziale strumento di repressione dell’opposizione politica, facilmente orientabile dalle volontà del governo. L’esperienza storica ha quindi lasciato una profonda cicatrice nella coscienza democratica del Paese, generando una forte diffidenza verso qualsiasi forma di controllo politico sulla pubblica accusa.
Dopo la caduta del fascismo, il decreto Togliatti del 1946 iniziò a recidere il legame di dipendenza gerarchica, sostituendo la «direzione» del ministro con una più tenue «vigilanza». Ma il dibattito in Assemblea Costituente vide scontrarsi due visioni diametralmente opposte:
• il progetto di Giovanni Leone: considerava il pm ontologicamente un rappresentante dell’esecutivo presso i giudici. Proponeva che i magistrati requirenti fossero organizzati gerarchicamente sotto il ministro della Giustizia, senza inamovibilità, fungendo da organo di collegamento tra i poteri.
• Il progetto di Pietro Calamandrei: sosteneva che per garantire la legalità e l’uguaglianza dei cittadini, anche il pm dovesse essere un «organo giudiziario vero e proprio», dotato di assoluta indipendenza e inamovibilità, sottratto a ogni subordinazione gerarchica ministeriale. La soluzione finale accolse la tesi di Calamandrei: il pm fu inserito nell’ordine giudiziario, definito come autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104 Cost.) e governato esclusivamente dal Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). […]
Giuliano Vassalli (1915-2009), partigiano, giurista e politico, presidente della Corte costituzionale, è il ministro della Giustizia legato all’introduzione nel 1989 del nuovo Codice penale. Tale riforma rappresenta una cesura radicale con il passato e la causa tecnica diretta dell’odierno dibattito. Importando in Italia un modello processuale di tipo accusatorio, ispirato ai sistemi anglosassoni, la riforma ha trasformato irreversibilmente la fisionomia e il ruolo del pubblico ministero. Il nuovo codice ha introdotto cambiamenti fondamentali:
• abolizione del giudice istruttore: la figura neutrale che garantiva l’equilibrio della fase istruttoria è stata eliminata;
• trasformazione del pm, che ha perso ogni carattere istruttorio per diventare un organo investigativo a tutti gli effetti. Oggi è lui a condurre le indagini preliminari e a dirigere la polizia giudiziaria. Mentre col vecchio codice, il pm (organo istruttore) poteva emettere direttamente provvedimenti limitativi della sfera di libertà individuale del cittadino (ordini di cattura, ordini di sequestro e perquisizione), ora non può più farlo: deve chiedere tali provvedimenti a un organo che ha, sia pur in modo meno ampio del vecchio giudice istruttore, indubbia natura giurisdizionale, il Giudice per le indagini preliminari (Gip). Questa mutazione ha creato, tuttavia, una significativa sovrapposizione funzionale tra l’attività del pm, organo ancora appartenente all’ordine giudiziario autonomo, e quella degli organi di polizia, che dipendono invece dal potere esecutivo. Tra il 1992 e il 1995, la Corte costituzionale intervenne con diverse sentenze che dichiararono incostituzionali alcune norme del nuovo codice, reintroducendo principi di stampo inquisitorio. In particolare, la Corte permetteva che alcune dichiarazioni raccolte unilateralmente dal pm o dalla Polizia giudiziaria senza contraddittorio potessero valere come prova, minando la logica stessa del nuovo processo.
Questi tentativi, seppur circoscritti, di un ritorno a logiche più tipiche di un sistema inquisitorio, determinarono non poche aporie e difficoltà teoriche e pratiche. E a ciò cercò di porre rimedio la politica attraverso il ricorso a commissioni parlamentari ad hoc. […]
La cosiddetta Riforma del «giusto processo» (Legge costituzionale n. 2 del 1999), descritta come una riforma bipartisan, viene così approvata undici anni dopo l’entrata in vigore del Codice Vassalli e 26 anni prima del dibattito attuale sulla separazione delle carriere. Essa ha rappresentato una risposta diretta del Parlamento per «blindare» i princìpi del sistema accusatorio contro le interpretazioni della Corte costituzionale. La riforma ha infatti inserito in Costituzione una nuova, importante, norma, l’art. 111, con la quale furono introdotti i seguenti princìpi:
• il contraddittorio: stabilendo che il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova;
• la terzietà del giudice: rafforzando l’imparzialità e la posizione super partes del giudicante;
• la parità delle armi: garantendo che accusa e difesa abbiano uguali poteri davanti al giudice. In sintesi, l’articolo 111 non fu il prodotto di una singola «commissione sul processo», ma l’esito finale (e riuscito) di un lungo dibattito sulle garanzie processuali avviato all’interno delle grandi commissioni bicamerali (De Mita-Iotti e D’Alema) e conclusosi con una convergenza politica trasversale per salvare l’impianto accusatorio del processo penale.
Il nuovo codice del 1989, quindi, anche a livello di princìpi costituzionali, non configura più il pm come un organo giudiziario al di sopra delle parti, ma come una parte processuale che si contrappone alla difesa. Il processo si svolge davanti a un giudice terzo e imparziale, in una logica di parità delle armi. [...]. La trasformazione del pm in una parte investigativa ha naturalmente alimentato due visioni contrapposte sul suo corretto inquadramento istituzionale, dando vita all’acceso dibattito sulla separazione delle carriere. L’argomentazione tecnica a favore della separazione, alla quale aderisco, sia pure con qualche perplessità, per via delle ragioni di coordinamento istituzionale di cui sto trattando, si fonda su una logica stringente e per le argomentazioni già più sopra evidenziate. Se il pm svolge un’attività investigativa e accusatoria, la sua funzione è intrinsecamente diversa da quella «giurisdizionale», che consiste nel giudicare in modo terzo e imparziale. Separare le due carriere sarebbe, quindi, un passo coerente con il modello accusatorio del nuovo codice, necessario per garantire una reale parità delle armi tra accusa e difesa e per rafforzare la percezione di terzietà del giudice. [...]. E la principale contro-argomentazione è di natura politica, radicandosi proprio nel timore storico di un ritorno al passato quanto alla subordinazione al potere politico. [...]
I sostenitori della separazione rassicurano che questo rischio è remoto, poiché l’autonomia della magistratura (sia requirente sia giudicante) è protetta da un principio costituzionale (art. 104), modificabile solo attraverso un complesso e aggravato procedimento di revisione. Tuttavia, sebbene questo scontro di visioni appaia centrale, esso rischia di distogliere l’attenzione dalla vera patologia del sistema: la crisi di un altro potere dello Stato, ovvero la progressiva perdita di efficacia e centralità del potere legislativo, iniziata a partire dagli anni Settanta.
La debolezza del Parlamento ha radici profonde: la forte conflittualità politica, l’influenza crescente di poteri esterni (sindacati, lobby, gruppi di interesse) e la frammentazione della rappresentanza hanno reso sempre più difficile produrre leggi chiare, generali e astratte. In questo vuoto si è inserita la magistratura, anche con intenti lodevoli, ma dimenticando la natura e i limiti della propria attività, che, a differenza di quella politica, non è libera nei fini e non è soggetta ai normali controlli dell’alternanza politica. Attraverso un’attività interpretativa sempre più svincolata dai rigidi criteri tradizionali e definita «creativa», i giudici hanno di fatto supplito all’inerzia del legislatore.
Sono divenuti così i co-protagonisti di una vera e propria modifica del nostro tessuto sociale, morale, politico ed economico, intervenendo là dove la politica non era in grado o non voleva decidere. E bisogna dire che questa funzione di «supplenza» ha conferito alla magistratura un potere enorme, di fatto alterando l’equilibrio originariamente disegnato dalla Costituzione. L’enorme potere accumulato dalla Magistratura, sia requirente sia giudicante, l’ha portata a confliggere inevitabilmente con il potere politico. Fenomeni storici come «Tangentopoli» sono la dimostrazione più evidente di questa frizione. In questo contesto, la richiesta di «separare» e, potenzialmente, controllare il pm può essere letta non solo come una legittima istanza di riforma, ma anche come una reazione del mondo politico a uno squilibrio di potere che esso stesso ha contribuito a generare con la propria inazione. Il problema, nato nel potere legislativo, si è così trasferito (anche) al potere giudiziario, rendendo la separazione delle carriere un tentativo di curare il sintomo, sicuramente esistente, anziché la malattia.
La trasformazione del pm, attuata con la riforma del 1989, ha fornito il presupposto tecnico e la cornice logica per il dibattito sulla separazione delle carriere. Tuttavia, la causa profonda della tensione risiede nel delicato rapporto con gli altri poteri costituzionali. Ne consegue che una vera e duratura riforma della giustizia non può limitarsi a un intervento, per quanto significativo, sull’ordinamento giudiziario. La soluzione dev’essere di più ampio respiro, a livello costituzionale, e deve riconsiderare l’intero sistema di pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato, ridefinendone i rapporti in modo chiaro e sostenibile. Il problema dell’espansione del potere giudiziario non riguarda solo il pm, ma anche i giudici e persino la Corte costituzionale, le cui sentenze - spesso di natura «manipolativa» o «additiva» - si sostituiscono di fatto alla volontà del legislatore. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il fattore della globalizzazione, che collega la Magistratura italiana a contesti internazionali, rendendo ancor più delicato l’equilibrio tra i poteri nazionali e non più rinviabile una profonda riflessione costituzionale.
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Riduci
Il presidente di Assolombarda è intervenuto ieri a margine della presentazione del report Your Next Milano 2026 che si è tenuta alla Triennale di Milano: «I confini amministrativi sono molto stretti rispetto ai confini industriali», ha spiegato Biffi che ha poi evidenziato l’impatto positivo delle Olimpiadi invernali: «Milano-Cortina ha dato un boost alle previsioni di crescita nel 2026: è previsto un +1,7% rispetto al +1,1% di inizio anno».
Una legge speciale per le aree metropolitane, capace di allineare i confini amministrativi a quelli reali dell’industria. È la richiesta avanzata dal presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, intervenendo alla presentazione del report Your Next Milano 2026 alla Triennale di Milano.
«I confini amministrativi sono molto stretti rispetto ai confini industriali», ha spiegato Biffi, sottolineando come molte aziende abbiano stabilimenti distribuiti su più Comuni, con iter autorizzativi e pratiche differenti anche all’interno dello stesso sito produttivo. Una frammentazione che, ha osservato, risulta difficilmente comprensibile agli investitori internazionali e che richiede una semplificazione normativa strutturale.
Sul fronte economico, il presidente di Assolombarda ha evidenziato l’impatto positivo delle Olimpiadi invernali: «Le Olimpiadi hanno dato un boost alle previsioni di crescita nel 2026: è previsto un +1,7% rispetto al +1,1% di inizio anno». L’effetto stimato è di circa un miliardo di produzione aggiuntiva su 2,5 miliardi di indotto complessivo, con 700 milioni di opere infrastrutturali destinate a restare come legacy sul territorio e 300 milioni di indotto turistico, oltre a un ulteriore miliardo e mezzo di produzione industriale nel comparto B2B.
Numeri che, secondo Biffi, dimostrano come la collaborazione tra istituzioni e imprese possa tradursi in risultati concreti, rafforzando la capacità organizzativa del territorio su scala internazionale e lasciando un’eredità strutturale oltre l’evento.
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