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2022-04-02
Mentre il negoziato va a passo lento la Russia consolida l’asse con l’India
Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan (Ansa)
Guerra e negoziati. Ieri si è svolta una lunga telefonata tra il presidente russo, Vladimir Putin, e quello turco, Recep Tayyp Erdogan, che prima del colloquio ha dichiarato: «Ho parlato con Zelensky e oggi alle 16 parlerò con Putin. È tempo che i due leader si parlino per compiere dei passi per risolvere l’impasse legata allo status di Donbass e Crimea. Con i colloqui di oggi si definirà una data per l’incontro. Zelensky ha un approccio positivo, come anche Putin in passato. Oggi ci parlerò», ha aggiunto Erdogan, «e definiremo la data».
In realtà, la data non è stata fissata: al termine della telefonata, Erdogan ha fatto sapere di aver proposto a Putin di incontrare Zelensky in Turchia. «Il presidente russo, Putin», ha riferito da parte sua il Cremlino, «ha parlato al telefono con il capo di Stato turco, Erdogan, a cui ha dato la sua valutazione sul processo di negoziati in corso e che ha ringraziato per aver organizzato il round di colloqui a Istanbul». Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che «l’Ucraina è pronta per un potenziale incontro tra il presidente Volodymyr Zelensky e l’omologo russo, Vladimir Putin, in Turchia» e ha ringraziato Erdogan per i suoi sforzi. In merito all’attacco a Belgorod, però, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che quanto accaduto non crea «condizioni favorevoli» ai negoziati. Anche se in serata Kiev ha precisato: «Non siamo stati noi».
Intanto, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che «l’Ucraina sta dimostrando di aver compreso la realtà su Crimea e Donbass nel corso dei negoziati con la Russia. Ci sono progressi nei colloqui tra Mosca e Kiev», ha aggiunto il diplomatico, «anche sulla questione dello status di neutralità dell’Ucraina, nonché sul non ingresso nella Nato e sul mancato sviluppo di programmi nucleari militari da parte di Kiev. La parte ucraina ha messo su carta la sua visione degli accordi da raggiungere, questi accordi devono essere prima formalizzati», ha sottolineato Lavrov, «stiamo preparando una risposta».
Lavrov, a quanto riportano i media locali, ha aperto all’ipotesi di una mediazione dell’India nel conflitto in Ucraina, incontrando il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar. «L’India è un Paese importante», ha detto Lavrov, «e può sostenere» il processo di mediazione tra Mosca e Kiev.
A proposito di India: il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Subrahmanyam Jaishankar, ha sostanzialmente confermato e giustificato la decisione di comprare petrolio a prezzi scontati dalla Russia, colpita dalle sanzioni dei Paesi occidentali, come riferito dal quotidiano Hindustan Times. «Quando i prezzi salgono», ha detto Jaishankar, «penso che sia naturale che i Paesi cerchino di fare dei buoni affari per i loro popoli». La Russia, riporta l’agenzia Nova, sta offrendo all’India 15 milioni di barili di petrolio al prezzo di 35 dollari al barile, che potrebbero essere pagati con transazioni rupie-rubli. Lavrov ha incontrato anche il primo ministro indiano, Narendra Modi, il quale, ha ribadito l’appello per una rapida cessazione della violenza, offrendo la disponibilità di Nuova Delhi a «contribuire in ogni modo agli sforzi per la pace».
Il presidente americano, Joe Biden, ha detto ieri che altri 30 Paesi, dopo gli Stati Uniti, sbloccheranno le loro riserve di petrolio per far fronte alle difficoltà create dalla guerra in Ucraina. Biden non ha detto di quali Paesi si tratta. Secondo fonti Usa, sarebbero i membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ieri si sono riuniti in un vertice straordinario, e della quale non fanno parte Cina e India.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri ha sentito al telefono Emmanuel Macron, ha detto in un video che «le forze russe si stanno raggruppando e si preparano a sferrare possenti attacchi» contro il Donbass e il Sud dell’Ucraina, a cominciare da Mariupol. Secondo Zelensky, il ridispiegamento da Kiev e dal Nord, «fa parte della loro tattica. Sappiamo», ha sottolineato il leader di Kiev, «che si allontanano dalle zone dove li stiamo battendo per concentrarsi su altre molto importanti dove per noi può essere più difficile». La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ieri a Kiev ha incontrato il presidente del Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk: «La resistenza e il coraggio degli ucraini», ha detto la Metsola, «hanno ispirato il mondo. Siamo con voi».
Intanto, a quanto riferisce l’Adnkronos, che cita fonti diplomatiche di Helsinki, l’ingresso della Finlandia nella Nato, è una ipotesi alla quale si sta lavorando. Il segretario generale per gli Affari esteri, Matti Anttonen, ieri ha incontrato la stampa all’ambasciata finlandese a Roma. Una visita già pianificata, ha precisato Anttonen, ben prima della guerra. Si è parlato del possibile ingresso nella Nato, per il quale sarebbe al vaglio una proposta che dovrebbe essere presentata in Parlamento tra tre settimane, e che potrebbe presto interessare anche la Svezia. Il responsabile dei servizi umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, volerà a Mosca domenica e poi andrà a Kiev, per cercare di ottenere una tregua.
Gli affari di Biden junior e della signora Clinton inguaiano la Casa Bianca
Non è un buon periodo per il Partito democratico americano. Si sta innanzitutto complicando la situazione per il figlio di Joe Biden, Hunter. Alcuni deputati repubblicani hanno inviato una lettera alla Casa Bianca, chiedendo le registrazioni delle comunicazioni avvenute tra lo stesso Hunter e l’amministrazione Obama (in cui Joe Biden era vicepresidente).
«I legami di Hunter Biden in tutta la sfera di influenza russa sono ora diventati particolarmente rilevanti nella guerra russa in rapido sviluppo in Ucraina», si legge nella missiva. «Se il governo russo sta tentando di influenzare la politica americana in Ucraina sfruttando il legame di Hunter Biden con suo padre, il presidente degli Usa, il popolo americano merita di saperlo», prosegue la lettera. In particolare, i repubblicani si chiedono per quale ragione Hunter (che non ricopre incarichi pubblici) sia stato sanzionato di recente da Mosca. «Il fatto che il governo russo abbia comminato sanzioni a Hunter Biden e, in particolare, a nessuno degli altri figli di Biden, suscita degli interrogativi sui suoi legami con la Russia», si legge ancora. La lettera cita quindi il rapporto che i senatori repubblicani pubblicarono nel settembre 2020, in cui si sosteneva che, nel 2014, Hunter avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari dalla moglie dell’ex sindaco di Mosca, Elena Baturina.
Tra l’altro, il Washington Post ha messo in luce che Hunter ha ricevuto quasi 5 milioni di dollari dal colosso cinese Cfec che, sempre secondo i repubblicani, aveva connessioni con le alte sfere del Cremlino. Ma c’è un ulteriore elemento da sottolineare. Mosca ha messo di recente sanzioni su Hunter e lo sta accusando di aver raccolto finanziamenti per Metabiota: la società americana che, secondo il governo russo, avrebbe contribuito a realizzare armi biologiche in Ucraina (accusa, quest’ultima, respinta da Washington). Tuttavia, quando a ottobre 2020 Donald Trump rinfacciò pubblicamente a Biden i controversi affari del figlio in Ucraina e in Russia, Vladimir Putin si affrettò a dire di non essere a conoscenza di attività illecite da parte di Hunter. Hanno torto i repubblicani? Oppure Putin ha coperto i Biden (magari nell’affare Baturina) ai tempi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali americane? Se così fosse, la vulgata del Trump «putiniano» andrebbe significativamente rivista.
Ci sono poi cattive notizie anche per Hillary Clinton. La Federal election commission ha infatti multato l’ex first lady e il Comitato nazionale del Partito democratico rispettivamente per 8.000 e 105.000 dollari. La ragione? Riguarda il famigerato dossier di Steele: documento zeppo di informazioni infondate che - finanziato dal comitato di Hillary nel 2016 - serviva a imbastire la vulgata del Trump colluso con i russi. In particolare, il comitato dell’ex first lady ha riportato il finanziamento di quel documento nelle rendicontazioni come «servizi legali», anziché come «oppo research» (cioè la pratica volta a ricercare informazioni compromettenti su un avversario politico): questo ha fatto scattare la multa della Federal election commission. Ricordiamo che i dem avevano versato circa 1 milione di dollari allo studio legale Perkins Coie, il quale si rivolse alla società Fusion Gps, per ottenere il dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele.
Per Perkins Coie lavorava all’epoca Michael Sussmann, l’avvocato finito al centro dell’inchiesta del procuratore speciale, John Durham. In particolare, Durham ha accusato Sussmann di aver nascosto all’Fbi di lavorare per la Clinton quando, a settembre 2016, fornì informazioni al Bureau su un presunto collegamento tra la Trump organization e la russa Alfa bank: informazioni che si rivelarono infondate, ma che furono cavalcate dal comitato di Hillary (soprattutto da Jake Sullivan) nelle settimane precedenti alle presidenziali del 2016.
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Nonostante l’annuncio turco di un incontro Putin-Zelensky, l’attacco a Belgorod allontana Mosca e Kiev. Sul greggio però il Cremlino trova l’appoggio di Nuova Delhi. Intanto la Finlandia si avvicina alla Nato.I repubblicani puntano i fari sulle sanzioni russe al figlio del presidente. Hillary multata per il dossier anti Trump.Lo speciale contiene due articoliGuerra e negoziati. Ieri si è svolta una lunga telefonata tra il presidente russo, Vladimir Putin, e quello turco, Recep Tayyp Erdogan, che prima del colloquio ha dichiarato: «Ho parlato con Zelensky e oggi alle 16 parlerò con Putin. È tempo che i due leader si parlino per compiere dei passi per risolvere l’impasse legata allo status di Donbass e Crimea. Con i colloqui di oggi si definirà una data per l’incontro. Zelensky ha un approccio positivo, come anche Putin in passato. Oggi ci parlerò», ha aggiunto Erdogan, «e definiremo la data». In realtà, la data non è stata fissata: al termine della telefonata, Erdogan ha fatto sapere di aver proposto a Putin di incontrare Zelensky in Turchia. «Il presidente russo, Putin», ha riferito da parte sua il Cremlino, «ha parlato al telefono con il capo di Stato turco, Erdogan, a cui ha dato la sua valutazione sul processo di negoziati in corso e che ha ringraziato per aver organizzato il round di colloqui a Istanbul». Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che «l’Ucraina è pronta per un potenziale incontro tra il presidente Volodymyr Zelensky e l’omologo russo, Vladimir Putin, in Turchia» e ha ringraziato Erdogan per i suoi sforzi. In merito all’attacco a Belgorod, però, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che quanto accaduto non crea «condizioni favorevoli» ai negoziati. Anche se in serata Kiev ha precisato: «Non siamo stati noi». Intanto, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che «l’Ucraina sta dimostrando di aver compreso la realtà su Crimea e Donbass nel corso dei negoziati con la Russia. Ci sono progressi nei colloqui tra Mosca e Kiev», ha aggiunto il diplomatico, «anche sulla questione dello status di neutralità dell’Ucraina, nonché sul non ingresso nella Nato e sul mancato sviluppo di programmi nucleari militari da parte di Kiev. La parte ucraina ha messo su carta la sua visione degli accordi da raggiungere, questi accordi devono essere prima formalizzati», ha sottolineato Lavrov, «stiamo preparando una risposta». Lavrov, a quanto riportano i media locali, ha aperto all’ipotesi di una mediazione dell’India nel conflitto in Ucraina, incontrando il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar. «L’India è un Paese importante», ha detto Lavrov, «e può sostenere» il processo di mediazione tra Mosca e Kiev. A proposito di India: il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Subrahmanyam Jaishankar, ha sostanzialmente confermato e giustificato la decisione di comprare petrolio a prezzi scontati dalla Russia, colpita dalle sanzioni dei Paesi occidentali, come riferito dal quotidiano Hindustan Times. «Quando i prezzi salgono», ha detto Jaishankar, «penso che sia naturale che i Paesi cerchino di fare dei buoni affari per i loro popoli». La Russia, riporta l’agenzia Nova, sta offrendo all’India 15 milioni di barili di petrolio al prezzo di 35 dollari al barile, che potrebbero essere pagati con transazioni rupie-rubli. Lavrov ha incontrato anche il primo ministro indiano, Narendra Modi, il quale, ha ribadito l’appello per una rapida cessazione della violenza, offrendo la disponibilità di Nuova Delhi a «contribuire in ogni modo agli sforzi per la pace». Il presidente americano, Joe Biden, ha detto ieri che altri 30 Paesi, dopo gli Stati Uniti, sbloccheranno le loro riserve di petrolio per far fronte alle difficoltà create dalla guerra in Ucraina. Biden non ha detto di quali Paesi si tratta. Secondo fonti Usa, sarebbero i membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ieri si sono riuniti in un vertice straordinario, e della quale non fanno parte Cina e India. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri ha sentito al telefono Emmanuel Macron, ha detto in un video che «le forze russe si stanno raggruppando e si preparano a sferrare possenti attacchi» contro il Donbass e il Sud dell’Ucraina, a cominciare da Mariupol. Secondo Zelensky, il ridispiegamento da Kiev e dal Nord, «fa parte della loro tattica. Sappiamo», ha sottolineato il leader di Kiev, «che si allontanano dalle zone dove li stiamo battendo per concentrarsi su altre molto importanti dove per noi può essere più difficile». La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ieri a Kiev ha incontrato il presidente del Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk: «La resistenza e il coraggio degli ucraini», ha detto la Metsola, «hanno ispirato il mondo. Siamo con voi». Intanto, a quanto riferisce l’Adnkronos, che cita fonti diplomatiche di Helsinki, l’ingresso della Finlandia nella Nato, è una ipotesi alla quale si sta lavorando. Il segretario generale per gli Affari esteri, Matti Anttonen, ieri ha incontrato la stampa all’ambasciata finlandese a Roma. Una visita già pianificata, ha precisato Anttonen, ben prima della guerra. Si è parlato del possibile ingresso nella Nato, per il quale sarebbe al vaglio una proposta che dovrebbe essere presentata in Parlamento tra tre settimane, e che potrebbe presto interessare anche la Svezia. Il responsabile dei servizi umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, volerà a Mosca domenica e poi andrà a Kiev, per cercare di ottenere una tregua. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mentre-il-negoziato-va-a-passo-lento-la-russia-consolida-lasse-con-lindia-2657081148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-affari-di-biden-junior-e-della-signora-clinton-inguaiano-la-casa-bianca" data-post-id="2657081148" data-published-at="1648857750" data-use-pagination="False"> Gli affari di Biden junior e della signora Clinton inguaiano la Casa Bianca Non è un buon periodo per il Partito democratico americano. Si sta innanzitutto complicando la situazione per il figlio di Joe Biden, Hunter. Alcuni deputati repubblicani hanno inviato una lettera alla Casa Bianca, chiedendo le registrazioni delle comunicazioni avvenute tra lo stesso Hunter e l’amministrazione Obama (in cui Joe Biden era vicepresidente). «I legami di Hunter Biden in tutta la sfera di influenza russa sono ora diventati particolarmente rilevanti nella guerra russa in rapido sviluppo in Ucraina», si legge nella missiva. «Se il governo russo sta tentando di influenzare la politica americana in Ucraina sfruttando il legame di Hunter Biden con suo padre, il presidente degli Usa, il popolo americano merita di saperlo», prosegue la lettera. In particolare, i repubblicani si chiedono per quale ragione Hunter (che non ricopre incarichi pubblici) sia stato sanzionato di recente da Mosca. «Il fatto che il governo russo abbia comminato sanzioni a Hunter Biden e, in particolare, a nessuno degli altri figli di Biden, suscita degli interrogativi sui suoi legami con la Russia», si legge ancora. La lettera cita quindi il rapporto che i senatori repubblicani pubblicarono nel settembre 2020, in cui si sosteneva che, nel 2014, Hunter avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari dalla moglie dell’ex sindaco di Mosca, Elena Baturina. Tra l’altro, il Washington Post ha messo in luce che Hunter ha ricevuto quasi 5 milioni di dollari dal colosso cinese Cfec che, sempre secondo i repubblicani, aveva connessioni con le alte sfere del Cremlino. Ma c’è un ulteriore elemento da sottolineare. Mosca ha messo di recente sanzioni su Hunter e lo sta accusando di aver raccolto finanziamenti per Metabiota: la società americana che, secondo il governo russo, avrebbe contribuito a realizzare armi biologiche in Ucraina (accusa, quest’ultima, respinta da Washington). Tuttavia, quando a ottobre 2020 Donald Trump rinfacciò pubblicamente a Biden i controversi affari del figlio in Ucraina e in Russia, Vladimir Putin si affrettò a dire di non essere a conoscenza di attività illecite da parte di Hunter. Hanno torto i repubblicani? Oppure Putin ha coperto i Biden (magari nell’affare Baturina) ai tempi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali americane? Se così fosse, la vulgata del Trump «putiniano» andrebbe significativamente rivista. Ci sono poi cattive notizie anche per Hillary Clinton. La Federal election commission ha infatti multato l’ex first lady e il Comitato nazionale del Partito democratico rispettivamente per 8.000 e 105.000 dollari. La ragione? Riguarda il famigerato dossier di Steele: documento zeppo di informazioni infondate che - finanziato dal comitato di Hillary nel 2016 - serviva a imbastire la vulgata del Trump colluso con i russi. In particolare, il comitato dell’ex first lady ha riportato il finanziamento di quel documento nelle rendicontazioni come «servizi legali», anziché come «oppo research» (cioè la pratica volta a ricercare informazioni compromettenti su un avversario politico): questo ha fatto scattare la multa della Federal election commission. Ricordiamo che i dem avevano versato circa 1 milione di dollari allo studio legale Perkins Coie, il quale si rivolse alla società Fusion Gps, per ottenere il dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele. Per Perkins Coie lavorava all’epoca Michael Sussmann, l’avvocato finito al centro dell’inchiesta del procuratore speciale, John Durham. In particolare, Durham ha accusato Sussmann di aver nascosto all’Fbi di lavorare per la Clinton quando, a settembre 2016, fornì informazioni al Bureau su un presunto collegamento tra la Trump organization e la russa Alfa bank: informazioni che si rivelarono infondate, ma che furono cavalcate dal comitato di Hillary (soprattutto da Jake Sullivan) nelle settimane precedenti alle presidenziali del 2016.
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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