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2022-04-02
Mentre il negoziato va a passo lento la Russia consolida l’asse con l’India
Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan (Ansa)
Guerra e negoziati. Ieri si è svolta una lunga telefonata tra il presidente russo, Vladimir Putin, e quello turco, Recep Tayyp Erdogan, che prima del colloquio ha dichiarato: «Ho parlato con Zelensky e oggi alle 16 parlerò con Putin. È tempo che i due leader si parlino per compiere dei passi per risolvere l’impasse legata allo status di Donbass e Crimea. Con i colloqui di oggi si definirà una data per l’incontro. Zelensky ha un approccio positivo, come anche Putin in passato. Oggi ci parlerò», ha aggiunto Erdogan, «e definiremo la data».
In realtà, la data non è stata fissata: al termine della telefonata, Erdogan ha fatto sapere di aver proposto a Putin di incontrare Zelensky in Turchia. «Il presidente russo, Putin», ha riferito da parte sua il Cremlino, «ha parlato al telefono con il capo di Stato turco, Erdogan, a cui ha dato la sua valutazione sul processo di negoziati in corso e che ha ringraziato per aver organizzato il round di colloqui a Istanbul». Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che «l’Ucraina è pronta per un potenziale incontro tra il presidente Volodymyr Zelensky e l’omologo russo, Vladimir Putin, in Turchia» e ha ringraziato Erdogan per i suoi sforzi. In merito all’attacco a Belgorod, però, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che quanto accaduto non crea «condizioni favorevoli» ai negoziati. Anche se in serata Kiev ha precisato: «Non siamo stati noi».
Intanto, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che «l’Ucraina sta dimostrando di aver compreso la realtà su Crimea e Donbass nel corso dei negoziati con la Russia. Ci sono progressi nei colloqui tra Mosca e Kiev», ha aggiunto il diplomatico, «anche sulla questione dello status di neutralità dell’Ucraina, nonché sul non ingresso nella Nato e sul mancato sviluppo di programmi nucleari militari da parte di Kiev. La parte ucraina ha messo su carta la sua visione degli accordi da raggiungere, questi accordi devono essere prima formalizzati», ha sottolineato Lavrov, «stiamo preparando una risposta».
Lavrov, a quanto riportano i media locali, ha aperto all’ipotesi di una mediazione dell’India nel conflitto in Ucraina, incontrando il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar. «L’India è un Paese importante», ha detto Lavrov, «e può sostenere» il processo di mediazione tra Mosca e Kiev.
A proposito di India: il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Subrahmanyam Jaishankar, ha sostanzialmente confermato e giustificato la decisione di comprare petrolio a prezzi scontati dalla Russia, colpita dalle sanzioni dei Paesi occidentali, come riferito dal quotidiano Hindustan Times. «Quando i prezzi salgono», ha detto Jaishankar, «penso che sia naturale che i Paesi cerchino di fare dei buoni affari per i loro popoli». La Russia, riporta l’agenzia Nova, sta offrendo all’India 15 milioni di barili di petrolio al prezzo di 35 dollari al barile, che potrebbero essere pagati con transazioni rupie-rubli. Lavrov ha incontrato anche il primo ministro indiano, Narendra Modi, il quale, ha ribadito l’appello per una rapida cessazione della violenza, offrendo la disponibilità di Nuova Delhi a «contribuire in ogni modo agli sforzi per la pace».
Il presidente americano, Joe Biden, ha detto ieri che altri 30 Paesi, dopo gli Stati Uniti, sbloccheranno le loro riserve di petrolio per far fronte alle difficoltà create dalla guerra in Ucraina. Biden non ha detto di quali Paesi si tratta. Secondo fonti Usa, sarebbero i membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ieri si sono riuniti in un vertice straordinario, e della quale non fanno parte Cina e India.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri ha sentito al telefono Emmanuel Macron, ha detto in un video che «le forze russe si stanno raggruppando e si preparano a sferrare possenti attacchi» contro il Donbass e il Sud dell’Ucraina, a cominciare da Mariupol. Secondo Zelensky, il ridispiegamento da Kiev e dal Nord, «fa parte della loro tattica. Sappiamo», ha sottolineato il leader di Kiev, «che si allontanano dalle zone dove li stiamo battendo per concentrarsi su altre molto importanti dove per noi può essere più difficile». La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ieri a Kiev ha incontrato il presidente del Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk: «La resistenza e il coraggio degli ucraini», ha detto la Metsola, «hanno ispirato il mondo. Siamo con voi».
Intanto, a quanto riferisce l’Adnkronos, che cita fonti diplomatiche di Helsinki, l’ingresso della Finlandia nella Nato, è una ipotesi alla quale si sta lavorando. Il segretario generale per gli Affari esteri, Matti Anttonen, ieri ha incontrato la stampa all’ambasciata finlandese a Roma. Una visita già pianificata, ha precisato Anttonen, ben prima della guerra. Si è parlato del possibile ingresso nella Nato, per il quale sarebbe al vaglio una proposta che dovrebbe essere presentata in Parlamento tra tre settimane, e che potrebbe presto interessare anche la Svezia. Il responsabile dei servizi umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, volerà a Mosca domenica e poi andrà a Kiev, per cercare di ottenere una tregua.
Gli affari di Biden junior e della signora Clinton inguaiano la Casa Bianca
Non è un buon periodo per il Partito democratico americano. Si sta innanzitutto complicando la situazione per il figlio di Joe Biden, Hunter. Alcuni deputati repubblicani hanno inviato una lettera alla Casa Bianca, chiedendo le registrazioni delle comunicazioni avvenute tra lo stesso Hunter e l’amministrazione Obama (in cui Joe Biden era vicepresidente).
«I legami di Hunter Biden in tutta la sfera di influenza russa sono ora diventati particolarmente rilevanti nella guerra russa in rapido sviluppo in Ucraina», si legge nella missiva. «Se il governo russo sta tentando di influenzare la politica americana in Ucraina sfruttando il legame di Hunter Biden con suo padre, il presidente degli Usa, il popolo americano merita di saperlo», prosegue la lettera. In particolare, i repubblicani si chiedono per quale ragione Hunter (che non ricopre incarichi pubblici) sia stato sanzionato di recente da Mosca. «Il fatto che il governo russo abbia comminato sanzioni a Hunter Biden e, in particolare, a nessuno degli altri figli di Biden, suscita degli interrogativi sui suoi legami con la Russia», si legge ancora. La lettera cita quindi il rapporto che i senatori repubblicani pubblicarono nel settembre 2020, in cui si sosteneva che, nel 2014, Hunter avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari dalla moglie dell’ex sindaco di Mosca, Elena Baturina.
Tra l’altro, il Washington Post ha messo in luce che Hunter ha ricevuto quasi 5 milioni di dollari dal colosso cinese Cfec che, sempre secondo i repubblicani, aveva connessioni con le alte sfere del Cremlino. Ma c’è un ulteriore elemento da sottolineare. Mosca ha messo di recente sanzioni su Hunter e lo sta accusando di aver raccolto finanziamenti per Metabiota: la società americana che, secondo il governo russo, avrebbe contribuito a realizzare armi biologiche in Ucraina (accusa, quest’ultima, respinta da Washington). Tuttavia, quando a ottobre 2020 Donald Trump rinfacciò pubblicamente a Biden i controversi affari del figlio in Ucraina e in Russia, Vladimir Putin si affrettò a dire di non essere a conoscenza di attività illecite da parte di Hunter. Hanno torto i repubblicani? Oppure Putin ha coperto i Biden (magari nell’affare Baturina) ai tempi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali americane? Se così fosse, la vulgata del Trump «putiniano» andrebbe significativamente rivista.
Ci sono poi cattive notizie anche per Hillary Clinton. La Federal election commission ha infatti multato l’ex first lady e il Comitato nazionale del Partito democratico rispettivamente per 8.000 e 105.000 dollari. La ragione? Riguarda il famigerato dossier di Steele: documento zeppo di informazioni infondate che - finanziato dal comitato di Hillary nel 2016 - serviva a imbastire la vulgata del Trump colluso con i russi. In particolare, il comitato dell’ex first lady ha riportato il finanziamento di quel documento nelle rendicontazioni come «servizi legali», anziché come «oppo research» (cioè la pratica volta a ricercare informazioni compromettenti su un avversario politico): questo ha fatto scattare la multa della Federal election commission. Ricordiamo che i dem avevano versato circa 1 milione di dollari allo studio legale Perkins Coie, il quale si rivolse alla società Fusion Gps, per ottenere il dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele.
Per Perkins Coie lavorava all’epoca Michael Sussmann, l’avvocato finito al centro dell’inchiesta del procuratore speciale, John Durham. In particolare, Durham ha accusato Sussmann di aver nascosto all’Fbi di lavorare per la Clinton quando, a settembre 2016, fornì informazioni al Bureau su un presunto collegamento tra la Trump organization e la russa Alfa bank: informazioni che si rivelarono infondate, ma che furono cavalcate dal comitato di Hillary (soprattutto da Jake Sullivan) nelle settimane precedenti alle presidenziali del 2016.
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Nonostante l’annuncio turco di un incontro Putin-Zelensky, l’attacco a Belgorod allontana Mosca e Kiev. Sul greggio però il Cremlino trova l’appoggio di Nuova Delhi. Intanto la Finlandia si avvicina alla Nato.I repubblicani puntano i fari sulle sanzioni russe al figlio del presidente. Hillary multata per il dossier anti Trump.Lo speciale contiene due articoliGuerra e negoziati. Ieri si è svolta una lunga telefonata tra il presidente russo, Vladimir Putin, e quello turco, Recep Tayyp Erdogan, che prima del colloquio ha dichiarato: «Ho parlato con Zelensky e oggi alle 16 parlerò con Putin. È tempo che i due leader si parlino per compiere dei passi per risolvere l’impasse legata allo status di Donbass e Crimea. Con i colloqui di oggi si definirà una data per l’incontro. Zelensky ha un approccio positivo, come anche Putin in passato. Oggi ci parlerò», ha aggiunto Erdogan, «e definiremo la data». In realtà, la data non è stata fissata: al termine della telefonata, Erdogan ha fatto sapere di aver proposto a Putin di incontrare Zelensky in Turchia. «Il presidente russo, Putin», ha riferito da parte sua il Cremlino, «ha parlato al telefono con il capo di Stato turco, Erdogan, a cui ha dato la sua valutazione sul processo di negoziati in corso e che ha ringraziato per aver organizzato il round di colloqui a Istanbul». Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che «l’Ucraina è pronta per un potenziale incontro tra il presidente Volodymyr Zelensky e l’omologo russo, Vladimir Putin, in Turchia» e ha ringraziato Erdogan per i suoi sforzi. In merito all’attacco a Belgorod, però, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che quanto accaduto non crea «condizioni favorevoli» ai negoziati. Anche se in serata Kiev ha precisato: «Non siamo stati noi». Intanto, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che «l’Ucraina sta dimostrando di aver compreso la realtà su Crimea e Donbass nel corso dei negoziati con la Russia. Ci sono progressi nei colloqui tra Mosca e Kiev», ha aggiunto il diplomatico, «anche sulla questione dello status di neutralità dell’Ucraina, nonché sul non ingresso nella Nato e sul mancato sviluppo di programmi nucleari militari da parte di Kiev. La parte ucraina ha messo su carta la sua visione degli accordi da raggiungere, questi accordi devono essere prima formalizzati», ha sottolineato Lavrov, «stiamo preparando una risposta». Lavrov, a quanto riportano i media locali, ha aperto all’ipotesi di una mediazione dell’India nel conflitto in Ucraina, incontrando il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar. «L’India è un Paese importante», ha detto Lavrov, «e può sostenere» il processo di mediazione tra Mosca e Kiev. A proposito di India: il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Subrahmanyam Jaishankar, ha sostanzialmente confermato e giustificato la decisione di comprare petrolio a prezzi scontati dalla Russia, colpita dalle sanzioni dei Paesi occidentali, come riferito dal quotidiano Hindustan Times. «Quando i prezzi salgono», ha detto Jaishankar, «penso che sia naturale che i Paesi cerchino di fare dei buoni affari per i loro popoli». La Russia, riporta l’agenzia Nova, sta offrendo all’India 15 milioni di barili di petrolio al prezzo di 35 dollari al barile, che potrebbero essere pagati con transazioni rupie-rubli. Lavrov ha incontrato anche il primo ministro indiano, Narendra Modi, il quale, ha ribadito l’appello per una rapida cessazione della violenza, offrendo la disponibilità di Nuova Delhi a «contribuire in ogni modo agli sforzi per la pace». Il presidente americano, Joe Biden, ha detto ieri che altri 30 Paesi, dopo gli Stati Uniti, sbloccheranno le loro riserve di petrolio per far fronte alle difficoltà create dalla guerra in Ucraina. Biden non ha detto di quali Paesi si tratta. Secondo fonti Usa, sarebbero i membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ieri si sono riuniti in un vertice straordinario, e della quale non fanno parte Cina e India. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri ha sentito al telefono Emmanuel Macron, ha detto in un video che «le forze russe si stanno raggruppando e si preparano a sferrare possenti attacchi» contro il Donbass e il Sud dell’Ucraina, a cominciare da Mariupol. Secondo Zelensky, il ridispiegamento da Kiev e dal Nord, «fa parte della loro tattica. Sappiamo», ha sottolineato il leader di Kiev, «che si allontanano dalle zone dove li stiamo battendo per concentrarsi su altre molto importanti dove per noi può essere più difficile». La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ieri a Kiev ha incontrato il presidente del Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk: «La resistenza e il coraggio degli ucraini», ha detto la Metsola, «hanno ispirato il mondo. Siamo con voi». Intanto, a quanto riferisce l’Adnkronos, che cita fonti diplomatiche di Helsinki, l’ingresso della Finlandia nella Nato, è una ipotesi alla quale si sta lavorando. Il segretario generale per gli Affari esteri, Matti Anttonen, ieri ha incontrato la stampa all’ambasciata finlandese a Roma. Una visita già pianificata, ha precisato Anttonen, ben prima della guerra. Si è parlato del possibile ingresso nella Nato, per il quale sarebbe al vaglio una proposta che dovrebbe essere presentata in Parlamento tra tre settimane, e che potrebbe presto interessare anche la Svezia. Il responsabile dei servizi umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, volerà a Mosca domenica e poi andrà a Kiev, per cercare di ottenere una tregua. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mentre-il-negoziato-va-a-passo-lento-la-russia-consolida-lasse-con-lindia-2657081148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-affari-di-biden-junior-e-della-signora-clinton-inguaiano-la-casa-bianca" data-post-id="2657081148" data-published-at="1648857750" data-use-pagination="False"> Gli affari di Biden junior e della signora Clinton inguaiano la Casa Bianca Non è un buon periodo per il Partito democratico americano. Si sta innanzitutto complicando la situazione per il figlio di Joe Biden, Hunter. Alcuni deputati repubblicani hanno inviato una lettera alla Casa Bianca, chiedendo le registrazioni delle comunicazioni avvenute tra lo stesso Hunter e l’amministrazione Obama (in cui Joe Biden era vicepresidente). «I legami di Hunter Biden in tutta la sfera di influenza russa sono ora diventati particolarmente rilevanti nella guerra russa in rapido sviluppo in Ucraina», si legge nella missiva. «Se il governo russo sta tentando di influenzare la politica americana in Ucraina sfruttando il legame di Hunter Biden con suo padre, il presidente degli Usa, il popolo americano merita di saperlo», prosegue la lettera. In particolare, i repubblicani si chiedono per quale ragione Hunter (che non ricopre incarichi pubblici) sia stato sanzionato di recente da Mosca. «Il fatto che il governo russo abbia comminato sanzioni a Hunter Biden e, in particolare, a nessuno degli altri figli di Biden, suscita degli interrogativi sui suoi legami con la Russia», si legge ancora. La lettera cita quindi il rapporto che i senatori repubblicani pubblicarono nel settembre 2020, in cui si sosteneva che, nel 2014, Hunter avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari dalla moglie dell’ex sindaco di Mosca, Elena Baturina. Tra l’altro, il Washington Post ha messo in luce che Hunter ha ricevuto quasi 5 milioni di dollari dal colosso cinese Cfec che, sempre secondo i repubblicani, aveva connessioni con le alte sfere del Cremlino. Ma c’è un ulteriore elemento da sottolineare. Mosca ha messo di recente sanzioni su Hunter e lo sta accusando di aver raccolto finanziamenti per Metabiota: la società americana che, secondo il governo russo, avrebbe contribuito a realizzare armi biologiche in Ucraina (accusa, quest’ultima, respinta da Washington). Tuttavia, quando a ottobre 2020 Donald Trump rinfacciò pubblicamente a Biden i controversi affari del figlio in Ucraina e in Russia, Vladimir Putin si affrettò a dire di non essere a conoscenza di attività illecite da parte di Hunter. Hanno torto i repubblicani? Oppure Putin ha coperto i Biden (magari nell’affare Baturina) ai tempi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali americane? Se così fosse, la vulgata del Trump «putiniano» andrebbe significativamente rivista. Ci sono poi cattive notizie anche per Hillary Clinton. La Federal election commission ha infatti multato l’ex first lady e il Comitato nazionale del Partito democratico rispettivamente per 8.000 e 105.000 dollari. La ragione? Riguarda il famigerato dossier di Steele: documento zeppo di informazioni infondate che - finanziato dal comitato di Hillary nel 2016 - serviva a imbastire la vulgata del Trump colluso con i russi. In particolare, il comitato dell’ex first lady ha riportato il finanziamento di quel documento nelle rendicontazioni come «servizi legali», anziché come «oppo research» (cioè la pratica volta a ricercare informazioni compromettenti su un avversario politico): questo ha fatto scattare la multa della Federal election commission. Ricordiamo che i dem avevano versato circa 1 milione di dollari allo studio legale Perkins Coie, il quale si rivolse alla società Fusion Gps, per ottenere il dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele. Per Perkins Coie lavorava all’epoca Michael Sussmann, l’avvocato finito al centro dell’inchiesta del procuratore speciale, John Durham. In particolare, Durham ha accusato Sussmann di aver nascosto all’Fbi di lavorare per la Clinton quando, a settembre 2016, fornì informazioni al Bureau su un presunto collegamento tra la Trump organization e la russa Alfa bank: informazioni che si rivelarono infondate, ma che furono cavalcate dal comitato di Hillary (soprattutto da Jake Sullivan) nelle settimane precedenti alle presidenziali del 2016.
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Cinque secoli di storia, riforme, controriforme e una frattura mai sanata nella Chiesa tra conservatori e progressisti. Dopo le restrizioni di Francesco, il Vetus Ordo torna al centro del dibattito con Leone XIV, che lascia intravedere segnali di apertura verso il rito antico.
Relegato alla sezione «immondizia vetusta» dal Concilio Vaticano II. Reintrodotto da Benedetto XVI, pesantemente limitato da Francesco. E ora con Leone XIV si parla di inserirlo nuovamente tra le principali forme di celebrazione eucaristica. Il Vetus Ordo – o Messa Tridentina – è uno dei fili conduttori degli ultimi papati, un tema che divide profondamente conservatori e progressisti all’interno della Santa Sede. Le ragioni di un simile scontro non si esauriscono nella politica ecclesiastica del presente: per coglierle fino in fondo bisogna risalire alle origini stesse di questa liturgia, alla sua storia lunga e stratificata.
Il Vetus Ordo, innanzitutto, è l’antica liturgia che si riannoda fondamentalmente alla tradizione della Chiesa romana, tanto che le sue origini ancestrali risalgono addirittura al III secolo. La versione più «moderna» deriva invece dal Messale del 1570, promulgato da papa Pio V con la bolla Quo primum tempore a seguito del Concilio di Trento, con l’obiettivo di unire le millenarie – diversificate – forme romane. Ha come tratti distintivi la lingua latina, la posizione ad orientem del sacerdote e dei fedeli verso l’altare, la comunione ricevuta in ginocchio e sulla lingua, il canto gregoriano e un profondo senso del sacro. Rimase la versione ufficiale fino al 1962 quando, sotto il magistero di Giovanni XXIII, avvenne il primo cambiamento. Il Pontefice abolì infatti l’obbligo dei sacerdoti di accedere all’altare con la testa coperta dalla berretta clericale.
Ma la vera rivoluzione fu nel 1969, sulla scia del Concilio Vaticano II. Vennero eliminate diverse preghiere e introdotte altre nuove. Lo stesso avvenne per molti inchini e gesti cerimoniali. Per la celebrazione liturgica, il latino fu sostituito dalla lingua volgare. Paolo VI (al secolo Giovanni Montini) scelse inoltre di cambiare le formule dell’Offertorio, distaccandosi radicalmente sia dalla formula del 1962 sia – a maggior ragione – da quella precedente. Si andò ben oltre le disposizioni conciliari, le quali ambivano a semplificare i riti, inserire un numero maggiore di passi biblici e privilegiare la lingua volgare, concedendo tuttavia al latino «una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti». No, il Messale dell’allora pontefice andò ben oltre, sollevando pareri contrastanti nel mondo cattolico. Una specie di scisma silenzioso fra conservatori e progressisti, conciliari e preconciliari. Una frattura che si è protratta nei decenni successivi.
Cercando di venire incontro alle esigenze di chi si sentiva più vicino al Vetus Ordo, Giovanni Paolo II pubblicò due documenti «riappacificatori»: la lettera del 1984 Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino e il motu proprio del 1988 Ecclesia dei adflicta. In sintesi, il Papa chiedeva ai vescovi diocesani che fosse «ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un’ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l’uso del Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962».
Un’altra riforma in favore del rituale antico arrivò il 7 luglio 2007 da Benedetto XVI, papa di stampo fortemente conservatore. La sua lettera apostolica Summorum Pontificum sanciva di fatto che tutti i sacerdoti potessero celebrare la messa con la versione del 1962, dato che giuridicamente non era mai stata soppressa. Un riavvicinamento alla tradizione che si percepisce intensamente dallo scopo del motu proprio: «Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile restare in quest’unità o ritrovarla nuovamente».
Con l’avvento di Jorge Mario Bergoglio, però, il Vaticano ritornò sui propri passi e assunse un orientamento progressista accordato all’interpretazione montiniana del Concilio Vaticano II. In quest’ottica, Papa Francesco scrisse nel 2021 la lettera apostolica Traditionis Custodes, imponendo rigidissime limitazioni al Vetus Ordo e abrogando le precedenti aperture di Wojtyla e Ratzinger. Una scelta drastica che provocò la chiusura di diverse parrocchie legate al rito antico, in particolare nel mondo americano. Bergoglio si giustificò parlando di restrizioni necessarie per l’unità della Chiesa: alcuni membri del clero legati alla Messa Tridentina sarebbero stati contrari al Concilio. Già nel 2017, invece, Francesco aveva definito la riforma «irreversibile». Nessun ritorno al passato, ma un taglio netto a una tradizione secolare.
Arriviamo dunque ai nostri giorni. Archiviato Bergoglio, la Chiesa ha un nuovo pontefice, Leone XIV. Pacato, equilibrato, lontano anni luce dalla linea politica e spirituale del predecessore. Si è tornati quindi a parlare di una riapertura al Vetus Ordo. Il Papa, in effetti, ha alimentato queste voci con una dichiarazione dello scorso marzo ai vescovi francesi, invitandoli a una «generosa inclusione» proprio dei fedeli legati all’antica celebrazione liturgica. L’obiettivo sarebbe quello di sanare definitivamente le tensioni interne derivanti dalla Traditionis Custodes.
C’è un episodio singolare che dà seguito a questa ipotesi. Alla benedizione pasquale Urbi et Orbi, Leone XIV ha accanto a sé due cardinali. Il primo è Dominique Mamberti, che si trova lì esclusivamente per prassi. Il secondo, al contrario, è una scelta del tutto personale del Pontefice. Non ricopre un ruolo istituzionale, ma è una vera e propria istituzione. Si tratta di Ernest Simoni, che il 7 aprile 2026 ha celebrato il 70° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Una vita straordinaria vissuta da martire, vessato per decenni dal regime comunista albanese.
Oggi, nonostante l’età, è ancora molto attivo. Abita a Firenze e celebra la Messa con il rito antico, spesso e volentieri indossando i paramenti tradizionali risalenti all’epoca antecedente al Concilio Vaticano II. Una presenza molto significativa al fianco di Leone, che riporta a quel Vetus Ordo tanto discusso negli ultimi decenni e che continuerà a essere protagonista anche durante questo magistero.
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