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2018-04-12
Al Salone del risparmio gestori e banche meditano il divorzio
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ANSA
L'industria del risparmio gestito è a un bivio. Con l'arrivo della Mifid2 (anche) in Italia, inizia a vedersi una nuova gara, quella tra gestori di fondi e banche. È uno tra i tanti temi rilevanti emersi durante il Salone del risparmio, l'evento giunto alla nona edizione che Assogestioni organizza ogni anno a Milano e che si è concluso oggi
(giovedì 12 aprile, ndr). Il punto è che la tecnologia, in un futuro non troppo lontano, consentirà alle società di gestione del risparmio di proporre fondi direttamente alla clientela finale saltando quindi il passaggio delle reti distributive costituite da consulenti finanziari. Le banche, dal canto loro, secondo quanto emerso durante il Salone e nonostante quanto espresso specificamente dalla Mifid2, saranno dunque portate a offrire maggiormente prodotti della casa, «architetture chiuse», come le definiscono gli esperti del settore.
«L'industria del risparmio gestito italiana sta andando sicuramente verso un'architettura più chiusa e forse non tutte le case di gestioni riusciranno in futuro ad avere un ruolo», ha detto
Davide Gatti, direttore commerciale di Anima durante uno dei tanti convegni che si sono tenuto ieri al MiCo. Il vantaggio di questo trend è chiaro: le commissioni dei prodotti di risparmio gestito sono destinate a calare. I prodotti finanziari, in parole povere, costeranno meno. «Noi di Mediolanum rappresentiamo il modello di quelli che non si sono mai aperti del tutto, avendo ritardato la fase di allargamento dell'offerta. Ma oggi è chiaro a tutti come offrire prodotti adeguati alle esigenze dei clienti - con riferimento ai costi - con le architetture aperte è sempre più difficile», ha aggiunto Edoardo Fontana Rava di Banca Mediolanum, una delle maggiori reti di consulenti sul mercato italiano.
Insomma, in Italia il risparmio gestito è destinato a una grande rivoluzione: se da un lato è vero che le società di gestione del risparmio vogliono prendersi anche il settore della clientela retail, dall'altro è vero pure che il numero di società che operano nel risparmio gestito è destinato ad assottigliarsi. Del resto, come emerso nella tre giorni di Assogestioni, tra i problemi del mercato italiano c'è anche una eccessiva offerta di prodotti. «Il numero dei prodotti oggi in circolazione è eccessivo. È evidente. Sono troppi. Oggi in Italia basta aprire un ufficio e cominciare a commercializzare», ha continuato
Davide Gatti di Anima, cui si è aggiunto il rappresentante di un'altra grande sgr italiana, Massimo Mazzini di Eurizon capital . «La raccolta in Italia, come all'estero, è concentrato sui pochi player. È immaginabile che gli altri, in futuro, saranno costretti a unirsi per sopravvivere». «Anche sui mercati asiatici i canali distributivi stanno usando noi asset manager internazionali in maniera diversa dal passato», ha Lorenzo Alfieri, responsabile di Jp Morgan Am in Italia. «Bisognerà essere più vicini alla catena distributiva, anche in chiave di formazione professionale», ha sottolineato.
Fondi meno cari, dunque, e banche che proporranno principalmente prodotti di casa. Resta da capire se questo scenario, del tutto probabile, sarà un vantaggio o no per i risparmiatori. Di certo, non è quello che volevano gli esperti che hanno pensato alla Mifid2.
INFOGRAFICA
Meno commissioni e più margini. È l’effetto Mifid sui fondi italiani
Cominciamo subito con una buona notizia. Le commissioni dei fondi comuni di investimento sono destinate a scendere nei prossimi anni e i margini delle maggiori case di gestione mondiali sono destinati a salire. A dirlo è un report di una delle maggiori banche mondali, Morgan Stanley, in collaborazione con una delle principali case di consulenza al mondo, Oliver Wyman.
Il motivo? La pressione commerciale esercitata dagli Etf, i fondi quotati in Borsa che passivamente replicano un indice finanziario, spingerà (e ha già spinto) le società di gestione del risparmio a un giro di vite sui costi. Per effetto di questo meccanismo, si compreranno più fondi e i margini delle Sgr prenderanno il volo. Difficile dire con certezza se tutto ciò si verificherà, fatto sta che secondo le due multinazionali che hanno scritto lo studio dal titolo «Wholesale banks and asset managers winning under pressure» (Banche commerciali e case di gestione vincono sotto pressione, ndr), il costo medio delle commissioni dal 2014 è già iniziato a scendere in media dello 0,4%. Peraltro, secondo lo studio, l'area del mondo dove questo fenomeno si è visto maggiormente è proprio l'Europa dove in media il taglio delle commissioni è stato ben superiore alla media globale, intorno ai 2 punti percentuali. Se agli occhi di un risparmiatore inesperto questo può sembrare solo un dettaglio tecnico, in realtà tutto ciò si traduce in un minor esborso quando si tratta di comprare un fondo di investimento. Non si parla di pochi spiccioli: nel 2017 gli italiani hanno investito in fondi 2.089 miliardi di euro con costi commissionali che si aggirano intorno all'1,58% rispetto al totale dell'investimento (la stima è stata realizzata dalla Banca d'Italia).
Ma, il bello deve ancora venire. Secondo lo studio, tra il 2017 e il 2020, anche per merito della Mifid2, le commissioni scenderanno ancora. E non di poco. Morgan Stanley stima che entro il 2020 le commissioni nel mondo scenderanno in media di circa l'8% mentre l'Europa (un mercato considerato costoso) farà ancora meglio con un taglio del 9%. Tutto ciò con un incremento dei margini per le maggiori Sgr mondiali che dovrebbe crescere entro il 2020 del 42%.
Ma come, i costi scendono e i margini aumentano? Grazie alla Mifid2 (entrata in vigore il 3 gennaio 2018 in Italia) tutti i costi legati a un investimento devono essere esplicitati. Prima invece venivano spesso «annegati» a discapito del risparmiatore. Con l'esplicitazione dei costi le case di gestione sono costrette a proporre valori più contenuti, diversamente il rischio sarebbe quello di perdere il capitale investito dai clienti. Senza considerare che prodotti come gli Etf già oggi offrono commissioni molto basse e sono in tanti ad aver scelto questo genere di strumenti rispetto ai fondi comuni.
Per correre ai ripari, dunque, le Sgr hanno dato una grande sforbiciata ai costi che devono sostenere i clienti. Tra il 2014 e il 2017, secondo l'indagine, Man group è quella che ha ridotto più i costi (sebbene resti tra le società più care) insieme ad altri colossi come Franklin templeton, Ashmore, Invesco, Virtus, Schroders e Blackrock. Entro il 2020, invece, si stima un altro taglio decisivo delle commissioni da parte di Man group, Waddell & redd, Janus henderson, Virtus, Ashmore, Platinum, Franklin templeton, T. Rowe price, Legg mason, solo per citare le prime case di gestione al mondo.
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Le nuove regole Ue sulla trasparenza dei costi di gestione hanno aperto una frattura tra società di consulenza finanziaria e rete di distribuzione collegate agli istituti tradizionali. Il taglio delle spese a carico dei clienti può spingere le prime ad azzerare la filiera e rivolgersi direttamente ai risparmiatori. Secondo un report di Morgan Stanley, la pressione degli Etf continua a richiedere alle società di gestione del risparmio un giro di vite sui costi. E gli esborsi diretti dei risparmiatori caleranno in Europa del 9%. L'industria del risparmio gestito è a un bivio. Con l'arrivo della Mifid2 (anche) in Italia, inizia a vedersi una nuova gara, quella tra gestori di fondi e banche. È uno tra i tanti temi rilevanti emersi durante il Salone del risparmio, l'evento giunto alla nona edizione che Assogestioni organizza ogni anno a Milano e che si è concluso oggi (giovedì 12 aprile, ndr). Il punto è che la tecnologia, in un futuro non troppo lontano, consentirà alle società di gestione del risparmio di proporre fondi direttamente alla clientela finale saltando quindi il passaggio delle reti distributive costituite da consulenti finanziari. Le banche, dal canto loro, secondo quanto emerso durante il Salone e nonostante quanto espresso specificamente dalla Mifid2, saranno dunque portate a offrire maggiormente prodotti della casa, «architetture chiuse», come le definiscono gli esperti del settore. «L'industria del risparmio gestito italiana sta andando sicuramente verso un'architettura più chiusa e forse non tutte le case di gestioni riusciranno in futuro ad avere un ruolo», ha detto Davide Gatti, direttore commerciale di Anima durante uno dei tanti convegni che si sono tenuto ieri al MiCo. Il vantaggio di questo trend è chiaro: le commissioni dei prodotti di risparmio gestito sono destinate a calare. I prodotti finanziari, in parole povere, costeranno meno. «Noi di Mediolanum rappresentiamo il modello di quelli che non si sono mai aperti del tutto, avendo ritardato la fase di allargamento dell'offerta. Ma oggi è chiaro a tutti come offrire prodotti adeguati alle esigenze dei clienti - con riferimento ai costi - con le architetture aperte è sempre più difficile», ha aggiunto Edoardo Fontana Rava di Banca Mediolanum, una delle maggiori reti di consulenti sul mercato italiano. Insomma, in Italia il risparmio gestito è destinato a una grande rivoluzione: se da un lato è vero che le società di gestione del risparmio vogliono prendersi anche il settore della clientela retail, dall'altro è vero pure che il numero di società che operano nel risparmio gestito è destinato ad assottigliarsi. Del resto, come emerso nella tre giorni di Assogestioni, tra i problemi del mercato italiano c'è anche una eccessiva offerta di prodotti. «Il numero dei prodotti oggi in circolazione è eccessivo. È evidente. Sono troppi. Oggi in Italia basta aprire un ufficio e cominciare a commercializzare», ha continuato Davide Gatti di Anima, cui si è aggiunto il rappresentante di un'altra grande sgr italiana, Massimo Mazzini di Eurizon capital . «La raccolta in Italia, come all'estero, è concentrato sui pochi player. È immaginabile che gli altri, in futuro, saranno costretti a unirsi per sopravvivere». «Anche sui mercati asiatici i canali distributivi stanno usando noi asset manager internazionali in maniera diversa dal passato», ha Lorenzo Alfieri, responsabile di Jp Morgan Am in Italia. «Bisognerà essere più vicini alla catena distributiva, anche in chiave di formazione professionale», ha sottolineato. Fondi meno cari, dunque, e banche che proporranno principalmente prodotti di casa. Resta da capire se questo scenario, del tutto probabile, sarà un vantaggio o no per i risparmiatori. Di certo, non è quello che volevano gli esperti che hanno pensato alla Mifid2. 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Le commissioni dei fondi comuni di investimento sono destinate a scendere nei prossimi anni e i margini delle maggiori case di gestione mondiali sono destinati a salire. A dirlo è un report di una delle maggiori banche mondali, Morgan Stanley, in collaborazione con una delle principali case di consulenza al mondo, Oliver Wyman.Il motivo? La pressione commerciale esercitata dagli Etf, i fondi quotati in Borsa che passivamente replicano un indice finanziario, spingerà (e ha già spinto) le società di gestione del risparmio a un giro di vite sui costi. Per effetto di questo meccanismo, si compreranno più fondi e i margini delle Sgr prenderanno il volo. Difficile dire con certezza se tutto ciò si verificherà, fatto sta che secondo le due multinazionali che hanno scritto lo studio dal titolo «Wholesale banks and asset managers winning under pressure» (Banche commerciali e case di gestione vincono sotto pressione, ndr), il costo medio delle commissioni dal 2014 è già iniziato a scendere in media dello 0,4%. Peraltro, secondo lo studio, l'area del mondo dove questo fenomeno si è visto maggiormente è proprio l'Europa dove in media il taglio delle commissioni è stato ben superiore alla media globale, intorno ai 2 punti percentuali. Se agli occhi di un risparmiatore inesperto questo può sembrare solo un dettaglio tecnico, in realtà tutto ciò si traduce in un minor esborso quando si tratta di comprare un fondo di investimento. Non si parla di pochi spiccioli: nel 2017 gli italiani hanno investito in fondi 2.089 miliardi di euro con costi commissionali che si aggirano intorno all'1,58% rispetto al totale dell'investimento (la stima è stata realizzata dalla Banca d'Italia).Ma, il bello deve ancora venire. Secondo lo studio, tra il 2017 e il 2020, anche per merito della Mifid2, le commissioni scenderanno ancora. E non di poco. Morgan Stanley stima che entro il 2020 le commissioni nel mondo scenderanno in media di circa l'8% mentre l'Europa (un mercato considerato costoso) farà ancora meglio con un taglio del 9%. Tutto ciò con un incremento dei margini per le maggiori Sgr mondiali che dovrebbe crescere entro il 2020 del 42%.Ma come, i costi scendono e i margini aumentano? Grazie alla Mifid2 (entrata in vigore il 3 gennaio 2018 in Italia) tutti i costi legati a un investimento devono essere esplicitati. Prima invece venivano spesso «annegati» a discapito del risparmiatore. Con l'esplicitazione dei costi le case di gestione sono costrette a proporre valori più contenuti, diversamente il rischio sarebbe quello di perdere il capitale investito dai clienti. Senza considerare che prodotti come gli Etf già oggi offrono commissioni molto basse e sono in tanti ad aver scelto questo genere di strumenti rispetto ai fondi comuni.Per correre ai ripari, dunque, le Sgr hanno dato una grande sforbiciata ai costi che devono sostenere i clienti. Tra il 2014 e il 2017, secondo l'indagine, Man group è quella che ha ridotto più i costi (sebbene resti tra le società più care) insieme ad altri colossi come Franklin templeton, Ashmore, Invesco, Virtus, Schroders e Blackrock. Entro il 2020, invece, si stima un altro taglio decisivo delle commissioni da parte di Man group, Waddell & redd, Janus henderson, Virtus, Ashmore, Platinum, Franklin templeton, T. Rowe price, Legg mason, solo per citare le prime case di gestione al mondo.
Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali province di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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