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2022-05-01
Meloni: «Pronta al governo o con il centrodestra o da soli»
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Giorgia Meloni (Ansa)
Non pochi, nel discorso conclusivo della leader di Fdi, sono stati i passaggi enfaticamente improntati alla fierezza per il percorso compiuto e alla polemica verso media e avversari. «Gli altri sono surfisti che seguono l’onda», ha scandito, «mentre noi siamo navigatori che vogliono dominare l’oceano». E, sulla scia di questa immagine e di una citazione di Cristoforo Colombo, è arrivata una esplicita autocandidatura alla guida del paese: «Abbiamo riempito la cambusa di idee, abbiamo un largo equipaggio, abbiamo gonfiato le vele, e ora inizia il viaggio che porterà i conservatori al governo». E ancora: «Sono fiera di noi, di voi, di quello che abbiamo costruito».
Si diceva di alcuni passaggi ruvidi verso media e avversari di sinistra: «Cercavate di chiuderci in un recinto, e non vi accorgevate che stavamo costruendo un partito che, di recinti, non ne ha. Volevate una destra cupa, nostalgica, perdente. E invece noi siamo una destra seria, credibile, vincente. E ora siete voi nell’angolo». Conclusione: «Continuate pure a raccontarvi la vostra favoletta, mentre noi intanto facciamo la storia. Noi non abbiamo scheletri, non abbiamo paura, non abbiamo un prezzo». Parole che sono parse più pensate - ieri - per galvanizzare i militanti che per attrarre i dubbiosi.
Enfasi a parte, la Meloni ha buon diritto a esser soddisfatta. In quattro anni, è passata dal 4,3% (politiche del 2018) a sondaggi che oscillano tra il 20 e il 21%, e che non di rado la vedono come primo partito. E l’anno politico che si prepara annuncia di esserle propizio: giocano a suo favore il posizionamento che ha scelto (opposizione lineare e non distruttiva), la saggia opzione atlantista dopo l’aggressione russa contro l’Ucraina (anche se ieri ha usato toni più tradizionali: «Non siamo ‘filo’ e non siamo ‘anti’: siamo italiani. Rifiuto il provincialismo di chi pensa di essere ‘qualcuno’ se glielo dicono tedeschi, francesi e americani: noi siamo ‘qualcuno’ perché siamo italiani»), e un efficace lavoro per cominciare ad andare oltre la cerchia più stretta del gruppo dirigente di Fdi. In questo senso, il coinvolgimento di molte figure esterne è parte di un percorso di accreditamento e di crescita, al di là del giudizio di ciascuno sulla qualità di alcuni di quegli apporti.
Dunque, siamo in presenza di un cammino che merita un incoraggiamento complessivo. Cosa manca, però? In primo luogo, si potrebbe fare di più per mettere a fuoco un conservatorismo che includa e valorizzi meglio la libertà: alcuni commentatori la pensano legittimamente in modo opposto, e invitano la Meloni a tenersi lontana dal conservatorismo britannico, mentre chi scrive ritiene che la lezione thatcheriana sia ancora troppo poco presente in questo tentativo politico italiano. Perché non valorizzare di più un fortissimo taglio di tasse, tema quasi solo accennato e mai davvero centrale? Perché affidarsi a una linea tutto sommato dirigista in economia, di pronunciato interventismo pubblico? Per queste vie (tasse alte e stato impiccione), in Italia, non si realizza una discontinuità, ma una piena continuità con le esperienze della vecchia politica: la Meloni avrebbe dunque tutto l’interesse a divergere da quegli standard, e ad accelerare nella direzione del cambiamento. Non è una questione ideologica, come qualcuno vorrebbe caricaturizzarla (liberismo sì o no), ma un tema estremamente concreto: se vuoi «liberare le energie dell’Italia», non si dovrebbe partire da un autentico e massiccio choc fiscale? Tra l’altro, si tratterebbe per antonomasia di una tema mobilitante, e dunque potenzialmente in grado di ridurre l’astensionismo di destra, vero nemico della coalizione alternativa alla sinistra alle elezioni del 2023.
A proposito della coalizione di centrodestra, è lì l’altra questione tutt’altro che risolta. La Meloni è stata anche ieri molto netta, a tratti perfino ruvida. Ha premesso che non avrebbe attaccato gli alleati («annuncio alla stampa trepidante che non farò polemica con il centrodestra»), ma poi, in realtà, è stata tutt’altro che tenera, pur a partire da un dato di fatto inoppugnabile («noi siamo qua, la sinistra è là: voi dove volete stare? Se, come credo e spero, volete stare qua, intendersi sarà facilissimo»). Nella parte conclusiva del suo intervento, evocando i concetti di «chiarezza, regole e orgoglio», la Meloni ha notificato una sorta di aut aut a Lega e Forza Italia. In primo luogo, chiedendo che non si alleino più con gli avversari («l’altra volta, io ho avuto accanto due poltrone vuote, ma gli italiani si sono ritrovati con tre governi che li hanno massacrati»). In secondo luogo, chiedendo la riconferma di Nello Musumeci in Sicilia («Un governatore uscente come Musumeci che intende ricandidarsi non lo si manda a casa»). E in terzo luogo, candidandosi a ridare orgoglio agli elettori italiani non di sinistra anche da sola, se necessario: «Vogliamo e speriamo di farlo con il centrodestra, ma lo faremo comunque noi di Fdi». Un chiaro messaggio agli alleati tradizionali: se non c’è intesa, Fratelli d’Italia procederà per conto proprio.
Finale ad alta voce per elettrizzare i militanti e sfidare la sinistra: «Non siamo figli di un dio minore. Vi batteremo. Noi ci faremo trovare pronti. Auguratevi di esserlo anche voi». E la sensazione che rimane è quella di una Meloni in grande (e assai meritata) crescita, e che però pensa più al suo partito che al resto. La campagna elettorale è appena iniziata.
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Con un discorso orgoglioso e forte, 60 minuti di intervento forse più da apertura di una lunghissima campagna elettorale che da chiusura di una conferenza programmatica, Giorgia Meloni ha concluso i lavori della kermesse milanese di Fratelli d’Italia, e lo ha fatto sciorinando i numeri oggettivamente notevoli dell’evento: 5.000 partecipanti accreditati, 70 ore complessive di dibattito, 18 gruppi di lavoro, 3 assemblee più la plenaria, 200 relatori. Non pochi, nel discorso conclusivo della leader di Fdi, sono stati i passaggi enfaticamente improntati alla fierezza per il percorso compiuto e alla polemica verso media e avversari. «Gli altri sono surfisti che seguono l’onda», ha scandito, «mentre noi siamo navigatori che vogliono dominare l’oceano». E, sulla scia di questa immagine e di una citazione di Cristoforo Colombo, è arrivata una esplicita autocandidatura alla guida del paese: «Abbiamo riempito la cambusa di idee, abbiamo un largo equipaggio, abbiamo gonfiato le vele, e ora inizia il viaggio che porterà i conservatori al governo». E ancora: «Sono fiera di noi, di voi, di quello che abbiamo costruito».Si diceva di alcuni passaggi ruvidi verso media e avversari di sinistra: «Cercavate di chiuderci in un recinto, e non vi accorgevate che stavamo costruendo un partito che, di recinti, non ne ha. Volevate una destra cupa, nostalgica, perdente. E invece noi siamo una destra seria, credibile, vincente. E ora siete voi nell’angolo». Conclusione: «Continuate pure a raccontarvi la vostra favoletta, mentre noi intanto facciamo la storia. Noi non abbiamo scheletri, non abbiamo paura, non abbiamo un prezzo». Parole che sono parse più pensate - ieri - per galvanizzare i militanti che per attrarre i dubbiosi. Enfasi a parte, la Meloni ha buon diritto a esser soddisfatta. In quattro anni, è passata dal 4,3% (politiche del 2018) a sondaggi che oscillano tra il 20 e il 21%, e che non di rado la vedono come primo partito. E l’anno politico che si prepara annuncia di esserle propizio: giocano a suo favore il posizionamento che ha scelto (opposizione lineare e non distruttiva), la saggia opzione atlantista dopo l’aggressione russa contro l’Ucraina (anche se ieri ha usato toni più tradizionali: «Non siamo ‘filo’ e non siamo ‘anti’: siamo italiani. Rifiuto il provincialismo di chi pensa di essere ‘qualcuno’ se glielo dicono tedeschi, francesi e americani: noi siamo ‘qualcuno’ perché siamo italiani»), e un efficace lavoro per cominciare ad andare oltre la cerchia più stretta del gruppo dirigente di Fdi. In questo senso, il coinvolgimento di molte figure esterne è parte di un percorso di accreditamento e di crescita, al di là del giudizio di ciascuno sulla qualità di alcuni di quegli apporti. Dunque, siamo in presenza di un cammino che merita un incoraggiamento complessivo. Cosa manca, però? In primo luogo, si potrebbe fare di più per mettere a fuoco un conservatorismo che includa e valorizzi meglio la libertà: alcuni commentatori la pensano legittimamente in modo opposto, e invitano la Meloni a tenersi lontana dal conservatorismo britannico, mentre chi scrive ritiene che la lezione thatcheriana sia ancora troppo poco presente in questo tentativo politico italiano. Perché non valorizzare di più un fortissimo taglio di tasse, tema quasi solo accennato e mai davvero centrale? Perché affidarsi a una linea tutto sommato dirigista in economia, di pronunciato interventismo pubblico? Per queste vie (tasse alte e stato impiccione), in Italia, non si realizza una discontinuità, ma una piena continuità con le esperienze della vecchia politica: la Meloni avrebbe dunque tutto l’interesse a divergere da quegli standard, e ad accelerare nella direzione del cambiamento. Non è una questione ideologica, come qualcuno vorrebbe caricaturizzarla (liberismo sì o no), ma un tema estremamente concreto: se vuoi «liberare le energie dell’Italia», non si dovrebbe partire da un autentico e massiccio choc fiscale? Tra l’altro, si tratterebbe per antonomasia di una tema mobilitante, e dunque potenzialmente in grado di ridurre l’astensionismo di destra, vero nemico della coalizione alternativa alla sinistra alle elezioni del 2023. A proposito della coalizione di centrodestra, è lì l’altra questione tutt’altro che risolta. La Meloni è stata anche ieri molto netta, a tratti perfino ruvida. Ha premesso che non avrebbe attaccato gli alleati («annuncio alla stampa trepidante che non farò polemica con il centrodestra»), ma poi, in realtà, è stata tutt’altro che tenera, pur a partire da un dato di fatto inoppugnabile («noi siamo qua, la sinistra è là: voi dove volete stare? Se, come credo e spero, volete stare qua, intendersi sarà facilissimo»). Nella parte conclusiva del suo intervento, evocando i concetti di «chiarezza, regole e orgoglio», la Meloni ha notificato una sorta di aut aut a Lega e Forza Italia. In primo luogo, chiedendo che non si alleino più con gli avversari («l’altra volta, io ho avuto accanto due poltrone vuote, ma gli italiani si sono ritrovati con tre governi che li hanno massacrati»). In secondo luogo, chiedendo la riconferma di Nello Musumeci in Sicilia («Un governatore uscente come Musumeci che intende ricandidarsi non lo si manda a casa»). E in terzo luogo, candidandosi a ridare orgoglio agli elettori italiani non di sinistra anche da sola, se necessario: «Vogliamo e speriamo di farlo con il centrodestra, ma lo faremo comunque noi di Fdi». Un chiaro messaggio agli alleati tradizionali: se non c’è intesa, Fratelli d’Italia procederà per conto proprio. Finale ad alta voce per elettrizzare i militanti e sfidare la sinistra: «Non siamo figli di un dio minore. Vi batteremo. Noi ci faremo trovare pronti. Auguratevi di esserlo anche voi». E la sensazione che rimane è quella di una Meloni in grande (e assai meritata) crescita, e che però pensa più al suo partito che al resto. La campagna elettorale è appena iniziata.
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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